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La Parashah della Settimana: Miketz, מִקֵּץ “In capo a” a cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele, eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Miketz, מִקֵּץ “In capo a” (Bereshit, Genesi 41.1-44.17) – a cura di rav Shlomo Bekhor. Vi ricordo che potrete scaricare la settimanale porzione di Torah: qui

04 Tevet 5781 – 19 Dicembre 2020
parashà di Miketz
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 16.20 
Shabbat finisce a Milano: ore 17.15

לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן רחל ושלמה

In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo
Mamash Edizioni Ebraiche | Virtual Yeshiva

Marianne Williamson (scrittrice e politica statunitense, attivista per i diritti delle persone) ha scritto: “La nostra paura più profonda non è che siamo inadeguati. La nostra paura più profonda è che siamo potenti oltre misura. È la nostra luce che ci spaventa di più, non la nostra oscurità. Ci chiediamo: chi sono io per essere brillante, stupendo, talentuoso, favoloso?
In realtà, chi sei tu per non essere? Sei un figlio di D*o! Nasconderti non serve al mondo. Non c’è niente di illuminato nel rimpicciolirsi in modo che le altre persone non si sentano sicure intorno a te. Siamo tutti destinati a brillare, come fanno i bambini. Siamo nati per rendere manifesta la gloria di D*o che è dentro di noi. Non è solo in alcuni di noi, è in tutti. E mentre lasciamo risplendere la nostra luce, inconsciamente diamo ad altre persone il permesso di fare lo stesso. Quando siamo liberati dalla nostra stessa paura, la nostra presenza libera automaticamente gli altri”.

100 Milioni? Un grande affare…!

Si racconta che prima che Mao Zedong (Mao Tse-tung 1893-1976), il fondatore e leader della Repubblica popolare cinese, portasse la Rivoluzione in Cina e vi installasse il sistema comunista, fu avvertito che milioni di cinesi avrebbero potuto morire di fame prima che le cose potessero ritornare a funzionare normalmente.

Al che Mao rispose: “Se dovrò perdere 100 milioni di contadini cinesi per la rivoluzione, allora ne varrà la pena!”. Infatti, durante la sua guida, dal 1949 al 1976, si stima che perirono 70 milioni della sua stessa gente. Questo è un tipo di leader che può rinunciare “tranquillamente” a 100 milioni di persone, purché i suoi obiettivi siano raggiunti.

Invece a Yossèf (Giuseppe) fu insegnato da suo padre Giacobbe un messaggio molto diverso: una sola persona equivale al mondo intero e togliere la vita a una persona è come spegnere la luce nel mondo.
L’incredibile e straordinaria vicenda che vede protagonista Yossèf ci accompagna nelle parashòt della Torà dalla parashà scorsa settimana di Vayèshev e ci accompagnerà anche nella porzione di questa settimana. Tanto spazio dedicato dalla Torà (dove, come è noto, ogni parola è “contata”) non è casuale. La figura di Yossèf è incredibilmente complessa, quanto importante, e oggi tenteremo di sviluppare un aspetto, guidati dagli insegnamenti del mio maestro il Rebbe. Ma procediamo con ordine e iniziamo da un fatto a dir poco curioso che introduce l’argomento di oggi e i suoi insegnamenti di vita che sono sempre validi.

(continua sotto)

un caro Shabbàt Shalom!
Rav Shlomo Bekhor

In memoria del mio carissimo amico Rav Haim Moshe Mordechai ben Dovber Shaikevitz

Virtual Yeshiva: se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid! 600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Miketz
Nuova bomba atomica
Quale Torah i greci volevano far dimenticare?
https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10154696185660540

 

Razionale e divino secondo i greci non sono compatibili!
Khanukkà approfondimento tratto da uno scritto di Rav Lev Yitzkhàk Schneerson

I punti della lezione

1. Greci volevano cancellare la Torà. Ma quale Torà volevano fare dimenticare? La Torà orale, ovvero qualcosa che si può dimenticare. Torà scritta non si può dimenticare perché è scritta, mentre quella orale se non si continua a studiare si rischia dimenticare. Perché proprio quella orale?…
—–
Mikketz 5781 – Sogni: due facce opposte della stessa moneta 
Spesso si sogna di notte quanto si pensa di giorno, diventando una conseguenza di quanto si è vissuto. Ma a volte i sogni sono messaggi dal cielo…

Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

MIKKETZ 5771 – SOGNI: DUE FACCE OPPOSTE DELLA STESSA MONETA

Al seguente link potrai scaricare la lezione della parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_11_30_mikketz_sogni_khanukka_esilio_yossef.mp3

Per le altre lezioni di Miketz:
https://virtualyeshiva.it/category/parashot/bereshit/mikkez/

Per le altre 6 lezioni di Khanukkà:
https://virtualyeshiva.it/2017/12/09/khanukka-5773/

Rapporti sociali: chimica o reazione nucleare?
(continua da sopra)

Nell’elenco delle offerte portate dai capi delle dodici tribù d’Israele, in onore del Santuario appena eretto, il settimo principe appartiene alla tribù di Efràyim: “Al settimo giorno, il principe dei figli di Efràyim, Elishamà figlio di ‘Ammihùd” (Numeri 7, 48).
Questo fatto solleva una grande domanda: i capi delle tribù iniziarono a offrire i loro contributi il primo giorno del mese di Nissan, il giorno in cui fu eretto il Tabernacolo, che era domenica.

Ciò significa che Efràyim portò la sua offerta il settimo giorno della settimana, durante lo Shabbàt. Ma durante Shabbàt non è permesso portare un’offerta. In questo giorno non si può macellare un animale, né si può mettere la carne sul fuoco: tutte attività fondamentali per un’offerta nel Santuario e che il capo tribù di Efràyim eseguì!

A dire il vero, la legge della Torà proibisce di portare offerte individuali durante lo Shabbàt, ma permette e anzi obbliga di portare offerte comuni, anche in un giorno sacro come quello. Tuttavia, le offerte portate dai capi delle tribù erano offerte individuali, portate da privati, cittadini, pagate con i loro soldi, in base alla loro volontà, non offerte comuni che vengono sempre portate a nome dell’intero popolo anche di Shabbàt. Quindi, qui ci troviamo di fronte a una domanda affascinante! Come può la Torà “permettere” al capo di Efràyim di portare questi sacrifici vietati durante lo Shabbàt?

Tale padre tale figlio

Il Midràsh Rabbà svela questo enigma. Tuttavia la risposta che il midràsh dà è intrigante, quanto a sua volta enigmatica: “Efràyim era un figlio di Yossèf”. Secondo questa spiegazione, dato che la tribù di Efràyim portava i geni e l’eredità di Yossèf, quando i suoi fratelli vennero in Egitto per procurargli del cibo, Yossèf disse al custode della sua casa (ossia suo figlio): “Macella un animale e preparalo per il pasto” (Genesi parashà Mikètz 43, 16).

Frase che i saggi della Torà spiegano così: Efràyim, il figlio di Yossèf, doveva cucinare e preparare tutto il cibo di venerdì per essere pronto per lo Shabbàt, in modo di non violare i divieti di quel sacro giorno (macellare, cucinare ecc.). Adesso la spiegazione del midràsh è chiara? Probabilmente no! Quindi occorre approfondire. Il rabbino Yokhanàn afferma che era venerdì pomeriggio quando Yossèf disse a suo figlio di preparare un pasto per Shabbàt. Secondo la Torà la parola “hakhèn, preparare” si riferisce al pasto di Shabbàt. Questo si impara da Moshè quando dice al popolo ebraico nel deserto (Esodo 16, 5): “E sarà il sesto giorno che, quando prepareranno (plurale di hakhèn) ciò che porteranno, sarà il doppio (ossia anche per Shabbàt)”.

Da qui si evince come, nell’intera Torà, Yossèf è la prima persona che viene citata mentre chiede di preparare un pasto di Shabbàt in anticipo. Tutto questo prima che fosse data la Torà sul monte Sinày. Quindi, come premio, D*o ha detto: “Yossèf! Dato che hai mantenuto lo Shabbàt, anche prima che fosse dato, ti ripagherò permettendo a un tuo discendente di offrire il suo sacrificio durante lo Shabbàt. Non come le persone comuni che non possono offrire sacrifici privati durante lo Shabbàt”.

Eppure, nonostante questa spiegazione, del grande rabbino Yokhanàn, tutto continua a sembrare strano. Qual sarebbe, infatti, la logica nel dire che poiché Yossèf ha rispettato lo Shabbàt e si è preparato per esso il giorno prima, il venerdì, il suo pronipote potrà un giorno offrire un sacrificio che normalmente viola la santità dello Shabbàt?

Non sarebbe stato ovvio e logico, visto i meriti di Yossèf, che la ricompensa fosse quella che i suoi discendenti aumenteranno la santità dello Shabbàt e non il contrario? O almeno così sembrerebbe! Inoltre, i saggi insegnano che tutti i patriarchi hanno osservato l’intera Torà ben prima che fosse data, incluso lo Shabbàt. Pertanto quale sarebbe l’unicità del gesto di Yossèf?

Una possibile risposta, la possiamo trovare in alcuni dei tanti insegnamenti del Rebbe, il mio maestro [Shabbàt Parashà Metzorà, 7 Nissan, 5741 (1981) e 19 Kislèv 5721 (8 dicembre 1960)].

Le tremende prove

A tal fine è indispensabile ricordare alcuni spetti della fatidica storia di Yossèf e l’unicità di come ha osservato lo Shabbàt in Egitto. Yossèf, è descritto nella Genesi come un “giovane estremamente bello”. Un tale fascino attira l’interesse della moglie del suo padrone che cerca disperatamente di coinvolgerlo in una relazione, ma lui la rifiuta fermamente.

Fino a quando arriva il fatidico giorno: “Entrò in casa per compiere il suo lavoro. E non vi era nessuno della gente della casa. E (la donna) lo afferrò per il vestito supplicandolo: “giaci con me”. Lui le lasciò il suo vestito in mano (di lei), fuggì e uscì fuori” (Genesi 39, 11-12)

La donna, umiliata e furiosa, usò il vestito come prova che Yossèf tentò di violarla. Per questa lo denunciò a suo marito, Potifàr, che fece imprigionare Yossèf, per ben dodici anni, fino a quando, a causa di una sorprendente svolta degli eventi, fu nominato Primo Ministro dell’Egitto. È allora che i suoi fratelli sono venuti per il cibo e venerdì Yossèf ha fatto preparare la festa e il cibo di Shabbàt in anticipo, poiché osservava le leggi dello Shabbàt.

Il volto di Giacobbe

Il midràsh (Bereshìt Rabbà 87, 7) spiega il significato della frase secondo cui Yossèf “Entrò in casa per compiere il suo lavoro, e non vi era nessuno della gente della casa”. Che tipo di lavoro venne a svolgere Yossèf? Il midràsh dice che il “lavoro” era quello di cedere alle avance della moglie del suo padrone. Dopo tutte le sue incessanti suppliche, Yossèf alla fine cedette. Tuttavia, mentre l’unione tra loro stava per accadere, il volto di suo padre, Giacobbe, gli apparve. Questo indusse Yossèf a respingere il potente impulso. Le ha lasciato la veste in mano ed è fuggito all’aperto. Cosa c’era nel volto di Giacobbe che spinse Yossèf a rifiutare la tentazione?

Lo schiavo solitario

Riflettiamo più da vicino sulle condizioni psicologiche e fisiche di Yossèf, durante quel giorno in cui la moglie del suo padrone cercò di attirarlo in una relazione. Yossèf era uno schiavo da quando aveva 17 anni in un paese straniero. Non possedeva nemmeno il suo corpo: il suo padrone esercitava il pieno controllo sulla sua vita, come era il destino di tutti gli schiavi antichi e moderni.

Yossèf non aveva un solo amico o parente al mondo. Sua madre morì quando lui aveva nove anni e suo padre lo dava per morto. I suoi fratelli furono quelli che lo vendettero come schiavo e lo derubarono della sua giovinezza e libertà. Si poteva solo immaginare il profondo senso di solitudine che pervadeva il cuore di questo povero ragazzo.

Questo è il contesto in cui dobbiamo comprendere il conflitto di Yossèf. Una persona in tale isolamento è naturalmente sopraffatta da tentazioni estremamente potenti, ed è anche probabile che ritenga che una sua singola azione faccia poca differenza nello schema finale delle cose. Dopo tutto, che cosa sarebbe potuto succedere se Yossèf avesse ceduto alle richieste di questa donna?

Nessuno avrebbe mai potuto scoprire cosa fosse successo tra i due. Yossèf non avrebbe avuto bisogno di tornare a casa la sera per affrontare un coniuge devoto o un padre spirituale. Questo atto non avrebbe danneggiato le sue prospettive di ottenere un buon shidduch (partner di matrimonio), né lo avrebbe cacciato dalla sua Yeshivà (scuola talmudica), né gli avrebbe impedito di trovare una “buona sistemazione”.

Semplicemente avrebbe continuato a rimanere da solo, dopo l’evento, proprio come lo era prima. Allora quale sarebbe stato il grosso problema se Yossèf si fosse impegnato in una relazione occasionale? Inoltre, dobbiamo prendere in considerazione il potere posseduto da questa nobildonna egiziana che voleva Yossèf. Era nella posizione di poter trasformare la sua vita in un paradiso o in un inferno vivente.

In effetti, ha mandato Yossèf proprio in un “inferno”, facendolo incarcerare in una prigione egiziana con la falsa accusa di aver tentato di violarla. Se fosse dipeso da lei, sarebbe rimasto lì per tutta la vita. Il Talmud descrive le tecniche usate dalla donna per persuadere Yossèf: “Ogni giorno, la moglie di Potifar tentava di sedurlo con le parole. Inoltre, il vestito che indossava per lui la mattina, non lo avrebbe indossato per lui la sera. E quello che indossava per lui la sera, non lo avrebbe indossato per lui al mattino. Poi gli diceva sempre: “Arrenditi a me”. E lui rispondeva sempre: “No”. Quindi, lo minacciava: “Ti confinerò in prigione … piegherò la tua statura orgogliosa … ti accecherò”.

Tuttavia, Yossèf irremovibile continuava a rifiutarla. Infine cercò di corromperlo con un’enorme somma di denaro, ma lui non si arrese”. Ricordiamo che questa storia ha avuto luogo prima della consegna della Torà e solo da quel momento l’adulterio divenne proibito al popolo ebraico, anche sotto la minaccia di morte. Mentre prima del Dono della Torà sarebbe stato ammissibile, forse addirittura obbligatorio, per lui impegnarsi nell’unione con la moglie del suo padrone!

Qual era allora il segreto dietro la rettitudine morale di Yossèf? Cosa ha permesso a uno schiavo solitario e fragile di respingere una tentazione così terrificante? “Il volto di suo padre Giacobbe”! Questo è ciò che ha dato a Yossèf la straordinaria forza d’animo di reprimere il suo impulso e di respingere con enfasi il richiamo della nobildonna. Ma perché? Giacobbe viveva a molte miglia di distanza, ignaro persino del fatto che suo figlio fosse vivo. Qual era la “magia” che albergava nella sua fisionomia?

Il momento di Adam. Il potere di ogni atto

Il Talmud presenta una tradizione secondo cui la bellezza di Giacobbe rifletteva la bellezza di Adamo, il primo essere umano formato dall’Onnipotente stesso (Bava Metzi’à 84a; Bava Batra 58a. Cfr. Tanya Ighèret Hakòdesh capitolo 7). Quindi, quando Yossèf vide il volto di Giacobbe, vide anche il volto di Adamo.
Adamo, lo sappiamo, fu istruito da Hashèm a non mangiare del frutto “dell’albero della conoscenza”. La sua disobbedienza a questa direttiva ha alterato per sempre il corso della storia umana e mondiale. Sebbene abbia fatto qualcosa di apparentemente insignificante, mangiando semplicemente un singolo frutto di un singolo albero, questo minuscolo atto vibra ancora nella coscienza dell’umanità fino ad oggi.

Perché? Perché ogni singolo essere umano fa parte della “fibra” in cui cielo e terra si intrecciano. “Ogni persona è responsabile di dire: il mondo è stato creato per me”, dice la Mishnà (Sanhedrìn 37a). Ciò significa che c’è qualcosa in questo mondo che solo noi, personalmente, possiamo riparare e realizzare. Il “desiderio” di D*o non era quello di essere “solo”, ma di avere l’umanità come “socia” nel continuo compito di rettificare il mondo. A ciascuno di noi è stata affidata la nostra missione particolare e da questo compito dipende il destino del mondo intero. Qualunque cosa facciamo, avanziamo o ostacoliamo la redenzione; riduciamo o aumentiamo il potere del male. Qualcosa di eterno è in gioco in ogni decisione, ogni parola, ogni azione compiuta da ogni singolo uomo, donna o bambino.

Quando Yossèf vide il volto di Giacobbe che rifletteva il volto di Adamo, esso fece scaturire in lui una dignità interiore incrollabile: si ricordò di essere una “Lume di D*o acceso sulla via cosmica” e come un singolo atto, eseguito in un solo momento da un solo uomo, aveva il potere di cambiare la storia per sempre. In quel momento, Yossèf ricordò, che Adamo non era solo un uomo, ma rappresentava il “mondo intero”.

Se gli fosse successo qualcosa, ad esempio se fosse morto, l’umanità il mondo sarebbe morto con lui. Ogni decisione che Adamo ha preso ha avuto un impatto sul pianeta. Pertanto, Yossèf non poteva illudersi che le sue azioni non fossero altrettanto importanti. Una sua mossa in una direzione o in un’altra poteva determinare il destino dell’intera umanità.
Questo è ciò che ha dato a Yossèf la forza d’animo di cui aveva bisogno per resistere alla tentazione. Questa è la forza d’animo che ognuno può coltivare quando leggiamo Mikètz questa settimana, ossia che noi facciamo parte di un piano superiore e non siamo qui per caso.

Ogni nostra azione fa la differenza nella trasformazione del mondo a renderlo una dimora per Hashèm. Mai sottovalutare noi stessi. Così è riuscito a rispettare e osservare lo Shabbàt come Primo Ministro dell’Egitto, tutto solo, senza il sostegno della famiglia o della comunità. Perché ha realizzato la profondità e il significato della sua vita e delle sue decisioni. Il più grande errore nella vita è pensare a se stessi come un essere insignificante, senza realizzare la centralità della propria esistenza nel piano cosmico, non apprezzando la verità che ognuno di noi è “l’ambasciatore personale di Dio nel mondo”. Non siamo mai soli e non siamo dei piccoli individui, come non lo era Yossèf e Adamo.

Nelle parole del Rabbi Yosef Yitzkhàk, il sesto Lubàvitch Rebbe (1880-1950): “Ogni individuo è un’intera comunità e quindi può creare e dare vita a una comunità attorno a lui. C’è bisogno di una prova migliore dell’eventuale storia di Yossèf? Ecco un uomo che ha salvato il mondo intero dalla carestia da solo!”.

Ebreo nucleare

La seguente storia di vita è profondamente legata al concetto sopra, può aiutarci a comprendere meglio la questione di Yossèf. Il rabbino David Lapin, dal Sud Africa, una volta ha reso pubblico il suo incredibile incontro della sua vita che ha avuto con il Rebbe: “Non appena sono entrato nel rabbinato del Sud Africa, mi sono preoccupato di mantenere la mia indipendenza intellettuale ed economica mentre, al contempo, servivo come rabbino di una comunità. Pertanto, credevo di dover anche garantirmi una fonte di reddito indipendente. Così ho iniziato a lavorare per una società di commercio internazionale di materie prime, e successivamente ho fondato la società di consulenza di leadership che attualmente guido. Ma a un certo punto non ero sicuro di essere sulla strada giusta. Avevo ragione a dividere il mio tempo tra i miei affari e i miei doveri rabbinici? Sembrava che avessi due lavori a tempo pieno e di conseguenza la mia famiglia pagasse un prezzo molto alto.

È arrivato un momento in cui ho sentito di aver bisogno dell’opinione di qualcuno molto più saggio di me, qualcuno che avesse una prospettiva globale che abbracciava la modernità, la storia e il futuro. Ho deciso di chiedere il consiglio del Lubàvitch Rebbe. Nel 1976 venni a New York, ma non sapevo che per vedere il Rebbe bisognava fissare un appuntamento con molti mesi di anticipo. Solo quando ho scritto una lettera al Rebbe in cui ho sostenuto che le risposte alle mie domande avrebbero avuto un impatto su un’intera comunità ebraica, il Rebbe mi ha invitato ad aspettare finché non avesse finito i suoi appuntamenti per la notte e poi mi avrebbe visto.

Non dimenticherò mai l’incontro con il Rebbe. Ricordo che si alzò dalla sedia quando io e mia moglie entrammo, ci salutò e insistette perché ci sedessimo. In quel momento, ho capito che avremmo avuto una vera conversazione e non solo un breve incontro. Durante tutto il tempo trascorso ho sentito che il Rebbe riusciva a guardarmi dentro e comunicava con me a un livello che trascende la mente, arrivando dritto al cuore e all’essenza dell’essere. Inoltre, ho percepito gentilezza e calore: all’improvviso ero alla presenza di un grande uomo, un genio intellettuale, un leader del popolo ebraico, ma anche un “nonno” affettuoso che si prendeva cura di me. Insomma, è stata un’esperienza straordinaria. Gli ho chiesto delle responsabilità che ho dovuto affrontare e dei limiti che sentivo e che mi sembravano schiaccianti. Come potrei gestire tutto? A cosa dovrei rinunciare: ai miei affari o a insegnare la Torà? Dove dovrei dirigere le mie energie?

La sua risposta per me è stata che non avrei dovuto rinunciare a nulla e continuare a lavorare negli affari mentre insegnavo la Torà. Non ricordo le sue parole esatte, ma il succo era che il mio lavoro aumentava la mia capacità di avvicinare le persone al giudaismo; la mia professione aumentò la mia influenza ed era un veicolo di kidùsh Hashèm: santificare il nome di Dio. Ha sottolineato che avrei avuto un impatto maggiore se fossi stato coinvolto sia negli affari, sia nella Torà.

Ero ancora molto giovane e non riuscivo a immaginare come avrei potuto continuare a fare entrambe le cose. Quindi, ho esclamato: ‘Non penso che questo sia realistico. Mi sento molto onorato che lei mi parli in questo modo, ma non è realistico!’

Ricordo chiaramente la risposta del Rebbe al mio sfogo: ‘Ti dirò qual è la tua difficoltà. Pensi che l’interazione umana sia come una reazione chimica. Ma non lo è. In una reazione chimica, ci sono due elementi che interagiscono tra loro e danno come risultato un terzo composto. Ma le persone non sono sostanze chimiche.

Quando le persone interagiscono, il risultato è una reazione nucleare. Una reazione nucleare si verifica al centro e poi si irradia in modo sferico, piuttosto che lineare. Man mano che gli anelli esterni della tua sfera diventano sempre più grandi, il numero di persone che stai toccando diventa sempre più grande, in effetti, non ci sono limiti. Quando tocchi il cuore di una persona, c’è una reazione nucleare perché quella persona a sua volta tocca così tante altre persone. Quindi, ogni persona che tocchi – anche se è l’interazione di un momento – rappresenta una reazione nucleare in termini di impatto. Questo è quello che accade veramente!’

Aveva ragione, ovviamente, e molto più avanti tante ricerche hanno dimostrato la verità delle sue parole. Ad esempio, il Framingham Heart Study ha dimostrato che l’umore delle persone colpisce gli altri tre volte, ovvero gli amici dell’amico di un amico. Abbiamo un impatto sulle persone non solo con le nostre parole, ma con i nostri stati d’animo e la nostra energia.

‘Quindi con il tempo ho capito’. In effetti, questo incontro ha cambiato completamente la mia mentalità soprattutto quando il Rebbe ha detto: ‘Non sottovalutare ciò che ogni persona è capace di fare perché ognuno è potenzialmente un reattore atomico che può arrivare in breve a illuminare tante anime. Ricorda solo che quando tocchi una persona stai provocando una reazione nucleare’. Ed è qualcosa che non ho mai dimenticato.

L’offerta pubblica

Ora, finalmente, possiamo apprezzare le parole del midràsh. Yossèf, che mantenne lo Shabbàt anche in Egitto, che rimase connesso alla verità e alla moralità anche nell’Egitto depravato, poté farlo solo perché ha capito la verità che un individuo è davvero un mondo intero. Così dice D*o quando premia il discendente di Yossèf per l’osservanza dello Shabbàt: quando si tratta della tua offerta, essa non è un’offerta di un privato cittadino, è un’offerta pubblica dell’intera nazione. Quindi, può essere portata anche durante lo Shabbàt.

Nessuna Disperazione

Durante i nostri momenti solitari di miseria, quando anche noi possiamo sentire che nessuno si prende cura di noi e siamo soli in un vasto universo indifferente, non dovremmo mai cadere preda del facile sfogo della gratificazione immorale o della disperazione. Dobbiamo ricordare che è in gioco qualcosa di molto reale e assoluto in ogni momento della nostra esistenza e in ogni atto che facciamo.

Possiamo vedere le nostre azioni individuali nella privacy della nostra camera da letto o in qualsiasi altro ambito come insignificanti. Tuttavia, dal punto di vista del giudaismo, anche queste decisioni, ognuna di esse creano la storia. Se apriamo gli occhi, vedremo il volto di nostro padre che ci sussurra come noi non siamo persone isolate in balia di in un mondo titanico il cui comportamento è irrilevante. In questo preciso momento, Dio ha bisogno di ognuno per portare la redenzione nel Suo mondo, attraverso l’avvento di Mashìakh presto ai nostri giorni, amèn.

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