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Parashah della Settimana: Shelàkh, שְׁלַח-לְךָ “Manda”, a cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. ecco al consueto appuntamento con la rubrica della Parashah della Settimana – Shelàkh, שְׁלַח-לְךָ “Manda” (Bamidbar, Numeri 13.1-15.41) – a cura di rav Shlomo Bekhor. Vi ricordo anche che potrete scaricare qui la porzione settimanale di Torah, grazie a Torah.it

28 Sivan 5780 – 20 Giugno 2020
Parashà di Shelàkh
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 20
Shabbat finisce a Milano: ore 22.11

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

Sintesi Shelàkh

Invio degli esploratori. Hashèm consiglia a Moshè di mandare degli uomini a esplorare la Terra di Kenà’an, che Egli sta per donare ai Figli di Israèl. Moshè invia in ricognizione i dodici capi delle tribù; chiede loro di esaminare il Paese e i suoi abitanti e di portare al ritorno alcuni dei suoi frutti.

Al ritorno dalla missione

Dopo quaranta giorni gli esploratori tornano portando un enorme grappolo d’uva, un melograno e un fico e raccontano di una terra fertile e lussureggiante. Dieci di loro spaventano il popolo dicendo che gli abitanti del Paese sono guerrieri giganteschi e difficili da sconfiggere, la frutta è strana e la terra mangia i suoi abitanti, perché dove andavano vedevano dei funerali. Kalèv e Yehoshù’a sostengono, invece, che la terra può essere conquistata, come D*o ha comandato e promesso.

Dal timore alla ribellione

Il popolo, riunito in assemblea, geme e si lamenta per timore del futuro; molti di loro preferiscono tornare in Egitto. Hashèm, preso dall’ira, vorrebbe annientarli ma, grazie all’intercessione di Moshè, si limita a decretare che il popolo entrerà nella Terra solo dopo quarant’anni, fin quando l’intera generazione dell’esodo sarà deceduta nel deserto. La nazione viene informata del proprio castigo e i dieci esploratori che avevano suscitato la ribellione muoiono.

Ostinazione e sconfitta

Dopo aver appreso da Moshè che dovranno rimanere nel deserto 40 anni, il popolo si rende conto dell’errore fatto. Tuttavia, una parte di esso decide di entrare comunque in terra d’Israele. Moshè, li avverte che non riusciranno nell’impresa, poiché Hashèm non è con loro. Pertanto, la spedizione fallisce subendo una tremenda sconfitta da parte dei cananei e degli amalechiti.
Menakhòt e libagioni. Vengono date le leggi che specificano le quantità di vino, farina e olio che accompagnano i sacrifici.

Il precetto della khallà

La legge del precetto della khallà, consiste nel destinare una porzione dell’impasto del pane al sacerdote (come rappresentate di Hashèm). Sacrificio di espiazione. Il Sanhedrìn (tribunale supremo rabbinico) deve portare un’offerta speciale quando ha involontariamente permesso a una comunità di compiere un atto che poi si è rivelato essere idolatra. Un uomo profana lo Shabbat. Nel deserto viene trovato un uomo che raccoglie della legna nel giorno di Shabbat. La pena stabilita per lui da Hashèm è la lapidazione.

Il precetto dello tzitzìt

Hashèm comunica a Moshè che Israèl deve cucire delle frange tzitzìt – agli angoli di un indumento che ha almeno quattro angoli. Quando vediamo le frange, ricordiamo i precetti che Hashèm ci ha comandato.

per il pdf della sintesi e panoramica della PARASHA cliccare qui:
www.virtualyeshiva.it/files/pan_sinetesi04_Shelakh.pdf

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Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva
Se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid! 600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà

Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Shelàkh
Nuova lezione atomica
Eldàd e Medàd: umiltà infinita

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10158346973090540
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IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!

Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

SHELAKH 5769 – IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_06_18_shelakh5769_mekoshesh_shabbat_basevita.mp3
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Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2020/06/17/shelakh-5772-6-lezioni/

Trovare la prospettiva giusta!

Nonostante i due incidenti che coinvolgono il popolo ebraico nella parashà precedente – uno durato un mese (lamentele del popolo) e l’altro (Miriyàm critica Moshè) una settimana – questa parashà si apre con il racconto del popolo pronto a entrare nella Terra di Israele. Come preparazione finale prima di lanciarsi alla conquista, gli Israeliti mandarono i loro capi più illustri e raffinati in avanscoperta.

Ma come risultato della missione, il popolo dovette soffrire la terza e più grave battuta d’arresto, che causò la morte nel deserto dell’intera generazione e ritardò l’ingresso nella Terra Promessa di altri trentanove anni.

La maggior parte della parashà

è dedicata ai dettagli di questa storia tragica e drammatica. L’ultima parte della parashà, tuttavia, si allontana improvvisamente dal racconto storico e discute un buon numero di leggi e di eventi che apparentemente non hanno alcuna connessione gli uni con gli altri o con i fatti ricordati all’inizio della parashà: il requisito di portare offerte di grano e vino insieme con i sacrifici degli animali, il requisito di dare khallà, che è una parte di ogni impasto di pane, ai sacerdoti,
le leggi che riguardano le offerte che espiano il peccato di idolatria, la vicenda dell’uomo che raccolse della legna di Shabbàt, il comandamento di aggiungere dei tzitzìt – frange agli angoli dei vestiti.

Le leggi che sembrerebbero appartenere al Libro del Levitico, e l’incidente dell’uomo che raccoglieva i ramoscelli – che accadde poco dopo il Dono della Torà – sembrerebbe appartenere al Libro dell’Esodo. Perché vengono collocati qui, e come sono connessi al nome della parashà, Shelàkh, che significa semplicemente “manda”?

Per capire

ricordiamo ancora una volta che lo scopo della discesa dell’anima nel corpo, la creazione del popolo ebraico, l’esilio in Egitto e l’Esodo, il dono della Torà, e l’ingresso e la successiva conquista della Terra di Israele, sono avvenuti tutti per il preciso scopo di trasformare questo mondo in una dimora per Hashèm, che significa disseminare la coscienza divina nel mondo intero.

In altre parole noi siamo tutti – sia individualmente che collettivamente – emissari di Hashèm per realizzare il Suo scopo in questo mondo. Per questo è certamente opportuno che alla vigilia dell’ingresso nella terra di Israele, dove questo scopo sta per essere completato, Hashèm dica a Moshè di mandare dei rappresentanti del popolo in missione. Questo compito racchiude l’essenza di ciò che rappresenta l’ingresso alla Terra promessa: completare la nostra missione divina come emissari di Hashèm in questo mondo.

Esistono molte spiegazioni

del perché gli esploratori fallirono in questa missione, e ne vedremo alcune in seguito. Ma il vero motivo alla base del loro tragico errore fu che essi credettero che gli emissari (cioè gli Israeliti in toto), non fossero in grado di compiere la loro missione e che il Mandante avesse in qualche modo sovrastimato le capacità dei Suoi rappresentanti o sottostimato le difficoltà che essi avrebbero incontrato.

La generazione dell’Esodo conquistò il livello di coscienza divina più alto rispetto a ogni altra generazione nella storia. Hashèm li nutriva con la manna celeste, e questo ogni giorno ricordava loro il coinvolgimento divino persino negli aspetti mondani della vita. Ciò fece sì che essi diventassero i recipienti ideali per accogliere la Torà. Essi furono anche testimoni dell’assoluto controllo di Hashèm sulle “immutabili” leggi della natura, e della Sua abilità nel sospenderle per il Suo popolo. E infine, avevano assistito alla rivelazione divina nella promulgazione della Torà sul monte Sinày.

Come è possibile, allora

che questo stesso popolo, esposto quotidianamente ai miracoli di Hashèm, mutasse improvvisamente in una moltitudine di scettici spaventati? E come è possibile che la loro élite spirituale cadesse così in basso fino al punto di mettere in dubbio l’onnipotenza di Hashèm?
La risposta è che fu proprio la loro elevata spiritualità a condurli in errore. Essi desideravano sperimentare la vita e perseguire il divino liberi dalle distrazioni della materialità.

Nel deserto erano protetti dalla nuvola di gloria, sostentati dalla manna e dal pozzo di Miryàm e soddisfatti in tutti i loro bisogni fisici. Il loro tempo era dedicato totalmente allo studio della Torà, alla meditazione e alla preghiera. Ripugnava loro l’idea di entrare nel mondo reale, dove il pane doveva essere ottenuto col sudore dato dal lavoro della terra, e la vita non poteva essere un paradiso celeste.

Per questo motivo gli esploratori

riferirono che la terra “consuma i suoi abitanti”: essi temevano che una volta entrati finissero preda della sua materialità e non potessero più essere totalmente spirituali. Ai loro sentimenti fecero eco, secoli dopo, le parole di Rabbi Shim’òn bar Yokhày, che disse: “Se una persona ara quando è tempo di arare, semina quando è tempo di seminare, raccoglie quando è tempo di raccogliere, trebbia quando è tempo di trebbiare e fa la mondatura quando è il tempo di mondare, cosa ne sarà della Torà?”.

Certamente, questa aspirazione ci ha indotto a desiderare, con tutto il cuore e attraverso le varie epoche, l’avvento dell’era messianica, quando la materialità terrena non distrarrà più l’elevazione spirituale.

È lodevole desiderare

la venuta di questo tempo; tuttavia, questo desiderio deve essere bilanciato dalla umile sottomissione ai piani che Hashèm ha per il creato. Il compito della vita è vivere all’interno della realtà mondana e rivelare il divino nascosto che c’è in essa. Gli esploratori e tutta la loro generazione non erano disposti a portar avanti il mandato ricevuto sul monte Sinày – cioè portare il paradiso in terra e la terra in paradiso, perché non furono in grado di percepire il grande vantaggio di entrare nel mondo materiale, dove l’essenza di Hashèm può essere trovata ubbidendo ai suoi comandamenti sul piano fisico, e anche perché temevano le insidie che accompagnano questo compito più legato ad azioni fisiche che allo spirito.

Era precisamente questo equivoco che doveva essere smentito una volta per tutte prima dell’ingresso nella terra promessa. È molto facile, quando si considera l’ampiezza delle richieste della Torà nella nostra vita e gli sforzi che dobbiamo dedicare per soddisfare tali richieste in modo appropriato, cadere nella trappola del ragionamento secondo cui Hashèm ci sta chiedendo troppo.

Dopo tutto, la Torà cerca di governare ogni aspetto della vita, in tutti i suoi innumerevoli dettagli. Anche studiare la Torà di per sé, sembra un compito impossibile, poiché “la sua lunghezza è maggiore di quella della terra, e la sua profondità maggiore di quella degli oceani”. E come se non bastasse, la Torà ci chiede di sublimare i nostri istinti animali innati e di resistere alle pressioni della società e alle sue regole. Come può la flebile voce dei pochi che sono fedeli a Hashèm vincere il frastuono di coloro che lo ignorano e non farsi condizionare dalle regole della società?

Solidi argomenti, certo, che tuttavia, dopo soltanto una riflessione momentanea, si sbriciolano. Poiché anche un committente umano, se dotato di un minimo di senso, non dà a un suo rappresentante un compito troppo difficile per lui da compiere. E se un committente umano può sbagliare nella stima delle capacità dell’emissario, Hashèm ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi: come nostro Creatore, Egli è completamente cosciente dei nostri punti di forza e delle nostre debolezze.

È perciò inconcepibile

che Egli possa o voglia assegnarci un compito che non possiamo portare a termine. Fallendo la loro missione gli esploratori, paradossalmente, hanno avuto successo in un modo molto più completo. Il loro fallimento ha permesso che il bene prezioso, da loro disdegnato – ovvero il fine divino di far diventare questo mondo una dimora per Hashèm – fosse raggiunto in modo più integro rispetto a quanto il loro successo avrebbe mai potuto conseguire. Il modo migliore per fare del mondo la dimora di Hashèm è rivelare che, in realtà, la nostra vera e innata natura è divina, ovvero realizzare la prospettiva, gli obiettivi e i desideri di Hashèm come se fossero nostri.

Quando riusciamo in questo intento

 non solo seguiamo la volontà di Hashèm perché ci viene detto, ma anche perché la nostra mente e il nostro cuore ci spingono a farlo. Il problema è che trasformare sé stessi in tal senso è un processo di auto raffinamento lungo e faticoso. Sarebbe molto più semplice e veloce sottomettersi in toto alla volontà di Hashèm dandogli “carta bianca”, piuttosto che raffinare gradualmente l’intelletto e le emozioni con un allenamento costante che insegni loro a vedere la presenza di Hashèm attraverso la materialità del mondo.

Ma questo è esattamente quello che il peccato commesso dagli esploratori ci ha permesso di fare in modo più semplice.
Per prima cosa, gli esploratori riuscirono a entusiasmare il popolo all’idea di entrare nella Terra di Israele. Grazie a loro, gli ebrei udirono da testimoni oculari che nella terra fluivano latte e miele, e che quindi non dovevano credere alla promessa di Hashèm solo in base alla fede. Una volta riscossi dai loro dubbi momentanei, essi vennero trascinati dal desiderio di entrare nella terra promessa.

I loro figli portarono

dentro i loro cuori e menti questa conoscenza delle virtù della terra di Israele, quando vi entrarono gioiosamente insieme a Yehoshù’a. Infatti, gli esploratori che Yehoshù’a mandò in seguito, avevano solo uno scopo strategico ma non di convincimento, poiché il popolo non necessitava più di un’ulteriore conferma della bellezza e delle caratteristiche benefiche della terra che li attendevano. Secondo punto, il fatto che gli esploratori – essendo i capi di Israèl e quindi rappresentanti di tutto il popolo – camminando attraverso la terra, la prepararono spiritualmente per il successivo ingresso di Israèl in toto. La missione delle spie ebbe allora l’effetto immediato di iniziare la conquista della terra e spianare la strada per la effettiva presa.

Terzo aspetto, se le spie e la loro generazione non avessero peccato, il popolo sarebbe comunque entrato sotto la guida di Moshè e sarebbe stato condotto a una vittoria miracolosa dalla nuvola di gloria e dalla colonna di fuoco di Hashèm. Ma in tal modo, la vittoria e la conquista sarebbero state solo di Hashèm, piuttosto che del popolo aiutato dal Suo costante supporto. A causa del peccato degli esploratori, la terra doveva essere ora conquistata dalla prodezza in battaglia, ma la vittoria che ne sarebbe seguita, sarebbe stata il risultato degli sforzi del popolo. E poiché essi dovettero lottare per essa, la avrebbero poi valorizzata di più che se l’avessero ricevuta solo quale dono di Hashèm.

E infine, l’errore delle spie ci insegna la preziosissima lezione che tutti possiamo portare a termine la missione di Hashèm, e che non dovremmo mai fare l’errore di pensare che non siamo all’altezza della Sua chiamata per completare il nostro incarico.
Così, alla luce di quanto spiegato, era cruciale che le spie “peccassero”: era l’unico modo per raggiungere l’obiettivo di Hashèm di rendere il mondo una dimora per l’infinito, il solo modo in cui il processo storico avrebbe potuto procedere esattamente nella miglior maniera possibile. La loro vera colpa non consiste in quello che fecero, ma nel fatto che si focalizzarono solo su una faccia della medaglia, senza vedere il lato positivo del loro operato.

Forse essi possono essere perdonati per questo errore, questa era in fondo la prima volta che una generazione era chiamata a vivere il paradosso di desiderare il paradiso mentre lavorava sulla terra, di riconoscere l’importanza dell’io e allo stesso tempo abrogarlo in totale obbedienza: vivere con questa contraddizione può inizialmente sembrare impossibile. Così come dicono i nostri saggi: “Tutti gli inizi sono difficili”.

La lezione che dobbiamo imparare

In ogni caso, la lezione che dobbiamo imparare dagli esploratori è insieme l’importanza di aspirare ardentemente alla vita spirituale e di sottomettersi umilmente al desiderio di Hashèm di fare di questo mondo la Sua dimora, e di raggiungere il giusto bilancio tra questi due aspetti.

Sia agire come una persona incentrata su se stessa che, all’opposto, operare con cieca obbedienza hanno entrambi degli inconvenienti: l’obbedienza cieca rappresenta il nocciolo, il substrato, del nostro impegno verso Hashèm, ma una vita basata su questo non coinvolge la persona nella sua interezza; agire nel nostro interesse permette alla prospettiva divina di permeare il nostro essere intero, ma fare ciò ci espone al rischio di lasciare che il nostro ego ci conduca fuori strada.

Lo scopo è rimanere consci del nostro impegno soprarazionale e incondizionato verso Hashèm pur facendo nostra la Sua realtà.
La nostra missione è garantita per avere successo solo quando ci impegniamo a manifestare la nostra dimensione divina in quanto mandatari di Hashèm, piuttosto che per promuovere i nostri interessi personali.

In anteprima dal nuovo libro della Torà.

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