Home La Parashà della settimana La Parashah della Settimana: Vayeshev “E si stabilì”, a cura di rav...

La Parashah della Settimana: Vayeshev “E si stabilì”, a cura di rav Shlomo Bekhor

201
0

Parashah della Settimana

Shabbat Shalom, carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Vayeshev, וַיֵּשֶׁב “E si stabilì” (Bereshit, Genesi 37.1-40.23) – a cura di rav Shlomo Bekhor. Vi ricordo che, come sempre, potrete scaricare qui la settimanale porzione di Torah, grazie a Torah.it

26 Kislev 5781 – 12 Dicembre 2020
Parashah di Vayeshev Khannukah 
Dalla sera di giovedì accendiamo per otto giorni i lumi, crescendo di uno ogni giorno
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 16 
Shabbat finisce a Milano: ore 17.05

לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן רחל ושלמה

In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

Due cowboy si imbattono in un indiano sdraiato a pancia in su e con l’orecchio a terra. Uno dei cowboy si ferma e dice all’altro: “Vedi quell’indiano?” “” dice il secondo cowboy. “Guarda”, dice il primo, “Sta ascoltando il terreno e può sentire cose per chilometri in qualsiasi direzione”. Proprio in quel momento l’indiano alza lo sguardo ed esclama: “Carro coperto a circa due miglia di distanza: due cavalli, uno marrone e uno bianco: uomo, donna, bambino e articoli per la casa nel carro”.

Incredibile!” Dice il cowboy al suo amico. “Questo indiano sa quanto sono lontani, quanti cavalli, di che colore sono, chi è nel carro e cosa c’è nel carro. Incredibile!”. L’indiano alza lo sguardo e gli risponde “Li ho incontrati circa mezz’ora fa!”.

Perché Celebrare L’olio?

L’accensione di una Menorà, durante gli otto giorni di Khanukkà, commemora un antico miracolo, circa 2300 anni fa, avvenuto nel grande Tempio di Gerusalemme. Dopo la vittoria degli israeliti nei confronti degli oppressori greci (che hanno profanato il tempio e tentato di distruggere l’ebraismo), è stata trovata nel Santuario solo una piccola ampolla d’olio d’oliva puro che poteva bastare solo per un1 giorno, ma in miracolosamente ha bruciato per otto giorni.

Il tempo necessario affinché gli israeliti riuscissero a produrre nuovo olio purissimo, per la quotidiana accensione del candelabro del Tempio. Per commemorare questa dimostrazione di grazia divina, in un mondo solitamente schiavo della natura, i saggi di Israèl istituirono la festa di Khanukkà, della durata di otto giorni, nella quale accendiamo una candela in più ogni notte.

In questo senso, l’olio raffigura l’essenza della narrativa di Khanukkà ed è la parte centrale della “festa delle luci del miracolo”. In effetti, in molte famiglie, le lampade di Khanukkà consistono in stoppini, immersi nell’olio d’oliva, che riproducono la luce della Menorà del Santuario. Durante tutta la festività si mangiano vari cibi tradizionali: frittelle di patate, Ciambelle, Sufganiot e Babka al Cioccolato; ma tutte queste pietanze hanno in comune un ingrediente: l’olio.

Non è una strana usanza questa, molto irrazionale? Il miracolo dell’olio, sembrerebbe, di minore importanza rispetto alla vittoria militare. Oltretutto si è trattato di un miracolo accaduto dietro le porte chiuse del Tempio, con solo pochi sacerdoti come testimoni. Un evento, riguardante un simbolo religioso, senza apparenti conseguenze sulla vita, la morte o la libertà del popolo ebraico. Se Israèl fosse stato sconfitto dai greci, probabilmente, oggi non ci sarebbe più un popolo ebraico. Invece, sempre secondo la logica, se l’olio non avesse bruciato per otto giorni, al massimo la Menorà non sarebbe stata accesa per quella settimana e l’esistenza di Israèl non sarebbe stata irrimediabilmente compromessa!

E allora perché il fulcro della festa di Khanukkà è diventato l’olio?
Molti approfondimenti sono stati offerti. In questo saggio presentiamo una spiegazione simbolica, relativa all’universo psicologico interiore dell’uomo.

(continua sotto)
 
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Una felice festa di Khanukkà e un caro Shabbàt Shalom a tutti!
Rav Shlomo Bekhor

In memoria del mio carissimo amico Rav Haim Moshe Mordechai ben Dovber Shaikevitz

Virtual Yeshiva: se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid! 600 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà

Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Vayeshev Khanukkah 
Una bomba atomica imperdibile, poi in questi tempi di quarantene è un must. Khannukah e la parashah Vayeshev: un legame profondo, il buongiorno che ha salvato l’umanità

Significato profondo di Channukah


KHANUKKA – VAYESHEV 5771 – YEHUDA E TAMAR UN MATRIMONIO ETERNO TRA HASHEM E ISRAEL

Al seguente link potrai scaricare la lezione della parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_11_23_vayeshev5771_khanukka_19kislev_khassidut.mp3

Per le altre 6 lezioni di Khanukkà:
https://virtualyeshiva.it/2017/12/09/khanukka-5773/

IL SIGNIFICATO PROFONDO DEL MIRACOLO DI KHANUKKÀ
I Paradossi dell’Olio, Una Guida di Vita

Le quattro qualità dell’olio di oliva

A) L’olio d’oliva è prodotto frantumando e battendo le olive mature che devono essere severamente “Umiliate e preessate”, per tirare fuori olio puro.

B) L’olio d’oliva penetra profondamente nelle sostanze solide. Sappiamo tutti quanto sia difficile rimuovere il grasso oleoso che si fa strada nelle nostre dita o nei nostri vestiti. Vari oli sono stati usati, nel corso della storia, come rimedi per ferite e malattie corporee, poiché l’olio penetra nel corpo, ben oltre il suo tessuto esterno.

C) L’olio non si mescola con altri liquidi. Quando si tenta di mescolare olio con acqua, l’olio rimarrà distinto e non si dissolverà in essa.

D) Non solo l’olio non si mescolerà e dissolverà in altri liquidi, ma si solleverà, fluttuando sopra qualsiasi altro liquido.
Queste, a livello simbolico, appaiono come caratteristiche paradossali. Anche se pressato, “umiliato” duramente, comunque sale verso l’alto! Non si mescola con gli altri liquidi e allo stesso modo penetra nelle sostanze solide. Quindi, altrettanto paradossalmente è possibile porci questa domanda: ma l’olio è “umile” o “arrogante”?

Da spirituale a fisico

Negli scritti mistici ebraici tutte le proprietà fisiche, di qualsiasi oggetto, sono considerate come un continuum delle loro proprietà metafisiche. Ogni oggetto o essere o cosa esistente ha origine nel regno dello spirito ed è derivato e rappresentato da una particolare sublime energia.

Quindi, tale l’energia si evolve per trasformarsi in materia, dando origine a particolari caratteristiche fisiche che rispecchiano la loro fonte spirituale. Questo concetto costituisce un elemento estremamente ricco nell’ebraismo.

Dal punto di vista della Torà, le verità della scienza, della fisica, della chimica, della biologia ecc.; le verità della filosofia, della spiritualità e della psicologia, si fondono in un mosaico perfetto, poiché il mondo fisico discende da quello spirituale per cui i due mondi si rispecchiano.

Lo stesso principio vale anche per l’olio: le quattro qualità sopra menzionate, sono essenzialmente la manifestazione fisica dei quattro attributi spirituali e psicologici dalla quale proviene l’olio.
Queste, a loro volta, evolvono e assumono le quattro forme fisiche di espressione sopra delineate.

Quattro principi cardinali

Nella nostra vita, e in particolare durante la festa di Khanukkà dobbiamo imparare a diventare “simili all’olio”, e sviluppare le sue quattro proprietà.

A) Se pressate le olive producono olio puro! Questo rappresenta la nozione di umiltà: l’antitesi dell’arroganza e dall’eccesso di sé. Significa vedere noi stessi, per chi siamo veramente. Essere pronti a scoprire i nostri pregiudizi, punti ciechi ed errori. Solo questo ci permette di crescere genuinamente senza la contaminazione del nostro ego.

B) Il risultato diretto di questo pressione è la capacità di diventare come l’olio, così da riuscire a penetrare profondamente negli altri. Quando siamo altezzosi e pomposi (di solito a causa della mancanza di autostima e quindi della necessità di creare una fiducia in un sé delirante), siamo incapaci di condividere “noi stessi” con gli altri, o di permettere loro di condividere “se stessi” con noi. Ci nascondiamo in una bolla, per paura di essere vulnerabili e autentici.

In questo modo, non possono nascere vere relazioni. Solo quando il nostro falso ego è pressato, per scelta o per circostanze della vita, abbiamo il coraggio di mostrarci nel mondo e agli altri, con il nostro vero “io”. Solo così possiamo connetterci, profondamente, con il cuore delle altre persone. Non a caso, durante il periodo di Khanukkà leggiamo la storia di Yossèf, come si trasforma dalle “stalle alle stelle”, come passa dalla peggiore prigione egizia a diventare il viceré della super power dell’epoca.

La forza per scalare la vetta più alta dell’Egitto è arrivata a Yossèf, solo grazie all’umiltà che aveva sviluppato, prima a casa di Potifàr come schiavo e poi nella prigione più degradata, riservata ai peggiori criminali. Solo la grande umiltà fiorita in Yossèf gli ha permesso di arrivare così in alto. Molto spesso per raggiungere il successo spropositato, paradossalmente, è fondamentale essere umili.

C) L’umiltà non deve mai permetterci di essere abbattuti e le relazioni genuine non devono limitarci troppo. Non dobbiamo mai rinunciare alla nostra identità individuale, per dissolverci completamente nelle emozioni o nelle scelte degli altri. La bellezza di una relazione magica risiede in due individui distinti, ciascuno con la propria personalità, che scelgono di condividere se stessi, l’uno con l’altro. Proprio come l’olio, dobbiamo sapere come gestire e sentire le profonde emozioni che coinvolgono le relazioni con gli altri essere umani, senza esserne consumati o annullati. Come l’olio, dobbiamo sempre conservare la nostra identità.

Il grande maestro rabbino Menachem Mendel di Kotzk (1787-1859), ripeteva spesso, durante le sue lezioni, un fantastico proverbio, così significativo per le nostre vite che sarebbe sempre da tenere bene in mente: “Se io sono io, perché tu sei te. E se tu sei te stesso, perché io sono io…
Allora io non sono io e tu non sei tu.
Ma se io sono io, perché io sono io. E tu sei te stesso, perché tu sei tu, allora io sono io e tu sei te”.

Questo non è solo un proverbio, esso è un faro che ci illumina e guida in ogni istante della nostra vita. Molte persone, infatti, vivono in base a quello che gli altri pensano di loro: “io sono io” solo in base a quello che gli atri pensano di me, e non in base a quello che io potrei essere, alle qualità potenziali che io posso svelare…

Bensì, a volte si può impostare la propria vita solo in funzione di quello che pensano gli altri di me, in base ai “like” che ricevo su un sito social… una vita superficiale che produce inevitabilmente comportamenti immaturi e frivoli. Questo è il più grande male del nostro terzo millennio: mancanza di autostima. Dal terzo insegnamento dell’olio, impariamo come non “mescolare” la nostra identità per appagare gli altri o subordinarla a un loro apprezzamento, come l’olio che mantiene sempre la sua essenza, anche se si trova assieme ad altri liquidi.

D) Questo triplice processo di schiacciamento in noi stessi, di rafforzare i legami con il prossimo, senza perdere la nostra individualità, dovrebbe alla fine farci salire, proprio come l’olio. Dovrebbe lanciarci verso l’alto e farci “fluttuare” sopra tutto ciò che è intorno a noi. Dobbiamo riuscire a comprendere che siamo una “Parte del Divino” e che in ogni momento, della nostra vita, siamo degli “ambasciatori” di Dio nel mondo. Solo questo ci permette di sentirci al di sopra delle difficoltà e ostacoli che potremmo incontrare in noi stessi o negli altri.

Questa nuova consapevolezza deve nascere, non dall’arroganza, ma dal rendersi conto che il nostro nucleo è parte dell’infinito, proprio come l’olio, anche noi dobbiamo riuscire a salire in alto.
Il Talmud afferma: “Il messaggero di una persona è proprio come il mittente”. Se D*o ci ha scelti e ci ha mandati in missione in questo mondo, significa che in qualche modo “agiamo al Suo posto e per Suo conto”, quando eseguiamo la Sua volontà. Siamo messaggeri D*o, poiché siamo simili a Lui! Se riusciamo a identificare questa realtà, nulla potrà ostacolare la nostra ascesa come l’olio.

Questo è il profondo significato mistico del miracolo dell’ampolla d’olio di Khanukkà. Il motivo per cui il fulcro di questa festività e le nostre attenzioni si rivolgono all’olio è perché questa storia cattura il significato, il giusto “ritmo della vita” che dobbiamo avere. Ognuno di noi, dovrebbe diventare come una Menorà: riuscire a splendere dentro e fuori, allo scopo di illuminare il mondo. Dobbiamo essere simili all’olio, nei suoi quattro aspetti principali:

1. Riscoprire l’arte dell’umiltà e dell’integrità

2. Riuscire a presentarci sinceramente nelle nostre relazioni

3. Conservare sempre la nostra individualità

4. Riconoscere sempre quella parte di noi che è più in alto.

L’ebraismo e in particolare la festa di Khanukkà, insegna agli esseri umani come diventare simili all’olio. Se desideriamo accendere un fuoco nelle nostre vite, dovremmo dare un’occhiata buona e profonda all’olio d’oliva della Menorà.

È vero che è un’importante usanza mangiare cibi fritti con olio, ma andiamo piano con i cibi grassi che nutrono solo il fisico; cerchiamo, invece di essere “ingordi” sul messaggio spirituale dell’olio d’oliva. Speriamo di illuminare noi stessi e il mondo intero per renderlo idoneo alla rivelazione di Mashìakh che è molto imminente, presto nei nostri giorni, amen.

Una felice festa di Khanukkà e un caro Shabbàt Shalom a tutti voi!

Questo saggio è basato su una lettera del Rebbe di Lubàvitch, scritta il 20 di kislèv, 5708 (1947), e pubblicata nell’Igrot Kodesh vol. 2 pagina 316

Diciannove di Kislev

Da quando è nata la chassidùt, ebrei e non ebrei, osservanti e non (e talvolta persino gli stessi chassidìm) si pongono questa domanda: quale cambiamento sostanziale ha apportato la chassidùt all’ebraismo e al mondo? La Torà infatti è rimasta la stessa, le mitzvòt sono sempre le stesse; persino i cambiamenti in alcune piccole usanze, operati dalla chassidùt, sono basati su fonti antichissime.

D’altro canto, è indubbio che la nascita della chassidùt sia stata una vera rivoluzione, poiché essa ha infuso un nuovo spirito nella vita ebraica, al punto da influire, anche forse inconsciamente, persino su coloro che sono dichiaratamente non chassidìm.
In una lettera scritta in occasione del 19 kislèv, il Rebbe Rashàb, rabbi Shalom Ber di Lubàvitch, illustra con due sole parole l’essenza della chassidùt. Egli descrive così gli effetti che ha avuto per l’ebraismo e l’umanità il di 19 kislèv, giorno “dell’esplosione” del pensiero e del movimento chassidico: “Ci sono state date la luce e la vitalità della nostra anima”. Queste due parole, “luce e vitalità”, riassumono l’intero significato della chassidùt.

Che genere di cambiamento?

Qual è la differenza in una stanza al buio o quando è illuminata? A livello degli oggetti che si trovano in essa tutto rimane invariato. La luce non crea nulla di nuovo e nulla aggiunge a ciò che si trovava già nella stanza. D’altro canto, non si può negare che la differenza c’è ed è sostanziale: quando la stanza è buia, gli oggetti sono privi di rilevanza, è difficile coglierne il vero valore e anziché farne un uso proprio e utile si rischia di inciamparvi, di danneggiarli e persino di farsi male.

Così è anche per la vitalità, lo spirito vitale non aggiunge nulla all’essenza stessa del corpo: gli arti sono gli stessi arti, gli organi rimangono anch’essi gli stessi organi. Ma è ovvio che il corpo può giacere come un minerale, senza valore e importanza, e può anche diventare una creatura viva, rigogliosa, piena di energia e forza. Tutto dipende dalla vitalità. Questi due concetti – luce e vitalità – spiegano come si possano cambiare le cose da un estremo all’altro, senza dover aggiungere nulla alla loro essenza. Lo stesso oggetto, lo stesso corpo, può essere quindi vivo e luminoso o al contrario cupo e morto.

Non si può farne a meno

La chassidùt, nella sua vera essenza, è luce e vitalità. La sua definizione più diffusa è quella di “Profondità della Torà e anima della Torà”. Essa rivela una luce nuova che rende ancor più vive e rigogliose le mitzvòt della Torà. La Torà è la stessa Torà, le mitzvòt sono le stesse mitzvòt, ma con la chassidùt esse irradiano ancora di più luce e vita. Con l’avvento della chassidùt, infatti, molti studiosi iniziarono a concepire in maniera diversa la Torà e a osservarne i precetti con calore, energia e gioia. La routine e l’abitudine hanno così lasciato il posto a un’ondata di vita interiore che ha colmato la vita ebraica.

La chassidùt porta un messaggio che sembra contrastante, contraddittorio. Studiandola, risulta chiaro che le sue radici affondano nel Talmùd, nei midrashìm, nelle opere dei grandi pensatori e filosofi ebraici, nei libri di Cabalà e così via, come se tutto fosse già stato detto e scritto. Ma l’approccio e la maniera di spiegare i concetti rivelano un mondo totalmente nuovo, nuove profondità, nuova chiarezza e nuovi legami fra tutti i campi della Torà. Grazie alle spiegazioni della chassidùt, ogni concetto, ogni argomento, acquisisce un nuovo status; essa illumina e rende viva la Torà, proiettandone gli insegnamenti in una dimensione totalmente nuova.

Ci si può quindi chiedere che cosa ne fosse dello studio della Torà prima dell’avvento della chassidùt: si brancolava forse nel buio? Non si capivano forse gli insegnamenti della Torà? Si aveva forse una visione distorta della realtà spirituale ebraica?
Si viveva semplicemente come prima che venissero redatte la Mishnà, la Ghemarà e le altre grandi opere di pensiero e legislative: a quel tempo gli studiosi erano in grado di dedurre i medesimi insegnamenti semplicemente dai versetti della Torà.

Nel corso delle generazioni però sono sorte nuove necessità, il mondo è cambiato e l’ebreo è diventato meno capace di trarre le stesse conclusioni dai soli testi studiati dal padre. In risposta alla crescente debolezza spirituale che ha colpito nei secoli il popolo ebraico, sono nate opere “nuove” e pensieri “innovativi”, che nella loro essenza in realtà non hanno nulla di nuovo, giacché tutto fu insegnato a Moshè sul monte Sinày.

Prima della nascita della chassidùt, quindi, gli ebrei sapevano trarre dalla Torà e dalle mitzvòt stesse la loro luce e la loro profondità. Ora, però, che la chassidùt è stata rivelata per volontà divina in risposta alle necessità delle nostre generazioni, è molto difficile raggiungere la stessa perfezione nello studio della Torà e nell’osservanza delle mitzvòt senza la luce e la vitalità che essa ci dona con i suoi insegnamenti. Novità o non novità, di certo comunque oggi non se ne può fare a meno.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here