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La Parashah della settimana: Pinekhàs פִּינְחָס, a cura di rav Shlomo Bekhor

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La Parashah della settimana

Shabbat Shalom carissimi amici elettori di Vivi Israele, eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Pinekhàs, פִּינְחָס “di pelle scura” (Bamidbar, Numeri 25.10-30.1) – a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo. così come ringraziamo Torah.it per darci l’opportunità di scaricare QUI la settimanale porzione di Torah.

19 Tamuz 5780 – 11 Luglio 2020
Parashah di Pinekhas 
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 20 
Shabbat finisce a Milano: ore 22.05

לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן רחל ושלמה

In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo
Mamash Edizioni Ebraiche | Virtual Yeshiva

Pubblico dal nuovo libro della Torà la panoramica di Pinekhas basata sui grandi insegnamenti del mio maestro il Rebbe di Lubavitch e carico il pdf della Parashà intera con la sintesi e la haftarà.

Ogni lettore può avere il merito di essere socio di questa grandissima opera ed è fonte di grande benedizione.
Ci sono tante forme di sostenere il progetto anche con un preacquisto. Solo unendo le forze potremo finire insieme il più importante progetto di cultura ebraica in italiano.

Per scaricare tutta la Parshah di Pinekhas con le due haftaròt che si leggono:
www.virtualyeshiva.it/files/08_pinekhas.pdf

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

600 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Pinekhas 
(seconda puntata)
Una lezione bomba imperdibile.
Retroscena mistici della guerra contro Midyan
Un Conflitto Eterno di Visioni Opposte tra Israel e il mondo!

(seconda puntata)UNA LEZIONE BOMBA IMPERDIBILE!!!https://youtu.be/praj3RQseXkparashot 40-41-42 BALAK PINEKHAS…

Posted by Shlomo Bekhor on Thursday, July 9, 2020

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Pinekhas – Cosa vuole dire amore sincero.
La domanda base che dobbiamo chiederci: ti amo perché sei bella o sei bella perché ti amo?
Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

PINKHAS 5770 – COSA VUOLE DIRE AMORE SINCERO!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/10_07_01_pinekhas5770_ghet_divorzio_matrimonio_korbantamid_ola.mp3
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Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/07/22/pinkhas-5772-3-lezioni/
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piccolo commento dalla parashà
I figli di Korakh non erano morti

Assìr, Elkannà e Aviassàf (cf Shemòt 6, 24). Al principio hanno preso parte alla rivolta, ma in seguito si pentiranno e pertanto verranno risparmiati dalla terribile morte subita dal padre e dai suoi seguaci (Rashì).

Stranamente solo qui è rivelata la sorte dei figli di Kòrakh, mentre nulla dice la Torà nella parashà di Kòrakh, dove tutta la vicenda si è svolta? Quando loro padre si ribella, i figli Assìr, Elkannà e Aviassàf nei loro cuori, si pentono delle gesta del padre internamente, ma nonostante ciò continuano la rivolta solo esternamente, anche se convinti che loro padre sta sbagliando.

Quindi subiscono una punizione commisurata: la terra li ha inghiottiti insieme agli altri ribelli, così esternamente è apparso a tutti che sono effettivamente morti. Però, dal momento che nel profondo dei loro cuori si sono pentiti, saranno salvati da D*o, che fornirà loro un riparo sotterraneo, dove nessuno potrà vederli, perché apparentemente, agli occhi di quella generazione, devono sembrare morti assieme agli altri ribelli.

Tuttavia dopo che la generazione del deserto è deceduta, poiché non merita di entrare nella terra promessa, la verità della sorte dei figli di Kòrakh sarà rivelata, perciò uscendo da sottoterra sono conteggiati in questa parashà tra coloro che entreranno in Israèl (vd a p. xxx Sikhà integrale; Likuté Sikhòt vol XXXIII)
ossia Assìr, Elkannà e Aviassàf (cf Shemòt 6, 24).

Al principio hanno preso parte alla rivolta, ma in seguito si pentiranno e pertanto verranno risparmiati dalla terribile morte subita dal padre e dai suoi seguaci (Rashì). Stranamente solo qui è rivelata la sorte dei figli di Kòrakh, mentre nulla dice la Torà nella parashà di Kòrakh, dove tutta la vicenda si è svolta?

In anteprima dal nuovo libro della Torà

Panoramica Pinkhas: yekhidà-autosacrificio il quinto livello dell’anima

La Parashà di Pinekhàs si apre con la continuazione della storia, che ha avuto inizio alla fine della precedente parashà di Balàk. Come abbiamo già sottolineato, il racconto di Pinekhàs è una parte della più ampia storia dell’incontro del popolo ebraico con l’alleanza moabita – midyanita, alla vigilia del suo ingresso nella Terra di Israele.

Dopo aver descritto la ricompensa di Pinekhàs per aver fermato sia l’improvviso declino morale del popolo ebraico, sia la piaga divina che ne deriva, la Torà procede con il descrivere il censimento causato dalla decimazione generata dal flagello. Questo censimento funge da prologo alla successiva discussione di questioni pertinenti alla conquista della Terra Promessa, in quanto la terra deve essere divisa in base ai risultati del conteggio. Dopo il censimento, la Torà discute:

  • le leggi dell’ereditarietà,
  • il passaggio del comando da Moshè a Yehoshù’a,
  • i sacrifici pubblici giornalieri e quelli festivi supplementari da offrire nel Santuario.

Alcune domande…

Sappiamo che il nome di una parashà si estende a tutto il suo contenuto, non solo alla sua parte iniziale. Quindi la domanda è: che cosa hanno a che fare il censimento, le leggi dell’ereditarietà, il passaggio del comando e le offerte quotidiane e festive con Pinekhàs?

Inoltre, perché la storia di Pinekhàs si divide tra la fine della parashà precedente e l’inizio di questa? Sarebbe stato più logico concludere la storia (che richiede solo pochi versi, dopo tutto) alla fine della parashà di Balàk e iniziare la successiva parashà con il censimento. È vero, il censimento è reso necessario dagli eventi della storia di Pinekhàs, ma esso è collegato con l’imminente conquista di Israèl e quindi si inserisce bene con l’argomento successivo.

Per capire questo occorre ricordare come nella panoramica della precedente parashà la Torà descrive dettagliatamente la storia di Balàk, perché ci sono lezioni da imparare che sono essenziali prima dell’ingresso del popolo ebraico nella Terra di Israèl: le profezie messianiche e l’idea che l’imperativo messianico debba essere applicato anche agli aspetti più bassi del creato.

Allo stesso modo, la Torà descrive il secondo atto del dramma della vicenda di Moàb – Midyàn e la storia di Pinekhàs, per trasmettere una lezione essenziale che il popolo ebraico deve imparare prima di entrare nella Terra di Israele (e che anche noi dobbiamo apprendere per riuscire a entrare nelle nostre “terre promesse” personali su piccola scala), anche per accelerare l’ingresso definitivo nella Terra Promessa con l’avvento del Messia.

Qual è questa lezione?

Paradossalmente si potrebbe dire, e forse inizialmente anche in modo preoccupante, che la nostra devozione ad Hashèm non deve essere limitata dalla Torà. Quando Pinekhàs uccide Zimrì e Cozbì, si consulta prima con Moshè, il quale gli dice che sebbene la Torà permetta, a chi è sopraffatto dallo zelo, di uccidere qualcuno sorpreso nell’atto di un rapporto intimo immorale, questa è “una legge che non viene insegnata”, cioè nessuno può essere istruito a fare questo. In realtà, i saggi disapprovano un simile atto. Inoltre, il colpevole è autorizzato a uccidere l’uomo eccessivamente zelante per autodifesa mentre viene aggredito.

In altre parole, uccidendo Zimrì, Pinekhàs stava facendo una cosa non richiestagli dalla Torà, disapprovata dai saggi e che per giunta ha messo a rischio anche la sua stessa vita. Tuttavia, agendo per zelo e ignorando la voce della prudenza, Pinekhàs mette fine al comportamento peccaminoso del popolo, sospende la piaga che lo sta decimando e guadagna il sacerdozio per se stesso e la sua progenie. Chiaramente Pinekhàs agisce con ragione.

Per comprendere appieno le implicazioni di ciò, dobbiamo esaminare più da vicino la triplice connessione tra D*o, la Torà e Israèl. La Torà, lo sappiamo, è il libro di istruzioni di Hashèm per il creato in generale e per il popolo ebraico in particolare. Essa ci insegna come relazionarci con il mondo e realizzare qui il nostro scopo. La Torà ci trasmette queste lezioni attraverso il nostro intelletto.

Leggiamo la Torà, comprendiamo ciò che dice e la seguiamo. Se non capiamo parti di essa, continuiamo a studiarla e a cercare istruzioni dai suoi insegnanti finché non la comprendiamo. Eppure sicuramente il legame con Hashèm è superiore al legame che possiamo filtrare attraverso il nostro intelletto. Come abbiamo notato in precedenza, esiste una dimensione spirituale della relazione tra Hashèm e Israèl, trasmessa attraverso la Torà, che trascende, oltrepassa ed è completamente al di sopra della dimensione dell’intelletto.

L’essenza interiore dell’ebreo

è legata sovrarazionalmente a D*o, e se le conseguenze di questo legame non sembrano sempre razionali, questo non deve sorprenderci o scoraggiarci.
In altre parole, la Torà parla al nostro intelletto, ma allo stesso tempo apre le finestre alla dimensione sovra-intellettuale della nostra relazione con Hashèm. Le Sue richieste su di noi sono esteriormente razionali, ma sublimemente sovrarazionali.

Apparentemente, la Torà richiede che sacrifichiamo le nostre vite solo in certi casi. Se qualcuno minaccia di ucciderci nel caso non commettiamo un atto di adulterio, idolatria o omicidio, siamo costretti a rinunciare alle nostre vite piuttosto che compiere queste colpe. Oppure anche nel caso in cui un regime al potere dichiari una guerra totale alla Torà e vieti di osservare i suoi precetti, allora saremo comunque tenuti a rischiare la vita in qualsiasi modo pur di osservarli.

In tutti gli altri casi, tuttavia, non siamo tenuti a sacrificare le nostre vite e, di fatto, dobbiamo trasgredire le leggi della Torà per rimanere in vita. Quando la Torà richiede che sacrifichiamo le nostre vite, è perché in questi casi è ragionevole: in queste circostanze il sacrificio di sé è razionale.

Pertanto, finché l’ebreo esegue le regole a livello razionale, sacrificherà la sua vita solo in queste circostanze. In tutti gli altri casi, egli sa che la Torà preferisce che egli trasgredisca le Sue leggi piuttosto che rinunciare alla propria vita e, quindi, questo è ciò che farà.

Quando, tuttavia, ci si sente così fortemente connessi ad Hashèm al punto che la ragione e i fondamenti logici non hanno effetto sulla persona (quando la coscienza è oltrepassata dal suo essenziale, intrinseco e sovrarazionale legame con Hashèm) non ci importa se la Torà ci richiede di sacrificare la propria vita in qualche caso particolare. La sua unica preoccupazione sarà per D*o: egli agisce spinto dalla sua sfrenata passione per le cause di Hashèm, senza valutare le conseguenze per la sua stessa vita.

Quando, in una tale situazione, l’individuo sente che il programma di Hashèm nel mondo è in qualche modo minacciato, non c’è dubbio su cosa farà. Questa intensità della coscienza della volontà di Hashèm mette costantemente la persona pronta al sacrificio di sé. Lo scopo della vita è rendere questo mondo (e noi stessi) una casa per Hashèm, riempiendo ogni angolo della creazione con la realtà di D*o. Quindi, questa prontezza al sacrificio di sé simboleggia l’intensità della coscienza Divina che caratterizzerà il futuro messianico. Non solo! È ancora più di così: il sacrificio di sé è proprio ciò che porterà il futuro messianico, poiché per raggiungere una completa coscienza divina, l’obiettivo della creazione, dobbiamo uscire dai limiti della razionalità ed entrare in un livello di unione con Hashèm che supera i limiti della dimensione della logica.

Ecco il motivo

Questo, quindi, è il motivo per cui la lezione di Pinekhàs è così cruciale per Israèl mentre sta per entrare nella Terra Santa. Questa è la prima volta che la Torà indica la necessità di andare oltre i suoi dettami. Avendo sentito parlare delle profezie messianiche di Bil’àm e avendo messo gli occhi sul vero scopo della loro imminente conquista, il popolo ebraico deve ora rendersi conto che questo obiettivo può essere raggiunto solo se mostra la vera identificazione interiore con Hashèm e i Suoi obiettivi, senza limitare se stesso alla mera letteralità della legge.

Lo stesso vale per ognuno di noi nelle nostre vite personali. Ogni volta che siamo in procinto di raggiungere un grande obiettivo per il quale stiamo lottando, dobbiamo prima mettere a tacere le voci interne della negatività e dell’opposizione. Inoltre, dobbiamo essere consapevoli che questo non è il momento di porre limiti alla nostra dedizione.

La prova di una vera devozione ai nostri ideali è la nostra volontà di dare tutto per quello in cui crediamo. Ancora, lo stesso vale adesso per noi tutti, mentre ci troviamo sulla soglia della Redenzione finale e dell’ingresso nella Terra di Israele. Ciò che ci è richiesto ora è la disponibilità a mettere da parte tutto il resto e a “schierare in campo” ciò che abbiamo di migliore e di più grande, per poter vedere la storia concludersi verso il suo destino messianico.

E proprio come con Pinekhàs, Hashèm aiuterà coloro che dimostrano il sacrificio di sé di fronte alle avversità; Egli benedirà i loro sforzi con il successo. La storia ha dimostrato che coloro che non si piegano alle minacce dei nemici dell’ebraismo alla fine prevalgono. Questo è il motivo per cui la storia di Pinekhàs è divisa tra due parashòt, quella di Balàk e quella di Pinekhàs, lasciando l’auto sacrificio nella precedente parashà e concentrandosi ora sulla sua ricompensa: per insegnarci che il sacrificio di sé ha successo e ci porterà fino alla Redenzione finale.

Dimensioni Profonde

Nella terminologia cabalistica, il sacrificio completo di sé (Pinekhàs) manifesta il livello di yekhidà (unica), il più alto dei cinque livelli dell’anima, dove l’anima è unica con Hashèm, senza tramiti. Yekhidà è l’interfaccia tra l’anima e Hashèm, in cui l’individuo è consapevole di sé stesso solo come una “parte di D*o”. In questo livello si è, paradossalmente, consci dell’esistenza di sé stessi (come parte di Hashèm) e allo stesso tempo consapevoli del fatto di non esistere (cioè, totalmente dissolti nella realtà di Hashèm).

I quattro livelli inferiori dell’anima – nèfesh, ruàkh, neshamà e khayà – si esprimono attraverso i “poteri” o le facoltà che l’anima dà quando trasmette vitalità al corpo: rispettivamente l’azione fisica (es. mani e piedi), l’emozione (cuore), l’intelletto (testa) e la volontà (tutto il corpo). Al contrario, Yekhidà è troppo sublime per esprimersi in qualsiasi facoltà o immagine, ma dall’altra parte le comprende tutte. In questo livello l’anima è nella sua essenza che è parte del Creatore e la sua unione è senza tramiti perché la Yekhidà è l’essenza che è unica con Hashèm.

Oggigiorno non siamo consapevoli di questo aspetto profondo dell’anima che raramente si manifesta (es. nel giorno di Kippùr), ma in futuro questo livello diventerà l’aspetto dominante della nostra coscienza. Questo quinto livello rifletterà il cambiamento generale nella creazione che si verificherà allora: la “luce” divina, che ora è troppo intensa per essere rivelata nel mondo, si rivelerà nella realtà creata e il mondo rifletterà un’altra apparenza, quella vera, che oggi il creato nasconde: la mano di Hashèm che è rivestita dietro un guanto chiamato “natura”.

Un riferimento alla Kabbalah

Proprio come i quattro livelli dell’anima saranno pervasi della luce infinita di Yekhidà, così anche i quattro mondi spirituali di Atzilùt, Berià, Yetzirà e Assiyà saranno infusi dalla “luce” divina trascendente. A un livello più profondo, la dinamica tra la privazione ed essere permissivi esiste solo negli stati mentali del percorso creativo- razionale di un essere umano.

La forza iniziale dell’intuizione creativa, Khokhmà lo mette in uno stato di auto-trascendenza, in cui il suo ego è temporaneamente sospeso (bitùl) dal lampo di luce che lo ha illuminato. Nella fase successiva dello sviluppo razionale dell’uomo, entra in scena il secondo livello dell’anima di Binà, dove la nuova intuizione viene analizzata nelle sue componenti e integrata nella struttura mentale. Questa è un’esperienza inversa, in cui l’individuo è piuttosto consapevole di se stesso e cerca di comprendere la nuova intuizione alla luce di ciò che già conosce.

Quando una persona viene catapultata nella trascendenza divina di Khokhmà, non ha bisogno di preoccuparsi dell’autocontrollo detto “privazione”. Finché l’auto-annullamento di Khokhmà permane, il suo ego non cercherà di farlo deragliare nell’indulgenza nei confronti di sé stesso. Ma per comprendere deve per forza passare nell’ambito di Binà, e analizzare e valutare la nuova intuizione in relazione alla sua consolidata percezione mentale, deve invocare il potere protettivo della privazione; deve stare attento alla propensione del proprio ego a enfatizzare eccessivamente i propri interessi personali.

È necessario che una persona discenda dal suo stato trascendente di Khokhmà – illuminazione, al fine di integrare la nuova visione nella propria vita. Altrimenti, la sua intuizione gli sfuggirà e scomparirà. Quindi, il processo di Binà è necessario per la crescita e lo sviluppo. Tuttavia, al fine di mantenere lo sviluppo dell’idea, fedele all’intuizione iniziale che lo ha generato, l’individuo deve periodicamente rivivere qualcosa dell’esperienza di Khokhmà. Facendo questo, la sua Binà non lo porterà fuori strada.

Questo concetto di rivivere l’intuizione di Khokhmà per proteggere lo sviluppo di Binà è simile al processo in cui un giudice annulla i voti che altrimenti sarebbero prescritti a una persona. Questo avviene perché si eleva colui che fa il voto a un livello in cui non è più necessario rispettarlo, similmente al processo dell’elevazione di Binà in Khokhmà. Allo stesso modo la storia della parashà di Pinekhàs simboleggia l’elevazione di Binà in Khokhmà: Pinekhàs trascendendo ogni logica razionale acquisisce il sacerdozio. Questo simboleggia il nuovo rapporto e la nuova consapevolezza, che vi sarà nel futuro messianico tra l’uomo e Hashèm.

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