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La Parashah della Settimana: Ki Tissa (Quando farai), a cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat Shalom, carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Ki Tissa, כִּי תִשָּׂא “Quando farai” (Bereshit, Esodo 30.11-34.35) – a cura di rav Shlomo Bekhor. Come consuetudine potrete scaricare qui la settimanale porzione di Torah. 

22 Adar 5781 – 6 Marzo 2021
Parashà di Ki Tissa – Para
Questa settimana leggiamo 2 rotoli della Torah
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 17.57 
Shabbat finisce a Milano: ore 19

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

I discepoli del Bà’al Shem Tov gli chiedevano continuamente di mostrar loro il profeta Eliyahu, finché, infine, egli acconsentì.
Una volta si recarono tutti insieme nei campi, come era loro usanza ogni venerdì a metà del pomeriggio, per ascoltare le parole di Torà pronunciate dal Bà’al Shem Tov, il loro Rebbe, e per accogliere l’imminente Shabbàt. Improvvisamente, il Bà’al Shem Tov disse: «Vorrei fumare la pipa». 

I suoi discepoli si sparsero in ogni direzione sperando di trovare qualcuno che fosse disposto a prestare la propria pipa, ma non videro nessuno e tornarono a mani vuote. Lo tzaddìk si alzò e disse: «Ecco, vedo un gentiluomo polacco che passeggia. Forse potete andare da lui a chiedergli se ha una pipa da prestare».
Andarono a chiederglielo e questi non solo acconsentì a prestarla, ma li seguì fino dal Rebbe per dargliela personalmente. La riempì di tabacco e la accese. Il Bà’al Shem Tov, mentre fumava, chiese all’estraneo, se il raccolto di quell’anno stesse crescendo bene in tutta la campagna, se la trebbiatura avesse reso cereali in grande quantità e così via.

I discepoli non fecero caso all’estraneo e trascorsero il tempo a ripetere e a memorizzare gli insegnamenti più recenti del loro Rebbe. Dopo che l’estraneo si fu congedato, il Bà’al Shem Tov disse: «Molto bene, ho mantenuto la mia promessa: vi ho fatto vedere il profeta Eliyahu».

I suoi discepoli ne furono stupefatti e protestarono: «Rebbe, perché non ci hai detto che quell’uomo era in realtà Eliyahu?».
Il Bà’al Shem Tov rispose: «Se aveste chiesto chi fosse, ve lo avrei rivelato, ma se no, non avrei avuto il permesso di farlo. Posso tuttavia dirvi che cosa gli ho detto. Quando gli ho chiesto se il nuovo raccolto stesse germogliando in modo soddisfacente, intendevo chiedere: ‘C’è stata una diffusa hitarùta diletàta (ispirazione dal basso)? I nostri fratelli hanno preso l’iniziativa di rivolgere la loro anima verso il loro Padre in cielo?’. E quando gli ho chiesto se il raccolto rendesse cereali in abbondanza, intendevo domandare: “Da questo risveglio spontaneo dei nostri fratelli è risultata una hitarùta dila’èla, un risveglio di grazia divina dall’alto, che porta su di noi ogni tipo di benedizioni?”.
E ciò che mi ha risposto, mi ha risposto. Dato che non avete capito e non avete fatto domande non posso più rivelarvi i segreti che mi ha svelato».

(continua sotto)

Un caro Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

In memoria del mio carissimo amico Rav Haim Moshe Mordechai ben Dovber Shaikevitz e del mio maestro Rav Ghershon Mendel ben Haim Meir Garelik.

600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la Parashah mistica e psicologia nella Torà
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Ki Tissa
Inchiostro nella penna. Perché Michelangelo ha scolpito Moshè con due corna? Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà con il link a scaricare il file audio:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/03/04/ki-tissa-040310-19-adar-5770/

dal seguente link si può scaricare immediatamente senza aprire la pagina web:
www.virtualyeshiva.it/files/10_03_04_kitisa_luceradiosa_orpinimi_ormakif_legamepergamena.mp3
(chi volesse ricevere il link della lezione tramite whatsapp per sentire dal cellulare può mandarmi la richiesta)

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/02/16/ki-tissa-5774-cinque-lezioni/

I pericoli nel pensare di capire troppo

Mani, Piedi e Viso…
La parashà di Ki Tissà riporta il comandamento per cui Aharòn e i suoi figli dovevano lavarsi mani e piedi nel lavabo del Tabernacolo prima di entrare nella Tenda dell’Adunanza (30, 19). Questo lavaggio aveva due scopi. Il primo era la pulizia e la purezza come prerequisito per il culto sacerdotale, il secondo la santità, poiché con l’abluzione i sacerdoti si sarebbero elevati spiritualmente. La Mishnà chiama questo processo “santificazione delle mani e dei piedi” (Talmùd Yomà 28a).

A livello pratico, dalla distruzione del Santuario ci è impossibile servire D*o in maniera totale in quanto molti dei precetti che vigevano allora, oggi non sono più validi. Tuttavia, il messaggio e il significato spirituale del culto divino sono ancora attuali. Ogni ebreo è infatti un sacerdote, come è scritto: “voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” e anche oggi come allora occorre prepararsi al servizio quotidiano con l’abluzione. Ràmbam scrive nelle sue Leggi della Preghiera: «Prima di iniziare la preghiera mattutina, bisogna lavarsi il viso, le mani e i piedi…». Questa norma si basa sul detto talmudico per cui le preghiere quotidiane sono recitate in relazione alle offerte del Santuario. La nostra abluzione delle mani ha quindi la stessa purezza e santità di quella effettuata dai sacerdoti nel Tempio (Oggi non si usa più lavarsi i piedi in quanto sono coperti dalle scarpe).

Perché anche il Viso?

Si noti, però, che Ràmbam aggiunge nella sua halakhà un particolare non in vigore all’epoca del Tempio: il lavaggio del viso. Esso ha infatti acquisito un significato particolare solo da quando ci troviamo in esilio. Il Rebbe spiega che le mani e i piedi, le parti del corpo che ci permettono di camminare e di creare un contatto fisico con il mondo, rappresentano la facoltà umana dell’agire. D’altro canto, il volto connota le nostre forze più profonde e complesse, l’intelletto, la vista, l’udito, la parola e così via.
In linea generale, l’uomo affronta il mondo con le mani e i piedi, come afferma il versetto: “mangerai il pane con il sudore delle tue mani” (Tehillìm 128, 2). Non si tratta di un’affermazione futile né superficiale.

Il messaggio è profondo molto più di quanto non sembri a prima vista: per vivere nel mondo bisognerebbe impiegare solo le mani. Le altre forze, quelle più profonde, devono essere preservate e impiegate per servire D*o. Da questo punto di vista si può capire la differenza tra l’epoca attuale e quella dei due Santuari. Allora il popolo ebraico si trovava a un livello spirituale più alto, infatti il volto, il capo, era naturalmente distinto dal mondo fisico.
A quell’epoca quindi, era molto più semplice e spontaneo mantenere il distacco della mente e delle sue facoltà da ciò che era mondano e secolare.

Per questo motivo non era necessaria una santificazione significativa del volto. Oggi però questo non è più vero, in quanto è compito arduo rimanere al disopra del mondo in maniera spontanea. Le nostre facoltà più eccelse sono continuamente minacciate dalle difficoltà morali e spirituali che esso presenta. Risulta quindi necessaria una difesa ulteriore, in forma di purezza e di santità, ossia il lavaggio del viso aggiunto di proposito da Ràmbam. A volte, infatti, anche il “migliore di noi” rischia di vedere un semplice gentiluomo invece del profeta Eliyahu…

Proteggere il Pensiero

C’è chi si domanda però, se è davvero lavandoci il volto che ci difendiamo da questo mondo tanto aggressivo. Alcune autorità in materia di halakhà sostengono che tale gesto quotidiano è superfluo in quanto ogni persona ha la forza innata necessaria per non essere trascinato dalla corrente del mondo e dalle mode estemporanee. Altri maestri ritengono che anche il più piccolo sforzo all’inizio della giornata, come quello di recitare la breve preghiera del Modè Anì al risveglio, è sufficiente per farci prendere in mano le redini della vita fin dal mattino e connetterci alla nostra fonte spirituale, ossia a D*o.

“Non sono necessarie ulteriori azioni – così affermano – poiché la dimensione interiore di ciascuno non è esposta alle minacce del mondo e ai suoi tentacoli ed è sempre pronta a servire D*o”.
Ma, pensandoci bene, la protezione spirituale con cui ci muniamo lavandoci il viso, oltre che le mani, non è poi tanto superflua. Una difesa in più oggi come oggi non fa di certo male e questo Ràmbam, che probabilmente conosceva bene la natura umana, doveva averlo intuito… Soprattutto oggigiorno, quando il nostro “intelletto, il volto” è sottoposto a continue e pesanti proposte che sono contrarie o distorsive dai valori della Torà. Inoltre oggi, più che mai, il nostro pensiero è sottoposto alle minacce del nostro “Io”, l’ego, che porta a illuderci di comprendere e capire molto, a volte troppo, anche più della Torà.

La Torà come la Mozzarella?

Uno dei campi moderni dove si è sviluppata la fragilità del nostro pensiero, influenzato dal nostro “Io”, è quello della “Torà facile”, dell’ebraismo “consumistico”, dove invece di “avvicinare le persone alla Torà” (Massime dei Padri cap 1) si tende a fare il contrario: si abbassare la Torà alle persone. Discesa che svilisce e mortifica la saggezza millenaria della Torà fino a farla diventare alla pari delle altre filosofie e sapienze umane.

In particolare questa concezione si evidenzia in molti gruppi che predicano e praticano una sorta di “manuale del fai da te”; un last minute per diventare ebreo. Sono ormai numerosi i siti che propongono conversioni via Internet con carta di credito online e negli ultimi anni questo è possibile anche in Italia. Bastano solo 300 euro (anche a rate, dice chi propone l’investimento religioso/modaiolo) e un piccolo “catechismo ebraico” di qualche lezione. Ed ecco che la differenza fra essere ebreo e candidarsi a “nuovo ebreo” diventa sostanzialmente circoscritta in dieci bollettini postali da 30 euro al mese. In poco tempo, potrete mettere i tefillìn al braccio e credere che la vostra fede sia totalmente cambiata e la vostra vita si sia trasformata pagando dieci bollettini! Bastano solo 30 euro al mese per entrare nell’élite dell’esercito spirituale del nostro “grande Architetto” che deve trasformare la materia in una dimora per Lui. Ma, ne siamo proprio sicuri?

Questa tendenza ovviamente si accompagna con il rendere lo “stile” dell’ebraismo, ossia i precetti, più alla moda… Non bisogna più preoccuparsi con chi intratteniamo rapporti “sentimentali”.
Proprio come diceva Einstein: tutto è relativo! È vero queste “regole” sono rétro, sono passate… dunque ecco si scopre : la Torà ha una scadenza, come lo yogurt!

Quando “Scade” la Torà?

I vari movimenti riformati hanno come scopo l’apportare modifiche al corpo dottrinale o istituzionale della religione. Cambiamenti che sono fondati solo sulle logiche del loro intelletto. Essi cercano di accentuare le tendenze individuali, adottano nella liturgia la lingua nazionale e trasformano le Leggi “scomode” al servizio del progresso tecnologico e alle comodità personali.

Il loro obbiettivo è quello di facilitare l’approccio alla pratica religiosa senza interferire nelle varie e quasi infinite esigenze personali delle persone. Il vero problema è che, in questo modo, fissano una scadenza alle Leggi della Torà. Essi affermano implicitamente che essa, così com’è stata data, non può più essere valida nel terzo millennio. Quindi, secondo loro, la Torà era adatta ai nostri Padri privi di qualsiasi innovazione tecnologica, ma per essere valida oggi dovrebbe subire una serie di mutamenti che si prefiggono di apportare. Se è vero che la Torà è dettata da Dio, di conseguenza dotata di un carattere eterno, come potrebbe subire modifiche umane nel corso del tempo?

Passato, Presente e Futuro

Il paradosso è chiaro. Si vuole conferire un limite di tempo a qualcosa di eterno, quindi, in quest’ottica assurda, si “potrebbe” anche modificare umanamente il divino. Allora perché non inventarsi una “nuova” Torà, invece di modificare in modo ridicolo quella considerata “obsoleta”? Il riformista cerca di mantenere il legame con l’ebraismo per paura di assimilarsi, cercando di cambiarne la forma e tentando di trasformare la Torà a suo piacimento, secondo la sua logica, la sua mente, piuttosto che elevare sé stesso verso di essa. Così facendo non si rende conto che il suo modo di professare la fede si avvicina molto di più alle altre religioni e inevitabilmente perde di vista le principali caratteristiche di quella ebraica che, da legge divina, diventa “spavaldamente umana”.

Questo non rappresenta solo un inganno verso se stessi, ma anche verso gli altri poiché, dando una pseudo-tranquillità alla propria coscienza, non ci si rende conto di usurpare la Torà e perdere tutte le grandi e stupende cose che può regalare.

Anime che Scendono

L’incompatibilità dell’ebraismo con i vari movimenti riformisti, o comunque con chi si rifà a un’ideologia simile, diventa ancor più stridente se riflettiamo sul fatto che siamo agli albori dell’Era Messianica. Uno dei “segni” di questo cambiamento epocale è il crescente fenomeno dei giovani che fanno Teshuvà, cioè ritornano alla pratica religiosa dei dettami della Torà. Evidentemente hanno un “risveglio” dell’anima che spinge il corpo, vincendo “l’istinto animalesco”, a ritornare a D*o. Tuttavia, l’anima scende dalla sua originaria e spirituale dimora in un mondo pieno di mezze-verità e complete bugie, in cui spesso dominano valori contrastanti con quelli insegnati nell’ebraismo. A dispetto di tutto questo, l’anima viene qui. Perché? Una delle spiegazioni di questo straordinario fenomeno la troviamo nella Torà stessa e soprattutto nella sua “eternità”. In questo mondo l’anima valorizza la sua grandezza perché può trasformare il mondo e renderlo una dimora per Hashèm. Nei mondi spirituali questo non è possibile, lì le anime sono come di robot.

La sempre crescente diffusione dell’ebraismo e, in particolare, del pensiero chassidico richiamano e permettono a molti giovani e meno giovani, sempre di più, nonostante il buio che sembra circondarci, di ritornare a Dio, alla Torà e alla mitzvòt. Le anime anelano a fare la volontà di Dio e sanno che solo in un corpo fisico potranno costruire il terzo e definitivo Tempio, sia fisico che spirituale, in questo mondo. Questo concetto è collegato alla porzione della Torà di questa settimana in particolare nella vicenda del Vitello d’Oro e nella volontà di Hashèm di dimorare e risiedere “dentro di noi”, comunque nonostante i nostri peccati.
(Riportiamo questo brano tratto dal “Midràsh Racconta”, Mamash Edizioni Ebraiche)


Pillole di Midràsh, la cura prima della malattia 

Dopo il peccato del Vitello d’Oro, Moshè implorò incessantemente D*o di perdonare il popolo d’Israele, finché D*o non acconsentì. Nonostante tutto, Moshè non era soddisfatto e interrogò D*o: «Come sarà evidente alle altre nazioni che Tu hai effettivamente perdonato il popolo di Israele?».
«Fai costruire al popolo d’Israele un Mishkàn, un Tabernacolo. Là essi offriranno i sacrifici che Io accetterò. Questo sarà la prova manifesta del mio amore rinnovato per il Mio popolo!», rispose D*o.

Sebbene la mitzvà di costruire il Mishkàn fu emanata dopo il peccato del Vitello d’Oro, la Torà la registra come se fosse avvenuta prima di esso (le parashòt di Terumà e Tetzavè che trattano del Mishkàn precedono il racconto del peccato del Vitello d’Oro, di cui si parla nella parashà Ki Tissà). La Torà capovolge l’ordine cronologico per insegnarci che D*o prepara l’antidoto al peccato addirittura prima che esso sia stato commesso. D*o previde il peccato del Vitello d’Oro. Egli perciò ordinò di costruire il Mishkàn. Peccando, il popolo d’Israele costrinse la Shekhinà (presenza divina) a ritirarsi nei Cieli. Attraverso il Mishkàn, tuttavia, la Shekhinà è tornata in Terra.

Quando Moshè ascoltò le parole di D*o: “Fai loro fare per Me un Santuario, cosicché Io possa dimorare tra loro” (Shemòt 25, 8), egli fu colto alla sprovvista. «Come puoi Tu, la cui Gloria riempie il cielo e la terra, risiedere in un’umile dimora che noi abbiamo eretto per Te?», chiese Moshè. D*o rispose: «Io non ho neanche bisogno dell’intero Mishkàn come luogo per risiedere. Infatti, confinerò la Mia Shekhinà in un’area limitata di un cubito quadrato, lo spazio tra i bastoni dell’aròn» (la Shekhinà risiedeva nella parte più santa del Mishkàn, che era l’Arca Santa). D*o, nel Suo grande amore per il popolo d’Israele, restrinse la Sua Shekhinà nel Mishkàn, come un padre che desidera dimorare assieme ai suoi figli.

Il Mishkàn e il corpo umano

La reale struttura del Mishkàn corrisponde al corpo umano, e i suoi annessi corrispondono ai vari organi e parti del corpo.
• L’Aròn corrisponde al cuore. Proprio come la vita di una persona dipende dalla vitalità del suo cuore, il ruolo dell’aròn, che contiene le tavole della legge, è fondamentale per l’intero Mishkàn.
• I Cherubini, che distendevano le loro ali sull’aròn, corrispondono ai polmoni sopra il cuore.
• Lo Shulkhàn (tavolo dei pani) rappresenta lo stomaco.
• La Menorà rappresenta la mente umana.
• Il ketòret trova il suo parallelo nel senso dell’olfatto.
• Il kiyòr (lavabo) suggerisce gli elementi liquidi presenti nel corpo umano.
• I tendaggi di pelle di capra corrispondono alla pelle di una persona.
• Le aste simbolizzano le costole.

Il Mishkàn venne costruito per rappresentare il corpo umano al fine di insegnarci che ogni ebreo che si santifica, adempiendo alle mitzvòt della Torà, diviene un Mishkàn (luogo di dimora) per la presenza divina.

Costruire il terzo Tempio

Da ciò apprendiamo come D*o stesso vuole dimorare dentro di noi e più rivelato in questo mondo, ossia nel terzo Santuario di Yerushalàyim presto nell’era messianica. Questo Tempio viene ricostruito, giorno dopo giorno, adempiendo e rispettando i comandamenti, le mitzvòt, della Torà in questo mondo dove la divinità apparentemente non esiste. Luogo che ci spinge spesso a comportarci nel modo opposto agli insegnamenti, a volte illogici e poco comprensibili, contenuti nella Torà. In questo mondo buio è assai facile perdersi e vedere la luce anche dove non vi è. Per questo nella sua infinita bontà Hashèm ci sta permettendo ora, più che mai, di compiere la nostra missione, di “darci la cura” prima della malattia. Lui sa che siamo facilmente influenzabili dal “peccato”, che siamo spesso volubili e insicuri, ma Lui ci viene comunque in aiuto. Grazie alla nostra teshuvà e al rispetto e diffusione dell’ebraismo e dei suoi precetti noi possiamo costruiamo il terzo e definitivo Tempio, sia fisico che spirituale, in questo mondo, presto ai nostri giorni, amen.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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