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Parashah della Settima: edizione dedicata a Pesach, a cura di rav Shlomo Bekhor

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La foto in copertina è tratta dal Washington Post

Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Ecco a un nuovo appuntamento con la rubrica della Parashah della Settimana, stavolta dedicata a Pesach ormai alle porte a cura di rav Shlomo Bekhor. Un buon Shabbat a tutti e hag pesach sameach.

Cosa fare quando la vigilia di Pesakh cade a Shabbat

Cosa fare quando la vigilia di Pesach cade di Shabbàt?
(questo il link del seguente testo per scaricare il pdf)
https://virtualyeshiva.it/wp-content/uploads/2021/03/regole_pessach_shabbat_2021-1.pdf

Vorremmo brevemente ricordare quali sono le regole da tener presente quando, come quest’anno, la vigilia di Pesach cade di Shabbàt. In questo caso bisogna infatti comportarsi in modo tale da non rischiare di dissacrare lo Shabbàt compiendo uno dei 39 lavori proibiti, e prepararsi al sèder eliminando ogni briciola di khamètz dalle nostre proprietà.

Conciliare queste due necessità non è certo una cosa facile e, per non cadere in errore, bisogna seguire scrupolosamente alcune regole che cercheremo qui di enunciare brevemente, dando dei consigli pratici che, speriamo, potranno essere utili a tutti…

Un caro Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

In memoria del mio carissimo amico Rav Haim Moshe Mordechai ben Dovber Shaikevitz e del mio maestro Rav Ghershon Mendel ben Haim Meir Garelik

600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Pesach
15° Bo: azzime cibo della libertà
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà con il link a scaricare il file audio:

Mistica dei quattro bicchieri di vino 
Il Vero Significato di Essere Liberi

Pesach: redenzione totale o temporale?

Due ragioni che rendono eterna la redenzione di Moshé

Perché mangiando le azzime diventiamo liberi?

Due tipi di domande
Perché l’ebraismo promuove il domandare?
http://www.virtualyeshiva.it/2010/01/21/bo-pessakh-5770-due-tipi-di-domande/
Al seguente link potrai scaricare la lezione:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_01_21_bo_figlio_domani_assimilazione_comerecuperare.mp3

Pesach: arrosto o bollito?
https://virtualyeshiva.it/2010/03/26/pesakh-5770-2010/

Al seguente link potrai scaricare la lezione:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_03_25_pessakh5770_arrosto_veraliberta.mp3
 
Pesach: la freccia di D*o 
http s://virtualyeshiva.it/2010/12/29/vaera-pessakh-5771-la-freccia-di-d-o/

Per ascoltare le altre 17 lezioni su Pesakh:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/04/17/pessakh-5773-17-lezioni/

Anche il timido parla

La parola Pesach, si può dividere in due e leggere come Pe – Sach, che vuol dire anche “bocca che parla”… Perché è così importante la parola in questa festa? Perché occorre far parlare bene la nostra bocca? Perché dobbiamo essere preparati al compito di narrare e spiegare i grandi miracoli che il Padre Eterno ci ha fatto durante l’uscita dall’Egitto. Durante tutti i giorni di Pesach, ma in special modo la sera del seder, ai nostri figli e ai nostri ospiti. 

Affinché questo avvenga dobbiamo riempire noi stessi (il nostro “serbatoio”) di conoscenza di Torà e Talmud onde evitare che il “motore”, la nostra sapienza, rimanga senza benzina. Un po’ di benzina per il nostro serbatoio dove impariamo che l’anima non si nutre solo di grandi studi; una storia può darci un insegnamento d’oro, grandi concetti, ma anche dai piccoli particolari: tanto che si potrebbe arrivare ad affermare che Il senso di una mitvà si nasconde nei dettagli.

L’importanza delle tradizioni

La famiglia Shapiro si sta preparando per la Bedikàt chamètz (la ricerca del pane lievitato prima dell’inizio di Pesach). “Andiamo, Yossi!”, Shmulik incita suo fratello minore: “Nascondi ora i tuoi pezzi di pane”. Ma Yossi sta facendo tutto con calma. “Benny”, si rivolge Yossi all’altro suo fratello, mormorando: “Hai forse nascosto uno dei tuoi pezzi di pane dietro il frigorifero, o quello è di Lea?”

“Dai, andiamo avanti con questa cosa!”, si lamenta Shmulik: “Ci state impiegando troppo tempo”. “Shmulik”! Urla il signor Shapiro dall’altra stanza. Shmulik lascia i fratelli più piccoli e si dirige verso la stanza del padre. “Shmulik, siediti accanto a me”, dice il padre gentilmente. “Vorrei spiegarti qualcosa di importante.
“Quest’anno hai deciso di essere troppo grande per nascondere i pezzi di pane”? Questo mi può stare anche bene, ma non dovresti scoraggiare così i tuoi fratelli piccoli. Nascondere i pezzi di pane è una parte fondamentale della bedikàt chamètz”.

Shmulik gli risponde “Ma Papà, il nostro maestro della Yeshiva ci ha detto che la mitzvà consiste nell’esplorare la casa e che nascondere i dieci pezzi di pane è solo un minhag, un’usanza. Non siamo neppure obbligati a trovare qualcosa”. “Shmulik, quando dici “è solo un’usanza” sembra quasi che togli importanza all’azione stessa. In realtà, i minhaghìm sono molto significativi.

Possiamo capire la loro importanza dalle Quattro Domande della sera del Seder”. ”Le quattro domande?” si meravigliò Shmulik. “Come?” Il padre prese due libri di Haggadot dal ripiano, uno per lui e l’altro lo diede a Shmulik. Il padre continuò dicendo “Ora leggerò le domande dalla mia Haggadà e tu seguirai dalla tua”. Il signor Shapiro cominciò a leggere: “Ma nishtana… shebechol haleilot ein anu matbilin…”

“Papà”, lo interruppe Shmulik. “Stai leggendo le domande così come le diciamo al Seder, ma nella Haggadà che mi hai dato le domande seguono un ordine differente……!” “Giusto”. Rispose il padre. “Vedi, alcune Haggadòt ordinano le domande secondo il livello delle mitzvòt. Prima viene la mitzvà mideoraita (comandata dalla Torà stessa, come mangiare la matzà). Poi c’è la domanda legata al maror, perché ai nostri tempi è una mitzvà miderabbanan (comandata dai nostri Saggi).

Infine ci sono le domande sui minhaghìm, l’usanza di intingere il maror e il carpas e quella di poggiarsi sul gomito in segno di libertà”. “Ciò ha senso”, disse Shmulik. “Allora perché lo leggiamo in modo differente?”

Rispose suo padre. “Perché una delle mitzvòt più importanti del Seder è Vehigadita levinchà. Quella dove i figli dovrebbero porre domande e noi dovremmo rispondere e raccontare tutto ciò che è legato alla festa di Pésach”.

Shmulik domandò “Cosa chiedono i figli?”.
Il padre gli rispose “Cose che li impressionano. Molti bambini sanno che devono mangiare la matzà e il maror a Péssach, ma ciò che li impressiona veramente è la cura che ognuno mostra per i diversi dettagli di queste usanze. Questi minhaghìm aumentano la curiosità dei bambini, perciò pongono domande su di essi prima di tutto. E quando chiedono, noi rispondiamo ed essi imparano.

Quindi vedi, i minhaghìm sono molto importanti, sono il fondamento dell’educazione di un ebreo”.

Come vivere la redenzione al presente

I saggi affermano: “In ogni generazione una persona è obbligata a vedere se stessa come se fosse uscita dall’Egitto in quello stesso giorno”. 

In tutte le generazioni, durante l’Hagadà, il padre non dice al figlio “Hashem ha fatto tali miracoli per i nostri padri quando uscirono dall’Egitto”; invece, come insegna il passùk, il padre dice al figlio: “Hashem ha fatto miracoli per me, quando uscii dall’Egitto”. Certamente il padre che sta raccontando ciò al figlio non è mai stato in Egitto. Ma il passùk insegna che egli deve sentirsi come se lui stesso avesse vissuto l’esperienza dell’uscita dall’Egitto, come se fosse stato lì.

Come può un ebreo sentirsi fuori dall’Egitto? Possiamo spiegare il passùk in due modi:

1) Se Hashem non avesse portato i figli d’Israèl fuori dall’Egitto, oggi non saremmo più ebrei. Il nostro popolo si sarebbe perduto spiritualmente assimilandosi con gli egiziani. Questo riguarda ognuno di noi personalmente.

2) Anche prima della nostra nascita, le nostre anime soffrivano a causa della tumà (impurità) dell’Egitto. Al momento della redenzione, anche le nostre anime furono liberate. Perciò, furono pronte a ricevere la Torà sul Monte Sinai. Ciò riguarda l’anima di ogni ebreo in tutte le generazioni.

Anche oggi viviamo l’esilio in Egitto, il luogo dove siamo “schiavi” del mondo tecnologico, schiavi dei falsi bisogni della vita materiale, schiavi delle idee di massa che sono ben lontane dalla nostra “Patria”, Torà; siamo ‘schiavi’ di una società a noi estranea che progressivamente tende ad allontanarci dagli usi della vita ebraica.

Approfittiamo della festa di Pésach per allontanarci dall’Egitto spirituale in cui viviamo, leghiamoci ai nostri ideali, alle nostre tradizioni e alla nostra Torà. Solo così sentiremo veramente di essere liberi e questo porterà la vera e ultima redenzione al più presto nei nostri giorni, Amèn.

Seder di Pesach a Dachau

come Un “Rebbe” Ha Creato La Speranza Nelle Circostanze Più Difficili

27 MARZO 1945.

Sopravvissuto all’olocausto Solly Ganor, residente a Herzelia, Israele, ha scritto una storia favolosa su un seder di Pesach che ha vissuto 70 anni fa. Il seder ha avuto luogo il 27 marzo 1945 a Dachau, il famigerato campo di concentramento dei nazisti יש”ו.
All’epoca era un giovane, uno schiavo che lavorava nel campo della morte dove morirono centinaia di migliaia di ebrei.

Ecco come Solly ha raccontato la storia:

È la storia di un uomo che ha fatto la differenza anche mentre abitava nell’inferno nazista. Non sapevamo come si chiamava questo santo uomo. Lo conoscevamo solo come “Rebbe” (guida, maestro) che veniva dal Ghetto di Lodz e che prima di arrivare a Dachau era stato ad Auschwitz. Non abbiamo mai scoperto se era davvero un rabbino, ma comunque tutti noi lo chiamavamo: “Rebbe”. Forse, perché conosceva a memoria tutte le preghiere e ci aiutava sempre a mantenere la fede nel Creatore anche a Dachau.

Questo Maestro di Lodz organizzò la festa di Purim e quasi ci fece uccidere dalle guardie tedesche. Una sera, il “Rebbe” venne a trovarci nella nostra baracca. Burgin, il responsabile ebreo di tutti i Kapò, gli diede il compito di seppellire i morti, una mansione molto impegnativa, poiché morivano sempre più prigionieri. Era un lavoro terribile, ma era meglio che portare cento sacchi di cemento sulle spalle ogni giorno. Il “Rebbe” si faceva chiamare “Chevra Kadishà” (organizzazione ebraica di uomini e donne che si prendono cura della preparazione e sepoltura di salme secondo la tradizione ebraica), poiché si occupava delle salme e diceva il “Kaddish” dopo ogni sepoltura, cosa che gli è valsa il nostro rispetto.

Tutti lo consideravano strano, ma era un uomo gentile e sorrideva sempre e in quel contesto tragico, era un motivo per pensare che fosse un po’ matto. Nelle ultime settimane, la nostra situazione si era deteriorata. La zuppa acquosa che di solito ci preparavano a pranzo era diventata ancora più acquosa, la porzione giornaliera di pane era diventata ancora più sottile e sempre più di colore verde muffa.

Più gli alleati si avvicinavano e più i sorveglianti tedeschi diventavano nervosi e crudeli, ci picchiavano in ogni occasione. Sapevamo che gli alleati erano da qualche parte in Germania, ma non sapevamo se saremmo riusciti a resistere fino alla liberazione del campo. Una sera, mentre eravamo seduti intorno alla piccola stufa di ferro della nostra baracca, cercando di riscaldarci, il “Rebbe” entrò. Puzzava di morto e noi conoscevamo bene quell’odore. Improvvisamente ci disse “Yidden, peisach kumt in tzvelf teg un men darf baken matze” – “Ebrei, Pesach arriverà tra dodici giorni, dobbiamo preparare le matzot” (ha parlato in un dialetto yiddish diverso dal nostro consueto yiddish con accento lituano, quindi a volte era difficile capirlo. Aveva anche la strana abitudine di chiamarci “Yidden”, invece che con il nostro nome).
Lo abbiamo guardato molto stupiti per questa pericolosa iniziativa. In realtà, dopo l’incidente avvenuto con il “Rebbe” a Purim, non eravamo troppo sorpresi del fatto che sarebbe venuto fuori con un’altra idea pazza.

Poi, dopo uno sguardo furbo, agitò l’indice verso di noi e ci disse: “Lasciate che vi dica Yidden; presto celebreremo non solo Yetziat Mitzraim ma an che Yeztiat Deutschland” (“Presto celebreremo non solo l’esodo dall’Egitto, ma anche l’esodo dalla Germania”). Disse questo e poi fece una breve risata acuta.
Abbiamo pensato che la sua affermazione “Esodo dalla Germania”, invece della liberazione, fosse parte del suo strano comportamento. “Dalla tua bocca alle orecchie di D*o, ma come diavolo sai che Pesach è tra dodici giorni?” Chiese mio padre sorpreso.

“Lo so perché sono quattro giorni prima della fine di marzo!” Disse trionfante! La sua precisa conoscenza delle festività ebraiche per noi non aveva alcun senso. Noi che sapevamo a malapena che giorno fosse, figuriamoci se ricordavamo le date delle feste.

“E dov’è questo esodo che ci porterà dalla Germania, attraverso il Mar Rosso, verso la terra promessa?” Chiese Chaim ironicamente. “No, attraverseremo il Mediterraneo verso la terra promessa, giovanotto,” rispose tranquillamente il “Rebbe”. Ci siamo guardati l’un l’altro. Forse le sue idee non erano così pazze. Tutti noi pensavamo che, se fossimo sopravvissuti a quel purgatorio, l’unico posto rimasto per noi era la terra di Israele (conosciuta all’epoca come Palestina).

“Allora, che ne dici di un po’ di farina? Preparerò le matzot e farò la benedizione giusta per renderle kosher “, disse, sfregandosi le mani. “Per l’amor di D*o, Rebbe, dove ti aspetti che prendiamo la farina? Qui siamo tutti affamati e per di più ci porti le tue idee folli”, disse uno dei prigionieri con voce irritata.

“Senti, se vuoi avere un esodo dalla Germania, dobbiamo avere le matzot”, disse, testardamente. “O non ci sarà un esodo dalla Germania,” disse, alzando il mento. Poi improvvisamente mi puntò il dito contro e disse: “Tu che lavori nelle cucine, portaci la farina!”

Lo guardai stupito. Mio padre si era davvero arrabbiato con lui e gli urlò contro. “Vuoi che mio figlio rischi la sua vita per rubare la farina dai tedeschi per le tue Matzot?”

“Per le nostre matzot”, disse il “Rebbe” con calma. “Tuo figlio è l’unico che può ottenere la farina.” Pensai alla cantina della cucina tedesca, dove erano conservati i prodotti alimentari. Non era solo chiusa a chiave, ma il cuoco era sempre in giro. Non potevo entrare in cantina, ma se avessi avuto questa possibilità, avrei “rubato” del cibo, per sopravvivere.

Il “Rebbe”, come se percepisse i miei pensieri, alzò la mano e disse: “Ho qualcosa che può aiutarti a ottenere la farina”, e tirò fuori da sotto l’ascella un piccolo straccio legato con un filo. Lo slegò con cura e tirò fuori due oggetti. Li mise sul palmo sinistro e me lo infilò sotto il naso. Mi ritrassi disgustato. Erano due denti maleodoranti con un po’ d’oro attaccato.

Eravamo tutti sbalorditi. Sapevamo tutti che seppelliva i morti. Quando vide i nostri sguardi sorrise. “Non è quello che pensate. Non ho preso nessun dente dai morti. Fu Zundel a darmelo prima che morisse. Gli ho promesso che avrei scambiato i denti con farina per fare le matzot per il Seder di Pesach. Non volete che io rispetti la promessa che ho fatto a un ebreo morente?” disse con sguardo forte.

“Non capite? Pesach è la festa della nostra libertà dalla schiavitù… non dobbiamo più essere schiavi dei nazisti. Sapete benissimo che questa potrebbe essere la nostra salvezza e la porta per il nostro esodo dalla Germania”.
Ottenere la Farina

Fino ad oggi, non so come ho accettato la pazza idea del Rebbe. Allora la religione era l’ultima cosa che passava nelle nostre menti, date le circostanze. In una certa misura, abbiamo accusato D*o di ciò che è successo agli ebrei in Europa. C’era una frase nell’Haggadà nel paragrafo veh sheamda che ci irritava: “In ogni generazione i nostri nemici si alzano per distruggerci, ma l’Onnipotente ci salva sempre dalle loro mani.” Di certo, ora, non ci stava salvando tutti…

Il giorno dopo, ho portato i denti d’oro con me nella cucina tedesca, dove lavoravo. Il cuoco era un vecchio tedesco meschino che ogni giorno ci malediva mentre ci colpiva con il suo mestolo di ferro. Ma non ci ha mai fatto davvero del male. Come dovrei avvicinarmi a lui? Cosa dovrei dirgli? “Qui ci sono due denti d’oro estratti da un ebreo morto. Potresti darmi un po’ di farina per preparare alcune matzot per Pasach? “Probabilmente mi avrebbe consegnato alle SS per essere fucilato.

Più ci pensavo, più sembrava folle. Alla fine, ho deciso di abbandonare l’idea. Quando il cuoco mi ha visto mi ha detto: “Puoi iniziare a pulire la sala mensa e poi il bagno.” Il suo tono di voce era molto più mite del solito. Ho sentito una differenza nella sua voce. Mentre mi parlava, continuava a guardare il cielo. Improvvisamente uno squadrone di aerei da caccia americani tuonò sui tetti.

Li ho visti girare verso i binari della ferrovia e ho sentito i loro cannoni sparare, seguiti da forti esplosioni. Devono aver attaccato un bersaglio vicino. È stato uno spettacolo incredibile e mi ha fatto saltare il cuore dalla gioia. Il cuoco quasi svenne per lo spavento e corse giù nella cantina dove era conservato il cibo. Gli corsi dietro, ma iniziò a gridare: “Fuori! Esci! Esci! Ti ho visto gongolare quando gli aerei sono arrivati”. Mi ha urlato.

Sono uscito rapidamente dalla cantina sperando che si calmasse un po’. Ho fatto un grosso errore facendolo arrabbiare. Poi l’ho chiamato e gli ho detto: “Avevo paura degli aerei, per favore perdonami”, ci siamo guardati l’un l’altro. Potevo vedere nei suoi occhi che entrambi stavamo pensando la stessa cosa: “Presto gli americani saranno qui”.
Fu allora che, improvvisamente, tirai fuori la storia della festa di Pesach e della farina per preparare le matzot. Era come se il “Rebbe” avesse preso il controllo della mia lingua e mi avesse fatto dire quelle cose. Poi aprii lentamente lo straccio che il “Rebbe” mi aveva regalato e gli allungai i due denti d’oro.
Per un po’ il cuoco mi guardò come se fossi impazzito.

Poi ho intravisto come della gratitudine nei suoi occhi e improvvisamente mi domandò: “Era durante la Pasqua che il nostro salvatore Yashke (il fondatore del cristianesimo) sedeva con i suoi discepoli e mangiava il pane non lievitato nell’ultima cena? Il pane non lievitato è ciò che voi ebrei chiamano matzot?”.
È stato il mio turno di essere sorpreso. Sapevo che era un cattolico osservante dato che portava al collo sempre una croce e che gli ho visto fare il segno della croce più volte, quando gli aerei americani sono arrivati. Questa è stata una svolta del tutto inaspettata degli eventi.

Il cuoco continuò e disse: “Da bambini ci è stato insegnato che Yashke era sempre associato ai problemi del popolo ebraico. Ma se Yashske può aiutarci a ottenere la farina, la prenderemo…”
Stavo cominciando a sperare. Per un po’ guardò i denti d’oro, ma non li prese. Non mi ha detto altro, se non di ripulire la mensa e il lavatoio.

Prima di tornare al campo, è uscito dalla cucina e mi ha dato un piccolo sacchetto di carta pieno di farina bianca. “Penso che il nostro signore vorrebbe che tu abbia le matzot per le tue feste. Dopotutto era uno del vostro popolo. A volte lo dimentichiamo”.
“Non so perché mi ha dato la farina, forse avrebbe voluto che dicessi una buona parola per lui, all’arrivo degli americani, o forse lo fece solo per convinzioni religiose. Sta di fatto che non ha preso i denti d’oro. Qualunque fosse la ragione, il “Rebbe” aveva la sua farina e sulla piccola stufa di ferro e ora poteva cucinare dei piccoli wafer bianchi che ricordavano vagamente le matzot. Avevano dei piccoli buchi ed erano leggermente bruciati.

Il Seder Inizia

Era il 27 marzo 1945, quando il Rebbe portò le matzot e dichiarò che il Seder di Pesach avrebbe avuto inizio. “Dei sette ingredienti necessari per condurre il Seder, ora ne abbiamo solo due. matzot e maròr, ma l’Onnipotente capirà” disse il nostro strano Maestro.
“Rebbe, dov’è il Maròr (erba amara) che hai menzionato?” Gli abbiamo chiesto. Ci ha guardato.

“Le nostre vite in questo campo sono il maròr se non di più; tutte le nostre vite sono abbastanza amare per uscire d’obbligo del maròr”. Poi divise la matzà, ha diede a ciascuno di noi un pezzo e ci fece dire le benedizioni.

“Dato che sei il più giovane del gruppo, farai le quattro domande di ‘Ma nishtanà’. Con mia sorpresa, ne ricordai la maggior parte e cantai le domande con l’aiuto degli altri. Non abbiamo nascosto l’Afikomen, perché nel nostro campo non c’erano più i bambini. Tutti i fanciulli erano stati mandati ad Auschwitz nelle camere a gas, una immane tragedia, per noi, come vedere morire il futuro e la speranza, d’avanti ai nostri occhi.

Dovevamo andare a lavorare il giorno dopo, eravamo affamati e stanchi morti, ma quella notte di Pesach, ci unimmo al “Rebbe” con una specie di Seder. Ricordava a memoria la maggior parte dell’Haggadà; così ha fatto mio padre che aveva studiato in una yeshiva quando era un ragazzo. Alcuni partecipanti conoscevano alcune parti della Haggadà. Tutti si unirono per dire le benedizioni, ma eravamo addormentati prima che il “Rebbe” finisse di cantare l’Haggadà. Mi sono ricordato vagamente di aver cantato Chad Gadyà.

Alla fine, fece una breve preghiera in yiddish: “Per favore, perdonaci, Oh Signore dell’Universo, per aver condotto un servizio di Pesach così povero, ma era il meglio che potevamo fare, e per favore liberaci, o Signore, dalle mani dei nostri nemici che si sono levati, ancora una volta, in questa generazione per distruggerci”.
Che cosa devo dirvi? Ci siamo sentiti tutti come se fossimo lì a “Yetziat Mitzraim” (l’Esodo egiziano) e abbiamo creduto al “Rebbe” che saremmo stati anche noi nell’ “Yetziat Deutschland” (l’esodo tedesco).

Mi ha svegliato prima che se ne andasse e mi disse: “Meriti una benedizione speciale per aver portato la farina per le matzot. Sarai tra coloro che celebreranno presto l’esodo dalla Germania alla Terra Santa”.

Circa un mese dopo, la guerra era finita e siamo stati salvati dall’esercito americano. Era il 2 maggio 1945.

Seder veste moderna

Viviamo oggi in tempi molto diversi. Eppure continuiamo a raccontare la stessa storia del “Rebbe” e degli ebrei di Dachau. La loro storia, la nostra storia collettiva, ci ispira ancora.
Ogni anno, quando arriva Pesach, mi pongo la domanda: come posso trasformare il mio Seder in un’esperienza così significativa da provocare un cambiamento radicale, come dovrebbe essere?
La festa di Pesach, che commemora l’esodo del popolo ebraico dalla terra d’Egitto, 3.329 anni fa (nell’anno 1313 a.C.), riflette la liberazione dell’anima dai vincoli psicologici ed emotivi rappresentati dall’Egitto.

Cos’è l’Egitto? Il termine ebraico per l’Egitto (Mitzrayim) può essere tradotto come “inibizioni” o “restrizioni”. Tutti noi lottiamo con varie inibizioni interne ed esterne che soffocano la nostra crescita e ci impediscono di massimizzare il nostro potenziale. Potremmo essere paralizzati dalla paura, dalla vergogna, dalla colpa, dal risentimento, o dalle varie dipendenze. Ci può mancare la capacità di amare, di sognare, di piangere e di lasciare andare le nostre difese, o possiamo essere schiavizzati da impulsi insalubri e sentimenti di invidia, animosità e amarezza.
Spesso, la nostra ebraicità interiore, la relazione intima e assoluta con il Padrone dell’universo, è ridotta in schiavitù. È ancora lì, ma non sappiamo come accedervi.

In questo senso, siamo tutti, chi più chi meno, in un altro tipo di “Egitto” e l’esperienza del Seder presenta, a ciascuno di noi, l’opportunità di lasciare il nostro Egitto personale e intraprendere la strada verso la redenzione. Durante il Seder, dobbiamo aprire i nostri cuori e accogliere l’energia divina della liberazione che inizia a vibrare nel cosmo dalla vigilia di Pesach. Al fine di diventare pienamente noi stessi, pienamente umani, completamente ebrei.

Reclamare i propri genitori

Il Talmud dice, ed è citato nell’Haggadà, che “Una seconda coppa viene versata e ora il bambino domanda il Ma Nishtanà”.
Le parole talmudiche “ora il bambino domanda” (“Vekan Haben Shoel”) possono anche essere tradotte come “ora il bambino può prendere in prestito”.

Non tutti hanno avuto il privilegio di crescere con dei genitori. Alcuni sono rimasti orfani in giovane età; altri potrebbero aver avuto genitori fisici, ma psicologicamente instabili. Alcuni di noi hanno avuto il privilegio di avere genitori amorevoli che sono passati “all’altro mondo”.

In tutti i casi sopra riportati i bambini sono stati lasciati indietro, con un “vuoto” nei loro cuori. Ecco che durante il Seder vi è un momento in cui “il bambino può prendere in prestito” un padre e una madre. In questo momento della vita, nostro padre in cielo apre la camera dell’amore incondizionato e della crescita sconfinata, attraverso la quale possiamo rivendicare la fiducia e la sicurezza di cui abbiamo disperatamente bisogno. Ora il bambino ha il permesso di fare tutte le domande, che normalmente non potrebbe mai chiedere, può dichiarare: “Padre, voglio farti quattro domande”.

Gli schiavi non fanno domande. Solo gli uomini e donne liberi possono domandare. Non solo perché sentono di avere il diritto di chiedere, ma anche perché non temono risposte che possano metterli alla prova e magari anche trasformarli.

Dachau Oggiogiorno

Oggi per Maròr usiamo vere erbe amare. Grazie a D*o non abbiamo la vita amara come a Dachau. Purtroppo quando le cose vanno bene, spesso tendiamo a sentirci a nostro agio e pensiamo che siamo autosufficienti.

Il Talmud paragona la vita alla ruota che sale e scende. Al giorno d’oggi possiamo paragonare la vita alle montagne russe, dove si sale e si scende. Anche la discesa non è così grave perché è un modo per prendere velocità per risalire di nuovo.

Sicuramente al Seder di Dachau i partecipanti hanno mangiato la più gustosa e fragrante matzà della loro vita. Sicuramente gran parte dei nostri problemi di autostima e depressione loro non li avevano, perché avevano problemi di sopravvivenza da superare in ogni istante.

Quando mangiamo il maròr che ci sembra amaro ricordiamoci che c’è un “vero amaro” molto più bruciante e che grazie a D*o non dobbiamo sfidare in ogni istante. Quando nella vita ci capitano delle apparenti amarezze, non lasciamoci dominare da esse e farci rovinare la nostra felicità che è il più grande dono che D*o ci ha dato. La nostra vita è come le montagne russe dove anche le discese servono per salire di nuovo da un’altra parte. Solo la discesa ci può far maturare, attraverso il bisogno e la spinta di una nuova salita.

Anche la nostra storia ha avuto delle montagne russe e delle cadute penose come in Egitto o a Dachau ma adesso stiamo salendo e saliremo sempre di più. Non possiamo permettere che nostri, relativamente piccoli, problemi del terzo millennio ci rubino il sorriso o ci distolgano dalla nostra missione in questo mondo.
Ogni anima in questo mondo deve riflettere sul fatto che se è stata mandata qui solo per migliorare questo mondo e renderlo idoneo alla rivelazione infinita di Hashem.

Come dice il Rebbe YH: il giorno del mio compleanno è quello in cui D*o ha deciso che il mondo non può sopravvivere senza il mio contributo, per questo il Padre Eterno mi ha mandato qui per perfezionarlo. Speriamo presto di vedere il frutto del nostro operato e la imminente rivelazione di Mashiach presto nei nostri giorni, amen.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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