Home La Parashà della settimana La Parashah della Settimana: Beha’alotekha, בְּהַעֲלֹתְךָ, a cura di rav Shlomo Bekhor

La Parashah della Settimana: Beha’alotekha, בְּהַעֲלֹתְךָ, a cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la rubrica della Parashah della Settimana – Behaalotekha, בְּהַעֲלֹתְךָ “Quando farai salire” (Bamidbar, Numeri 8.1-12.16) – a cura di rav Shlomo Bekhor. Vi ricordo che potrete scaricare qui la settimanale porzione di Torah, grazie a Torah.it.  

21 Sivan 5780 – 13 -Giugno 2020
Parashà di Behaalotekha
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 20
Shabbat finisce a Milano: alle 22.11

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

Sintesi Beha’alotekhà

Accensione della Menorà. Hashèm mostra ad Aharòn come accendere i sette lumi della Menorà, il candelabro sacro, scolpito da un unico blocco d’oro. Purificazione e consacrazione dei leviti. Moshè procede alla purificazione dei leviti e alla cerimonia della loro consacrazione a Hashèm, accompagnata dai sacrifici, in preparazione del loro servizio al Tabernacolo, che durerà dall’età di venticinque anni ai cinquanta.

Istituzione di Pèssakh Shenì. Un anno dopo l’uscita dall’Egitto, Israèl celebra il sacrificio di Pèssakh, come Hashèm aveva ordinato a Moshè. Poiché alcuni non avevano potuto offrire il sacrificio pasquale, in quanto impuri, viene istituito Pèssakh Shenì (Secondo Pèssakh), da compiere un mese più tardi, per permettere anche a loro di adempiere alla mitzvà.

La nube della Presenza divina. Il giorno in cui viene eretto il Tabernacolo, la Nube della Presenza divina si posa su di esso, assumendo, di notte, l’aspetto di un fuoco. Dalla Nube dipendono gli spostamenti del popolo ebraico nel deserto: quando questa si solleva dalla Tenda, Israèl si mette in viaggio e, là dove si posa, si accampano. Hashèm ordina, inoltre, a Moshè di fabbricare due trombe d’argento che i cohanìm avrebbero suonato a ogni partenza, prima di accamparsi e al seguito delle truppe in battaglia.

Primo spostamento nel deserto. Seguendo la nube, il popolo si mette in marcia dal deserto del Sinày in direzione di quello di Paràn. Descrizione dettagliata dell’ordine di marcia delle tribù. Moshè invita il suocero Yitrò a proseguire verso terra di Israèl, ma questi rifiuta. Prima della partenza dell’aròn, l’Arca Santa, era la prima a spostarsi, segnalando a tutti l’inizio del viaggio, Moshè pronuncia un’invocazione a Dio. Il medesimo rituale avviene quando l’aròn si ferma.

Le lamentele del popolo. I bené Israèl esprimono scontento nei confronti di Hashèm che li punisce scatenando un incendio che divora i peccatori. Molti di essi si lamentano per la manna, della quale si dichiarano stanchi, reclamando carne, pesce e verdure.
Moshè chiede aiuto. Moshè confessa ad Hashèm di non avere la forza di portare sulle spalle il peso dell’intero popolo e Hashèm gli comanda di nominare settanta saggi affinché lo aiutino nel suo compito. Un forte vento scaraventa migliaia di quaglie nell’accampamento; gli ebrei ne raccolgono in eccesso e Hashèm li punisce, facendoli morire con la carne ancora fra i denti.

Aharòn, Miryàm e Moshè. Miryàm e Aharòn “criticano” Moshè, Hashèm li redarguisce e colpisce Miryàm con la tzarà’at; Moshè intercede per lei, ma Hashèm ordina che venga fatta uscire dall’accampamento per sette giorni, fino alla sua purificazione. In seguito, gli ebrei si mettono in viaggio e si accampano nel deserto di Paràn.

Per il PDF di tutta la parashah cliccare qui:
www.virtualyeshiva.it/files/03_Behaalotekha.pdf

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

Se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid: 600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà

Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Beha’alotekhà

Nuova lezione corta di psicologia di vita
36° Behalotekhà: come si accende l’anima?

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10158323899965540

Potere ed influenza

Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

http://www.virtualyeshiva.it/2010/05/15/behalotekha-5770-potere-ed-influ

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_05_27_behalotekha_eldadmedad_potere_influenzare_korakh.mp3
—–
Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2020/06/09/behaalotekha-5772-3-lezioni/

Una Natura Aggiuntiva

Nella prima parte del Libro dei Numeri, si descrive la formazione di Israèl in un esercito, alla vigilia del viaggio che dovrà compiere nel deserto. La prima metà della parashà Beha’alotekhà completa questa formazione.

Con la seconda parte della parashà inizia il secondo argomento fondamentale del Libro dei Numeri, nella quale vediamo il popolo avviarsi nell’importante viaggio verso la Terra Promessa. Tuttavia, non più tardi della loro partenza, vediamo gli ebrei commettere una rapida successione di errori, che persistono nelle due parashòt seguenti. Il tragico risultato di questo degrado spirituale a spirale è il decreto divino che condanna quella intera generazione a perire nel deserto e a rimandare l’ingresso nella Terra Promessa dopo trentotto anni.

Questa tragedia contrasta

duramente il tono ottimistico della prima metà della parashà. Andando nel dettaglio, la parashà Beha’alotekhà si apre con il comandamento di accendere il Candelabro del Tabernacolo. Aharòn viene incaricato di mantenere accesi i lumi finché gli stoppini non colgono la fiamma e bruciano da soli e, come verrà spiegato, questa è un’allegoria dello scopo della nostra esistenza sulla terra: accendere la fiamma della coscienza divina fino a che il creato bruci da solo con l’entusiasmo richiesto a completare il suo scopo divino in questo mondo. Per questo motivo, l’accensione del candelabro racchiude lo scopo intero della creazione: trasformare il mondo in una dimora per Hashèm.

Come si spiega che concetti così totalmente opposti vengano compressi all’interno della stessa parashà? La domanda diventa ancora più pertinente quando consideriamo che il nome della parashà Beha’alotekhà, che viene dal comandamento di accendere il Candelabro, significa “quando farai salire” e si riferisce all’insegnamento di fare in modo che la fiamma “salga” [bruci] da sola.

In che modo l’atto di accendere la coscienza divina nel mondo, fino a che bruci da sola, si adatta al declino morale che si rivela man mano che la narrazione progredisce? Possiamo cominciare a capire ricordando che la missione divina di rendere il mondo una dimora adatta ad Hashèm si applica a tutte le fasi della vita e a ogni creatura; quindi, il solo modo di completarla è trasformare tutti gli aspetti della vita in sfaccettature ed elementi della nostra relazione con D*o.

Non è sufficiente sentirsi vicini ad Hashèm

o insegnare ad altri a percepire la stessa cosa quando stiamo esplicitamente svolgendo azioni sante – ovvero quando studiamo la Torà e seguiamo i comandamenti di Hashèm. La Divinità deve permeare allo stesso modo le nostre azioni mondane. Questo modo di agire può essere acquisito attraverso la pratica, allenando noi stessi o gli altri a superare la tendenza innata della realtà fisica a oscurare la presenza di Hashèm nelle nostre vite e nel creato. Quindi vivere in modo conforme al Creatore diventa una seconda natura, altrettanto reale come la precedente prospettiva del mondo materiale.

Il modo più profondo di ripensare sé stessi e gli altri in tal senso è, tuttavia, rivelare la nostra innata divinità. Allorché diventiamo completamente consapevoli che l’esistenza di Hashèm è la sola vera realtà, e che tutto il resto è meramente contingente a Lui, scopriamo anche la nostra autentica natura, come parte della realtà assoluta di D*o, la nostra percezione del mondo è simile a quella divina. Scopriamo che l’attitudine di vedere Hashèm ovunque e di essere consci della Sua presenza in ogni cosa che facciamo non è una seconda natura (qualcosa che prende il posto della prima), ma è in effetti la nostra natura primaria, il nostro sé effettivo, che in realtà è la nostra vera essenza, ancora di più di quella che pensavamo fosse la nostra reale “prima” natura.

Questo è il significato profondo

dell’espressione “accendere uno stoppino fino a che bruci da solo”: dobbiamo lottare per rifinire noi stessi, gli altri e il mondo intorno a noi fino a che la natura intrinseca di ogni persona e di ogni cosa venga rivelata, e quindi bruci di consapevolezza divina come parte della sua natura intrinseca. Solo quando avremo compiuto ciò, potremo dire di aver trasformato veramente e in modo completo questo mondo per essere una dimora di Hashèm, che si completerà nella redenzione finale.

Questo significa, allo stesso tempo, rivelare la nascosta divinità che si trova all’interno delle nostre ribellioni. Certamente, la rivolta (o, a un livello più sottile, l’idea di rivolta) deve essere domata il più velocemente possibile e questo ci richiede di “forzarci” ad acquisire una seconda natura, quella divina. Ma il modo più profondo per sedare una ribellione è di rivelare la sua vera natura: il rifiuto a ritenerci soddisfatti del grado di comprensione di Hashèm che abbiamo in quel momento e una reazione indignata verso la superficialità della relazione intrattenuta con l’Altissimo.

La ribellione evidenzia la vera causa, cioè la disperazione: “Se questo è tutto ciò che c’è nella vita divina, io non lo voglio affatto!”. Viste da questa prospettiva, queste ribellioni articolano il nostro sincero desiderio di ritornare ad Hashèm (teshuvà), in modo da ristabilire la relazione con Lui a un livello molto più profondo di quanto non fosse mai stato prima. Le ribellioni del popolo ebraico, subito dopo la partenza per il loro importante viaggio, possono essere comprese in questa ottica; quindi, il posto adeguato per collocarle è certamente nella parashà il cui tema principale è alimentare la coscienza divina del mondo fino a che tutta la realtà non ne sia illuminata.

Questa è una delle ragioni

per cui la Torà parla proprio di Aharòn come di colui che accende il Candelabro, anche se in effetti a chiunque – persino un laico – è permesso farlo. Aharòn era famoso per il suo amore incondizionato per tutti, anche verso coloro i quali non possedevano altre qualità che li riscattassero se non quella di essere una creazione di D*o: “Sii tra i discepoli di Aharòn, che amano la pace e la ricercano, che amano tutte le creature e le avvicinano alla Torà”.

Aharòn si interessava persino di persone che sembravano molto distanti dalla santità, faceva fluire in loro la divina coscienza grazie all’amore che trasmetteva e accendeva la loro anima per attirarli sulla via di Hashèm. Questa accensione è quindi parallela al ruolo di Aharòn di portare in risalto l’essenza divina in ogni persona.

Quando riveliamo la nostra profonda natura divina, anche nei momenti più bassi della nostra vita, quando ci sentiamo il meno entusiasti possibile per tutto ciò che è santo, ecco che guadagniamo l’abilità di “accendere lo stoppino” della realtà “finché brucia da solo” in ogni circostanza e a ogni livello, e gli alti e bassi della vita diventano così parte dello stesso processo di “accensione dei lumi”.

Perciò la luce del Candelabro rappresenta la luce infinita che porterà Mashìakh e che illuminerà la vera identità del creato, permettendoci di vedere il divino non solo come una natura secondaria, ma come l’unica vera natura del mondo che è la dimora di Hashèm.

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