Home La Parashà della settimana Parashah della Settimana: Devarim, דְּבָרִים “Parole”, a cura di rav Shlomo Bekhor

Parashah della Settimana: Devarim, דְּבָרִים “Parole”, a cura di rav Shlomo Bekhor

481
0

Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la rubrica della Parashah della Settimana – Devarim, דְּבָרִים “Parole” (Devarim, Deuteronomio 1.1-3.22) – a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo, così come ringraziamo Torah.it per darci l’opportunità di scaricare la settimanale porzione di Torah.

5 Menachem Av 5780 – 26 Luglio 2020
Parashà di Devarim 
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 20 
Shabbat finisce a Milano: ore 22
לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן רחל ושלמה

In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo
Mamash Edizioni Ebraiche | Virtual Yeshiva

La riflessione che segue è dedicata al primo anniversario della dipartita del mio caro padre Yaakov ben Shlomo che, da ottimo commerciante quale era, ha capito il vero significato e scopo della vita e quindi dove “investire buona parte degli utili”.

Mio padre non solo ha investito buona parte dei suoi guadagni nell’aiuto del prossimo e per divulgare lo studio della Torà, ma ha voluto che i suoi figli diventassero degli studiosi e diffondessero la Torà e la Chassidùt nel mondo.

In questa speciale occasione ho pensato di scrivere questa riflessione che non solo rappresenta bene la sua personalità ma è anche molto attuale.  Infatti, in questo difficile periodo, alla vigilia dell’imminente redenzione messianica, la società subisce un apparente aumento dell’oscurità materiale, ovvero si manifestano le “doglie del parto di Mashìakh”.

Oggi verso la fine del 6° millennio questa oscurità si palesa spesso nella confusione anomica e nel crescente desiderio di materialità e consumismo. È un periodo dove è sempre più difficile mantenere un giusto equilibrio psicologico e dove molte persone non si sposano o scelgono di non avere una discendenza. Questo squilibrio danneggia lo sviluppo della società. Ma quale può essere la causa di ciò e come si può correggere?

(continua sotto)

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Devarim, una lezione bomba imperdibile
Due facce della stessa moneta 

 

DEVARIM: DUE FACCE DELLA STESSA MONETAhttps://youtu.be/TDyhIrHhZy8Come si critica in maniera costruttiva? Come mai…

Posted by Shlomo Bekhor on Wednesday, July 22, 2020

 

Devarim – Israele: perché abbiamo paura di dire la verità?
Talvolta copriamo la verità, o forse è lei che ci copre e protegge!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:

DEVARIM 5770 – ISRAELE: PERCHE’ ABBIAMO PAURA DI DIRE LA VERITA’?

—–
Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2020/07/21/devarim-5772-2-lezioni/

Divorziare per sposarsi

(continua da sopra)

Secondo lo Zohar lo scopo della creazione di questo mondo è che D*o ha voluto manifestare la sua bontà alle creature. Come una persona generosa che desidera qualcuno a cui fare del bene.
Questo scopo essenziale della creazione si riflette anche sugli uomini che, essendo creati a immagine di D*o, viene chiesto loro di imitare il Creatore.

Perciò uno degli aspetti fondamentali della vita è quella di dare. Solo che l’essere umano per formarsi e crescere, deve ricevere dai suoi genitori del nutrimento ad esempio, insegnamenti ecc. Per cui nella prima fase della vita siamo più dei “riceventi” allo scopo di raggiungere, da adulti, una diversa e superiore consapevolezza: non siamo in questo mondo solo per ricevere ma per dare, per cambiare e trasformare il nostro ambiente.

Pertanto, occorre riconoscere che tutto quello che abbiamo ottenuto in gioventù è solamente una preparazione per arrivare a dare. Quindi abbiamo il dovere di trasformarci da soggetti riceventi in donatori tramite la comprensione di questo processo. Anche perché un ulteriore problema è posto dalla intrinseca natura umana che rende molto più attraente e comodo ricevere piuttosto che dare.

Pertanto rischiamo sempre di rimanere bloccati in una fase intermedia dove non si matura la consapevolezza dell’importanza di dare e per comodità si rimane al “livello di riceventi” senza sposarsi e avere figli.

Un’unica Creatura

Questo fondamentale concetto è impresso nel primo Libro della Torà (Genesi 2, 24). Quando Hashèm dice, alla prima “coppia” dell’umanità, Adamo ed Eva: “L’uomo quindi lascerà suo padre e sua madre; si unirà a sua moglie e diventeranno un’unica creatura”.

Questo comando divino può essere diviso in tre parti. La prima di queste è relativa alla frase: “…lascerà suo padre e sua madre..”, e preliminarmente ci impone una domanda importante: ma a quale padre e madre si riferisce qui Hashèm? Dato che ovviamente Adamo non aveva un padre e una madre fisici.

In realtà, la Torà qui parla di Adamo ed Eva come “prototipi” di tutto il futuro genere umano. Come se Hashèm stesse dicendo di ricordarsi che in futuro, quando gli uomini vorranno sposarsi, dovranno prima abbandonare il loro precedente rapporto di dipendenza con il padre e la madre, affinché possano trasformarsi da riceventi a donatori e dare continuità all’umanità, compiendo così lo scopo della propria esistenza. Perché senza la natura di dare non esiste un matrimonio sano e duraturo.

La seconda parte del versetto nella Genesi

si unirà a sua moglie”, significa che dopo che l’uomo ha maturato il fatto di dover dare, deve agire unendosi alla propria donna, l’anima gemella, in matrimonio. Questo passaggio è prevalentemente un atto di generosità che impegna entrambi gli sposi a rinunciare a buona parte delle loro personali pretese al fine di sottomettersi ad un progetto comune più grande e importante di loro che è lo scopo stesso della nostra creazione.
Se non si acquisisce questa consapevolezza le persone non si sposeranno mai, oppure lo faranno, ma sarà un matrimonio difficile. La base del matrimonio è dare alla consorte affetto, amore aiuto e non di ricevere, come molti pensano, tante attenzioni o sentimenti.

La terza e ultima parte: “…diventeranno un’unica creatura”, ci insegna che lo scopo finale dell’unione tra l’uomo e la donna è quello di diventare un’unica persona. Ma questo può succedere dopo aver abbandonato i genitori che ci hanno abituato a ricevere e dopo aver maturato una profonda unione basata sul dare. Solo così “si unirà” e solo allora l’unione matrimoniale genererà dei frutti: la prole.

Un divorzio particolare

Un approfondimento di come crescere spiritualmente per realizzare la missione di Hashèm lo troviamo in un altro capitolo della Torà. Qui, inusualmente, proprio nella porzione dove vengono stabilite tutte le regole per il matrimonio (parashà Ki Tetzè Deuteronomio 24, 1) si parla del suo opposto: l’indesiderato, pur se permesso, modo per terminare il rapporto matrimoniale, ovvero il divorzio ebraico/ghet: “Quando un uomo prende in moglie una donna (nel caso ci fossero problemi insormontabili nella coppia)… si deve dare un documento di ripudio”.

Il matrimonio nell’ebraismo non garantisce un risultato ottimale, quindi può essere sciolto con un documento che l’uomo consegna alla donna, chiamato ghet. A volte, purtroppo, può esserci un’incompatibilità profonda tra i coniugi che può essere sanata solo attraverso lo scioglimento del vincolo matrimoniale, ma al fine di evitare un’unione infelice e potenzialmente dannosa per entrambi.

Qui si pone un’altra domanda obbligatoria

perché nello stesso versetto dal quale si imparano tutte le regole di matrimonio viene introdotta la procedura del divorzio? La Torà ci sta dicendo che per sposarci dobbiamo divorziare dalla nostra natura iniziale di essere dei riceventi poiché un sano matrimonio richiede la separazione dal proprio “io”.

La conferma di questa tesi biblica, la troviamo anche nel Talmud, dove il trattato che riguarda i divorzi (Ghittìn) è riportato prima di quello che tratta dei matrimoni (Kiddushìn)!?

Il divorzio da noi stessi

Ci sono diverse risposte sul perché il Talmud ci dà questo ordine apparentemente illogico anche a livello di spiegazione semplice, ma se ci addentriamo nella mistica e nella chassidùt scopriamo un messaggio di vita molto potente: occorre divorziarsi prima di sposarci, ma non dalla nostra futura o presente “anima gemella”, bensì dalla nostra natura egoista, con cui siamo nati, la quale ci porta a ricevere solamente per appagare il nostro IO e i nostri desideri.

Pertanto sia la Torà che il Talmud ci invitano a trasformare la nostra tendenza egoistica in un desiderio di dare con generosità e senza doppi fini. Chi rimane in uno stato di “recipiente” e vuole solo essere riempito, come un bambino, difficilmente potrà decidere di sposarsi o comunque avere un matrimonio felice e duraturo. Invece un uomo che riesce a diventare un “contenitore” pieno del desiderio di dare, avrà un matrimonio solido e duraturo pieno di soddisfazioni. Quindi prima i Ghittìn, divorzi e solo dopo i Kiddushìn, matrimoni.

Questo concetto è fondamentale soprattutto in questa generazione che è sempre più passiva anche a causa dei social media e questa pigrizia rischia di impedirci a diventare persone “attive”, ovvero di crescere e spogliarsi dalla natura egocentrica umana, quindi trasformarci in donatori e poterci sposare.

Lutto Apparente

In questo periodo delle “Tre settimane” sembra che D*o ci abbia dato il “ghet” e apparentemente ci abbia mandato via dalla Sua presenza. Non a caso nella Meghillà di Ekhà, Israèl è paragonato ad una donna abbandonata dal marito, ossia a una situazione dove il matrimonio è finito.

Tuttavia, come in questo periodo delle “Tre settimane”, questo allontanamento è solo preliminare a una grande maturazione e crescita spirituale di Israèl finalizzata a una rapida, rinnovata e eterna unione con Hashèm, lo sposo.

Questo concetto lo troviamo anche nella parashà di questa settimana di Devarìm dove si parla dei rimproveri agli errori commessi durante il tragitto nel deserto. Questa lettura è un invito a maturare gli equilibri giusti della vita e a costruire un matrimonio sano con il nostro “sposo” in cielo in modo da sviluppare un matrimonio NON a senso unico. Se vogliamo ricevere salute, prosperità, gioia dal Creatore dobbiamo prima dare e collegarci con Lui, eseguendo la Sua volontà facendo le mitzvòt studiando la Torà: chi da riceve sempre molto di più!

Questo richiamo all’essere donatori mi ha accompagnato da sempre, vedendo mio padre che pensava prima al prossimo e poi a se stesso. Nell’anniversario della morte di mio padre, il 5 di av (quest’anno cade questa domenica 26 Luglio), che è nello stesso giorno della dipartita del grande tzaddìk Arìzal, questa riflessione relativa al dover superare la natura egocentrica umana, è il messaggio più idoneo e trova in mio padre un grande esempio.
Anche se non lo vediamo in realtà l’anima è eterna e anche il suo esempio in terra è eterno perché ha lasciato un’impronta nei suoi figli e conoscenti che continuano sulla scia del suo esempio di dare.

Ci troviamo nelle tre settimane di lutto per la distruzione del Santuario e, come dicono i profeti, questa separazione dalla rivelazione di Hashèm è solo temporanea ed essa risveglia in noi il profondo amore verso nostro Padre in cielo (una fiamma che il buio dell’esilio non spegnerà mai). Anche la mancanza di un genitore in terra è solo temporanea e presto saremo consolati perché tutte le anime tornano nei loro corpi con l’arrivo di Mashìakh, presto nei nostri giorni.

Nella foto: Il Rebbe e Yaakov ben Shelomo a colloquio

Previous articleParashah della Settimana: “Mattot” e “Masei”, a cura di rav Shlomo Bekhor
Next articleRabbi Adin Steinsaltz passes away. May his memory be blessed
Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here