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La storia di Irena Sendler (nome in codice Jolanta) l’eroina che salvò 2.500 bambini ebrei dal Ghetto di Varsavia

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Irena Sendler, chi era

Quando i nazisti costruirono il Ghetto di Varsavia per ammassarvi circa 500mila ebrei polacchi dietro il suo muro, in attesa di essere annientati, Irena Sendler sfidò i nazisti e salvò 2.500 bambini ebrei, portandoli (di nascosto) fuori dal ghetto, tra il 1942 e il 1943, approfittando del proprio lavoro di infermiera e assistente sociale. Ma non è tutto. Si adoperò anche per trovare loro dei nascondigli e della famiglie non ebree disposte ad adottarli.

Una storia che passò inosservata per diversi anni, fintanto non la scrissero quattro giovani studentesse della Uniontown High School, nel Kansas (Usa), che vinsero la gara del “2000 Kansas state National History Day“, scrivendo la storia delle eroiche imprese di Irena Sendler.

Elizabeth Cambers, Megan Stewart, Sabrina Coons and Janice Underwood e il loro insegnante Norman Conard ottennero così un successo internazionale. La loro inedita storia presto conquistò il grande pubblico, venendo trasmessa su radio e televisioni.

La vita

Irena nacque nel 1910, a Otwock, una città situata a 15 miglia sud-est di Varsavia. La sua vita fu particolarmente influenzata dal padre medico, che fu uno dei primi socialisti polacchi. E’ il 1939, quando la Germania invade la Polonia portando con sé violenza, terrore e morti. All’epoca Irena era un funzionario del Dipartimento della Sanità Sociale di Varsavia, che attraverso gli uffici dislocati sul territorio si occupava di trovare cibo, aiuto finanziario e altri servizi a orfani, anziani, poveri e bisognosi. Con l’ingresso dei tedeschi in città, questi uffici cominceranno anche a distribuire vestiti, medicine e soldi: agli ebrei.

Come faceva a nascondere gli ebrei? Innanzitutto, registrandoli con fittizi nomi cristiani e, ond’evitare ispezioni, diceva che le famiglie (di ebrei) sotto la sua custodia erano affette da tifo e tubercolosi. E’ il 1942, quando i nazisti ammassano migliaia di ebrei su una superficie di sedici isolati, che prenderà il nome di Ghetto di Varsavia: un’area completamente sigillata. Proprio dietro quel muro terminava la vita delle famiglie ebree, che attendevano soltanto la loro ora.

Aderì al Zegota

Irena fu così scioccata da questa situazione, che decise di aderire al Zegota, anche conosciuto come “Konrad Żegota Committee“, il nome in codice del Comitato per l’Aiuto agli Ebrei (Rada Pomocy Żydom), un’organizzazione clandestina che operava nella Polonia occupata dai nazisti, tra il 1942 e il 1945.

L’obiettivo dell’organizzazione era di aiutare gli ebrei a trovare dei posti sicuri in cui vivere nella Polonia occupata. La Polonia, tra l’altro, risulta essere l’unico Paese nell’Europa occupata dai nazisti, durante la guerra, dove operava un’organizzazione clandestina di questo genere.

Per entrare legalmente nel ghetto, Irena riuscì a ottenere un pass dal Dipartimento del Controllo Epidemico di Varsavia. In questo modo potè visitare quotidianamente il ghetto, ristabilire i contatti, portare cibo, medicine e vestiti. Malgrado tutto 5000 persone erano sul punto di morire per denutrizione e malattie. Fu così che decise di aiutare i bambini a uscire dal ghetto.

Per Irena, anche lei madre, fu davvero un compito orribile quello di convincere i genitori a lasciare i propri bambini, perché partissero con lei. Non fu altrettanto facile trovare famiglie disponibili a ospitare questi bambini a rischiare la propria vita, qualora fossero stati scoperti dai nazisti.

Come salvò i bambini

La Sendler che decise di indossare un Magen David (Scudo di David) sul braccio, in segno di solidarietà con il popolo ebraico, cominciò a portare via di nascosto i bambini in ambulanza. reclutò almeno una persona per ciascuno dei distretti sociali del Dipartimento e col loro aiuto pubblicò centinaia di documenti falsi con firme contraffatte. Così riuscì a portare via circa 2.500 bambini, dando loro una temporanea e nuova identità.

Alcuni bambini venivano tirati fuori in sacchi di iuta o addirittura in sacchi per cadaveri; altri venivano sepolti in carichi di beni di ogni genere. Un meccanico riuscì addirittura a tirare fuori un bambino nascondendolo dentro uno scatolone per gli attrezzi; altri vennero nascosti all’interno di bare; altri pensate un po’ vennero nascosti in una chiesa cattolica, nel ghetto, che aveva due entrate: una nello stesso ghetto e l’altra nella parte “ariana” della città, dove poi venivano fatti uscire: entravano in chiesa come ebrei ed uscivano cristiani.

Quel barattolo con i nomi

Irena portò a termine molte delle sue azioni, grazie all’intervento della Chiesa; molti bambini infatti vennero inviati in istituti religiosi, conventi, orfanotrofi e via dicendo. Annotò per ciascuno dei bambini: l’identità originale e quella nuova, tenendo l’unica copia di questo elenco nascosta in un barattolo sepolto sotto un albero di mele, nel giardino di un vicino, nella speranza, un domani, di poter dissotterrare il barattolo, rintracciare i bambini e informarli del loro passato ricongiungendoli alle proprie famiglie. All’interno di quel barattolo c’erano circa 2500 nomi.

Arrestata dalla Gestapo

Alla fine, però, i nazisti vennero a conoscenza dell’attività clandestina di Irena, il 20 ottobre del 1943, viene arrestata, imprigionata e torturata dalla Gestapo, che le spaccò gambe e piedi. Malgrado le ripetute torture e malgrado fosse l’unica a conoscere i nomi e gli indirizzi delle famiglie che custodivano i bambini ebrei, si rifiutò di tradire la fiducia dei suoi collaboratori e di chi aveva accettato di ospitare questi bambini.

Condannata a morte, Irena venne salvata all’ultimo istante, quando alcuni membri della associazione Zegota corruppe uno dei tedeschi per bloccare l’esecuzione. Scappò dalla prigione, ma per il rsto della guerra venne ricercata dalla Gestapo.

Nome in codice, Jolanta

Una volta terminata la guerra, dissotterrò quel barattolo che conteneva i nomi delle famiglie originarie dei 2500 ebrei, ma molti di questi persero la famiglia durante la Shoah, nei campi di concentramento. I bambini seppero di lei soltanto il nome in codice, che era Jolanta. Ma anni dopo, quando venne onorata per il suo coraggio e la sua foto comparve su un giornale, uno di quei bambini, ormai uomo, la riconobbe e le telefonò, dicendolo: “Eri tu che mi tirasti fuori dal ghetto”. Successivamente giunsero anche altre analoghe telefonate.

Giusta fra le nazioni

Nel 1965 viene dichiarata “Giusta fra le nazioni” dallo Yad Vashem e nel 1991 riceve la cittadinanza onoraria di Israele. Nel 2003, a Varsavia, ottiene il più grande riconoscimento della Polonia dall’Ordine dell’Aquila Bianca. Muore il 12 maggio 2008, all’età di 98 anni.

Fonte: Jewish Virtual Library

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