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Parashah della Settimana: Vayishlakh “Mandò avanti”, a cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della Settimana 

Shabbat shalom, carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la rubrica della Parashah della Settimana – Vayishlakh, וַיִּשְׁלַח Mandò avanti (Bereshit, Genesi 32.4-36.43) – a cura di rav Shlomo Bekhor. Vi ricordo che a questo link potrete scaricare la porzione settimanale di Torah. 

18 Kislev 5781 – 04 Dicembre 2020
Parashà di Vayishlakh
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 16.10 
Shabbat finisce a Milano: ore 17.13

לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן רחל ושלמה

In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

Prima di introdurre la nostra consueta riflessione settimanale è doveroso onorare il ricordo di un fondamentale evento nella storia dell’ebraismo e non solo. Il 19 di questo mese di kislèv, sabato 5 dicembre, segna la nascita della Chassidùt Chabad. Infatti in questo giorno si ricorda la liberazione di Rabbi Shneur Zalman di Liadi (18 Elùl 1745 – 24 Tevèt 1812) dalla prigionia zarista. Rabbi Shneur Zalman, noto anche come l’Alter Rebbe, fu il principale discepolo ed erede del Màghid di Mèzritch, a sua volta erede del Bà’al Shem Tov.

Fondatore del movimento chassidico Chabàd Lubàvitch, l’Alter Rebbe fu autore del Tanya e dello Shulkhàn Arùkh. Il Bà’al Shem Tov lo definì “un’anima del mondo di Atzilùt scesa in questo mondo per illuminarlo con la profondità della Torà”. Tutto il mondo festeggia questa grande rivelazione di luce che ci accompagnerà fino alla redenzione finale. In realtà la grandezza di questo giorno ci è stata rivelata ben 850 anni fa dal grandissimo maestro cabalista Rabbi Yaakov Levì, il quale dice che il 19 di kislèv è un giorno di grande benedizione in cui le nostre preghiere vengono esaudite.

Infatti, il Rebbe Shneur Zalmàn ha promesso che farà di tutto per esaudire le richieste di ogni persona. Poi quest’anno il 19 di kislèv ha in aggiunta l’ingrediente di Shabbàt che lo rende ancora più strepitoso. L’ultima volta che il 19 di kislèv è caduto di Shabbàt è stato ben 20 anni fa. Cerchiamo di approfittare di questo Shabbàt per prendere delle decisioni per migliorare nello studio della Chassidùt e per chiedere che vengano soddisfatti i nostri bisogni e soprattutto il più importante di questi: chiedere la redenzione finale e l’arrivo di Mashìakh presto nei nostri giorni.
(vedi sotto approfondimento)

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

In memoria del mio carissimo amico Rav Haim Moshe Mordechai Shaikevitz

Virtual Yeshiva: se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid! 600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà. Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Vayshlakh
Nuova lezione atomica. Ottava Parashà: significato cabalistico sette inchini di Yaakoiv

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10158819977620540

Come mai i romani convivono in pace in Israele solo per ventisei anni?

di Khanukkà Otto Giorni, Vayishlakh 8° Parashà
Qual’è il Collegamento Mistico? Perché Yaakòv si inchina a Essàv proprio sette volte?
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Valutiamo Sempre le Importanti Decisioni Senza Ego!

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10157683132440540
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Vayishlakh – l’ebreo con il mondo o cobtro il mondo? Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

VAYISHLAKH 5771 – L’EBREO CON IL MONDO O CONTRO IL MONDO?

Al seguente link potrai scaricare la lezione della parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_11_16_vayishlakh5771_inchinoyaakov_relazgentili_relativita_male.mp3

Per le altre lezioni:

https://virtualyeshiva.it/2019/12/08/vayishlakh-5-lezioni-precedenti/

Come la battaglia dei “gemelli cosmici ha cambiato il coso della storia

Un Po’ di Polvere per Cambiare il Mondo!

E Giacobbe fu lasciato solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’alba (Genesi 32, 25). Inoltre è scritto che durante la notte dell’esilio, le nazioni del mondo e il regno di Edom (Essàv) lotteranno con Giacobbe fino all’alba della redenzione (Midràsh Lekakh Tov). Quindi ora andiamo dalla padella alla brace!

Dopo venti anni di lavori forzati nella casa di Lavàn, Giacobbe avrebbe costruito una famiglia e raccolto le risorse necessarie solo per prepararsi ad entrare nella mischia e affrontare suo fratello gemello, Essàv? Ebbene sì! Questo ci insegna che solo quando abbiamo rafforzato le nostre risorse, formato una famiglia e una casa sicura – una base solida – solo allora saremmo pronti per entrare in combattimento con il difficile mondo dominato dai “guerrieri” (Essàv).

Quindi proseguendo la nostra storia. Dopo venti anni di lavori forzati nella casa di Lavàn ecc., cosa fa Giacobbe? Non cerca il combattimento, il confronto con il fratello, bensì cerca di riappacificarsi con Essàv per unire le forze. Giacobbe quindi invia messaggeri a suo fratello come un’“ouverture” per la riconciliazione. Quando i messaggeri tornano con la notizia che Essàv sta marciando con “quattrocento uomini”, si rende conto che lui non è ancora pronto a vivere in pace. Giacobbe avrebbe quindi dovuto affrontare Essàv solo attraverso i suoi sforzi. Questi sforzi costituiscono il tema essenziale della parashà di questa settimana, Vayishlàkh.

Quindi dopo aver capito la propria precaria e potenzialmente pericolosa posizione, Giacobbe divide la sua famiglia, la gente che si trova con lui e tutti i suoi averi in due accampamenti e, nel contempo, prepara dei regali per placare l’ira di suo fratello e si tiene pronto anche per la guerra. In quel fatidico e decisivo momento nella Torà è scritto che Giacobbe “Quella notte si alzò”, prese la sua famiglia e le sue proprietà e “attraversò il guado di Yabbòk” (Genesi 32, 23).

Poi la Torà continua dicendo e “Giacobbe fu lasciato solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’alba. [L’uomo] vide che non ce la faceva contro Giacobbe e colpì l’articolazione dell’anca che si slogò mentre lottava con lui” (Genesi 32, 25-26).
Allo spuntare dell’alba l’uomo chiede a Giacobbe di potersene andare. Giacobbe lo esaudisce solo dopo aver ottenuto dall’uomo una benedizione: che Giacobbe e i suoi discendenti, avrebbero avuto un nuovo nome, “Israèl”.

Troppa Polvere nella Lotta

Questo misterioso episodio di “lotta libera”, pieno di messaggi differenti, è molto criptico. I saggi e i commentari analizzano il significato della parola ebraica lotta usata qui: “vayeavèk”. L’opinione più diffusa spiega che questo termine deriva dalla parola “avàk”, polvere, come riferimento alla polvere che saliva dal terreno mentre Giacobbe e l’uomo lottavano. Come scrive il grandissimo commentatore della Torà, Rashì: “E un uomo si coprì di polvere, perché stavano sollevando polvere con i piedi attraverso i loro movimenti”.

Seguendo questa interpretazione, una domanda nasce spontanea: perché questa polvere ha un ruolo così importante qui? Sembrerebbe che la polvere creata dalla loro lotta sia un effetto collaterale, un dettaglio marginale, una conseguenza insignificante di due persone che lottano per terra (se lottassero, per esempio, su un pavimento di pietre non ci sarebbe polvere). Perché allora la Torà concede un grande risalto a questo particolare e addirittura usa il termine “avàk”, che riguarda la polvere, e non un termine attinente alla lotta per descrivere questo fondamentale scontro?

In effetti, dopo ulteriori approfondimenti possiamo capire come la “polvere, avàk” assume una rilevanza tutta sua: il Talmud spiega che: “La polvere dei loro piedi salì fino al Trono Divino” (Khullìn 91a).
Il Midràsh (Shir Hashirìm Rabbà 3: 5/2) si spinge ancora più lontano e afferma non solo che tutti i doni di Giacobbe sono il risultato di questa “polvere”, ma che tutti i “doni che Israele guadagnerà in questo mondo e tutti i successi che avranno negli affari… e nelle battaglie tutto sarà per merito della polvere di Giacobbe”! Come è possibile imputare un tale potere a della semplice e insignificante polvere? Polvere che dovrebbe essere, addirittura, fonte di immense benedizioni nel corso della storia di Israele?

Rettificare il Caos

Per prima cosa dobbiamo capire che il misterioso “uomo” che ha lottato con Giacobbe era l’angelo custode di Essàv. Pertanto la lotta di Giacobbe con questo angelo, durata tutta la notte, simboleggia quella contro il materialismo e il male che Esaù e i suoi discendenti rappresentano e che Israèl dovrà intraprendere da quel momento in poi, durante tutta “la notte del lungo esilio”. Secondo lo Zohar (Vayikrà 100b) questa lotta ha avuto luogo nella vigilia di Yom Kippur. Cosa che sottolinea la centralità di questo evento.

La lotta di Giacobbe con l’angelo di Essàv corrisponde anche al “malvagio” che sta dentro di noi nella battaglia spirituale che dobbiamo compiere fin dal primo momento della nostra vita tra la materia e lo spirito: Essàv il guerriero rappresenta il corpo, il mondo materiale, i cui elementi selvaggi devono essere conquistati; Giacobbe, il retto lo studioso simboleggia l’anima e il mondo spirituale. Fin da subito questi due mondi si scontrano e lottano per il controllo.

In termini mistici questa “lotta eterna” rappresenta il processo chiamato il lavoro dei Birurìm (anche chiamato Tikkùn Olàm): dividere le scintille di santità dalla materia grezza. Processo basato sul presupposto che l’esistenza materiale contiene “scintille” divine, cioè energia spirituale. La nostra missione in questo mondo consiste nel riscattare ed elevare queste scintille. Solo quando riusciamo a vedere e rivelare la spiritualità celata in ogni esperienza umana possiamo riuscire a perfezionare l’universo materiale e trasformarlo nel suo vero scopo: un veicolo per l’espressione spirituale.

In questo contesto mistico Essàv e Giacobbe sono l’incarnazione dei due mondi cosmici gemelli del Tòhu e del Tikkùn. Esaù è il “guerriero” – l’energia selvaggia e indomabile del mondo del Tòhu, che è racchiusa nella materia grezza. Questa energia è una forza molto potente, molto di più delle energie stabilmente definite che animano il mondo corretto e ordinato di Giacobbe, quello del Tikkùn.

Tuttavia, senza la guida e il controllo della spiritualità strutturata del Tikkùn, l’universo materiale del Tòhu rischia di diventare una mera forza distruttrice: la materia ha bisogno dello spirito per incanalare la sua enorme energia verso obiettivi costruttivi e positivi. La vera sfida dell’umanità è quella di scavare sotto la superficie del mondo fisico per dissotterrare le “scintille di santità” che sono il residuo del mondo del Tòhu primordiale: sfruttare il loro enorme potenziale e integrare le due realtà. Solo attraverso la fusione dei “gemelli cosmici” l’uomo e l’umanità potranno catturare e incanalare definitivamente l’immensa energia del Tòhu negli “ampi contenitori” del Tikkùn.

La lotta per ottenere questa sinergia è la storia della vita dei gemelli biblici e l’essenza stessa della storia umana nel suo complesso. Essàv e Giacobbe emergono dallo stesso grembo dove stavano già combattendo e il resto della loro vita è definito dalla ricerca della loro riconciliazione. Ma la dicotomia è troppo profonda per essere risolta in una vita. Le forze del Tòhu sono troppo espansive, troppo affamate e troppo grezze per sottomettersi ai rigori del Tikkùn; i recipienti del Tikkùn sono troppo definiti, troppo strutturati per abbracciare e contenere le passioni incontrollate del mondo del Tòhu.

Quindi la ricerca di unire Tòhu e Tikkùn si estende oltre le vite di Giacobbe ed Essàv, oltre le nazioni di Israele e di Edom. Gli otto re che “regnarono in Edom, prima che regnasse un re sui figli di Israele” sono le forze instabili del Tòhu. All’opposto il popolo di Israele che procede nel Sinai, con il “bagaglio” dei 613 comandamenti, deve portare il Tikkùn olàm, la rettificazione e la civiltà del mondo. Tutta la storia successiva è la storia della tensione tra materia e spirito e i nostri sforzi per alleviare questa tensione e trovare una soluzione nell’armonizzare e integrare “Giacobbe ed Esaù”.

Il conflitto infuria nelle battaglie tra il regno di Giuda e Roma, tra spirito e materia, tra il sacro e il mondano. Questa epica guerra si risolverà solo alla fine dei giorni e le lotte dell’umanità culmineranno quando “i salvatori saliranno sul Monte Sion per giudicare la montagna di Essàv” (Ovadyà 1, 21).

Solo ma non troppo

In questo contesto possiamo arrivare a comprendere il significato della “polvere” che è sorta da Giacobbe mentre lotta con l’angelo di Essàv. Prima dell’incontro di Giacobbe con l’angelo, nella Torà è scritto che “rimase solo”. Tuttavia, prima di proseguire con il resto della storia, occorre dare una breve spiegazione sul significato esoterico di “rimase solo” secondo il midràsh. Il quale spiega come la “solitudine” di Giacobbe cela il fatto che il patriarca raggiunge un livello spirituale tale che rimane “solo”, poiché è l’unico umano ad averlo raggiunto.

Inoltre il midràsh arriva a paragonare questo stato spirituale a quello di Hashèm che nelle sue vette spirituali è “solo”.

vviamente questo esempio serve solo a noi umani per cercare di capire meglio. Sarebbe, infatti, come cercare di paragonare l’intelligenza di un moscerino a quella di un premio nobel. E anche quest’ultimo è un esempio insoddisfacente, poiché non esiste una misura per calcolare o paragonare la distanza spirituale tra l’essenza di D*o e qualunque altra creatura. Quindi, Giacobbe riesce, grazie a tutte le sue fatiche spirituali e materiali precedenti, a ottenere una grande elevazione spirituale simile al Divino.

Solo grazie a questo nuovo stato Giacobbe trova la forza spirituale per elevare le scintille nella materia. I saggi del Talmud spiegano, in maniera più prosaica, come Giacobbe: “Rimase da solo per via di alcuni piccoli vasetti che si era lasciato alle spalle. E da ciò apprendiamo che i giusti valorizzano i loro soldi più dei loro corpi” (Khullìn). Questa risposta sembra a dir poco strana! Come è possibile passare da una interpretazione della vicenda, come quella del midràsh, secondo cui “solo” significa “simile a Hashèm” a questa dove “solo” vuol dire che Giacobbe dimentica dei “vasetti”? I soldi che cosa c’entrano in questa mitica storia? E inoltre, perché Giacobbe avrebbe rischiato la sua vita per ritornare a prendere nient’altro che “piccoli vasetti”?

Estrarre le scintille di santità

Il Baal Shem Tov spiega in questo modo la vicenda dei “vasetti”: “I giusti sanno che i loro beni materiali contengono potenti “scintille di santità” che vengono riscattate ed elevate quando l’oggetto o la risorsa viene utilizzata per soddisfare la volontà divina. Le persone rette vedono queste scintille di potenziale divino come estensioni virtuali della loro stessa anima, forze che possono catapultare le loro anime ad altezze senza precedenti. Questo accade poiché comprendono che se la Divina Provvidenza ha fatto in modo di mettete quella cosa o risorsa nelle loro mani significa che la redenzione di quella cosa è parte integrante della loro missione nella vita in questo mondo”.

Giacobbe è perfettamente consapevole del fatto che per realizzare lo scopo della sua esistenza ha bisogno di elevare le “scintille” di Essàv che giacciono nel mondo materiale, inclusi gli ultimi “piccoli vasi” rimasti. La sua elevazione, al livello “rimase solo”, non può prescindere dal riscattare le scintille occultate nella materialità. Missione simboleggiata dai “vasetti”. Quindi, Giacobbe rimane solo per svolgere tale compito e per questo incontra l’angelo di Essàv che lotta con lui fino all’alba.

La visione del “mondo di Essàv” è finalizzata al godimento della materia e non di elevarla in santità, per questo l’angelo attacca subito Giacobbe, perché è contrario ai valori di vita che lui rappresenta e così cerca di imporre il suo approccio terreno.
Questo racconto non è lontano dalle nostre vie quotidiane come sembrerebbe. Ad esempio quando ci immergiamo in un affare economico per estrarre le “scintille”, ci possiamo trovare di fronte a simili dilemmi, anche noi, anche oggi.

Chi prevarrà? Le tentazioni egoistiche, così comuni, nella ricerca della ricchezza o il nostro altruismo che ci dice come le ricchezze devono essere usate per uno scopo più alto delle nostre mere esigenze? Chi trionferà? La voce che afferma: “Il mio successo è dovuto solo a me! Che è solo grazie alla mia intelligenza e forza che ho questa ricchezza”; oppure quella che dice “Non è stata la mia forza e il mio potere personale a portarmi tutta questa prosperità, poiché è solo Dio che ci dona il potere di diventare ricchi” (Deuteronomio 8,17-18).

Avàk o Yabòk? Orogoglio o umiltà?

Questa “eterna” battaglia, tra i nostri “Giacobbe e Essàv interiori” produce un’abbondanza di “polvere, avàk”. Infatti, in yiddish la ghematria (equivalente numerico) delle parole “gelt” (denaro) è “blote” (fango) è di 112. Numero che corrisponde alla parola yabòk che rappresenta una di filosofia antitetica rispetto a quella simboleggiata da Essàv. La polvere, non produce (naturalmente) la vegetazione, come fa la terra. Tuttavia trasporta potenti energie.

I Cabalisti spiegano che “yabòk” (112) – il fiume che Giacobbe attraversa con la sua famiglia e i suoi possedimenti – è composto da due, delle tre, lettere ebraiche che formano la parola “avàk”, mentre solo la prima lettera è differente: “Yabòk” inizia con una yud invece di una alef, come avàk. La yud – un semplice punto – indica l’altruismo e il bitùl, (annullamento di fronte a D*o), mentre l’alef rappresenta, in questo contesto, i bisogni egoistici. Quando le forze negative vogliono rubare l’energia spirituale dal luogo di santità e benedizione si aggiunge alle lettere kuf bet (iniziali delle parole kedusha – santità e brakhà – benedizione), la lettera alef, in modo da formare la parola “akov” (alef kuf bet), le stesse lettere di avàk – polvere: simbolo della lotta contro l’edonismo e il narcisismo.

In altre parole quando le lettere kuf bet – santità e benedizione, che corrispondono al successo nel lavoro, sono anticipate da un senso di umiltà, rappresentato dalla YUD, allora abbiamo “yabòk”, ovvero il “passaggio oltre il fiume” che simboleggia lo status della redenzione finale. Mentre quando il successo è legato al proprio IO, allora troviamo la alef (ego), prima delle lettere kuf bet (successo lavorativo), che forma la parola avàk – polvere che è lo status dell’esilio: quando Giacobbe deve combattere il simbolo della materialità solleva un grande polverone.

Però alla fine della notte, ovvero alla fine dell’esilio, Giacobbe vincerà la sfida, debellando l’angelo del malvagio Essàv e riuscendo a passare da avàk a yabòk, dall’esilio e l’ego, verso la redenzione e l’umiltà. Perciò in una situazione salutare, la santità e la benedizione seguono la yud יבק – yabòk (Or Ha Torà Shir Hashirìm 719). Giacobbe eleva per primo la sua famiglia e le sue proprietà portandole attraverso il fiume “yabòk” (che comprende anche le stesse lettere del nome “Yaakov”) – e unendo il potere del Tòhu al fulcro del Tikkùn. Tuttavia sa che ancora ha bisogno di coinvolgere l’indomito Esaù e deve abbassarsi al suo livello, al fine di riscattare le “scintille” ultra-potenti che rimangono ancora nei “frammenti spezzati” al suo interno.

Quindi torna per i “vasetti”, atto che lo porta verso l’immancabile battaglia notturna con l’angelo e la conseguente “polvere” (“avàk-ego”) che deve ancora essere trasformata in “yabòk-annullamento” (Torà Or Vayishlàkh 25a). In effetti, la polvere è così intensa che “l’uomo si è coperto di polvere”. Questo potrebbe anche spiegare il motivo per cui Giacobbe chiede all’angelo (quando l’angelo lo pregò di liberarlo): “Lasciami andare, perché il giorno irrompe”: “Sei un ladro o un giocatore d’azzardo, che hai paura del mattino?”

Il denaro da solo, senza una direzione spirituale, diventa corrotto sotto forma di furto o gioco d’azzardo. Al che l’angelo gli risponde: “Sono un angelo, e dal giorno in cui sono stato creato, non è maturato il mio tempo per lodare D*o fino ad ora”.
Per quanto difficile possa essere la battaglia, indipendentemente dalle nuvole di polvere che ha creato, Giacobbe prevale nella sua lotta con i tentacoli del materialismo. Concetto celato in questa frase e “la polvere dei loro piedi salì fino al Trono Divino”: Giacobbe lottando per compiere la sua missione di portare lo spirito nella materia (Esaù), raggiunge l’essenza del Divino che è dentro di lui, lo “stato super-cosciente”, che per conto suo non avrebbe potuto raggiungere.

Il prezzo della vittoria

“L’articolazione dell’anca di Giacobbe si è lussata mentre lottava”.
La materia e lo spirito non sono ancora compatibili, quindi bisogna trasformare la polvere “avàk” in altruismo yabòk – bitùl, che è rappresentato dal divieto di mangiare il nervo sciatico scaturito dalla ferita all’anca. Ora, Giacobbe è pronto per incontrare Essàv realmente e non il suo angelo. Come risultato del suo trionfo sull’angelo lo stesso Essàv è stato un po’ abbattuto, il suo cuore si apre a suo fratello e i due finalmente si riconciliano. Le due nazioni e mondi, le due forze cosmiche che sono Essàv e Giacobbe, sono entrambe maturate al punto in cui possono cominciare a coesistere tra loro.

I saggi discutono se questa sia stata una riconciliazione completa e sincera. L’argomento riflette la difficoltà di integrare i due. In entrambi i casi è iniziato il processo di risoluzione del contrasto tra materia e spirito. Eppure, questo è solo l’inizio del processo, solo ora inizia ad essere palese l’importanza della lotta storica tra spirito e materia e di tutta la polvere che creerà fino al momento dell’alba della redenzione, dove finalmente la materia sarà rettificata e lo spirito prevarrà (vedi Zohar porzione 170a).

Oggi ognuno di noi ha in sé un simile microcosmo una battaglia simile. Dopo aver costruito una casa e una famiglia forti e aver assicurato la loro protezione, dobbiamo ancora rientrare nel “ring” – il “campo di battaglia” in cui lotteremo contro la potenza del richiamo della prosperità e del successo. In queste occasioni anche noi siamo soli. Quel posto tranquillo dove affrontiamo alcune delle nostre più profonde sfide interiori ci potrà sembrare lontano.

Quando lo spirito si scontra con la materia, le battaglie genereranno polvere e molti di noi sono coperti di polvere. Ma ricordiamo che la nostra polvere è cara e preziosa a Dio – perché è il risultato di una lotta che è lo scopo stesso dell’esistenza. E la nostra polvere sale direttamente al Trono Celeste e genera energie senza precedenti che trasformano il mondo in cui viviamo. Dobbiamo essere consapevoli del fatto di avere il potere di prevalere, il potere di “Israèl”, il nome dato a Giacobbe dall’angelo di Essàv, la benedizione che emerge dalla lotta polverosa, “Perché hai lottato con il divino e con l’uomo e hai trionfato”.

Soprattutto, dobbiamo sapere che Giacobbe combatté la parte più difficile della nostra guerra. E la sua battaglia permette a tutti noi di non essere sopraffatti dall’avidità e dalla corruzione del mondo. Il suo trionfo ci rende tutti capaci di integrare le forze della materia e dello spirito che lottano tra loro da millenni.
Incredibile come una apparentemente banale lotta tra fratelli, nasconda in realtà un conflitto etico tra spirito e materia che dura fino a oggi, e tutto per causa di una notte buia di ben 3.590 anni fa.

Ricordiamo come dalla sera del 5 Dicembre, fino a Pèssakh, si chiedono le piogge (anche in diaspora), non solo all’inizio della Amidà, ma anche dentro la nona benedizione di Barekh Alenu dove aggiungiamo Veten Tal Umatar.

Se qualcuno sbaglia o non si ricorda di aver recitato la giusta benedizione (solo entro il 1° mese) deve ripetere la Amidà.

19 di Kislev

Da quando è nata la chassidùt, ebrei e non ebrei, osservanti e non (e talvolta persino gli stessi chassidìm) si pongono questa domanda: quale cambiamento sostanziale ha apportato la chassidùt all’ebraismo e al mondo? La Torà infatti è rimasta la stessa, le mitzvòt sono sempre le stesse; persino i cambiamenti in alcune piccole usanze, operati dalla chassidùt, sono basati su fonti antichissime. D’altro canto, è indubbio che la nascita della chassidùt sia stata una vera rivoluzione, poiché essa ha infuso un nuovo spirito nella vita ebraica, al punto da influire, anche forse inconsciamente, persino su coloro che sono dichiaratamente non chassidìm.

In una lettera scritta in occasione del 19 kislèv, il Rebbe Rashàb, rabbi Shalom Ber di Lubàvitch, illustra con due sole parole l’essenza della chassidùt. Egli descrive così gli effetti che ha avuto per l’ebraismo e l’umanità il di 19 kislèv, giorno “dell’esplosione” del pensiero e del movimento chassidico: “Ci sono state date la luce e la vitalità della nostra anima”. Queste due parole, “luce e vitalità”, riassumono l’intero significato della chassidùt.

Che genere di cambiamento?

Qual è la differenza in una stanza al buio o quando è illuminata? A livello degli oggetti che si trovano in essa tutto rimane invariato. La luce non crea nulla di nuovo e nulla aggiunge a ciò che si trovava già nella stanza. D’altro canto, non si può negare che la differenza c’è ed è sostanziale: quando la stanza è buia, gli oggetti sono privi di rilevanza, è difficile coglierne il vero valore e anziché farne un uso proprio e utile si rischia di inciamparvi, di danneggiarli e persino di farsi male.

Così è anche per la vitalità, lo spirito vitale non aggiunge nulla all’essenza stessa del corpo: gli arti sono gli stessi arti, gli organi rimangono anch’essi gli stessi organi. Ma è ovvio che il corpo può giacere come un minerale, senza valore e importanza, e può anche diventare una creatura viva, rigogliosa, piena di energia e forza. Tutto dipende dalla vitalità.

Questi due concetti – luce e vitalità – spiegano come si possano cambiare le cose da un estremo all’altro, senza dover aggiungere nulla alla loro essenza. Lo stesso oggetto, lo stesso corpo, può essere quindi vivo e luminoso o al contrario cupo e morto.

Non si può farne a meno

La chassidùt, nella sua vera essenza, è luce e vitalità. La sua definizione più diffusa è quella di “Profondità della Torà e anima della Torà”. Essa rivela una luce nuova che rende ancor più vive e rigogliose le mitzvòt della Torà. La Torà è la stessa Torà, le mitzvòt sono le stesse mitzvòt, ma con la chassidùt esse irradiano ancora di più luce e vita. Con l’avvento della chassidùt, infatti, molti studiosi iniziarono a concepire in maniera diversa la Torà e a osservarne i precetti con calore, energia e gioia. La routine e l’abitudine hanno così lasciato il posto a un’ondata di vita interiore che ha colmato la vita ebraica.

La chassidùt porta un messaggio che sembra contrastante, contraddittorio. Studiandola, risulta chiaro che le sue radici affondano nel Talmùd, nei midrashìm, nelle opere dei grandi pensatori e filosofi ebraici, nei libri di Cabalà e così via, come se tutto fosse già stato detto e scritto. Ma l’approccio e la maniera di spiegare i concetti rivelano un mondo totalmente nuovo, nuove profondità, nuova chiarezza e nuovi legami fra tutti i campi della Torà. Grazie alle spiegazioni della chassidùt, ogni concetto, ogni argomento, acquisisce un nuovo status; essa illumina e rende viva la Torà, proiettandone gli insegnamenti in una dimensione totalmente nuova.

Ci si può quindi chiedere che cosa ne fosse dello studio della Torà prima dell’avvento della chassidùt: si brancolava forse nel buio? Non si capivano forse gli insegnamenti della Torà? Si aveva forse una visione distorta della realtà spirituale ebraica?
Si viveva semplicemente come prima che venissero redatte la Mishnà, la Ghemarà e le altre grandi opere di pensiero e legislative: a quel tempo gli studiosi erano in grado di dedurre i medesimi insegnamenti semplicemente dai versetti della Torà. Nel corso delle generazioni però sono sorte nuove necessità, il mondo è cambiato e l’ebreo è diventato meno capace di trarre le stesse conclusioni dai soli testi studiati dal padre.

In risposta alla crescente debolezza spirituale che ha colpito nei secoli il popolo ebraico, sono nate opere “nuove” e pensieri “innovativi”, che nella loro essenza in realtà non hanno nulla di nuovo, giacché tutto fu insegnato a Moshè sul monte Sinày.
Prima della nascita della chassidùt, quindi, gli ebrei sapevano trarre dalla Torà e dalle mitzvòt stesse la loro luce e la loro profondità.

Ora, però, che la chassidùt è stata rivelata per volontà divina in risposta alle necessità delle nostre generazioni, è molto difficile raggiungere la stessa perfezione nello studio della Torà e nell’osservanza delle mitzvòt senza la luce e la vitalità che essa ci dona con i suoi insegnamenti. Novità o non novità, di certo comunque oggi non se ne può fare a meno.

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