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Parashah della settimana: Bo, “Entra!”, a cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Bo, בֹּא “Entra!” “Shemot, Esodo 10.1-13.16” – a cura di rav Shlomo Bekhor. Vi ricordo che potrete scaricare qui la settimanale porzione di Torah, grazie a Torah.it. Auguro a tutti voi un sereno Shabbat all’insegna dello studio.

10 Shevat 5781 – 23 Gennaio 2021
parashà di BO
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 16.52
Shabbat finisce a Milano: ore 18.04

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

Il Cantico dei Cantici del Re Salomone è più santo del Pentateuco dice il Talmùd e, a differenza di quello che vuole farci credere il resto del mondo, esso non è un romanzo d’amore intimo. Non a caso solo in questo versetto troviamo il segreto mistico della creazione del mondo e della nostra esistenza.

Tutto è basato sul primo versetto del quinto capitolo: “Sono tornato nel Mio giardino prediletto…”. La Torà orale e il midràsh ci spiegano il retroscena di questo versetto che parla della “partenza” e della successiva “discesa”, in questo mondo, della Shekhinà, ossia della presenza divina. Il Midràsh spiega come e perché essa prima si sia allontanata e poi cosa l’abbia ristabilita.

Ma la cosa più importante è che D*o descrive questo mondo come il Suo amato, delizioso, unico e prediletto giardino in assoluto. Come si può pensare che proprio questo mondo effimero e materialista dove si trovano tante persone “ribelli” contro il Creatore, proprio questo mondo sia il “Salotto di Lusso” pregiatissimo. Tanto che non esiste niente di simile in tutte le galassie e mondi spirituali. Ma è possibile che proprio il mondo effimero, l’unico luogo dove una creatura può ribellarsi al Creatore, proprio qui, noi siamo nel luogo più bello spiritualmente!

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Un caro Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

In memoria del mio carissimo amico Rav Haim Moshe Mordechai ben Dovber Shaikevitz.

Virtual Yeshiva, se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid! 600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Bo
Due lezioni esplosive su questo tema: questo mondo è il mio giardino prediletto (Parte I)

 

Perché Il Mondo Non È Stato Creato Con Il Male?
Quale È La Vera Essenza Del Mondo?

Questo mondo è il mio giardino prediletto (Parte II)
basato sul Maamar 10 Shevat: il corpo è eterno o temporaneo, quale è la vera essenza del corpo?

 

Lezione atomica sulla redenzione
Due ragioni che rendono eterna la redenzione di Moshé 

Due tipi d domande
Perché l’ebraismo promuove il domandare?

Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/01/21/bo-pessakh-5770-due-tipi-di-domande/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_01_21_bo_figlio_domani_assimilazione_comerecuperare.mp3

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2020/01/27/bo-5775-5-lezioni/

(continua da sopra)

Infatti solo quando il male viene creato la Torà descrive la creazione come “molto buona”, perché solo la creazione del male può realizzare lo scopo di questo mondo: creare una dimora per Hashèm nei mondi inferiori e impuri. Il Midràsh legato a questo versetto del Cantico, parla della “partenza” e della successiva “discesa”, in questo mondo, della Shekhinà, ossia della presenza divina. Il Midràsh spiega come e perché essa prima si sia allontanata e poi cosa l’abbia ristabilita.

Il giardino del rebbe

Il 10 del mese di shevàt (quest’anno cade sabato 23 gennaio, secondo il calendario gregoriano) è l’anniversario dell’inizio della leadership del Rebbe, il mio maestro e guida della nostra generazione, che settant’anni or sono assunse per la prima volta l’incarico di guidare il movimento Chabad – Lubavich a cui mi onoro di appartenere. Il Rebbe, per celebrare questo giorno, recitava il Maamàr di Bati Leganì dove spiegava in profondità, con il suo consueto geniale acume chassidico, il significato nascosto dietro al versetto del Cantico dei Cantici che racchiude la nostra missione principale di oggi. Senza poter dilungarmi troppo, in questa sede sarà sufficiente ricordare, in estrema sintesi, come il Rebbe spiega che la Shekhinà, la presenza divina, è qui tra noi, adesso.

Evoluzione della leadership

Dopo un anno intero di suppliche e lusinghe da parte dei suoi chassidìm, il Rebbe Menachem Mendel nel primo anniversario della scomparsa del suo predecessore e suocero, accettò su di sé la guida del movimento Chabad-Lubavitch. Nella tradizionale consuetudine Chabad, Il Rebbe accettò pronunciando un discorso chassidico, intitolato Bati Leganì, durante un farbrengen (raduno chassidico). In effetti, esso si basava proprio sul discorso che suo suocero, il Rebbe precedente, aveva presentato un anno prima.

Il Rebbe iniziò proprio da dove si era interrotto il suo predecessore. E ogni anno, al 10 Shevàt, il Rebbe pronunciava un discorso chassidico che iniziava con le parole Bati Leganì, sempre basato su un capitolo diverso del discorso originale scritto dal suo predecessore. È diventato sempre più chiaro che i temi affrontati in questo discorso definivano la leadership del Rebbe.

Le parole Bati Leganì sono prese dal Cantico dei Cantici di Re Salomone. Il giardino è il nostro mondo. Ad annunciare il Suo arrivo qui in questo giardino è D*o Stesso, che si riferisce a esso non come “un giardino”, ma come “Il Mio giardino”. Tutto ciò che ha creato appartiene a Lui ma, di tutte le miriadi di emanazioni e mondi spirituali, c’è un solo mondo, questo, a cui D*o si riferisce come “Mio”. Solo qui – il regno più basso – Lui vuole la Sua casa. La luce divina risplende nei mondi superni, ma solo in questo mondo fisico D*o desidera manifestare la Sua vera essenza.

La sua principale Shekhinà (presenza divina)

era qui, quando Lui creò questo mondo. Ma essa fu scacciata da una serie di peccati, a cominciare da quando Adamo ed Eva mangiarono il frutto proibito dell’Albero della Conoscenza. Le successive generazioni, con i loro peccati, allontanarono ulteriormente la Shekhinà, mentre ascendeva da un cielo all’altro.

Tuttavia, l’allontanamento della Shekhinà non solo non era un problema “tecnico” non voluto del piano Divino, bensì era una parte essenziale del Suo piano. Proprio come D*o ha creato il mondo con la visione che sarebbe servito come Sua dimora, aveva anche una visione ben chiara di come questa dimora sarebbe stata creata.

Un mondo caratterizzato

da una spaventosa oscurità spirituale, in cui le Sue creature (titolari del libero arbitrio, la libera scelta, e capaci di abbracciare l’oscurità o rifiutarla) sarebbero state inizialmente soggiogate dall’oscurità, ma alla fine l’avrebbero repressa e trasformata in luce. Doveva e deve esserci un mondo che in apparenza fosse inospitale per il suo Creatore e che solo attraverso il difficile lavoro di bandire e trasformare l’oscurità, si potrà rivelare la sua essenza, ossia che esso è un bellissimo “giardino”.

Un posto in cui D*o ha la Sua fissa dimora. Abramo iniziò a invertire la tendenza. Ha iniziato il processo per riportare qui la Shekhinà. Le generazioni successive continuarono il processo, che fu completato da Mosè, la settima generazione da Abramo, poiché, come è scritto nel Midràsh, “Tutti i settimi sono preziosi”.
Alla consegna della Torà, D*o tornò nel mondo manifestando, la Sua piena grandezza: “E Dio discese sul Monte Sinai” (Esodo 19, 20). Sebbene questa rivelazione non durò molto a causa del peccato del vitello d’oro, pochi mesi dopo, la presenza di D*o ha onorato l’inaugurazione del Tabernacolo. Questa volta la Shekhinà era qui per restare. E D*o esclamò: “Sono venuto nel Mio giardino”.

Ma il grande piano richiedeva

che il mondo intero, ogni suo centimetro, fosse un giardino di piacere per il Suo Creatore. L’incredibile risultato di Moshè è stato un punto di svolta, ma il desiderio di D*o di stabilire una casa in questo mondo doveva ancora essere pienamente raggiunto. Non è sufficiente che la Shekhinà si manifestasse entro i confini del Tabernacolo (e, successivamente, del Tempio di Gerusalemme).

Il Tabernacolo costruito da Mosè funge da modello per un santuario identico che ognuno di noi dovrebbe creare per D*o nel suo cuore. Infatti, la formulazione del versetto in cui D*o chiede al popolo ebraico di erigere un santuario allude a questa idea: “Mi faranno un santuario, e Io abiterò in loro” (Esodo 25, 8). I nostri saggi spiegano che la forma plurale, “Io abiterò in loro”, ci insegna che D*o desidera dimorare nel cuore di ognuno.
Quindi, il Tabernacolo è il prototipo di una dimora divina che ci insegna come compiere la nostra missione: reprimere e trasformare l’oscurità, creando così un santuario umano personale per la Shekhinà.

Il servizio principale nel Tabernacolo

era l’offerta di sacrifici. In pratica, questo comportava prendere un animale, macellarlo e poi offrirlo (o parti di esso) sull’altare, dove un fuoco celeste sarebbe disceso e lo avrebbe consumato. L’equivalente spirituale di questo servizio coinvolge l’animale interiore, gli impulsi e desideri egoistici “animaleschi” che sono un’eredità innata in ogni persona. Eppure, ognuno di noi possiede anche un’anima divina, che arde di un “fuoco celeste”, un amore appassionato e inestinguibile per D*o.

Attraverso la contemplazione e la meditazione sulla grandezza di D*o, possiamo consumare il nostro animale interiore con questo fuoco. Sì, l’animale interiore è egoista, ma si può “fargli capire” che una relazione con D*o è anche nel suo interesse più egoistico. Non c’è niente di così dolce, meraviglioso e appagante come una relazione con il Creatore. La parola ebraica per sacrificio è korbàn, che letteralmente significa “avvicinarsi”. Tuttavia come possiamo avvicinarci a D*o? La risposta è che quando riusciamo a trasformare la nostra “oscurità interiore” in luce, una luce, poi risplenderà e illuminerà il mondo intero.

Noi siamo i Mosè di questa generazione, la settima dal Rabbi Shneur Zalman che ha iniziato a rivelare il pensiero Chabad. Moshè portò per primo la Shekhinà in questo mondo e noi dobbiamo completare il suo lavoro e inaugurare la redenzione finale. “Il compito spirituale della settima generazione”, affermò il Rebbe, “è quello di trascinare la Shekhinà in basso: trasformare le passioni della propria anima materialista, la follia del male, convertendole e trasformarle nella follia della santità”. Per concludere con le parole di Rebbe: “Sebbene il fatto che siamo alla settima generazione non sia il risultato della nostra scelta e del nostro servizio, e anzi in un certo senso forse contrario alla nostra volontà, nondimeno ‘tutti quelli che sono settimi sono speciali“.

“Siamo ormai molto vicini alle orme di Mashìakh, anzi, siamo alla conclusione di questo periodo. Il nostro compito spirituale è completare il processo di estrazione della Shekhinà, la sua essenza, dal nostro mondo inferiore”. La parte più elevata di Hashèm non si trova nei cieli più alti, ma è qui nascosta e celata in questo mondo. Compito di noi tutti è agire affinché essa venga rivelata completamente e al più presto agevolando la redenzione con l’arrivo di Mashìakh presto ai nostri giorni Amen.

Il midrash e l’inaugurazione del tabernacolo

Dopo tre mesi di lavoro, il Tabernacolo venne concluso il 25 di kislèv 2449. Moshè pensò che fosse necessario montarlo e inaugurarlo immediatamente, ma Hashèm disse: «Il Tabernacolo sarà consacrato nel mese di nissàn. Questo mese è degno di essere scelto per l’inaugurazione, perché nel mese di nissàn la Shekhinà illumina il mondo e il ruolo del Tabernacolo è quello di portare la luce nel mondo». Siccome kislèv era trascorso senza aver ricevuto l’onore di essere il mese dell’inaugurazione del Tabernacolo, esso fu scelto per essere il mese della festa di Khanukkà, che inizia il 25 di kislèv.

Il popolo si recò da Moshè e ciascuno portò la parte che aveva costruito per il Tabernacolo. Uno diceva: «Ecco la mia asse». L’altro diceva: «Ecco la mia trave». Quando Hashèm ordinò a Moshè: «Non montare il Tabernacolo, lascialo smontato per altri tre mesi, fino a nissàn», alcuni beffardi fra il popolo dissero: «Credete veramente che la Shekhinà si poserà sull’opera di Ben ‘Amràm?»

D*o diede l’ordine di montare il Tabernacolo il primo di nissàn. Coloro che lo avevano schernito cercarono di montarlo, ma non vi riuscirono. Tutti gli uomini saggi, allora, provarono a innalzarlo ma non riuscirono. Alla fine, Moshè montò il Tabernacolo da solo: gli bastava toccare una delle assi e questa si sistemava in modo miracoloso. La cerimonia di inaugurazione del Tabernacolo durò otto giorni. D*o insegnò a Moshè in quale luogo collocare ogni utensile, come eseguire la ‘avodà, come offrire il ketòret, come allestire le luci della menorà, in che modo consacrare gli utensili con l’unzione, come offrire i korbanòt, come vestire Aharòn e i suoi figli e come ungerli.

La Shekhinà torna Sulla terra

L’ottavo giorno dell’inaugurazione cadde il primo di nissàn (gli avvenimenti accaduti in questo particolare giorno sono esposti nella parashà di Sheminì). In quel giorno la Presenza Divina tornò a regnare nel mondo proprio allo stesso stato in cui il mondo era stato creato. Come è scritto nel Cantico dei Cantici (5, 1): Sono tornato nel Mio giardino prediletto… (che è questo mondo materiale). Come spiega la Chassidùt, questo mondo è il luogo più bello e piacevole per il Creatore e quando è tornato a regnare in esso, questo era un momento di grande gioia, ovvero finalmente “è tornato al Suo giardino prediletto”. E noi uomini siamo i giardinieri di questo paradiso e abbiamo il dovere di curare e abbellire questo giardino dell’Eden (Vedi Maamàr di Bati Leganì del Rebbe che spiega questo tema ampiamente e il ruolo fondamentale dell’uomo)

Quel giorno, fu offerto il ketòret, poi la Nuvola della Shekhinà discese sul Tabernacolo e lo avvolse della sua presenza (Zòhar parte III, 5) Hashèm creò il mondo affinché potesse risiedervi la Sua Shekhinà. Ma Adàm peccò, e la Shekhinà si ritirò al primo Cielo. Quando la generazione di Enòsh peccò, la Shekhinà lasciò il primo Cielo per il secondo. La generazione del diluvio, a causa dei suoi crimini, spinse la Shekhinà fino al terzo Cielo.

La generazione perversa della torre di Bavèl fece arretrare la Shekhinà al quarto Cielo. La corruzione degli egiziani al tempo di Avrahàm fece retrocedere la Shekhinà al quinto Cielo.
A causa della perversità di Sedòm e delle città vicine, la Shekhinà arretrò al sesto Cielo. Infine, la depravazione degli egiziani, all’epoca di Moshè costrinse la Shekhinà a ritirarsi al settimo Cielo.

Sette tzaddikìm riportarono la Shekhinà nel mondo:Avrahàm la fece tornare al sesto Cielo.
Yitzkhàk la condusse al quinto Cielo.
Ya’akòv la fece scendere al quarto Cielo.
Levì la fece arrivare al terzo Cielo
Kehàt la riportò al secondo Cielo.
Amràm ristabilì la Shekhinà al primo Cielo.

Quando Moshè eresse il Tabernacolo, la Shekhinà discese dal primo Cielo e tornò sulla terra. Anche se la Shekhinà risiedeva sul Tabernacolo, la gloria divina irradiava sul mondo intero.
Quando la Nuvola di Gloria era posata sul Tabernacolo, Moshè non entrava per rispetto alla Shekhinà. Hashèm, allora, lo distinse convocandolo in presenza di tutta la comunità di Israèl (Vayikrà 1, 1)

La grandezza del tabernacolo

Nel primo versetto della parashà di Pekudè, il Tabernacolo viene chiamato Tabernacolo ha’edùt, ossia Tabernacolo di testimonianza. Esso aveva tale nome, perché servì come testimonianza per tutte le nazioni del fatto che Hashèm aveva perdonato il popolo ebraico per il khet haèghel (Shemòt Rabbà 51, 3)

Il Tabernacolo era così grandioso che i suoi utensili sacri non caddero mai nelle mani di non ebrei. Quando fu costruito il Santuario, essi vi furono trasferiti e, prima della distruzione del Tempio, furono nascosti in stanze sotterranee. (Sforno nota che nel Tabernacolo del deserto risiedeva la Shekhinà e che esso non fu mai trafugato da non ebrei. Invece, il primo Santuario servì come residenza per la Shekhinà, ma cadde nelle mani di non ebrei.

Il secondo Santuario non era più abitato dalla Shekhinà e fu conquistato dalle nazioni, ciò a dispetto del fatto che l’aspetto esteriore del Tempio era molto più impressionante di quello del Tabernacolo. Il Tempio era più grande e imponente, ma il Tabernacolo era più santo, perché era stato costruito solo dal popolo ebraico e con intenzioni pure. Il Santuario costruito da re Shelomò era stato edificato con l’aiuto di operai non ebrei, quelli del re di Tzur, così come il secondo Tempio. Essi, quindi, non durarono e caddero in mano agli idolatri).

La costruzione del Tabernacolo fu per Hashèm più cara di quella di tutto l’universo. Quest’ultimo era emerso dal nulla, grazie a semplici parole uscite dalla Sua bocca. Il Tabernacolo, invece, era più prezioso perché fu creato grazie alla fatica di grandi tzaddikìm, Moshè, Betzalèl, Aholiàv e da tutto il popolo che partecipò alla sua edificazione.
Anche Hashèm prese parte a questa costruzione, come è detto: Il santuario, o Hashèm, che le Tue mani hanno edificato (Midràsh Hagadòl 39, 32)

A proposito del Tabernacolo, è detto:
צאינה וראינה בנות ציון במלך שלמה- Sorgi e vedi, comunità di Israèl, il Re a cui appartiene la pace,
בעטרה שעטרה לו אמו – con la corona che la comunità di Israèl ha fatto per Lui (il Creatore).
Di quale corona si tratta? Si tratta del Tabernacolo che era decorato d’oro, d’argento e diamanti, come una corona. (Cantico 3, 11)
Immensa fu la gioia del Creatore! Sebbene il Cielo e la terra non potessero contenere la Sua Gloria, Egli mantenne la Sua Shekhinà nel Tabernacolo.

Estratto dal “Midràsh Racconta” Esodo II, ed. Mamash

Il Midràsh Racconta è una serie di 10 libri sul Pentateuco, due per ogni volume, dove sono raccolti i retroscena degli eventi tratti dalla Torà Orale e che si trovano descritti in codice nella Torà.
Un libro appassionante per giovani e adulti. In settimana esce la ristampa migliorata dei due volumi di Shemòt Esodo, delle parashòt in corso di lettura.

Per ordini si può scrivermi: info@mamash.it
http://www.mamash.it/old-site/schede/midrash_bereshit1_scheda.htm

Settant’anni fa (il 10 di shevat secondo il calendario ebraico), dopo la scomparsa del sesto Rebbe di Lubavitch, Rabbi Yosef Yitzkhàk Schneerson, la guida del movimento Chabad-Lubavitch passò al suo illustre genero, Rabbi Menachem Mendel Schneerson, chiamato comunemente “Rebbe”. Questo Sabato è il 10 di shevat e si celebra il settantesimo anniversario della guida del Rebbe.

Nei decenni, il Rebbe ha rivoluzionato, ispirato e guidato la trasformazione post-Olocausto del popolo ebraico e del mondo intero e continua ancora oggi. Questo giorno, così importante per la nostra generazione, è sicuramente un momento di riflessione, apprendimento, preghiera, risoluzioni positive e atti di gentilezza.

Il settimo leader della dinastia Chabad – Lubavitch, è considerato un fenomenale esempio di leadership. Per centinaia di migliaia di fedeli, milioni di simpatizzanti e ammiratori in tutto il mondo, era – ed è ancora, “Il Rebbe”. Senza dubbio, egli è il maggior protagonista e responsabile del risveglio e della diffusione dell’ebraismo mondiale dopo le tragedie della Seconda Guerra Mondiale.

Grazie agli insegnamenti del Rebbe

il movimento Chabad – Lubavitch è rapidamente cresciuto fino a diventare una presenza mondiale e tutte le sue varie attività sono contrassegnate dalla leadership del Rebbe (una biografia sintetica è disponibile alla fine di questo scritto). Non c’è da stupirsi, quindi, che molti si chiedano dopo tanti anni: Cosa c’è nella sua leadership che era ed è, in molti modi, ancora così unica? Perché molte personalità di spicco e persone comuni mantengono un rispetto e un’ammirazione così profondi per lui?

Un “Leader Maximo…”? No! Un Creatore Di Leadership
Molte guide sono o erano dotate di capacità fuori dal comune: colti, intelligenti, profetici, intuitivi sapienti e molto altro. Ognuno, a suo modo, eccelle o eccelleva in una o molte di queste qualità.
Ovviamente il Rebbe non era da meno! Vi è una sterminata letteratura fatta di aneddoti, testimonianze varie di persone comuni, leader religiosi, politici e tanti altri che mostrano quanto il Rebbe fosse colto, saggio, intelligente, ispirato, pio e molto altro… Il Rebbe studiò matematica alla Sorbone e si laureò in “meccanica ed elettrotecnica” presso Estp a Parigi nel 1937.

Allo stesso tempo

aveva una conoscenza enciclopedica della Torà in tutte le sue “articolazioni”: Midrashìm, Pentateuco, Zòhar, Profeti, storie e aneddoti chassidici, halakhà ecc. In numerosissimi frangenti dimostrò di saper rispondere a ogni quesito che gli veniva posto su qualsiasi argomento del Tanàkh e non solo, con una profondità, tempismo e lucidità, come se avesse studiato la sera prima quell’argomento. L’eccezionale sapienza e conoscenza del Rebbe è stata spesso sottolineata da molti testimoni eruditi o semplici “dilettanti” della Torà.

Per non parlare del fatto che da un infinito numero di persone è stata evidenziata la capacità del Rebbe di “prevedere” intuitivamente cosa una persona poteva fare o meno. Eppure lui sapeva dare quel consiglio giusto e determinare così la migliore via per la salute o la vita dei suoi interlocutori o dei loro perorati

(per approfondire le molte storie riguardo al Rebbe è possibile visitare questo sito Chabad: https://www.chabad.org/therebbe/article_cdo/aid/61864/jewish/Stories.htm).

Tuttavia, queste qualità uniche del Rebbe, appena accennate, non chiariscono esaustivamente perché era ed è considerato un leader unico nel suo genere. La risposta la possiamo trovare nello scopo stesso e nell’approccio del Rebbe verso l’umanità. Egli non aveva come fine ultimo quello di mostrare le sue eccezionali doti, al solo fine di influenzare positivamente i suoi interlocutori o seguaci. Ogni gesto, parola, pensiero del Rebbe aveva un solo scopo: diffondere gli insegnamenti e le pratiche della Torà a più persone possibili e nel modo più profondo e duraturo.

A tal fine, il Rebbe sapeva che non bastava il suo esempio o influenza diretta, ma che doveva “costruire” dei “piccoli Rebbe” che facessero da moltiplicatori nel rafforzare e diffondere la Torà e i suoi comandamenti nel mondo e nel più breve tempo possibile. Tutto questo al solo scopo di accelerare al massimo la redenzione finale per tutta l’umanità. Per questo il Rebbe tendeva naturalmente a valorizzate le persone con cui entrava in contatto, siano state esse chassidìm o persone comuni. Il Rebbe riusciva, o comunque cercava, di creare dei leader che potessero in autonomia superare le avversità del mondo, diffondere i valori della Torà con forza, senza “perdersi”.

Persone che fossero leader, guide e esempi viventi nelle loro famiglie, al lavoro o nella loro comunità. Questo, in estrema sintesi, la peculiarità della leadership del Rebbe, lui “costruiva” leaders, non si limitava solo a esserlo egli stesso.

Uno sguardo da vicino

Nonostante le incredibili qualità del Rebbe, e oserei dire forse proprio a causa di queste, non è molto conosciuto al di fuori degli ambienti ebraici. Il suo ruolo di stimolare e rivelare le qualità degli altri, in un connubio di presenza personale e stimoli indiretti, vedeva il Rebbe operare a volte “dietro le quinte”. Ovviamente non ha mai ricercato la presenza mediatica né tanto meno, una qualsiasi forma, anche involontaria di protagonismo personale. Per questo la sua opera di diffusione dei sette precetti noachidi, altrettanto importante di quella praticata nell’ambiente ebraico, è misconosciuto ai più.

Invece, il Rebbe, come sanno bene i suoi chassidìm, non ha mai negato il suo aiuto a nessuno ebreo e non. Persone assolutamente normali e sconosciute si sono avvicinate, anche indirettamente, a lui e sono sempre state accolte. Per questo, tra le tante storie che avrei potuto proporre, ne ho scelta una che riguarda, almeno apparentemente, proprio un non ebreo. La storia che seguirà è raccontata da Rabbi Yitzhak Weinberg, che è stato inviato dal Rebbe come emissario Chabad a Vancouver circa sessant’anni fa. Rabbi Yitzhak andava una volta alla settimana per tenere una lezione sulla Torà (shiur) in un’azienda di proprietà di due suoi sostenitori.

Spesso, durante queste lezioni

la conversazione cadeva sul potere delle benedizioni del Rebbe. Nello stesso luogo c’era anche l’ufficio di un avvocato ebreo di nome Brian Karshaw che, ad un certo punto, chiede a Rabbi Weinberg: “Ma il Rebbe benedice anche i non ebrei”. Il rabbino Weinberg prontamente gli risponde “Ovviamente si!”. Il signor Karshaw gli riferisce allora che sua moglie non ebrea è malata e che vorrebbe che il rabbino chiedesse al Rebbe una benedizione per la sua guarigione. Il rabbino Weinberg scrisse quindi una lettera al Rebbe, menzionando il suo nome e il nome di suo padre (come è il costume per i non ebrei, a differenza degli ebrei che si usa il nome della madre).

Una settimana dopo, il segretario del Rebbe, Rabbi Klein, chiamò, dicendo che il Rebbe voleva sapere anche il nome della madre della donna. Il rabbino Weinberg stupito dice “Ma lei non è ebrea!”. Il rabbino Klein risponde che lo sapeva, ma questo è ciò che il Rebbe ha chiesto… Il rabbino Weinberg allora chiama immediatamente il marito della donna, Brian, che gli dice che il nome della madre di sua moglie era Anna. Tuttavia, essendo molto sorpreso di una tale richiesta condivide questo episodio con la moglie. La donna, anche lei perplessa, si decide a chiamare sua madre, che viveva in Francia, e le chiede se avesse un altro nome oltre ad Anna?! “Perché lo chiedi”? Gli risponde sua madre.

Quando ha sentito di cosa si trattava e cosa il Rebbe voleva sapere ci fu un silenzio, poi rotto da un’esclamazione: “Deve essere veramente un sant’uomo questa persona…”!
Successivamente la madre condivide con la figlia un grande segreto di famiglia: lei era nata da genitori ebrei e che durante la seconda guerra mondiale era stata nascosta in un monastero. Dopo la guerra non è tornata alle sue radici ebraiche, si è invece sposata con un cattolico francese e ha vissuto come cristiana. “Il mio vero nome è Chana e sono ebrea, e quindi lo sei anche tu”.
In qualche modo il Rebbe sapeva la verità…!

Buoni propositi

La redenzione non si basa solamente sulla nostra capacità di comprendere astrattamente quello che ognuno di noi deve fare o meno nella sua vita. Il vero “game changer, punto di svolta”, come direbbero gli americani, è riuscire a cambiare concretamente noi stessi. Per questo, adesso vorrei proporre un’azione pratica, un impegno che ognuno di noi, se vuole, può prendere anche pubblicamente.

Visto che ci troviamo nel periodo del settantesimo anniversario della leadership del Rebbe, da quando ha iniziato a guidarci nel, chiederei a ognuno, come atto di ringraziamento, di prendere una iniziativa di miglioramento (anche nei 67 precetti noachidi per i gentili) e farlo come regalo al Rebbe.

Se si vuole comunicare la decisione, questo post potrebbe essere il luogo adatto. Sono sicuro che sarebbe un atto molto apprezzato, soprattutto se questo nuovo impegno si prende con determinazione. Quindi vi invito, approfittando di questo giorno propizio, a decidere di migliorare su un aspetto della vita al fine di accelerare la redenzione finale: per gli ebrei di aggiungere o migliorare nell’adempimento di una mitzvà; per i “figli di Nòakh” di fare altrettanto su uno dei precetti noachidi, per chi avesse bisogno in questi siti è possibile approfondire quali sono questi precetti:

http://www.mamash.it/old-site/leggi_noe.htm

https://noachismoitalia.wordpress.com/

Una breve biografia

Il Rebbe nacque in Russia nel 1902, nella città di Nikolaev, l’undicesimo giorno di Nissan. Figlio del famoso cabalista, studioso talmudico e leader Rabbi Levi Yitzkhàk e Rebbetzin Chana Schneerson. Rebbetzin Chana (1880-1964). Il coraggio e la generosità del futuro Rebbe si evidenziarono fin da subito. In particolare c’è una storia sui primi anni di vita del Rebbe che sembra essere quasi il simbolo di tutto ciò che doveva seguire. Quando aveva nove anni, il giovane Menachem Mendel si tuffò coraggiosamente nel Mar Nero e salvò la vita di un bambino che era affogato in mare.

Fin dalla prima infanzia

ha mostrato una prodigiosa acutezza mentale. Quando raggiunse il suo Bar Mitzvà, il Rebbe era considerato un “iluy”, un prodigio della Torà. Dopo aver trascorso la sua adolescenza immerso nello studio della Torà nel 1928 il Rebbe sposò la figlia del sesto Rebbe, Rebbetzin Chaya Mushka, a Varsavia. Successivamente ha studiato all’Università di Berlino e poi alla Sorbona di Parigi. In questi anni la sua formidabile conoscenza della matematica e delle scienze ha cominciato a fiorire.

Lunedì 28 sivan, 5701 (23 giugno 1941) il Rebbe e la Rebbetzin sono giunti negli Stati Uniti, dopo essere stati miracolosamente salvati, grazie a D*o onnipotente, dall’olocausto in Europa. L’arrivo del Rebbe ha segnato la genesi di nuovi e radicali sforzi per rafforzare e diffondere la Torà e l’ebraismo in generale e gli insegnamenti chassidici in particolare. Poco dopo il suo arrivo, su sollecitazione di suo suocero, il Rebbe iniziò a pubblicare le sue annotazioni su vari trattati chassidici e cabalistici, oltre a un’ampia gamma di risposte su argomenti della Torà. Con la pubblicazione di queste opere il suo genio fu presto riconosciuto dagli studiosi di tutto il mondo.

Dopo la scomparsa di suo suocero, il rabbino Yosef Yitzchak Schneerson, nel 1950, il Rebbe Menachem M. Schneerson accettò, con riluttanza, la guida del movimento Lubavitch, il cui quartier generale è al 770 Eastern Parkway a Brooklyn, New York. Presto le istituzioni e le attività di Lubavitch assunsero nuove dimensioni. La filosofia estensiva di Chabad-Lubavitch è stata tradotta in un’azione sempre più grande: i centri Lubavitch e le case Chabad sono stati aperti in dozzine di città e campus universitari in tutto il mondo.

Il Rebbe ha capito acutamente che ogni nostra azione fa parte di un disegno più grande. Ogni buona azione che facciamo porta l’umanità più vicino alla meta finale, l’era della perfezione cosmica e della consapevolezza universale di D*o, conosciuta nell’ebraismo come il tempo di Mashìakh. Il Rebbe ha parlato instancabilmente di questo periodo, dimostrando come il mondo si stia avvicinando sempre di più a questa era speciale e come ogni persona possa realizzarla aumentando gli atti di bontà e gentilezza.

Grazie Rebbe per illuminare le nostre anime con luce e positività! Grazie per il fatto che ci hai dato un senso alla vita, e ci hai illuminato il nostro cammino spiegandoci il valore della missione individuale che ogni singolo può realizzare e che nessuno al mondo può sostituire. Grazie per aver elevato questo mondo e renderlo idoneo per la imminente venuta di Mashìakh presto nei nostri giorni amen.

We Want Mashiakh NOW!

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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