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La Parashah della Settimana: Shemini Atzeret e Simkhat Torah, si conclude un ciclo

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Parashah della Settimana 

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. La rubrica della Parashah questa settimana è dedicata a due eventi molto importanti che chiudono il ciclo di festività ebraiche, apertosi con Rosh HaShana. parliamo di Shemini Atzeret e Simkhat Torah. La rubrica è a cura di rav Shlomo Bekhor.

לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן רחל ושלמה

In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

in questo speciale momento che stiamo per concludere tutte le feste di Tishrè ho il piacere di condividere due riflessioni sul collegamento e il parallelismo che intercorre tra le feste Pèssakh-Shavu’òt e Sukkòt-Sheminì Atzèret e infine spiegare alcuni importanti concetti sull’ultimo ottavo giorno e nono giorno dopo la festività di Sukkòt, quella di Simkhàt Torà.

Le feste di Sheloshà Regalìm (in cui vi era l’obbligo di passarle a Yerushalàyim) sono divise in due gruppi Pèssakh-Shavu’òt e Sukkòt-Sheminì Atzèret.

Entrambi i gruppi hanno prima una rivelazione e poi una seconda festa per assorbire questa rivelazione.  Il primo gruppo capita nel mese di Nissàn, ovvero il periodo delle rivelazioni miracolose dall’alto (dove non occorre una grande fatica da parte nostra).

Il secondo gruppo capita nel mese di Tishrè che rappresenta la rivelazione non sovrannaturale del divino, ovvero in maniera proporzionata rispetto al nostro lavoro di elevazione. Perciò, mentre tra le feste di Pèssakh e Shavu’òt trascorrono ben 7 settimane che sono 49 giorni, ossia quelli che precedono il 50° giorno numero simbolicamente legato all’aspetto trascendente e “miracoloso” di D*o e del nostro rapporto con lui; l‘intervallo di tempo tra Sukkòt e Sheminì Atzèret è di soli 7 giorni, un numero che rappresenta le emozioni umane, i giorni della settimana, un rapporto con Dio “naturale”.

(continua sotto)

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Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom e Khag Sameakh
Rav Shlomo Bekhor

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Sukkot uguale a ospitalità
Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:
https://virtualyeshiva.it/2006/10/06/sukkot-5767-sukkotospitalita/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/06_10_05_sukkot5767_lulav_unita_ospitalita.mp3
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Per le altre lezioni 10 lezioni su Sukkot:
http://www.virtualyeshiva.it/category/festivita/sukkot/

Due periodi simili ma opposti

Sheminì Atzèret e Shavu’òt
(continua da sopra)

Perché non a Shavu’òt?
Simkhàt Torà segue immediatamente la festa di Sukkòt. Il nome biblico di Simkhàt Torà è Sheminì Atzèret, che significa “Ottavo Giorno di Fermata”, poiché la sua funzione è quella di mantenere e assorbire i raggiungimenti dei sette giorni di Sukkòt e anche di tutte le feste del mese. Infatti “atzòr”, da Sheminì Atzèret, vuole anche dire “*assorbire e integrare*”.
Ma perché celebrare Simkhàt Torà, la festa dove si termina di leggere tutta Torà (il nostro manuale di vita), il giorno di Sheminì Atzèret e non il 6 di Sivàn, Shavu’òt giorno in cui Hashèm ha donato la Torà?
Nella festa di Shavuòt noi risperimentiamo la rivelazione sul Sinày e ricordiamo il patto con Hashèm. Nonostante ciò riserviamo la “gioia” di aver ricevuto la Torà per il giorno di Sheminì Atzèret. Una data che apparentemente non ha una connessione storica con il dono della Torà.

Due “Atzèret”: Gemelli Diversi

Per capire meglio, occorre approfondire le somiglianze tra Sheminì Atzèret e Shavu’òt: Shavu’òt è chiamata Atzèret nel Talmùd, poiché serve da veicolo di *mantenimento e assorbimento* della festa che la precede; inoltre Shavu’òt inizia dall’ottava settimana (dopo il ciclo di sette settimane del conteggio dell’Omer cominciato a Pèssakh) così anche Sheminì Atzèret inizia dall’ottavo giorno di “assorbimento” terminati i sette giorni di Sukkòt.

I due “Atzèret” quindi si oppongono l’un l’altro nel ciclo annuale. L’anno ebraico è come un cerchio con due poli opposti, due mesi “chiave”, Nissàn e Tishrè considerati entrambi l’inizio di un percorso: Nissàn è il primo mese dell’anno mentre Tishrè è il capo dell’anno. Il 15 Nissàn è la data dell’Esodo e l’inizio dei sette giorni di Pèssakh. Sei mesi dopo, esattamente il 15 Tishrè, inizia un’altra festa di sette giorni: Sukkòt. Entrambe si concludono con un Atzèret.

“Atzèret” Vicini e “Atzèret” Lontani

Perciò il saggio del Talmud Rabbi Yehoshua ben Levi commentava: l’Atzèret della festa di Sukkòt sarebbe dovuto cadere cinquanta giorni dopo (sette settimane), come l’Atzèret di Pèssakh. Perché allora Sheminì Atzèret è solo dopo sette giorni di Sukkòt? Per spiegarlo Rabbi Yehoshua racconta la seguente parabola: “Un re aveva tante figlie. Alcune di loro erano sposate in luoghi vicini e le altre in luoghi più lontani. Un giorno vennero tutte a trovare il re, loro padre. Egli disse: quelle che si sono sposate vicino a me hanno il tempo di andare e tornare; ma quelle che si sono sposate lontano non hanno il tempo di andare e tornare. Tuttavia, poiché ora si trovano tutte qui, farò una festa in loro onore e mi rallegrerò con esse“.

Perciò nell’Atzèret di Pèssakh che cade nel periodo estivo dove è facile viaggiare Hashèm dice: “Essi hanno il tempo di andare e tornare senza difficoltà” per la conclusione del percorso cade dopo cinquanta giorni. Mentre nell’Atzèret di Sukkòt, quando iniziano le piogge, il fango e l’acqua nelle strade rende il cammino difficile… D*o dice: “Non hanno il tempo di andare e tornare; quindi, poiché ora si trovano tutti qui farò subito la festa conclusiva e mi rallegrerò con essi…”.

Un ritorno tutto nostro

Tutti i passaggi talmudici hanno un aspetto esoterico, per cui questa metafora nasconde anche un altro importante significato: Pèssakh è la festa dello tzaddìk/giusto che allude anche allo tzaddìk dentro di noi. A Pèssakh gustiamo la pura libertà di un nuovo popolo. Perciò l’assorbimento – Atzèret di Pèssakh arriva 50 giorni dopo. Poiché è primavera; le strade sono fresche e abbiamo tempo di andare e venire. Siamo liberi di percorrere metodicamente i 49 gradi dalla rivelazione di Pèssakh all’interiorizzazione di Shavu’òt. È un tragitto graduale che caratterizza la via che seguono i tzaddikìm.

Invece a Sukkòt celebriamo la nostra capacità di cambiare e fare teshuvà: il nostro legame con Hashèm rappresentato dalle seconde Tavole della Legge che sono quelle quando il popolo si è pentito e ha aggiustato l’errore del Vitello D’oro delle prime tavole.

Alla riunione delle figlie del re che sono sposate, “lontano” spiritualmente dal padre, esse non hanno tempo di andare e tornare, poiché si passa dall’estate all’inverno e il percorso delle strade è pericoloso e difficile…! Siamo come viaggiatori per la via della teshuvà e del ritorno sulla strada giusta, per cui le opportunità devono essere prese al volo e le vite possono cambiare da un momento all’altro in modo esplosivo. Così diventa rischioso aspettare il ciclo completo delle 7 settimane e ci “accontentiamo” dei 7 giorni.

Perciò passiamo subito da Sukkòt a Simkhàt Torà – per interiorizzare immediatamente la seconda edizione delle Tavole della Torà, ovvero il pentimento / teshuvà dopo il peccato del Vitello D’oro.

Adesso possiamo capire che il festeggiamento della fine della lettura della Torà avviene dopo Sukkòt , dopo il secondo percorso di relazione con Hashèm legato al nostro lavoro di trasformazione interna e questo evidenzia il fatto che è possibile gioire solo quando abbiamo assorbito la Torah con un percorso che inizia con la nostra fatica e pentimento/teshuva, perché questo processo è totalmente nostro.

A differenza di Pèssakh dove non possiamo gioire veramente per qualcosa che non abbiamo faticato, poiché questo processo inizia con la rivelazione miracolosa di D*o e non grazie al nostro sforzo. La vera gioia non scaturisce quando otteniamo un grande regalo, ma quando si conquista qualcosa con molta fatica.
Per questo subito dopo Sheminì Atzèret inizia Simkhàt Torà che si celebra ballando e festeggiando con un rotolo di Torà “chiuso” e avvolto. In realtà potremmo invece aprire la Torà, leggerla e studiarla.

Ma celebrando questo giorno in questa maniera, ricordiamo che la Torà è proprietà ed eredità di ognuno di noi, indipendentemente dalla nostra abilità nello studiarla e nel capirla e che siamo tutti uguali nella nostra essenza. In questo modo infatti non mostriamo le differenze che ci distinguono nella conoscenza della Torà.

Tenendo il rotolo “chiuso” e celebrando la sua più profonda essenza, diventiamo tutt’uno con la Torà e Hashèm.
Questo può succedere solo dopo il secondo percorso (Sukkòt) di elevazione e unione con Hashèm, quando fatichiamo solo con le nostre forze. Solo allora prendiamo l’essenza della Torà che è infinita ed è uguale per tutti. Per questo motivo i rotoli sono chiusi, al fine di manifestare la luce infinita che si rivela solo dopo il nostro sacrificio, anche procedendo “controcorrente” trasformando le nostre emozioni e il nostro intelletto.

Quando ci rallegriamo e teniamo i sacri rotoli tra le braccia con canti e balli, anche la Torà stessa balla con noi. Anche la Torà vorrebbe ballare, ma mancando di un corpo fisico necessita dell’ebreo che diventa “il corpo” danzante della Torà.
Ricordiamoci quanto ci vuole bene nostro padre in cielo e ci dà la possibilità di assorbire profondamente la trasformazione della Teshuvà che abbiamo sviluppato questo mese così potremo mantenere tutto l’anno i cambiamenti e migliorie della nostra vita.

Tutto dipende dalla conclusione

L’Inizio è nella sua fine

L’unica parashà che non viene letta di Shabbàt è Vezot Haberachà, in quanto essa viene letta a Simkhàt Torà: giorno nel quale concludiamo la lettura della Torà che può cadere in qualsiasi giorno della settimana. I Saggi stabiliscono: “Tutto dipende dalla conclusione”, Vezot Haberachà – “E questa è la benedizione” – è la conclusione della Torà. Poiché l’intenzione della Torà è quella di portare benedizioni al popolo come collettività e a ogni singolo individuo. A Simkhàt Torà, il legame essenziale tra D*o e Israèl viene rivelato. Perciò leggiamo una porzione di Torà che mette a fuoco le benedizioni date a tutto il popolo e la lode delle loro qualità uniche.

I commentatori spiegano che la parola “zot”, “questa è”, si riferisce a qualcosa di evidente e apparente, qualcosa che si può indicare con un dito dicendo: “eccola”. Allo stesso modo la frase “E questa è la benedizione” implica che le benedizioni che la Torà trasmette al popolo saranno apertamente evidenti nell’anno a venire. Il giorno di Simkhàt Torà non concludiamo semplicemente un ciclo di lettura della Torà, ma ne cominciamo uno nuovo.

L’ultima lettera della Torà è la “lamed” che è l’ultima lettera dell’ultima parola Israèl mentre la prima lettera di tutta la Torà è una “bet”, che insieme formano la parola “LEV”, “cuore”.
Nel cuore della Torà c’è Israèl ed esso è il cuore stesso della Torà. Lo Zohar afferma: “Israèl, la Torà e il Santo Benedetto sono Uno”. La nostra osservanza della Torà ci lega a D*o e ci permette di liberare la scintilla di Divinità che possediamo nei nostri cuori. Così la Torà funge da strumento di benedizione, poiché permette all’ebreo di attirare la Misericordia Divina in questo mondo materiale.

Ciclo perpetuo

A Simkhàt Torà iniziamo leggendo le benedizioni di commiato di Moshè, dopo la sua scomparsa sul monte Nevò. Poi di seguito leggiamo e incominciamo il primo libro della Torà: la Creazione del mondo, Bereshìt/Genesi a partire dall’inizio, fino al culmine della creazione, il settimo giorno, lo Shabbàt. La Torà è una sequela di creazione e completamento, di morte e vita, di fallibilità umana e perfezione divina.

Shabbàt è un assaggio di paradiso, l’opera di D*o. Noi, sulla terra, però, non sempre riusciamo a raggiungere la Terra Promessa, neppure Moshè. Ci consoliamo però con il fatto che il ciclo della vita comunque proseguirà. Nell’offrire a Moshè solo uno sguardo alla terra d’Israele, Dio lo consola: “La darò alla tua discendenza”. Ognuno di noi è mortale, ma le possibilità del rinnovamento umano sono eterne.

Uno dei momenti più commoventi della sinagoga è la cerimonia Kol Hana’arìm di Simkhàt Torà, quando tutti i bambini – dai neonati in braccio ai genitori, ai ragazzi subito prima del bar mitzvà – salgono vicino alla Torà e recitano insieme la benedizione, ringraziando all’unisono la “Torà della Verità”. L’adulto che recita la benedizione insieme ai bambini è oggetto di un grande onore.

Una scintilla di luce compare nel sorriso del volto di chi riceve questa salita e benedice i bambini sotto il suo tallìt. La vista dei bambini stretti sotto il baldacchino del tallìt indica la continuità e alimenta la nostra fede. A volte, la coscienza di avere un dono di sommo valore, che può e dovrebbe cambiare la nostra vita, si perde felicemente tra le bandierine che i bambini sventolano a Simkhàt Torà.

Trattiamo la santa Torà, almeno esteriormente, con reverenza. Ci alziamo quando l’arca si apre e baciamo la Torà quando ci passa accanto; ma il più grande onore che possiamo dare alla Torà, in questa festa e durante tutto l’anno, è prendere a cuore le Sue parole, affermando di credere nella Sua verità.

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