Home La Parashà della settimana Parashah della Settimana: Toledot “Generazioni”, a cura di rav Shlomo Bekhor

Parashah della Settimana: Toledot “Generazioni”, a cura di rav Shlomo Bekhor

153
0

Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la rubrica della Parashah della Settimana – Toledot, תּוֹלְדֹת “Generazioni” (Bereshit, Genesi 25.19-28.9), a cura di rav shlomo Bekhor. Potete scaricare a questo link la porzione settimanale di Torah

5 Kislev 5781 – 21 Novembre 2020
Parashah di Toledot
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 16.20
Shabbat finisce a Milano: ore 17.30

לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן רחל ושלמה

In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

In questo momento così particolare per l’umanità, non possiamo sicuramente rimanere inerti ed aspettare passivamente che la situazione si aggiusti da sola. La Torà e le Mitzvòt sono gli strumenti basilari per portare pace e guarigione al mondo, abbiamo quindi pensato di lanciare questa campagna di Mitzvòt con la speranza che parteciperanno in tanti. Per favore scriveteci sul seguente link https://unamitzva.jimtv.it/ le vostre adesioni e specialmente rendete partecipi altre persone.
Bracha vehazlacha – benedizione e successo 🙌🙌🙌

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
In memoria del mio carissimo amico Rav Haim Moshe Mordechai Shaikevitz

Virtual Yeshiva: se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid! 600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Toledot: nuova mistica lezione atomica (da 27 minuti)
Valore alimentazione: perché Yaakòv da a Suo Fratello Anche il Pane?

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10158786496700540

 

Toledot – Sotto il vestito nulla. Perché Rivkà traveste suo figlio Yaakov per prendere la benedizione, piuttosto che convincere suo marito? Rivkà non pensava solamente a suo figlio, ma a tutti gli ebrei post ghetto “mascherati” dall’esilio! L’amore lungimirante di una madre per i suoi figli!

Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

TOLEDOT 5771 – SOTTO IL VESTITO NULLA!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_11_02_toledot5771_abito_tradimento_ebreoassimilato_ritorno.mp3

Per le altre lezioni:
https://virtualyeshiva.it/2020/11/15/toledot-5773-4-lezioni-precedenti/

Un fiume chiamato pardiso 

Uno dei numerosi insegnamenti che impariamo dalla parashà di questa settimana Toledòt (Genesi 26, 19) è che Isacco ha scavato una serie di pozzi per ottenere l’acqua dal terreno: “E i servi di Isacco scavarono nella pianura e trovarono un pozzo di acqua viva [cioè una sorgente zampillante]”. Questo è rilevante per noi anche oggi, così come ogni aspetto della Torà. Una delle lezioni che possiamo imparare dal versetto è collegata al commento del Talmud su un passo precedente che si trova all’inizio del libro della Genesi (2, 14): “E il quarto fiume è (chiamato) ‘Peràt’”. Nel Talmud (Bekhoròt 55b) è scritto che questo fiume è la sorgente di tutti gli altri fiumi che sgorgano nel mondo. Il fiume Peràt, conosciuto come Eufrate, è infatti identificato come la falda acquifera sotterranea che è la fonte di tutti i pozzi e le sorgenti.

Quando si scava l’acqua e si raggiunge la falda freatica del fiume Peràt, un pozzo di acqua viva sgorga in superficie. Per apprezzare il significato allegorico di questo, dobbiamo prendere i versi nella loro sequenza, a partire da Genesi 2, 10, dove è scritto che “un fiume” (senza specificare il nome) usciva dall’Eden per irrigare il giardino, dividendosi in quattro flussi”.

I tre versetti successivi identificano i nomi dei tre torrenti: Pishòn (Nilo), Ghikhòn e Khidèkel e poi al verso 14 è scritto: “E il quarto fiume è Peràt”. Tuttavia, secondo il Talmud, il fiume Peràt è in realtà il primo dei quattro fiumi, che è “innominato” nel versetto 10: “…usciva dall’Eden per irrigare il giardino”.

Riconoscere il Re

Uno degli obiettivi più importanti dell’essere umano è quello di raggiungere una reale consapevolezza dell’unità di D*o, fino al punto di giungere a percepire come Lui pervade tutta la creazione e che tutto ciò che esiste non è altro che una manifestazione della divinità. Una tale consapevolezza poi dovrebbe concretizzarsi nel fatto che ogni azione umana sia motivata da essa: ogni propria azione (anche nelle attività quotidiane) dovrebbe essere fatta per il bene di D*o, piuttosto che per motivi personali ed egoistici.

Il raggiungimento di questa consapevolezza dell’unità onnicomprensiva di D*o, fa naturalmente desiderare alla persona di essere unita a Lui e di non fare altro che la Sua volontà. Per questo motivo il concetto è indicato nella Torà come: “Accettare [su sé stessi] il giogo del Regno dei Cieli”, poiché la persona desidera ora procedere nella sua vita, non come un’entità egocentrica e indipendente, ma come qualcuno che segue disinteressatamente il suo Maestro, D*o. Questa riverenza verso D*o, che dovrebbe portare a un agire altruistico, non è solamente una fondamentale guida etica per le nostre vite, ma è anche, in senso mistico, l’espressione dell’unicità di D*o: tale consapevolezza è un elemento essenziale per realizzare il piano divino della creazione.

L’importanza di questo concetto può essere meglio compresa pensando a D*o che ha creato l’universo fisico in modo che la Sua sovranità possa essere espressa anche nei limiti della materia. Ad esempio pensiamo a un Re, maestoso, potentissimo, ricchissimo saggio e via dicendo, ma se non ha sudditi che seguono la Sua volontà, perché non lo riconoscono come sovrano, che re può essere? Se la sua sovranità non è riconosciuta o rispettata c’è ovviamente qualche cosa che non funziona. Pertanto è in qualche modo possibile dire che D*o ha deliberatamente creato il mondo e vi ha messo l’umanità con la facoltà, il “libero arbitrio”, di eseguire o meno la Sua volontà. In questo modo una persona che volontariamente “accetta su di sé il Regno dei Cieli”, come discusso sopra, fa in modo ed ha il merito che la volontà di D*o venga espressa e riconosciuta in questo mondo.

Pertanto, riuscire a raggiungere una tale consapevolezza della Divinità è un elemento fondamentale della vita di ogni persona, poiché ogni atto che lui o lei compie sarà poi trasformato in un atto santo, un atto spirituale, anche in un contesto altrimenti ordinario, banale: mangiare, lavorare e via dicendo. Per questo motivo nell’ebraismo i saggi della Torà hanno composto il servizio di preghiera mattutina in modo tale da far emergere questa consapevolezza della sovranità di D*o, fin dalle prime ore del giorno.

La maggior parte delle preghiere del mattino contengono versetti che raccontano la grandezza di D*o, così che meditando profondamente sul significato di esse, facilita il raggiungimento del livello di coscienza di cui sopra. Il culmine di questo tema, nell’ebraismo, è la ben nota preghiera dello Shemà, che proclama l’unicità di D*o. Ora, tutto quanto sopra va bene, ma ci troveremmo di fronte a un problema insormontabile se non fosse per la benevolenza di D*o: la Sua vera unità, anche se può essere meditata a lungo nella preghiera, è dopo tutto un concetto mistico così profondo che semplicemente non dovrebbe essere contenibile nella mente o nel cuore di nessun essere creato! Pertanto come può un “comune mortale” anche solo avvicinarci ad apprezzare l’unità di D*o?

Solo con l’unione si vince

La risposta è che D*o stesso vuole che sia possibile non solo apprezzarlo e lodarlo, ma addirittura arrivare effettivamente e concretamente a ottenere una qualche forma di unione con Lui. E solo per questo scopo D*o ha dato la Torà all’umanità. Sebbene non sia possibile relazionarsi direttamente con D*o è comunque possibile relazionarci con la Torà, nella quale, in senso mistico, è effettivamente “contenuta l’unità di D*o”. Non a caso vi è l’antica pratica nell’ebraismo di indulgere nello studio della Torà subito dopo la preghiera. Una persona che prega dovrebbe riflettere a lungo sulle sue preghiere e su come esprime la grandezza di D*o, e sviluppare dentro di sé il desiderio di unirsi nientemeno che a Lui nella sua essenza.

Dopo aver accettato su di sé il regno dei cieli, con la preghiera dello Shemà, poi, subito dopo, la persona sarà in uno stato molto più ricettivo per raggiungere un certo grado di effettiva unione con D*o stesso. A quel punto, è possibile placare questa “sete di spiritualità” con lo studio della Torà, poiché si è pronti a ricevere il pieno beneficio della Divinità all’interno della Torà che è un livello maggiore, poiché rappresenta l’essenza di Hashèm. Ma questo a condizione che lo studio con intenzione disinteressata, ossia senza doppi fini: non per diventare un “grande saggio”, per essere ammirato apprezzato o per far denaro, ma solo al fine di unirsi a Dio tramite lo studio.

Il Fiume di D*o

A questo punto, possiamo iniziare a vedere l’applicazione allegorica dei versetti sopra menzionati all’argomento in questione. Il versetto: “E un fiume scorreva dall’Eden per irrigare il giardino/gan”, allude proprio all’argomento di cui abbiamo discusso. Nella letteratura mistica, il termine “Eden” è spesso usato per alludere a D*o.

La parola ebraica per “giardino” (Gan) allude alla Torà, poiché, secondo le regole della lettere ebraiche, le quali ognuna esprime un numero, la parola Gan – גן ha il valore di 53: lo stesso del numero delle porzioni/parashòt in cui è divisa la Torà. Infine, un fiume è un altro simbolo, comune nel misticismo ebraico, per rappresentare, comprensibilmente, un flusso o una progressione da un luogo all’altro.

Il nostro verso può quindi essere interpretato come un riferimento al fatto che quando una persona attira su di sé il regno dei cieli questo livello è rappresentato dal “fiume” che scorre dal cielo, da D*o, che annaffia il gan/giardino, ossia che facilita l’unione della persona con Lui attraverso lo studio della Torà, in tutte le sue 53 porzioni, paragonata al Giardino.

Il Talmud interpreta il versetto successivo indicando come questo fiume, che scorre dall’Eden, diventi il fiume Peràt: la sorgente sotterranea di ruscelli scalpitanti e pozzi zampillanti. Anche questo è rilevante per il nostro servizio quotidiano a D*o ed è anche un messaggio di incoraggiamento. Adesso, cerchiamo di vedere il significato di tutto ciò per le nostre vite.

Una mitzvà al giorno toglie il medico di Torno

Finora abbiamo parlato della situazione ideale, quando un individuo può perseguire senza difficoltà la sua naturale “sete di D*o” durante la preghiera ed è quindi in grado di soddisfarla immediatamente attraverso lo studio della Torà. Tuttavia, è davvero raro che una persona possa permettersi di sedersi e studiare la Torà tutto il giorno. La maggior parte delle persone deve impegnarsi nel mondo materiale e nelle sue preoccupazioni mondane, ben lontane dalla spiritualità del servizio mattutino, per guadagnarsi da vivere.

Tuttavia, spesso accade che una persona si preoccupi così tanto delle proprie faccende quotidiane da perdere la propria consapevolezza, almeno momentaneamente, a volte, del regno celeste e della sua missione in questo mondo. È proprio per questo motivo che D*o ha dato le mitzvòt da eseguire durante il giorno. Le mitzvòt, in realtà, derivano da una fonte spirituale molto sublime e non richiedono la preparazione o un elaborato impegno mentale, come quando si studia la Torà. Anche se, a volte, si esegue una mitzvà senza pensarci affatto, questo gesto “inconsapevole” porta comunque un grande beneficio spirituale alla persona. Ovviamente, migliore è l’intenzione e maggiore sarà il risultato, quindi è bene impegnarsi per raggiungere questo obiettivo.

Per questo il motivo per cui le mitzvòt devono essere osservate, già a partire dalle prime ore del giorno, è che in quel momento ne abbiamo più bisogno, poiché a volte siamo lontani dal nostro solito livello spirituale proprio al mattino – poco dopo esserci svegliati dal sonno della notte – e le mitzvòt ci aiutano a riguadagnarlo in una certa misura.

Questa stato assomiglia proprio a un pozzo zampillante di acqua: una sorgente si forma scavando nel terreno che copre la falda freatica, fino a quando l’acqua sepolta sgorga in superficie e viene utilizzata. Sebbene le nostre faccende quotidiane possano aver “coperto” o addirittura seppellito il nostro “fiume” di amore per Dio e la vicinanza a Lui che abbiamo sviluppato ogni mattina, possiamo ancora attingere a quella riserva nascosta di spiritualità durante il giorno eseguendo le mitzvòt.

Quindi, proprio come una vera sorgente diventa schiumosa e frizzante nella sua lotta per spingersi verso l’alto attraverso la terra, così l’osservanza della mitzvà assume per una persona il significato di una nuova vita, una scintilla di vitalità: come risultato della sua consapevolezza, ottenuta attraverso queste mitzvòt osservate nella mondanità, lui o lei è in grado di penetrare negli strati della “terra”, dove è stato momentaneamente “sepolta”.

Possiamo così apprezzare meglio l’allegoria presente nelle figure dei servitori di Isacco che scavano pozzi per attingere da un “pozzo di acqua viva”. Adesso è più comprensibile l’affermazione del Talmud secondo cui la falda acquifera per eccellenza e la fonte di tutte le sorgenti è il fiume Peràt: acqua viva, disponibile per essere attinta tutto il giorno, anche se a volte è nascosta, poiché essa non è altro che la divina vitalità che scorre dall’Eden stesso, da Hashèm.

Previous articleLa Parashah della Settimana: Chayei Sarah “Vite di Sara”, a cura di rav Shlomo Bekhor
Next articleLa Parashah della Settimana: Vayetze “Giacobbe partì”, a cura di rav Shlomo Bekhor
Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here