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Parashah della Settimana: Bamidbar “Nel Deserto”, a cura di rav Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci a un nuovo appuntamento con la Parashah della Settimana Bamidbar, בְּמִדְבַּר Nel deserto (Bamidbar, Numeri 1.1-4.20) – a cura di rav Shlomo Bekhor. Chiunque fosse interessato a scaricare la porzione settimanale di Torah può farlo qui, grazie a Torah.it

04 Sivàn 5781 – 15 Maggio 2021
Shabbat Kallà, Shabbat Prematrimonio, Parashah Bemidbàr
Accensioni lumi entro l’ora di kabalat Shabbàt della propria sinagoga, a Milano: ore 19.50 circa
Shabbat finisce a Milano: ore 21:36

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

Il nome ebraico del Libro della Genesi, Bereshìt, significa “in principio”; il libro presenta lo sfondo storico e religioso necessario alla creazione del popolo ebraico, alla consegna della Torà e al dono della Terra di Israele. Il nome ebraico del Libro dell’Esodo, Shemòt, significa “nomi”, e descrive il modo in cui Hashèm estrasse “una nazione dall’altra” e plasmò l’identità e la psiche del popolo ebraico, il cui compito è quello di trasformare questo mondo in un santuario di consapevolezza del divino. Il nome ebraico del Libro del Levitico, Vayikrà, significa “ed Egli chiamò”, il quale mostra nel dettaglio come gli ebrei siano tenuti a rispondere alla “chiamata” divina rimanendo separati dal materialismo di questo mondo, ma allo stesso tempo, elevandolo e rendendolo spirituale.

Il nome ebraico del Libro dei Numeri, Bemidbàr, significa “nel deserto”. L’immagine del deserto è quella di una terra desolata, non coltivata e non civilizzata, ed è infatti presa come simbolo del nostro mondo fisico, che è imperfetto, largamente indifferente, e spesso anche antagonista alla percezione del divino. All’inizio della Genesi, la Torà ci dice come il mondo – concepito inizialmente come giardino di Hashèm – si sia degradato tanto da diventare un “deserto” (Bereshìt), e come il piano superiore del progetto divino porti alla nascita di Israèl (Shemòt) al quale viene assegnata la missione di riportare il mondo alla sua natura intrinseca e inoltre ci insegna come farlo (Vayikrà).

La Torà ora ci racconta di come Israèl viene mandato in questo “deserto” per compiere la sua missione: per testare la dedizione che mostra verso il suo destino e la resistenza agli elementi ostili dell’ambiente terreno che lo circonda. Questa tensione drammatica sottolinea l’importanza della storia di Israèl e il suo impatto sul creato, così come trasmessa nel Libro di Bemidbàr.
Non c’è quindi da stupirsi che la parashà che apre questo Libro – e che condivide con esso il nome Bemidbàr, “nel deserto” – descriva come D*o arruoli la giovane nazione nel Suo esercito.

In verità, ci si era riferiti al popolo ebraico quale esercito da quando esso lasciò l’Egitto: “E fu proprio in quello stesso giorno che le legioni di Hashèm uscirono dalla terra d’Egitto”. Ma è solo in questa parashà, quando esso è in procinto di uscire dalla serena dimensione spirituale della “yeshivà” del Monte Sinày, una sorta di torre d’avorio spirituale, e inizia la sua peregrinazione nel deserto, che viene ufficializzato questo compito come esercito di Hashèm. Un viaggio pieno di presagi durante il quale Israèl è censito, organizzato secondo genealogia e coscritto in un esercito regolare.

Quindi la prima lezione di questa parashà è che non dovremmo mai illuderci, che il mondo nel suo stato attuale sia un’entità benigna, neutra e di non avere alcun ruolo nel suo perfezionamento. Il mondo e ogni cosa in esso è una sfida, una continua “chiamata alle armi” che ci esorta a radunare le nostre più potenti forze spirituali allo scopo di redimerlo, di riportarlo al suo stato originale, come è stato creato: una dimora per Hashèm.

Un caro Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

In memoria del mio carissimo amico Rav Haim Moshe Mordechai ben Dovber Shaikevitz e del mio maestro Rav Ghershon Mendel ben Haim Meir Garelik

Virtual Yeshiva, se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid! 600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Bemidbar
Nuova lezione video mistica e spaziale
Bemidbar: perché un libro di numeri
Valore del conteggio che crea eternità

 

Lezione video di questa settimana attuale al nostro epriodo. Bemidbar rivelare le prorpie potenzialità
Il quarto libro ci svela la nostra missione nel mondo

Duen ingredienti per preservare l’ebraismo
Il Significato delle 2 coperture degli oggetti del santuario
Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

BAMIDBAR 5769 – DUE INGREDIENTI PER PRESERVARE L’EBRAISMO!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_05_21_bamidbar5769_2coperture_solo_nel_viaggio.mp3

Per ascoltare le altre 10 lezioni sulla parashà e su SHAVUOT:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/06/06/shavuot-bemidbar-5772-dieci-lezioni-precedenti/

Deserto: lo scopo della nostra esistenza

Pensare di aver sconfitto il “nemico” e tutte le tentazioni che ci circondano, illudersi che esse non ci influenzino negativamente o di poter convivere tranquillamente con le nostre innate tendenze, questo è già un sintomo di caduta. Ma perché tutti questi dettagli? La Parashà di Bemidbàr sembra essere un infinito database di nomi di famiglie, statistiche e ridondanze. Non sarebbe stato molto più semplice se la Torà avesse riassunto l’intero censimento e il processo di reclutamento in poche parole o frasi?

Per cominciare a capire il perché, dobbiamo notare in primo luogo che – a parte pochissime eccezioni – la Torà descrive il conteggio di ciascuna tribù esattamente nella stessa maniera. Perciò, da una parte, il censimento rappresenta un importante strumento di eguaglianza: ognuno conta come un singolo, e le nostre rispettive individualità vengono perdute diventando componenti anonime dell’intero conglomerato. D’altra parte, ognuno viene contato, poiché l’insieme collettivo sarebbe inadeguato, se mancasse anche di una sola unità costituente. Questo indica che ogni individuo ha il suo contributo esclusivo e che solo lui o lei può rendere la collettività completa.

In altre parole, il censimento esprime l’interazione paradossale tra l’individuo e l’identità collettiva. Ognuno di noi è un individuo unico, totalmente differente dall’altro, e benedetto con i suoi propri punti di forza e con le sue sfide. Ognuno di noi, quindi, ha un valore infinito e insostituibile. In generale, questa individualità è espressa dal fatto che il popolo ebraico è suddiviso in dodici distinte tribù, ognuna delle quali ricevette, dal comune capostipite Ya’akòv, la sua propria e particolare benedizione, basata sul tipo di servizio divino di ogni singolo.

Il fatto che ogni tribù viene contata separatamente

ci viene presentato dalla Torà per informarci della nostra unicità e del nostro essere indispensabili, per via del contributo insostituibile che ogni individuo realizza nella battaglia volta a rivelare il divino in questo mondo. D’altra parte, poiché condividiamo tutti anche un’identità collettiva comune, allora ci rispecchiamo e siamo complementari l’un l’altro. Nessuno di noi è in grado di combattere da solo, e dobbiamo tutti raccogliere le forze e l’ispirazione uno dall’altro.

Per questa ragione, non è sufficiente ascoltare e leggere il censimento solamente della propria tribù di appartenenza; dobbiamo ascoltare e leggere il censimento di tutte le tribù e ognuna individualmente, anche se apparentemente ci sembrano tutte uguali. In questo modo, assorbiamo tutte le forze spirituali di ogni singola tribù e siamo in grado di identificarci con tutte le loro particolarità.

L’identità comune e collettiva

che tutti condividiamo è il nucleo ed essenza dell’anima divina, “la parte superiore di Hashèm” che risiede dentro ognuno di noi. Ma paradossalmente, è questa stessa anima divina la fonte della nostra individualità. Questo perché il Divino stesso è al medesimo tempo semplice e complesso: Hashèm è un’unità assolutamente semplice e non complessa, e tutto ciò che è divino riflette questa unità.

Ma Hashèm è anche la fonte di tutta l’esistenza, il che significa che l’unità inseparabile divina, contiene il potenziale per le infinite varietà di espressione. Pertanto ogni anima, che è parte di Hashèm è sia un’espressione dell’assoluta semplicità divina, sia un’espressione di una delle infinite sfaccettature dell’Altissimo.
Quindi il paradosso che il censimento ci insegna a sviluppare è quello di focalizzarci su quell’aspetto della nostra personalità che abbiamo tutti in comune e che allo stesso tempo è la fonte della nostra individualità unica e infinita, ovvero il nucleo interiore dell’anima divina.

È questa essenza della Divinità che è dentro di noi che ci motiva e sprona nella “battaglia” quotidiana per redimere il mondo e riportarlo alla sua vera essenza originale. Una volta che siamo in sintonia con la connessione interiore che abbiamo con Hashèm e con la nostra missione per la quale siamo stati inviati nel mondo, niente potrà opporsi alla nostra dedizione e alla sfida del Libro di Bemidbàr: affrontare il viaggio pericoloso attraverso un “deserto”, apparentemente privo della presenza divina, per trasformarlo in ultima analisi in una Terra Promessa.

Il quarto libro della Torà rappresenta la conclusione dello scopo del creato ed è per questo che il nome di questo libro è Bemidbàr: Deserto, ossia la trasformazione del totale profano in un luogo divino tramite il Tabernacolo nel deserto. Pertanto, per realizzare questo ci vuole un “esercito” spirituale pronto a combattere la nostra vera missione nel mondo, e ogni persona al mondo fa parte di questo esercito ed è fondamentale per questo completamento, per il semplice fatto che è stato mandato in questo mondo.

Questo si collega con il nome Numeri che sono i conteggi dei numeri delle tribù, che sono i conteggi delle schiere degli eserciti che combattono per riportare il deserto in un luogo abitabile da Hashèm. Ispirati in tal modo, siamo pronti per arruolarci nei ranghi delle legioni di Hashèm, per venir censiti e coscritti nelle forze del bene e del sacro, la cui missione è portare il creato al suo autentico compimento .

(tratto dal nuovo libro della Torà dei Numeri in uscita)

pdf di questo articolo:
https://virtualyeshiva.it/…/05/01_bemidbar_panoramica.pdf

Quarantotto giorni dell’Òmer
6 settimane e 6 giorni

Yessòd di Malkhùt- Unione nella regalità
4 di Sivàn – Venerdì Sera 14 Maggio

48° giorno: questa sera abbiamo la mitzvà e la forza di rettificare il penultimo attributo del nostro Rùakh – Spirito (l’anima che si rivela nel cuore), l’aspetto dell’Unione nella Regalità.

  • Malkhùt consente di interagire con il prossimo in tre importanti aspetti: autostima (regalità), leadership e comunicazione.
  • Yessòd è l’attributo che permette di creare dei legami profondi.

Nel quarantottesimo giorno abbiamo la forza aggiuntiva di rettificare la nostra Regalità illuminando il nostro Yessòd presente in Malkhùt, ossia di riuscire a regnare con vicinanza. Un vero re, pur essendo distaccato dai sudditi (per via del suo ruolo), ha in sé l’essenza stessa di tutto il suo popolo. Ogni persona a lui subordinata è parte di lui: non sono entità separate, ma due parti complementari. L’attributo del Legame nella Regalità, rappresenta la base fondante della Regalità.

Nell’approssimarsi della festa di Shavuòt un episodio della Torà può aiutarci a “illuminare” l’Òmer di questa sera: il giorno di Shavuòt festeggiamo il dono della Torà Sul Monte Sinai, quando D*o si rivelò agli occhi di tutto il popolo e proclamò Lui stesso i Comandamenti, senza intermediari. Questo però è teoricamente impossibile, poiché D*o trascende i limiti del corpo umano.
Ogni comandamento pronunciato, direttamente da Hashèm, provocava la fuoriuscita delle anime di Israèl. In seguito a ciò, il popolo chiese a Moshè di fare da intermediario, per non morire e resuscitare a ogni comandamento. Tuttavia, era necessario che Hashèm pronunciasse almeno i primi 2 comandamenti. Unificare entità così apparentemente diverse, spirito e materia, uomo e Dio, fu possibile solo grazie al rivelarsi del Re dei Re, in maniera diretta.

Hashèm, volendo manifestare la Sua regalità (malkhùt), si abbassò per unirsi al popolo ebraico (yessòd). In questo modo, rivelò tutta la Sua Maestà per “parlare” Lui stesso al popolo, senza intermediari. Solo così si creò un legame indissolubile tra il Re e il suo popolo (yessòd in malkhùt).

Riflessione

l’esercizio della leadership (regalità) mi impedisce di legarmi con gli altri? Tendo a isolarmi quando esercito un’autorità in un dato ambito?

Esercizio

per avere una leadership famigliare efficiente cerchiamo prima di rafforzare il legame con i famigliari (yessòd) e solo dopo interveniamo nelle vicende (malkhùt). In questo modo, il nostro comando e comunicazione (malkhùt) sarà funzionale all’unione famigliare (yessòd in malkhùt).

Quarantanove giorni dell’Òmer
7 settimane

Malkhùt di Malkhùt – Regalità nella Regalità
5 di Sivàn – Sabato Sera 15 Maggio

49° giorno: questa sera abbiamo la mitzvà da Hashèm, ovvero la forza, di illuminare l’ultima Sefirà del conteggio dell’Òmer, l’ultimo attributo del nostro cuore.

Ogni Sefirà include i sette attributi

sei sono sfaccettature, più un’altra che è l’attributo stesso nella sua essenza. Quindi il 49° giorno, non è una faccia aggiuntiva di Malkhùt, ma è l’attributo stesso nella sua essenza. Oggi, ci troviamo “nell’anima” della Regalità e Nobiltà, il nucleo centrale dell’autostima che ci permette di essere un leader e non un follower “una pecora”.

Malkhùt di Malkhùt significa organizzare, gestire, coordinare, dirigere, governare, comunicare con dignità. Ognuno possiede nella sua anima queste qualità da far risplendere. Se avessimo poca autostima, questo è il giorno ideale per colmare tale mancanza.

Oggi, valutiamo se la nostra nobiltà è radicata nella nostra anima, se la fiducia in noi stessi è ben strutturata, oppure è una maschera che occulta le nostre debolezze. Un paragone calzante è quello di un ragazzo che, per nascondere la propria insicurezza o un trauma passato verso il genere femminile, esce continuamente con tante ragazze. Purtroppo, questa persona non troverà mai la sua anima gemella, perché utilizza questo atteggiamento come un paravento, per nascondere la sua debolezza e non sentirsi inferiore, piuttosto che cercare la sua “dolce metà”.

Dopo aver coltivato i primi sei sentimenti

amore e passione (khèssed), disciplina e regole (ghevurà), clemenza e compassione (tifèret), tenacia e determinazione (nètzakh), umiltà e gratitudine (hod), unità e legami profondi (yessòd), ci rimane il tocco conclusivo di malkhùt, perché senza autostima e fiducia in noi stessi tutti gli altri attributi rischiano di scomparire. Una persona, può avere tutte le qualità delle sei Sefiròt, ma se manca di dignità e nobiltà, per la sua esistenza in questo mondo, rischia di finire come un clochard, come un’ombra che passa senza lasciare niente.

Questo esempio estremo, ci fa comprendere le devastanti conseguenze di una carenza di Malkhùt. Questa sefirà, a differenza di tutte le altre, non ha un contenuto proprio (amore o umiltà ad es.) che si manifesta in sentimenti o tendenze particolari: essere più o meno socievoli, disciplinati, severi ecc…
Invece le doti di Malkhùt (regalità, comunicazione, organizzazione), sono degli strumenti per agire bene e con efficacia in questo mondo: saper diffondere un’idea, gestire la propria disciplina o matrimonio. Non a caso questa sefirà è paragonata alla luna che riflette la luce del sole.

Acquisire consapevolezza di sé

del proprio valore e del proprio ruolo è la fase finale del processo di rettificazione personale di tutto il conteggio dell’Òmer. Senza una dignità positivamente definita non possiamo fare o costruire niente, come avere un kit di un mobile componibile Ikea lasciato nella scatola. Quando si considera una cosa come superflua, viene buttata via. Così possiamo essere pieni di grandi sentimenti e qualità, ma se sorge un problema che nega o mette in dubbio la nostra nobiltà allora, Dio non voglia, iniziamo a bere troppo, o deprimerci, vestirci o mangiare male. Insomma, iniziamo a negare noi stessi, fino a buttare tutto ciò che di buono abbiamo, casa, famiglia, lavoro, amici… come un clochard.

Usiamo la carica che ci conferisce il 49° giorno, per bloccare ogni piccola caduta dentro di noi, prima che divenga una valanga. Per giungere a questo sentimento di nobiltà e dignità, in maniera concreta, dobbiamo riflettere sul perché D*o ha creato un mondo che non poteva non esistere la mia presenza. Meditando sul valore aggiunto che ogni persona ha in questo mondo, potremo diventare un positivo “ago della bilancia” per tutto il creato.
Come dice il Ràmbam: per ogni azione abbiamo il dovere di immaginare il mondo come fosse una bilancia in cui le nostre azioni, parole o pensieri (se conformi alla volontà di Hashèm) possono farla pendere dal lato positivo.

Spesso l’autostima (nobiltà) è condizionata dal passato: ad esempio da traumi subiti. Questo può ostacolare la creazione di nuove relazioni (matrimonio, amicizie, lavoro…). I segni prodotti da eventi negativi e traumatici, rischiano di diventare indelebili e compromettere la buona riuscita di ogni relazione sociale. Invece, i ricordi di esperienze negative, devono essere elaborati e trasformati in punti di forza, al fine di rafforzare la nostra autostima: la sovranità che c’è  in ognuno di noi.

Questa sera abbiamo la forza di eliminare tali blocchi interiori, staccandoci dal passato tramite la valorizzazione della nostra nobiltà. Una storia del Talmud può aiutarci a illuminare il sentimento di questa sera

Salomone, era il Re che più di tutti accrebbe la sua gloria. Il più sapiente e ricco che ha avuto il privilegio di erigere il primo Tempio, come dimora di D*o in questa terra. La sua autostima era quasi ineguagliabile, addirittura credeva di riuscire a comandare angeli e demoni. Durante la ricerca del mitico Shamir (verme che tagliava la pietra), il Re Salomone riuscì a imprigionare uno dei demoni più importanti: Ashmedai (Asmodeo). Un giorno, il Re gli chiese quale fosse la superiorità dei demoni sugli umani. Asmodeo, in risposta, gli chiese di prendere la sua catena e il suo anello e Salomone fu scagliato lontano dal palazzo reale. L’inganno riuscì, e il demone governò al posto di Salomone.

Dove andava nessuno lo riconosceva come Re, ormai era diventato un comune cittadino e per di più aveva subito l’umiliazione di essere stato raggirato: lui il più sapiente tra i sapienti. Nonostante tutto, Salomone non si diede per vinto, continuò ad avere stima in se stesso (malkhùt), superò la ferita alla sua dignità (malkhùt) e alla fine, con tanta fatica, riuscì a riottenere il trono e scacciare il demone.
Il Re era tornato alla sua grande gloria, dopo una sofferta odissea, grazie al fatto che ha mantenuto alta la sua REGALITÀ grazie alla fiducia nelle proprie qualità (malkhùt in malkhùt).

Riflessione

riesco a trovare, nel mio passato, la causa che mi rende insicuro? Al primo affronto o umiliazione mi deprimo?

Esercizio

Nel lavoro ci sentiamo come dei “piccoli re”, poiché siamo bravissimi a gestire i clienti e colleghi. Inaspettatamente, la ditta chiude, ci ritroviamo senza lavoro e tanti problemi. Non abbattiamoci: recuperiamo la fiducia in noi e continuiamo con dignità a cercare un “nuovo regno” dove esercitare la nostra sovranità (malkhùt in malkhùt). Come dice il proverbio: quando si chiude una porta, si apre un portone.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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