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La Parashah della Settimana: Terumah, תְּרוּמָה “Offerte”, a cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci a un nuovo appuntamento con la Parashah della Settimana  – Terumah, תְּרוּמָה Offerte (Shemot, Esodo 25.1-27.19) – a cura di rav Shlomo Bekhor. Vi ricordo, come sempre, che potrete leggere e scaricare qui la porzione settimanale di Torah

8 Adar 5781 – 20 Febbraio 2021
Parashà di Terumah – Shabbat Zakhor
Questa settimana leggiamo tre rotoli della Torah, come a Simkhat Torah 
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 17:37
Shabbat finisce a Milano: ore 18.40

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

Tony arriva al confine con il Messico in bicicletta con due grandi borse sulle spalle. Joe, la guardia di frontiera, lo ferma e gli dice: “Cosa hai nei bagagli?”. “Sabbia”, risponde Tony. Joe dice: “Ok, vediamo subito se è vero. Scendi dalla bici!”. Joe prende le borse, le fa a pezzi, le svuota, ma non vi trova altro che sabbia. Mette in custodia Tony durante la notte e fa analizzare la sabbia, ma solo per scoprire che non c’è nient’altro che sabbia nei sacchi. Joe è costretto a rilasciare Tony che mette la sabbia in nuove borse e attraversa il confine.

Il giorno dopo accade la stessa cosa. Joe chiede: “Che cos’hai?” “Sabbia”, dice Tony. Joe fa il suo esame approfondito e scopre che i sacchi non contengono altro che sabbia. Restituisce la sabbia a Tony che attraversa il confine in bicicletta. Questa sequenza si ripete ogni giorno per anni. Poi un giorno Joe incontra Tony in un bar in Messico. “Ehi, amico”, dice Joe, “Tranquillo, sono andato in pensione. Tuttavia, ho sempre saputo che tu stavi contrabbandando qualcosa. Questo pensiero mi assilla da anni e mi sta facendo impazzire… Non riesco a dormire. Ti prego, ora dimmi la verità cosa contrabbandavi?”. Tony sorseggiando la sua birra gli dice: “Biciclette!”.

Preparare i bagagli in anticipo

Uno dei materiali più impiegati nella costruzione del Tabernacolo – argomento trattato nella parashà di questa settimana, Terumà – è il legno di cedro, “atzè shittìm”. Gran parte della struttura e molti dei vasi del Tabernacolo sono realizzati in legno di cedro.
Rashì si domanda: “In che modo i figli d’Israele sono riusciti a ottenere del legno di cedro per la costruzione del Santuario nel deserto?” Egli risponde citando l’opinione del rabbino Tankhumà: “Nostro padre Giacobbe aveva previsto, attraverso lo spirito santo, che Israèl sarebbe stato destinato a costruire un santuario nel deserto. Così portò degli alberi in Egitto, li piantò e ordinò ai suoi figli di portarli con loro quando avrebbero lasciato l’Egitto”.

Tuttavia, tutta questa storia sembra un po’ strana. Perché trasportare alberi dalla Terra Santa per piantarli in Egitto e per usarli in un edificio da costruire secoli dopo? Sicuramente, non c’era carenza di legno nel ricco Egitto, e, in ogni caso, i figli di Israèl avrebbero potuto ottenere questo legno anche nel deserto del Sinày, poiché esso non era lontano dalle zone da cui gli ebrei avrebbero potuto procurarsi del legno di cedro. Inoltre, dal giorno in cui Giacobbe discende in Egitto fino all’Esodo trascorrono ben 210 anni.

Nella vita, è bene pianificare a lungo termine. Vi sono persone che fanno i bagagli per un viaggio, una settimana prima del volo. Eppure, “fare i bagagli” 210 anni prima di un viaggio, sembra un tantino “eccessivo”. Perché Giacobbe pensava di dover preparare il legno di cedro 210 anni prima che fosse necessario? Non avrebbe potuto dire ai suoi figli di procurarsi cedri in Egitto o nei dintorni?

(continua sotto)

Un caro Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

In memoria del mio carissimo amico Rav Haim Moshe Mordechai ben Dovber Shaikevitz e del mio maestro Rav Ghershon Mendel ben Haim Meir Garelik

Se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid: 600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà. Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Alle ricerca dell’arca perduta
Perché le Tavole Non Sono in Semicerchio?

 

I tre strati dell’anima 
Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2011/02/01/teruma-5771-i-tre-strati-dellanima/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
http://www.virtualyeshiva.it/files/11_02_01_teruma5771_arcasanta_trestrati_tanya_benoni.mp3
Video:

Teruma: incontro con il Dalai Lama e gli ebrei
Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

https://virtualyeshiva.it/2009/02/28/teruma-5769-1990-incontro-con-il-dalai-lama-e-gli-ebrei/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_02_26_teruma5769_arcasanta_bastonirimangono_tora_ovunque.mp3

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:
https://virtualyeshiva.it/category/parashot/shemot/teruma/


Un cedro di nome libertà

Un padre pianta gli alberelli 210 anni prima,
per dare conforto ai propri figli!

(continua da sopra)

Immaginiamo, una persona che si trasferisce dalla Russia negli Stati Uniti nel 1811. Porta con sé piantine di cedro da far crescere in America. Dice ai suoi figli che un giorno (dopo 210 anni), nel 2021, lasceranno l’America per andare a costruire un santuario nel deserto e avranno bisogno del legno di cedro. Non sarebbe stato molto più semplice e logico comperare il legno direttamente in America!

Oltretutto, nel caso di Giacobbe, quando è venuto in Egitto, aveva ben altro da pensare e da portare con sé che degli alberi di cedro: Giacobbe, all’età di 130 anni, stava trasferendo tutta la sua vita, la famiglia, il bestiame e la sua enorme ricchezza, in Egitto. L’ultima cosa di cui aveva bisogno era aggiungere dei carri che trasportavano alberi di cedro!

Una consolazione tangibile

La risposta a questa domanda la troviamo in un discorso del Rebbe (Shabbàt Parashàt Terumà, 6 Adàr, 5747, 7 marzo 1987) il quale, con il suo eccezionale acume, spiega come la chiave di questa vicenda la troviamo proprio nel nome del Saggio che ha trasmesso questa tradizione: Rabbi Tankhumà. A conferma di ciò vediamo come Rashì, solitamente non cita gli autori degli insegnamenti del Talmud e del Midrash nei suoi commenti. Mentre qui, per spiegare questa vicenda, contrariamente al solito, egli ritiene importante citare il nome del rabbino Tankhumà di cui condivide la spiegazione del perché Giacobbe preparò ben due secoli prima i legni di cedro.

La risposta del Rebbe è che il nome Tankhumà significa “confortare e consolare”. Giacobbe, infatti, sapeva che un giorno l’Egitto, il paese che è stato così ospitale per lui e la sua famiglia, il paese salvato da suo figlio Giuseppe, avrebbe voltato le spalle a tutto Israèl trasformando il paese in un inferno. Giacobbe sapeva che le tribù di Israèl avrebbero avuto bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa di tangibile per ricordarsi che non appartenevano a quel posto; qualcosa di concreto da imprimere nei loro cuori tormentati per rammentarsi che provenivano da qualche altra parte e che un giorno avrebbero lasciato questa sorta di “campo di concentramento” e sarebbero tornati a casa.

Ma non era sufficiente la promessa che Giacobbe e Giuseppe fecero alle tribù che un giorno avrebbero lasciato l’Egitto? No, perché una promessa solo verbale a volte è insufficiente. Le persone non possono vivere di sole parole. Giacobbe aveva bisogno di dare ai suoi figli e discendenti qualcosa di tangibile che potesse confortarli e offrire un certo sollievo mentre camminavano in una “valle di lacrime” e guardavano i loro bambini affogare nel Nilo.

Alberi che sussurrano la speranza

Adesso è possibile comprendere meglio il significato degli alberi di cedro. Giacobbe trasportò dalla terra di Canaàn giovani e teneri alberelli di cedro e li piantò amorevolmente nel suolo egizio, istruendo i suoi figli che un giorno, quando sarebbero partiti, avrebbero portato con sé questi alberi. Giacobbe prima e Giuseppe poi muoiono. Tutti i capostipiti delle Tribù muoiono. Successivamente tutti i nipoti morirono.

Le prime generazioni di ebrei che ancora conoscevano Giacobbe e i suoi figli sparirono. Finché un giorno un nuovo faraone iniziò a schiavizzare il giovane popolo ebraico. Il lavoro brutale e i tentativi di sterminio dei bambini ebrei fecero diventare sempre più insostenibile la situazione.

Durante tutto il tempo di questa terribile condizione Israèl poteva veder crescere questi alberi. E assieme a essi anche la speranza di Israèl cresceva. Queste piante nutrivano la consapevolezza che molto prima della schiavitù egizia, questi alberi erano cresciuti nel suolo della Terra Santa, la terra promessa come eredità eterna di Israèl. Ogni generazione degli esiliati in Egitto indicò questi alberi di cedro ai propri figli e trasmise loro le istruzioni di Giacobbe di portare con sé questi alberi quando avrebbero lasciato l’Egitto, per essere trasformati nel Santuario di D*o.

E così, durante il loro lungo e aspro esilio, è come se questi alberi di cedro avessero “sussurrato” agli schiavi ebrei: “L’Egitto non è casa vostra, voi venite da un luogo più elevato e più sacro. Presto lascerete questa terra di idolatrie per essere reclamati da D*o come Suo popolo. Presto ci sradicherete da questa terra straniera e ci porterete trionfalmente al Sinai, dove farete del nostro legno di cedro una dimora per la presenza divina, che si manifesterà ancora una volta in mezzo al Suo popolo”.

Questi alberi di cedro erano un simbolo di coraggio e dignità permanente, tangibile, anche se silenzioso ma potente e alto, e di speranza in un futuro luminoso. Hanno dato a una nazione di schiavi tormentati e miserabili qualcosa a cui “aggrapparsi” in modo molto concreto, mentre lottavano sotto il giogo dei loro oppressori egiziani. Questi alberi che offrivano al popolo ebraico una certa misura di “Tankhumà – conforto” e speranza, durante i loro momenti più bui.

Quando il popolo ebraico si aggrappò ai cedri “preistorici” di Giacobbe, per un breve momento, si sentì libero. Ricordava loro che nella loro essenza non erano schiavi, non meritavano di essere picchiati e oppressi, poiché erano intrinsecamente liberi e un giorno avrebbero visto e goduto di quella libertà.

I pilastri della fede

Lo tzaddìk (il giusto) fiorirà come una palma, egli crescerà come un cedro del Libano”. Così recita il Salmo 92, 13. Giacobbe, il giusto, piantò cedri in Egitto, come D*o pianta questi cedri in mezzo a noi durante la nostra lunga e turbolenta storia. La parola ebraica נשיא Nassì (principe/leader) è un acronimo della frase “Nitzotzo shel Yaakov Avinu – una scintilla dell’anima di Giacobbe nostro padre”. L’anima di ogni leader di Israèl è una propaggine dell’anima di Giacobbe, il patriarca per eccellenza. Questi sono gli tzaddikìm, tutti i Rebbe, i giganti spirituali, definiti nei Salmi “Alberi di cedro”. Sono loro che ci forniscono un collegamento con il passato e una speranza per il futuro.

Il Tzaddik è un’anima che sovrasta la fragilità e la turbolenza dell’esilio, un’anima che è radicata nelle origini di Israèl e puntata verso la Redenzione finale, un’anima i cui due piedi stanno sulla terra, ma la cui testa tocca il cielo. Quando la nostra sottomissione al mondano minaccia di sopraffarci, dobbiamo solo guardare ai “cedri” impiantati in mezzo a noi, ovvero alle guide che ci illuminano il cammino. In questi “Pilastri” della fede che sono al di sopra del tempo troviamo consiglio, fermezza, conforto e incoraggiamento. Grazie alla nostra capacità di collegarci ai leader della generazione, i giusti piantati nel nostro tempo, possiamo sapere chi siamo e soprattutto cosa siamo capaci di diventare.

Oltre l’esilio, verso la redenzione

Questa è la funzione di ogni Rebbe a livello macro, ma in realtà ognuno è un potenziale leader anche se piccolo. Chi non è in grado di influenzare positivamente qualcuno? Chi non è in grado di confortare e consigliare spiritualmente un amico, un parente un collega di lavoro almeno una volta nella vita? Il Rebbe che è tra noi, può riferirsi a noi stessi, che possiamo ricordare che siamo “superiori” all’esilio dando un esempio caloroso, e che non dobbiamo mai arrenderci a una vita di quieta disperazione. Noi possiamo essere “ambasciatori divini” di amore, luce, speranza e redenzione.

Quando ci colleghiamo a un Rebbe, uno Tzaddik, anche noi diventiamo, almeno per un momento, liberi anche se siamo ancora in “Egitto” (in ebraico significa anche limitazione), solo perché vediamo i cedri questo ci eleva al di sopra dell’Egitto e dei blocchi mentali, emotivi che ci possono affannare. Siamo tutti esposti a sfide, ostacoli e pressioni, dobbiamo affrontare i traumi, l’oscurità, il dolore, la depressione e la delusione. Possiamo diventare apatici, cinici e indifferenti.

Ma quando guardiamo i “cedri” in mezzo a noi, ricordiamo che siamo “frammenti di infinito”, inviati in questo mondo per trasformarlo. Ricordiamo che siamo in viaggio dal Sinai verso Mashìakh e per quanto possa essere bello il nostro paese o città essa non è la nostra vera casa, ma è solo una tappa temporanea del nostro viaggio verso la redenzione. Un bambino che è stato esiliato da suo padre, anche se vive in un Hotel sei stelle è sempre in esilio.

Questa è la funzione di ogni guida spirituale, “albero di cedro”, nell’ebraismo: ricordare a tutti noi che anche mentre siamo in esilio, le nostre anime possono innalzarsi sulle ali dell’eternità.


Tratto da un discorso del Rebbe Lubàvitch Shabbat Parashà Terumà 6 Adàr, 5747, 7 marzo 1987, che ho avuto l’onore di presenziare e sentire questa risposta direttamente dal Rebbe.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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