Home Pensare "Talmudico" L’ermeneutica talmudica ovvero le 7 regole di Hillel per interpretare la Torah

L’ermeneutica talmudica ovvero le 7 regole di Hillel per interpretare la Torah

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Un argomento particolarmente complesso, che abbiamo già in parte affrontato e che qui affronto in maniera molto “soft” è quello della cosiddetta “ermeneutica talmudica” ovvero quella serie di regole e di principi che i maestri del Talmud utilizzano per interpretare la Legge scritta. Anche oggi vi propongo un nuovo digest tratto dal libro “Invito al Talmud”, di Marc-Alain Ouaknin.

Il primo a scrivere delle regole di interpretazione, sette ad essere precisi, fu Hillel il Vecchio (70 a.e.v. – 10 e.v.). Se seguito ve le elenchiamo

1) Qal Vachomer (קל וחומר): riguarda l’inferenza (deduzione intesa a provare o sottolineare una conseguenza logica) dal minore al maggiore. Ad esempio, chi può reggere cento chili, ne può sollevare anche cinquanta.

2) Gzirah shavah (גזירה שוה): il ragionamento per analogia semantica

3) Binyan av mikatuv echad (בנין אב מכתוב אחד): generalizzazione a partire da un caso singolo

4) Binyan av mishene ketubim (בנין אב משני כתובים): generalizzazione a partire da due casi singoli

5) Klal uprat ve prat uklal (כלל ופרט ופרט וכלל): ragionamento fondato su casi particolari e generali.

6) Kayotze bo mimakom acher (כיוצא בו ממקום אחר): analogia con un altro testo

7) Davar ha-lamed me-inyano (דבר הלמד מעניינו): spiegazione a partire dal contesto

Successivamente ad Hillel altri maestri adottarono nuove regole. Come Nachum di Gimzo (LEGGI QUI) che elaborò i metodi: “ribbui” (estensione) e “miut” (limitazione).

Le particelle estensive sono: “gam” (anche), “et” (particella che in ebraico introduce il complemento oggetto) e “af” (anche). Le particelle restrittive sono: “raq” (soltanto), “ela” (tuttavia) e “min” (da).

Una generazione più tardi, Rabbi Aqiba trasformò il metodo di Nachum di Gimzo basandolo sul principio che: “La Torah non parla il linguaggio degli uomini”. Secondo Aqiba, nel linguaggio della Torah, a differenza che in quello degli uomini, ogni parola ha un suo perché, non è casuale o usata allo scopo di creare effetti stilistici. Spesso, dunque, l’interpretazione avviene sulla semplice base di una ripetizione di parole, l’iterazione di una coniugazione verbale e congiunzioni coordinative.

Un esempio di limitazione era dato dalla parole זה (zeh) che significa “questo”, probabilmente per intendere: “questo… non quello”. Benchè accolto  da molti, tuttavia, il sistema di Rabbi Aqiba incontro alcune resistenze.

Ad esempio da Rabbi Yishmael ben Elisha, che sostenne l’esatto opposto di Aqiba: “La Torah parla il linguaggio degli uomini”. Rabbi Yishmael, inoltre, rifiutava in blocco le deduzioni che Aqiba traeva da pleonasmiapparenti e da sillabe e lettere superflue. Riconosceva le sette regole di Hillel, che tuttavia portò a tredici. Il metodo di Aqiba non venne, però, soppiantato. Qualcuno continuò ad usarlo.

Per quanto riguarda Rabbi Eliezer il Galileo, il Talmud (Hullin, 89), lo presenta come uno dei grandi maestri dell’esegesi aggadica.

I suoi principali contributi sono: l’elisione, la ripetizione, le regole di deduzione dal contesto, la parabola, l’accostamento fonetico, l’interpretazione in base al collegamento di numeri identici, l’analisi etimologica, la ghematria; il raffronto con altri vocaboli aventi lo stesso valore numerico, per concludere con il cosiddetto notariqon (termine di origine greca) che consiste in una operazione di manipolazione linguistica che va dalla scomposizione di un termine in più parole, alla formazione di una parola attraverso le lettere di un’altra o le iniziali e le finali di altre parole.

Naturalmente, questi suoi argomenti, come dicevo, assai complessi, che vanno affrontati poco per volta, a piccole dosi (come si dice). Se siete interessati, comunque, vi consiglio di leggere gli altri miei approfondimenti alla sezione “PENSARE TALMUDICO“.

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