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Parashah della Settimana: “Mattot” e “Masei”, a cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Mattot, מַּטּוֹת “Tribù” (Bamidbar, Numeri 30.2-32.42) e Masei, מַסְעֵי I viaggi (Bamidbar, Numeri 33.1-36.13) – a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo così come Torah.it per farci scaricare la settimanale porzione di Torah

26 Tamuz 5780 – 18 Luglio 2020
Parashah Mattot Masei 
Shabbat Mevarkhim mese di Menachem av

Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 20
Shabbat finisce a Milano: ore 22

לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי יעקב בן רחל ושלמה
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

Pubblico dal nuovo libro della Torà la panoramica di Mattot basata sui grandi insegnamenti del mio maestro il Rebbe di Lubavitch e metto il pdf delle due parashòt intere con la sintesi e la haftarà.
Ogni lettore può avere il merito di essere socio di questa grandissima opera ed è fonte di grande benedizione.

Per scaricare tutta la Parashah di Mattot
www.virtualyeshiva.it/files/09_mattot.pdf

Per scaricare tutta la Parashah di Masei:
www.virtualyeshiva.it/files/10_masse.pdf

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

Mattot – Masei

(seconda puntata)
Una lezione bomba imperdibile. Gli eventi della vita non ci rendono tristi o felici, è una nostra scelta essere felici.

42°-43° MATTOT MASEI: DOVE SI TROVA LA FELICITÀ?https://youtu.be/LUVGGWCI1poUna lezione SUPERLATIVA sul significato…

Posted by Shlomo Bekhor on Friday, July 17, 2020

 

Mattot – Meglio fidanzato o sposato?

Quando i vizi e le addizioni sono troppo forti da vincere bisogna trovare delle “armi” superiori per poter far fronte alla situazione.
Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

MATTOT 5770 – MEGLIO FIDANZATO O SPOSATO?

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:

http://www.virtualyeshiva.it/files/10_07_08_matot5770_voti_annullamento_moglie_fidanzati_matrimonio_.mp3
—–
Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

http://www.virtualyeshiva.it/2019/08/01/mattot-e-mase-5772-6-lezioni/

Panoramica Mattot:
Tre condizioni per entrare in Israèl

La parashà di Mattòt tratta tre temi principali: le leggi relative ai voti e ai giuramenti, la guerra contro Midyàn e l’insediamento delle tribù di Reuvèn e Gad. Dovendo collegarci sempre con il contesto in cui ci troviamo, anche questi aspetti sono legati all’imminente entrata nella Terra Promessa e possono essere visti, complessivamente, come tre “vaccini” che ci permettono di rimanere indenni nella missione di elevare la materia, rappresentata dall’entrata nella terra di Israèl.

Il secondo e il terzo di questi tre argomenti si adattano bene al flusso storico della Torà. La guerra contro Midyàn è il terzo e ultimo atto nel dramma dello scontro di Israèl con l’alleanza Moabita – Midyanita la cui storia è iniziata nella parashà di Balàk. L’insediamento delle due tribù di Reuvèn e Gad coincide con la fase successiva alla conquista della Terra di Israèl, iniziata alla fine della parashà di Khukkàt e che continua attraverso il libro di Yehoshù’a e oltre.

In questo contesto

cosa c’entrano le leggi dei voti e dei giuramenti? Parimenti agli altri passaggi legali della Torà, ci aspetteremmo di trovare queste norme in Esodo o Levitico. Allora perché sono qui? Perciò è necessario che queste leggi abbiano una particolare rilevanza per il tema della conquista e della colonizzazione della Terra di Israèl. Ciò sarà chiaro quando esamineremo gli eventi che hanno preceduto questa parashà e che hanno portato ad essa.

Come spiegato in precedenza

la caduta del popolo ebraico nell’idolatria di Pe’òr e la sua prostituzione con le donne moabite – midyanite, in realtà inizia come un fraintendimento circa la tipologia di rapporto da stabilire col mondo fisico. Israèl sapeva che la generazione dei suoi genitori era stata condannata a vivere nel deserto per quarant’anni (dopo l’incidente delle spie), perché aveva preferito evitare le sfide del mondo terreno. Ora, stando sulla soglia della Terra Promessa, Israèl è pronto ad accettare questa sfida e pertanto decide di non ripetere gli errori dei suoi genitori, quindi decide di affrontare la materialità del mondo fisico e a pervaderla della coscienza di D*o, poiché questo è lo scopo della redenzione dall’Egitto e della creazione del mondo.

Tuttavia, l’impetuoso entusiasmo degli israeliti li porta a sbagliare e a ignorare la necessità di essere cauti. Come l’errore che avevano fatto Eva e Adamo con il frutto dell’albero della conoscenza, quando caddero nella trappola di sopravvalutare la loro santità, pensando che la loro sublime coscienza spirituale e il loro fervore per Hashèm li avessero resi invincibili e immuni dalle macchinazioni del male. Israèl sa che lo scopo della vita è di trasformare tutta la realtà in una casa per Hashèm, poiché ha imparato dalla conversione di Yitrò e dalle profezie di Bil’àm che, affinché ciò accada, anche gli elementi più bassi e profani della realtà devono essere elevati in santità (vd. panoramica di Balàk). Quindi Israèl fa un errore pensando che deve sperimentare queste pericolose, ma potenti, energie di passionalità e di spiritualità profana allo scopo, naturalmente, di elevarle nella santità.

Ma ovviamente si sbaglia, perché togliere ogni barriera e rischiare tutto non è la strada vincente. Per combattere il male si deve avere un orientamento totalmente opposto a questo, proprio come Pinekhàs ha dimostrato efficacemente. Anche se non dobbiamo evitare la sfida di confrontarci con la materialità (come le spie), dobbiamo, tuttavia essere adeguatamente consapevoli del suo potenziale nel deviare e corrompere le nostre intenzioni.

Da qui la pertinenza delle leggi dei voti e dei giuramenti: attraverso queste norme una persona può stabilire dei confini per sé stesso, dove sente di averne bisogno, come spiegheremo più avanti. Questo confine o limite rappresenta un impegno che permette di creare un legame con Hashèm che trascende la logica. Una connessione fondamentale per avere la forza di vincere le sfide della materialità. Quindi il successivo argomento di questa parashà, la guerra contro Midyàn, può ora essere visto come un logico seguito dalle leggi dei voti e dei giuramenti, le cui norme sono la correzione spirituale dell’errore di Pe’òr e la battaglia con Midyàn è lo sforzo per sradicare la fonte di questo errore.

Il legame soprannaturale

Questo, perché il legame soprannaturale rappresentato dai voti e dai giuramenti dona la necessaria forza per superare le sfide continue contro le tentazioni, quando ci troviamo immersi nel mondo materiale. Inoltre, la guerra contro Midyàn ci insegna che quando si “cade” nella materia e nelle sue tentazioni, la vittoria è irrazionale come è ben rappresentato dalla simbolica e miracolosa guerra contro Midyàn dove, a differenza di tutte le altre guerre vi sono mille combattenti da ogni tribù non uno di più e non uno di meno e la vittoria immediata senza che incredibilmente nessun soldato muoia in guerra.

Tutto questo per insegnarci

che nelle future battaglie le vittorie saranno miracolose a condizione che si sappia che sono delle guerre non personali, ma come Midyàn (31, 3):”al fine di compiere la vendetta di Hashèm su Midyàn”. Anche la fine della parashà con l’insediamento delle tribù di Reuvèn e Gad è uno sviluppo dello stesso tema. Queste tribù desiderano stabilirsi nel territorio che Moshè ha conquistato da Sikhòn e ‘Og, sul lato orientale del fiume Giordano.

Hashèm non vuole

che gli ebrei si stabiliscano in questa terra, a questo punto della storia. Tuttavia, queste tribù arrivano alla conclusione che la santità della Terra di Israèl vera e propria sia superiore a quella della terra fuori dai suoi confini; perciò, è cruciale elevare anche la terra profana. Pertanto, Reuvèn e Gad non si oppongono al piano divino, ma semplicemente chiedono di non entrarvi solo loro. Per aiutare i loro fratelli a combattere la materialità occorre, come nei voti e giuramenti, una devozione allo spirito al di sopra della ragione, rappresentata in questo caso, nel trovarsi non immersi nella materialità, come quelli che entrano nella Terra Promessa.

Inoltre Reuvèn e Gad

vogliono iniziare a rettificare quelle terre che sono state promesse ad Abramo, ma che solo nella futura era messianica saranno considerate come terra santa di Israèl. Quest’ultimo obiettivo, simboleggia la forza che abbiamo quando guardiamo la materia nell’ottica di come è veramente, cioè non un vero ostacolo per lo spirito, come sarà rivelato nell’era messianica. Perciò loro vogliono già occupare le terre che Israèl dovrà acquisire solo in futuro.

La loro argomentazione è quindi una variazione sullo stesso tema di aiutare a conquistare la materia. Questa volta, però, Reuvèn e Gad hanno parzialmente ragione, come si accorgerà Moshè. La loro visione è per noi una lezione importante, in merito alla nostra relazione con il mondo fisico. Tutti e tre i temi della parashà Mattòt, quindi, sono importanti per l’imminente ingresso nella Terra di Israèl.

Anche sul piano personale

essi sono rilevanti individualmente per ciascuno di noi sia a livello micro, nel nostro incontro con il mondo materiale sia, in particolare, per tutta la nostra generazione, poiché siamo alla fine della rettificazione della materia e sulla soglia della Redenzione messianica, in procinto di entrare eternamente in Israèl.

Questo spiega come il nome della parashà Mattòt possa essere usato come nome per l’intera parashà. Il termine in sé significa “tribù”, ma nella Torà ci sono due parole utilizzate per “tribù”: una è mattòt e l’altra e shèvet. È interessante notare che entrambi i sinonimi di “tribù” sono anche sinonimi di “ramo d’albero”. Proprio come i rami derivano da un tronco d’albero, ogni “tribù” è un ramo o una divisione del popolo ebraico radicato nel suo antenato comune (in questo caso Giacobbe).

La differenza tra i due sinonimi

è che, mentre shèvet si riferisce a un ramoscello morbido e pieghevole, mattè (il singolare di mattòt) si riferisce a un bastone rigido e duro. Lo shèvet deve la sua flessibilità al fatto che è stato tagliato dall’albero di recente (o meglio ancora è collegato a esso), in contrasto con il mattè che è stato da tempo reciso dall’albero e ha quindi perso la sua elasticità. Così shèvet si riferisce alla tribù di Israèl (e a ogni singolo membro), quando è coscientemente connessa alla sua fonte; mentre il “mattè” si riferisce alla stessa tribù (e a ogni singolo membro), quando non è così consapevolmente connessa. Spiritualmente, lo shèvet si potrebbe riferire all’anima prima che scenda nel corpo, quando essa è pienamente consapevole della divinità e della sua stessa connessione con la sua fonte.

Il risvolto mistico

Quindi, mattè si riferisce all’anima quando entra nel corpo e perdendo questa connessione cosciente – almeno temporaneamente – è incaricata di elevare il corpo e la porzione del creato che è sotto la sua competenza. Proprio attraverso la sua discesa nella materialità (entrando nella terra promessa, oppure quando l’anima entra nel corpo) e l’allontanamento apparente dalla sua origine divina, l’anima scopre di avere una forza molto più grande che le permette di rimanere connessa alla sua fonte, anche nel buio.

Questo livello di connessione incondizionata di solito è nascosto e si manifesta solo quando si ha bisogno di esso. Proprio questa forza di volontà nella nostra devozione ai principi della Torà e nella resistenza al male è simboleggiata con l’inflessibilità di un bastone indurito che non si fa condizionare dall’esterno. Non a caso, proprio quando Israèl sta per scendere nella materia, in questa parashà, troviamo il nome Mattòt.
Se avremo successo, potremo affrontare con sicurezza le sfide della vita e procedere nel realizzare il nostro scopo sulla terra e trasformare la realtà in una casa per Lui, secondo la volontà di Hashèm.

Panoramica Mass’é
La salita nascosta nella discesa 

Alla fine della parashà di Khukkàt, il popolo di Israèl giunge alla soglia della Terra Promessa (22, 1): “I figli di Israèl partirono e si accamparono nelle pianure di Moàb, al di là dello Yardèn [di fronte] a Yerekhò”. Le tre parashòt precedenti, Balàk, Pinekhàs e Mattòt, descrivono gli eventi che accaddero mentre gli israeliti erano accampati nell’ultima tappa, in particolare l’incontro con Moàb e Midyàn.

La parashà di Mass’é

l’ultima del libro dei Numeri – Bemidbàr, si apre con il riepilogo dell’intero viaggio di Israèl dall’Egitto fino all’ultima sosta nel deserto, e prende il suo nome Mass’é (che significa “I viaggi di”) dalle parole che aprono il riepilogo stesso. Questa sintesi sembrerebbe un modo appropriato per chiudere il libro. Ma il fatto che, dopo questa esposizione riassuntiva, il racconto continui – in effetti deve ancora iniziare l’intero Libro di Devarìm (Deuteronomio) indica che questa parashà serve piuttosto come linea di demarcazione tra la storia del soggiorno nel deserto e i preparativi per entrare nella Terra di Israèl. Ogni qualvolta troviamo tanti argomenti in apparenza scollegati nella stessa parashà, in realtà essi fanno parte dello stesso filo conduttore e mentre siamo qui focalizzati verso il futuro, come mai questo ritorno al passato?

Infatti, il resto di Mass’é si occupa di istruzioni specifiche relative alla conquista della terra: cacciare i suoi abitanti idolatri, delineare i suoi confini, designare chi la dividerà, specificare dove vivranno i leviti e il ruolo speciale attribuito alle loro città.
Quindi, sembrerebbe che l’argomento con cui si apre la parashà sia completamente diverso dal resto del suo contenuto. Infatti il riepilogo iniziale dell’itinerario di Israèl nel deserto conclude la storia degli ultimi quarant’anni e non è pertinente rispetto ai preparativi per l’entrata nella Terra Promessa, per cui forse esso avrebbe trovato una migliore collocazione alla fine della parashà precedente. Questa parashà, infatti, è interamente dedicata alla vita del popolo dopo aver attraversato il Giordano. Perciò se nell’ultima porzione siamo immersi nei preparativi di ciò che sta per accadere, come mai vengono qui narrate le 42 tappe?

Nonostante quello che potremmo pensare, il fatto che l’itinerario fa parte dello sguardo sul futuro, e addirittura lo introduce, implica che il racconto delle 42 tappe sia altrettanto rilevante per ciò che dovrà avvenire, quanto lo è per quello che è già stato.
La caratteristica che distingue l’essere umano è il cambiamento. Effettivamente, anche le forme di vita inferiori all’uomo crescono, apprendono e si adattano ma, una volta raggiunta la maturità, rimangono ciò che sono. Persino le forme di vita sopra di noi – gli angeli – sono statiche: ogni angelo è la personificazione eterna e immutabile di uno specifico livello di coscienza o emozione divina.

Solo gli esseri umani sono in grado di cambiare il loro modo di guardare alla vita, di progredire verso l’alto, a livelli superiori più consapevoli del Divino, grazie alla loro capacità di comprensione della realtà e del fatto che tutta la natura non è altro che un “guanto” del Creatore.

Se questa crescita spirituale è la caratteristica dell’esistenza umana che la rende unica, ne consegue che, per rimanere umani ed evitare di fossilizzarci come un animale “statico” (o persino un angelo!), questo processo deve continuare senza interruzione. Dobbiamo sempre sforzarci di espandere i nostri orizzonti spirituali e desiderare livelli più alti di vita, solo così diamo valore alla nostra superiorità e al potenziale di crescita.

Quindi il vero segreto della vita

è quello di continuare a muoversi, di continuare il viaggio verso l’alto: non guardare mai il progresso solo come un fenomeno del passato, ma vederlo principalmente come parte integrante del futuro. La crescita spirituale non è un traguardo, ma è lo scopo della nostra essenza e non deve mai fermarsi.

Cosa significa l’uscita dall’Egitto

Come spiegato, l’archetipo della coscienza limitata è la terra d’Egitto. Il nome ebraico per l’Egitto (Mitzràyim) significa “limiti” e “confini” (metzarìm). L’Esodo dall’Egitto è quindi l’archetipo per trascendere i limiti nella vita spirituale. Ma nel modo in cui viene introdotto l’itinerario degli Israeliti troviamo un particolare istruttivo: “Questi sono i viaggi dei Figli di Israèl, che uscirono dalla terra d’Egitto“. Questa frase sembra implicare che tutti i viaggi provenissero dalla Terra d’Egitto, mentre tecnicamente solo nel primo viaggio uscirono dall’Egitto.

Introducendo l’intero itinerario in questo modo, la Torà ci insegna che ogni volta che usciamo dall’Egitto, ogni volta che trascendiamo un livello di vita, dovremmo considerare il nostro nuovo e ampliato livello di coscienza un nuovo “Egitto”, un livello di consapevolezza limitato rispetto a dove vogliamo andare successivamente. In questo modo, stiamo costantemente uscendo dall’Egitto, ovvero dal nostro “Egitto” personale. Inoltre, piuttosto che elencare semplicemente le tappe, il racconto è formulato in un modo da sottolineare come gli Israeliti lasciarono ogni luogo in cui si fermavano per poter passare a quello successivo: “I figli di Israèl partirono da Ra’messès e si accamparono a Sukkòt. Partirono da Sukkòt e si accamparono a Etàm… Partirono da Etàm…”.

Ogni progresso…

Questo implica che ogni progresso da un livello all’altro deve essere un enorme balzo in avanti. Non è sufficiente solo migliorare o salire dal nostro livello attuale in maniera graduale; ogni tappa del viaggio dovrebbe essere una partenza completa e uno sradicamento dal modo precedente in cui concepivamo il Creatore, la vita e noi stessi.

In questo contesto, è fondamentale rendersi conto che non tutto ciò che è accaduto durante il viaggio dall’Egitto alla soglia della Terra Promessa è stato del tutto positivo. In diverse tappe purtroppo, gli israeliti indietreggiarono, o addirittura si ritirarono, e appresero le lezioni della vita divina nel modo più duro. Nondimeno, sono tutti chiamati “viaggi” ovvero progressi: alla lunga anche quelle tappe che sembravano delle cadute hanno contribuito all’arrivo finale. Questo ci insegna che per progredire nella vita, dobbiamo imparare a guardare a ogni regressione come a una lezione per progredire ulteriormente, e quindi trasformare ogni fallimento in un successo.
Questo è possibile perché, nonostante l’imperativo di evolvere continuamente, ci sono alcune cose che non dovrebbero cambiare.

Questa è la lezione che abbiamo imparato nella precedente parashà di Mattòt. Queste costanti essenziali – i valori nei quali crediamo e la nostra resistenza al male – sono il fondamento della nostra vita spirituale e ci danno la stabilità su cui basare la nostra continua ascesa. In particolare, possiamo sopravvivere alle nostre cadute quando ci rendiamo conto che sono tutte orchestrate dalla divina provvidenza: cadiamo specificamente in quegli ambiti della vita in cui Dio vede che dobbiamo ascendere; il resto della nostra vita deve rimane intatto, fornendoci gli elementi di cui abbiamo bisogno per rimetterci in sesto in ogni circostanza.

Queste lezioni furono particolarmente importanti quando Israèl stava per entrare nella Terra Promessa. La vita ritirata del deserto, di isolamento in un ambiente totalmente spirituale e staccato dalle faccende terrene e dal lavoro della terra, incoraggia la crescita spirituale. Certamente, è possibile ristagnare anche in un ambiente di questo tipo, ma la sfida principale per rimanere spiritualmente vivi si trova in questa terra che ci è stata assegnata, nella vita mondana e materiale.

È quindi opportuno

chiarire questo punto, proprio mentre i nostri sguardi si focalizzano sulla terra al di là del fiume Giordano, in modo tale da ricordare di lottare e progredire costantemente verso livelli sempre più elevati di coscienza Divina durante le nostre vite terrene, quando entriamo nella sfera fisica, lavorando la terra con tutti i rischi di essere distolti dallo spirito. Anche le discese devono fare parte delle salite.

Salendo prima noi stessi la scala della crescita spirituale e poi aiutando gli altri a percorrere la stessa salita, realizziamo le lezioni apprese nel deserto e affrontiamo con successo la grande sfida di trasformare il mondo in una casa di Hashèm.
——
Massé vuole dire mappe, che sono le 42 tappe percorse nel deserto nei 40 anni di pellegrinaggio prima di entrare in Israel; queste tappe hanno dei significati cabalistici potentissimi come ogni parola della Torà. In anteprima pubblico sotto per la prima volta la mappa dal nuovo libro della Torà che spero andrà in stampa a breve appena riceviamo il budget dai soci e sostenitori.
in anteprima dal nuovo libro della Torà.

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