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La Parashah della Settimana: Vayigash, “Appressatosi a lui”, a cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci a un nuovo appuntamento con la Parashah della Settimana – Vayigash, וַיִּגַּשׁ “Appressatosi a lui” (Bereshit, Genesi 44.18-47.27), a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo per la collaborazione. Vi ricordo che a questo link potrete scaricare la porzione settimanale di Torah, a cura di Torah.it.

11 Tevet 5781 – 26 Dicembre 2020
Parashà di Vayigash
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 16.20 
Shabbat finisce a Milano: ore 17.15

לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן רחל ושלמה

In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo
Mamash Edizioni Ebraiche | Virtual Yeshiva

Si tramanda uno stimolante Midràsh relativo alla parashà di Vayigàsh, secondo cui l’ultima lezione di Ya’akòv con il suo amato figlio Yossèf, svoltasi poche ore prima che fosse rapito e venduto come schiavo, riguardava la legge dei casi di omicidio non risolti. La narrazione ci è ben nota. Il padre chiese a Yossèf, che all’epoca aveva 17 anni, di andare a trovare i suoi fratelli, che stavano conducendo il gregge della famiglia vicino alla città di Shekhèm. Quando il ragazzo arrivò a Shekhèm, i suoi fratelli lo rapirono e lo gettarono in un pozzo; poi lo vendettero come schiavo ai mercanti egiziani.

In Egitto, Yossèf iniziò a lavorare per un dignitario egiziano, poi trascorse dodici anni in una prigione e, infine, divenne viceré del Paese. Ventidue anni dopo che Yossèf fu strappato a suo padre, quest’ultimo sentì dire che il figlio era ancora vivo, ma non riuscì a crederci. Il Midràsh riporta che, poiché Yossèf sospettava che questo sarebbe potuto accadere, diede agli emissari un segno che dimostrasse a suo padre l’autenticità del messaggio: «Dite a mio padre», suggerì Yossèf, «che, quando l’ho lasciato 22 anni fa, avevamo appena terminato di studiare le regole del vitello che viene offerto come sacrificio di espiazione per un caso di omicidio irrisolto».

Il Midràsh spiega che questo è il significato del versetto della parashà: “Gli dissero [a Ya’akòv]: ‘Yossèf è ancora vivo e regna su tutto l’Egitto’; ma il suo cuore lo rifiutò, perché non riusciva a credere loro. Tuttavia, quando gli riportarono [a Ya’akòv] tutte le parole che Yossèf aveva detto loro e vide i carri che Yossèf aveva inviato per condurlo [da Israele all’Egitto], lo spirito di Ya’akòv si riprese” (Bereshìt 45, 26-27).

La parola ebraica che indica i carri (agalòt) si può anche tradurre come “vitelli”. “Quando Ya’akòv ‘vide’ i vitelli che Yossèf aveva inviato”, ovvero quando si rese conto che il leader dell’Egitto era a conoscenza del contenuto dell’ultima lezione di Torà che lui aveva raccontato a Yossèf, Ya’akòv comprese che si trattava veramente del suo figlio perduto.

(continua sotto)

un caro Shabbàt Shalom!
Rav Shlomo Bekhor

In memoria del mio carissimo amico Rav Haim Moshe Mordechai ben Dovber Shaikevitz

Virtual Yeshiva, se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid! 600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Lezione superlativa di vita!
Vayigash 11° parashà di questa settimana: salute mentale = salute fisica

 

Nella parashà di Vayigàsh, la penultima di Bereshìt, troviamo tanti importanti episodi ricchi di etica e di insegnamenti di vita.
Yaakov perde 33 anni di vita, non solo perché si lamenta ma anche perché non si è preso cura di sé. Evitare di trascurare la propria vita e di essere tristi, così come liberare la mente da pensieri negativi, sono tutti doveri importanti come curare il corpo.

Vayigash – Come vincere la tristezza

Nella Parashà si narra dell’incontro di Yossèf con i suoi fratelli, dopo 22 anni di lontananza, dolore e solitudine. Yossèf riabbraccia con amore i fratelli, nonostante il passato difficile, riconoscendo come tutto appartenga ad un disegno divino. Così facendo ci viene data una grande lezione di psicologia, di trasformazione in positivo di un evento tragico. Vengono affrontati i particolari punti dai quali imparare ad accettare gli eventi negativi della vita e interpretarne i problemi.

Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

VAYIGGASH 5771 – COME VINCERE LA TRISTEZZA

Al seguente link potrai scaricare la lezione della parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_12_08_vayigash5771_psicologia_felicita_vinovecchio_fave_lamenteleyakov.mp3

Il video


Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

VAYIGGASH 5767 – IL DOLORE DI LASCIARE ISRAELE

Al seguente link potrai scaricare la lezione della parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_12_08_vayigash5771_psicologia_felicita_vinovecchio_fave_lamenteleyakov.mp3
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Per le altre lezioni sulla parashà:

VAYIGGASH 5781: 6 LEZIONI

La ‘(sol)lezione finale’… Un valore assoluto

(continua da sopra)

Qual è la natura esatta della legge che Ya’akòv insegnò a Yossèf? Se ne discute nel libro di Devarìm (21, 1-2) in questi termini:
Quando si ritrova un cadavere abbattuto nel campo nella terra che D*o ti ha dato in possesso”, prescrive la Torà , “e non si sa chi sia l’assassino, i tuoi anziani e i tuoi giudici usciranno e misureranno la distanza dalla città più vicina”, dove si presume che la vittima si trovasse prima di essere uccisa.

Il Talmùd spiega che una delegazione di cinque membri della Corte suprema ebraica di Gerusalemme (nota come il Grande Sanhedrìn) si recava nel campo dove era stata scoperta la vittima per misurare la distanza dalla città più vicina. In seguito, gli anziani della città più vicina al cadavere erano obbligati a uscire e a prendere un vitello come espiazione per il sangue dell’uomo assassinato.

Poi gli anziani della città dichiaravano: “Le nostre mani non hanno versato questo sangue e i nostri occhi non hanno assistito”. In seguito, i sacerdoti che accompagnavano gli anziani nel rituale avrebbero implorato D*o dicendo: “Perdona il tuo popolo… non permettere che la colpa per il sangue di un innocente rimanga con il tuo popolo di Israele” (Devarìm 21, 3-8). La Torà conclude dicendo: “Il sangue sarà così espiato. In tal modo ti libererai della colpa del sangue innocente, poiché avrai fatto ciò che è moralmente giusto agli occhi di D*o” (ibid vv. 8-9).

La domanda interessante, tuttavia, è se fu una pura coincidenza che l’ultimo insegnamento di saggezza che Yossèf ricevette dal suo santo padre, prima della separazione di 22 anni, riguardasse la reazione ebraica a un uomo innocente ucciso nel campo? O c’era qualcosa di più profondo in questo ultimo scambio tra padre e figlio?

Una responsabilità condivisa

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo esaminare lo scopo del rituale “misterioso” che seguiva la scoperta di una vittima assassinata nel campo. I commentatori biblici spiegano che con questo rituale si ottenevano vari benefici fondamentali: prima di tutto, esso era un mezzo per rendere noto l’evento. La diffusione della notizia aumentava le possibilità di catturare l’assassino e di consegnarlo alla giustizia. Inoltre, tutti i potenziali assassini futuri venivano avvertiti che, se avessero ucciso un uomo innocente, anche in un luogo isolato, non avrebbero avuto scampo.

In più, la Torà considerava ogni membro della città più vicina e addirittura ogni membro della nazione indirettamente responsabile dell’omicidio. Come dichiaravano i sacerdoti durante il rituale (Devarìm 21, 3-8): “Perdona il tuo popolo: non lasciare che la colpa per il sangue di un innocente rimanga con il tuo popolo di Israele”. Chiede il Talmùd: “Verrebbe in mente a chiunque che gli anziani del tribunale siano assassini” si? Ciò che si intende invece è: “forse non abbiamo notato che stava andando e lo abbiamo mandato senza cibo e senza scorta”.

Chiaramente, se avessimo fatto attenzione a questo uomo, non sarebbe morto. Se gli avessimo offerto rifugio, cibo e compagnia, avrebbe potuto sfuggire al suo orribile destino. Che cosa faceva da solo fuori nella foresta? Perché nessuno ha fatto attenzione a lui? Per questo motivo tutta la comunità di Israèl, a partire dai membri della Corte suprema locale, doveva porsi interrogativi pesanti e prendere decisioni per il futuro. Il rituale, infatti fungeva da strumento di pentimento ed espiazione.

Non solo numeri

Ogni mitzvà e ogni regola della Torà racchiude, oltre alla sua interpretazione letterale, anche una dimensione psicologica e spirituale. Che significato ha “un corpo abbattuto in un campo” a livello psicologico? La Torà descrive il grande lottatore Esàv (il fratello gemello di Ya’akòv) come “un uomo di campo” (Bereshìt 25, 27). Secondo gli insegnamenti della Cabalà, il campo, rispetto alla città, simboleggia spesso un ambiente privo di recinzioni protettive, un luogo aperto e vulnerabile alle forze distruttive dell’immoralità, dell’abuso e della dipendenza.

Ogni comunità crea un certo numero di persone che amiamo definire “emarginati” che, a un certo punto della vita, in particolare nel corso dell’adolescenza, abbandonano la “città” protetta e sconfinano nel “campo” non sorvegliato per sperimentare tutto ciò che è a disposizione là fuori. Durante questo processo molti di loro perdono l’anima e finiscono nell’abisso, uccisi emotivamente nei “campi assassini” della dipendenza, della disperazione e dell’indifferenza morale.

La Torà ci insegna che ognuna di queste anime che sono finite nel “campo” e si sono imbattute in una forma di morte emotiva – morte dell’innocenza, della speranza, della dignità e del significato – devono preoccupare e ricadere sotto la responsabilità di ogni singolo membro della nazione di Israèl, compresi i giganti spirituali della Corte suprema di Gerusalemme! Quando un nostro fratello vaga per gli spaventosi campi della disperazione, ogni individuo della comunità, in particolare gli insegnanti e le guide spirituali, devono adoperarsi al massimo.

Ognuno di noi deve chiedersi: “Forse non abbiamo notato che stava uscendo e lo abbiamo mandato via senza ‘cibo’ e senza scorta?”. Questo adolescente aveva bisogno di qualcuno con cui parlare delle sue frustrazioni e dei suoi dubbi e non è riuscito a trovare nessuno? Questo ragazzo desiderava ardentemente un po’ d’amore, d’incoraggiamento, d’ispirazione e non ne ha ottenuti? Ognuno di noi deve chiedersi: “Non siamo in piccola parte responsabili per il degrado mentale e psicologico di questo giovane?”.

I presidi, gli educatori e le guide della comunità parlano sovente di statistiche. “Le statistiche mostrano”, ci informano, “che una certa percentuale di ragazzi delle scuole superiori finiscono per perdersi o ancora peggio…”. Quando è in gioco il futuro di un certo bambino, abbiamo la risposta pronta: “Che cosa ci aspettiamo da lui? Fa parte delle statistiche!”. Ricordiamo la terribile espressione di Joseph Stalin: “Una singola morte è una tragedia; un milione di morti sono una statistica”.

Quando si incomincia a considerare le persone come statistiche (una tendenza sempre più attuale), sappiamo che la nostra società si sta consumando dal suo interno. Le vite umane non sono mezzi; sono fini a se stesse. Il valore e la santità di un destino individuale sono infiniti, assoluti ed eterni. Questo è il messaggio essenziale che si cela dietro la mitzvà di tramutare l’omicidio di un uomo senza casa, in un campo isolato, in un evento di portata nazionale.

La Torà cerca di insegnarci che, se non si crea scalpore intorno alla morte immeritata, anche di un solo individuo, siamo sul declino sociale che porta all’assoluta decomposizione morale e abbiamo perso una delle basi fondamentali dell’umanità, ovvero considerare ogni singola vita come riflesso di D*o.

Ognuno Conta!

Questo rituale carico di significato che ruota intorno a un essere umano ucciso in un campo, offre soprattutto un messaggio per i bambini o gli adulti che si trovano “fuori nel campo” della confusione e della depressione. Il messaggio è che, dal punto di vista di D*o, la nostra vita e il nostro destino individuali hanno un valore e un peso infiniti. Se “moriamo”, D*o si aspetta che tutti provino il dolore, intraprendendo un cammino di introspezione. Il nostro viaggio, la nostra lotta, il nostro futuro hanno la massima importanza per D*o, per il mondo, per la storia. Sappiate che ogni fatto conta, che ogni parola ha un potere infinito. Dobbiamo forgiare ogni giorno della nostra vita come se fosse un’opera d’arte.

Ora capiremo perché la provvidenza ha fatto in modo che Ya’akòv insegnasse questa lezione a Yossèf, solo qualche ora prima che si ritrovasse bruscamente in una realtà infernale. Infatti fu questo messaggio a salvare un vulnerabile Yossèf dalla caduta in un abisso, dopo essere stato brutalmente strappato da una “città” sacra e protetta ed essere gettato nel “campo” più depravato della terra, l’Egitto. L’ultima lezione che Yossèf sentì da suo padre lo impregnò della convinzione incrollabile che la sua vita, ogni momento di essa, avesse un significato eterno, e che le sue scelte avessero un valore divino. Ventidue anni dopo, quando Ya’akòv sentì che Yossèf non aveva dimenticato quell’ultima lezione, la sua anima di padre tornò a vivere. Ya’akòv si rese conto che, nonostante tutto il dolore e l’abuso che Yossèf aveva dovuto sopportare, suo figlio non aveva perso la scintilla interiore che dà a ognuna delle nostre vite nobiltà e significato infiniti.

Il processo di Norimberga: qual è l’origine del male?

In “Giudizio a Norimberga” il giudice americano Dan Haywood ha condannato Ernst Janning (un’importante figura in campo legale in Germania fin dal periodo precedente all’ascesa di Hitler) all’ergastolo per aver condannato a morte un medico ebreo innocente nel 1935. Janning si è difeso dicendo che non era consapevole della portata dell’orrore nazista e che non avrebbe mai dato assistenza a Hitler se avesse saputo che mostruosità stava programmando.

«Quella gente, quei milioni di persone», implorava Janning per ottenere la libertà: «non ho mai saputo che si sarebbe arrivati a tanto. Dovete credermi». Il giudice Haywood rispose: «Si è giunti a tanto la prima volta che hai condannato a morte un uomo che sapevi essere innocente». Nel momento in cui una singola vita perde il suo valore assoluto, significa che, in definitiva, mille vite, persino un milione di vite, non hanno più valore. Proprio dal tuo grave errore si è potuti arrivare alla soluzione finale. Non dimentichiamoci ciò che Ya’akòv ha insegnato a suo figlio nella lezione finale: ogni vita vale come il mondo intero

Da un discorso del Lubàvitch Rebbe agosto 1981.
Da un articolo di rabbi Yossi Jacobson www.algemainer.com

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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