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La Parashah della Settimana: Vayetze “Giacobbe partì”, a cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la Parasha della Settimana – Vayetze, “וַיֵּצֵא” “Giacobbe partì” (Bereshit, Genesi 28.10-32.3) – a cura di rav Shlomo Bekhor. Vi ricordo come sempre che potrete scaricare da questo link la porzione settimanale di Torah.

12 Kislev 5781 – 28 Novembre 2020
parashà di Vayetze 
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 16.10
Shabbat finisce a Milano: ore 17.30

לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי יעקב בן רחל ושלמה
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

Mamash Edizioni Ebraiche | Virtual Yeshiva

Una mamma ebrea e suo figlio sono in spiaggia. Mentre il bambino sta giocando nell’acqua, lei è in piedi sulla riva per non bagnarsi. All’improvviso, un’enorme onda appare dal nulla e investe proprio il punto dove si trova il ragazzo. In pochi secondi, l’acqua si ritira e il ragazzo non c’è più: sparito. La madre disperata alza le mani al cielo, urla e grida: “Oh mio Signore, mio D*o, come hai potuto? Non sono stata una donna meravigliosa? Una madre meravigliosa? Non ho tenuto una casa kasher? Non ho dato in beneficenza? Non ho acceso candele ogni venerdì sera? Non ho fatto del mio meglio per vivere una vita di cui saresti orgoglioso? Improvvisamente si ode una voce dal cielo che dice: “Si hai ragione è vero!”

Un attimo dopo un’altra enorme onda appare dal nulla e si schianta sulla spiaggia. Mentre l’acqua si ritira, il ragazzo è lì sorridente che nuota come se niente fosse mai successo.
Allora di nuovo la voce dal cielo tuona: “Ti ho restituito tuo figlio. Sei soddisfatta?” La donna risponde: “No… aveva anche un cappello…!”

Perché, odiamo ciò che non comprendiamo?

Giacobbe fugge dalla sua casa in Canaàn e viaggia verso est fino alla casa di Lavàn. All’arrivo incontra la figlia minore di Lavàn, Rachele, e si innamora di lei. Lavàn gli propone un accordo: “Lavora per me sette anni e te la darò in sposa”. Giacobbe rispetta l’accordo, ma la notte delle nozze, Lavàn sostituisce Rachele con Leà, infatti di notte Leà entra sotto il baldacchino nuziale, al posto di Rachele. Giacobbe consuma il matrimonio e scopre l’inganno solo il mattino seguente.

Alla fine Giacobbe accettò il suo destino e rimase con Leà, ma in seguito sposò anche Rachele, la sposa da lui scelta e amata, fin dall’inizio. Questa è una delle storie più intriganti di tutto il Tanàkh. Contiene alcune delle idee più profonde sulle relazioni, l’amore e il funzionamento della mente umana. Come può Giacobbe, il terzo Patriarca di Israele, odiare la propria moglie, Leà? Tuttavia poiché ogni storia della Torà costituisce una lezione senza tempo, un progetto per le nostre vite, cosa può insegnarci questa vicenda?

Questa apparentemente semplice e banale storia, in realtà, contiene profondissimi concetti sulle relazioni di coppia, sull’amore e sul funzionamento della mente umana. Ma iniziamo con una semplice domanda: come può Giacobbe odiare la propria moglie, Leà? Giacobbe il terzo e il più perfetto Patriarca d’Israele, il capostipite, il giusto per eccellenza per il popolo ebraico, può odiare veramente la propria moglie oppure non amarla pur essendo sua moglie e madre di sei figli suoi?
(continua sotto)

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

In memoria del mio carissimo amico Rav Haim Moshe Mordechai Shaikevitz
Virtual Yeshiva: se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid! 600 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà. Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Vayetze
Lezione atomica

7° – Vayetze: perchè succedono cose negative?

 

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10158800693555540

Vayetze – Quando l’amore non viene dall’amata. A volte bisogna separarsi per capire se l’amore viene dal proprio beneficio o dal profondo legame. Tre esempi paralleli: Rakhèl e Yaakòv, Rakhèl e Rabbi Akiva, L’uomo e D-o.

 

Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

VAYETZE 5770 – QUANDO L’AMORE NON VIENE DALL’AMATA!!!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_11_26_vayetze_yakov_akiva_esilio_2tipi_amore.mp3

Per le altre lezioni:
https://virtualyeshiva.it/2020/11/22/vayetze-5775-7-lezioni-precedenti/

Perché sposarsi con una moglie che odiamo? 
(continua da sopra)
Poiché la Torà è sinonimo di horaà – insegnamento, ogni racconto ci deve dare una lezione pratica. Allora quale lezione ci insegna questa storia? In effetti, il Talmud ci mette in guardia pesantemente sul fatto di vivere con una moglie che odiamo e disprezziamo: o cambi il tuo atteggiamento o esci dal matrimonio! Oltretutto, una simile relazione è particolarmente dannosa per i bambini. Se Giacobbe davvero odia Leà, perché si è sposato con lei?

Ci sono molte interpretazioni, su questa famosa vicenda, ma probabilmente, quella più originale e sorprendente, si trova negli scritti dei primi due maestri della dinastia Chabad: Rabbi Shneur Zalman di Liadi, noto come Alter Rebbe (1745-1812); e quella di suo figlio, Rabbi Dov Ber, noto come Mitelè Rebbe (1733-1828) che oggi il 10 di Kislèv cade l’anniversario della sua salvezza dalla prigione in Russia. Questi due grandi maestri spiegano che le persone odiano ciò che non capiscono e ciò che non possono controllare, temono ciò che non possono conquistare.

Due donne per due mondi

Questa è la descrizione fatta nella Genesi: “(Giacobbe) Si unì anche a Rachele e amò Rachele più di Leà; lavorò con lui (Lavàn) per altri sette anni. E D*o vide che Leà era odiata, così aprì il suo grembo; mentre Rachele era sterile. Leà concepì e partorì un figlio, e lo chiamò Reuvèn”, poiché disse: “Poiché il Signore ha visto la mia afflizione, ora mio marito mi amerà”.

Concepì di nuovo e partorì un figlio, e disse: “Poiché il Signore ha sentito che sono odiata, mi ha dato anche questo”. Quindi lo chiamò Shimon. Nello Zohar, Leà e Rachele sono descritte come “il mondo nascosto” e il “mondo rivelato”. Leà, spiega l’Alter Rebbe, era molto più profonda di Rachele. Mentre Rachele rappresenta il sé cosciente, il sé proiettato, manifestato ed espresso in articolate emozioni e parole; Leà invece rappresenta il sé inconscio, i componenti della nostra identità che sono nascosti alle esperienze coscienti dall’immagine concettualizzata di se stessi.

Ognuno di noi ha la sua “Rachele e Leà interiori”. Esse sono nei nostri figli, genitori, fratelli e amici ecc., quindi nelle nostre vite e, naturalmente, nella nostra esperienza con D*o.

Rachele simboleggia quella dimensione del nostro IO che crea una percezione del prossimo: quegli aspetti del nostro coniuge o figli che comprendiamo, apprezziamo e in qualche modo possiamo controllare e circoscrivere con la nostra mente. Rachele rappresenta quegli aspetti dei nostri figli che “otteniamo” in maniera “confortevole” per noi, essa riflette quelle parti di noi che possiamo classificare, vedere modellare; gli aspetti della psiche con cui siamo venuti a patti, a compromessi.

Leà, invece, rappresenta i componenti del nostro coniuge che ci sfidano, gli aspetti dei figli che ci costringono a rivalutare tutto su noi stessi o sui nostri genitori, le dimensioni della nostra identità che abbiamo represso da tempo e che ci scioccano. Leà incarna gli aspetti di noi stessi a cui non possiamo o riusciamo a dare un senso. Rachele è naturalmente amabile, mentre Leà è ovviamente odiata. Perché? A questo proposito, l’Alter Rebbe fa un’osservazione sbalorditiva:

Le persone odiano ciò che non capiscono

Tutti noi, infatti tendiamo ad allontanarci da ciò che non possiamo circoscrivere chiaramente con la nostra mente: temiamo ciò che non possiamo conquistare; odiamo ciò che non possiamo controllare. Invece, altrettanto naturalmente, tendiamo ad apprezzare e amare ciò che possiamo assimilare attraverso le modalità e le strutture della nostra identità: solo ciò che possiamo inserire nella “nostra scatola”. Quando, invece ci troviamo di fronte a una realtà, che sfida le nostre “zone di comfort”, essa innesca un profondo fermento in noi che, a volte, ci spaventa e travolge.

Improvvisamente traspare tutto ciò che non conosciamo di “noi stessi” e questo ci fa sentire vulnerabili, e ci costringe a rinunciare al controllo, informandoci di quanto ci siamo inoltrati nell’oscurità e di quanto siamo stati trasportati dalla nostra ordinaria e “confortevole” modalità esistenziale. Quindi, come ci dobbiamo comportare in queste, non infrequenti, situazioni della vita? Spesso, sorge in noi un sentimento di odio! Sentimento che ci illude di poter ignorare la sfida posta ad esempio dal nostro vicino, figlio, marito, genitore, collega di lavoro ecc. e andare avanti. La resistenza, sotto forma di odio, ci consente di ignorare la verità.

Non sempre è bello ciò che piace

Da quanto scritto sopra possiamo capire perché la Torà descrive Rachele come una donna attraente e bella: essa è amata perché è “facile da capire” e comprendere. L’essere umano, infatti tende ad apprezzare ciò che ottiene nella vita da una moglie come Rahcele, poiché essa rappresenta ciò che si inserisce perfettamente nelle nostre zone di comfort e, come tale, migliora, ma solo apparentemente, le nostre vite. In ebraico Rachele significa “pecora”, un animale caratterizzato dal suo colore bianco brillante e dalla sua natura serena e amabile.

La numerologia del nome ebraico Rachele, 238, è la stessa della numerologia delle parole ebraiche “Vayehì Or –ויהי אור”, “e fu luce”: Rachele simboleggia la leggerezza del nostro sé proiettato e incarna la luce che ci permette di osservare e comprendere la realtà esterna a noi.

Leà, al contrario, deriva dalla parola ebraica “nilè”, “esaurimento”. Lei incarna una profondità infinita che ci stanca: ci confonde e ci travolge. Leà fa vibrare la nostra psiche cosciente. Lei non ha nessun filtro. Noi non “vediamo” Leà, perché semplicemente ci sentiamo solo messi a disagio da lei. Non si può vedere il proprio inconscio, i nostri occhi limitati non possono raggiungerlo. Possiamo solo farci scuotere da esso, perché non si può mai averlo, ma lui è in grado di averci, poiché ci controlla.

Ma come possiamo incontrare la nostra Leà? Mai consapevolmente! Giacobbe, infatti non è riuscito a entrare in una relazione con Leà per scelta, poiché lei rappresenta quelle situazioni della vita che ci sorprendono sempre. Non è qualcosa per cui siamo preparati, perché ciò per cui ci prepariamo è sempre un riflesso delle nostre aspirazioni e aspettative. Leà, al contrario rappresenta le parti nascoste della nostra personalità che non si “conoscono” in modo sistematico.

E proprio per questo entrano nella nostra vita inconsciamente, di nascosto. Leà personifica le realtà della vita che sfidano i nostri costrutti e quindi la incontriamo “per sbaglio”. Le cose che trascendono i nostri sistemi, entrano nella vita attraverso percorsi inconsci. Giacobbe non può accettare di sposare Leà. Non farebbe mai una cosa del genere, perché Leà sfida il suo stesso senso di “Io”, e la sua e la nostra coscienza non sceglierebbe mai Leà: solo il suo/nostro io intuitivo, oltre la logica può scegliere, in modo inconscio, una relazione con Leà.

Quindi, Giacobbe sceglie di sposare Rachele, ma nello svolgimento della storia sposa Leà. Ognuno di noi sposa due persone: Leà e Rachele. Il nostro sé cosciente sposa il “nostro conscio”, come il nostro sé inconscio sposa il nostro “consorte inconscio”. Una sposa che amiamo, l’altra che invece disprezziamo perché non la comprendiamo fino in fondo.

Come Giacobbe ha capito questo e lentamente ha imparato ad apprezzare, rispettare e amare Leà, anche noi dobbiamo scoprire questa capacità dentro di noi. Quegli aspetti delle nostre vite che ci sfuggono di più, potrebbero contenere i più profondi “tikunìm” (poteri curativi) per noi.

Quegli aspetti del nostro coniuge che ci irritano di più, potrebbero celare il segreto della nostra guarigione; gli aspetti delle relazioni che mettono in discussione alcune nostre emozioni profonde, possono contenere la chiave per un nuovo livello di scoperta di sé. A volte odiamo le cose perché fanno male a noi. Ma non sempre! Alcune cose le odiamo, perché abbiamo paura della loro verità implicita; o perché abbiamo paura di aprirci a orizzonti sconosciuti. Li odiamo perché ci fanno sentire deboli e vulnerabili.

Sfide fertili

Eppure, come è scritto nella Torà (Genesi 29, 31), in modo così scioccante, semplice e profondo: “E D*o vide che Leà era odiata, così aprì il suo grembo; ma Rachele era sterile”. Spesso sono proprio le situazioni che ci mettono più paura da cui possiamo dare alla luce i nostri più profondi poteri dell’anima. Se ci circondiamo, solo di persone che ci danno l’apparenza del controllo sulle nostre vite, rimaniamo “sterili”. Solo esponendo noi stessi all’ignoto, possiamo dare vita all’infinito nascosto nella nostra anima.

Per di più, il nostro percorso verso Rachele passa sempre attraverso Leà. Non si può mai amare la propria Rachele, se non abbiamo fatto pace con la nostra “Leà interiore”.

Redenzione come Lea

Quanto sopra detto è intimamente legato alle nostre aspettative o paure su uno dei principi cardini dell’ebraismo, l’avvento dell’era messianica. Anche chi prega e spera ogni giorno che Mashìakh arrivi il prima possibile, può provare inconsciamente, una sorta di “disagio” circa gli stravolgimenti e i radicali cambiamenti che questo avvento potrebbe comportare nella sua vita.

Come il simbolismo legato alla figura di Rachele insegna, noi siamo portati a sederci comodamente sulle nostre abitudini quotidiane, sulle nostre certezze, poiché esse ci danno una parvenza di poter controllare le nostre vite. All’opposto la “nostra Leà”, così come la figura di Mashìakh, la nostra parte inconscia ci mette inquietudine e disagio su ciò che riteniamo di non riuscire a comprendere: l’ignoto dell’era messianica. Tuttavia, questi timori sono infondati poiché, in verità, l’era messianica riporterà l’umanità al suo stato originale, come D*o l’aveva creata fin dall’inizio. Proprio come il simbolismo di Leà del racconto, solo con l’avvento dell’era messianica noi saremmo in grado di vedere e capire la parte più pura, l’essenza di noi stessi, la nostra anima infinita e il mondo come veramente è stato creato da D*o.

Il profondo significato del matrimonio oggi

In conclusione è doveroso, per una corretta comprensione di questo scritto, sottolineare ulteriormente gli aspetti simboleggiati da Leà e Rachele, in rapporto al matrimonio, nella nostra attuale epoca. Siccome la valorizzazione della famiglia e del matrimonio è considerata dall’ebraismo molto importante, occorre precisare come, in realtà, le due spose di Giacobbe, rappresentano i due aspetti o lati che si trovano in ogni donna/moglie. Quindi non è in alcun modo un invito a rapporti poligami.

Rachele simboleggia il lato attraente (anche in senso fisico), comodo e scintillante di ogni moglie. Non a caso che la numerologia del nome ebraico Rachele, 238, è la stessa delle parole ebraiche “Vayehì Or – אור ויהי” “e fu luce”. La parte più piacevole che noi riusciamo a vedere e capire, bene, almeno in apparenza! Per il marito la “moglie Rachele” riflette il suo IO o SÉ apparente.

Contrariamente invece il “lato Leà”, della propria moglie, rappresenta l’elemento più difficile del matrimonio: problemi, stanchezza e doveri. Questo è l’aspetto dove si piange, dove si trova poco amore. Per l’appunto, il nome Leà deriva dalla parola ebraica “nilè”, “esaurimento”, poiché essa ci stanca, ci confonde e ci travolge. Differentemente da Rachele (luce), noi non possiamo e non vogliamo vedere: “La Leà”, della nostra moglie e di noi stessi. Proprio come non si può vedere il proprio inconscio, poiché lo temiamo, ci infastidisce, ci disturba.

Tra tutti i patriarchi, solo Giacobbe è il capostipite di Israele, infatti Israèl è il secondo nome di Giacobbe che da il nome a tutto il popolo. Non a caso è lui che sposa e affronta entrambi gli aspetti della coniuge, poiché il suo matrimonio è il “prototipo esemplare”, per tutti i futuri matrimoni ebraici. Questo fatto, ci ha lasciato in eredità la forza di affrontare e superare le prove che possono derivare dalle due mogli.

In realtà Giacobbe vorrebbe sposare prima Rachele, ovvero dare più rilevanza al lato esterno e rivelato, ma la mano di D*o lo porta a sposare prima Leà, perché è lei la parte più importante e difficile di un’unione.  Il “dramma” di Giacobbe può accadere in tutti i matrimoni: si pensa di sposarsi solo per il lato di Rachele, ma poi si scopre che c’è anche Leà e poi, forse, si arriva a capire che è quello più importante, anche se è quello meno piacevole e più arduo.

Tuttavia, non bisogna arrivare alla conclusione per cui un aspetto simboleggia il “bene” e l’altro il “male”, poiché entrambi sono essenziali in un rapporto matrimoniale. solo leà o solo Rachele, non va bene: occorre avere equilibrio tra i due: con troppo del primo, il legame tra i coniugi rischia di rompersi; con troppo del secondo, marito e moglie rischiano di rimanere legati agli aspetti superficiali del loro rapporto.

In Genesi è scritto che D*o disse ad Adamo che gli avrebbe creato “un aiuto contro di lui”. Per crescere, come singoli e come coppia, occorre affrontare la parte inconscia di noi, dove soggiornano “comodamente” e “indisturbati” i nostri limiti, paure e vizi che non sappiamo o desideriamo conoscere, perché non vogliamo affrontarli. Il ruolo fondamentale della donna Leà è proprio questo, porre il marito di fronte ai propri limiti, spronarlo dal suo egoismo, per migliorare se stesso.

Uno dei momenti più profondi del rito matrimoniale ebraico è quando il khatàn (sposo) copre il viso della moglie, prima di portarla sotto il baldacchino. Con questo gesto, l’uomo nasconde e copre il lato apparente e superficiale della sposa (Rachele), per collegarsi con la parte subconscia e nascosta della sua anima gemella (Leà). Questo atto afferma che lo sposo è consapevole dell’esistenza del lato nascosto di Leà che è l’essenza del matrimonio, dove avviene la vera unione tra la due anime, ed è la vera sfida di ogni matrimonio. Per questo si copre il “lato Rakhèl”, prima di celebrare l’unione sotto il baldacchino, la Khuppà, per dare risalto al “lato Leà” della moglie.
È come se il marito dichiarasse: “Io ti amo e ti rispetto, non solo per il lato rivelato a me, ma soprattutto per ciò che è nascosto in te e che io dovrà scoprire in futuro”.

Un vero matrimonio non può avere condizioni; l’unione non può verificarsi solo se le cose vanno bene: per essere VERO deve essere un atto eterno. La superiorità del sposare Leà ha un’altra ragione più forte: la vita di ogni individuo è un percorso di rettificazione dei propri impulsi; tutti nascono con delle tendenze animalesche, proprio per correggerle. Prima si lavora da soli, ma in seguito questo cammino si fa in due, perché da soli non si riesce a percepire le proprie mancanze da migliorare. Questo, avviene solo grazie al lato di Leà nella vita coniugale, l’elevazione si ottiene di più grazie alla parte nascosta.

P.S.: Se per caso finora il matrimonio non ha valorizzato la parte di Leà, non è mai troppo tardi. C’è sempre tempo di celebrare il vero matrimonio: Auguri e Mazàl Tov!

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