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I dieci comandamenti, lezione su Shavuot di rav Shlomo Bekhor

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Dieci comandamenti

Questa sera inizia la festa di Shavuot il patto sul monte di Sinày e la ricezione della Torà. Come mai, tra tutte le mitzvòt che D*o ci ha dato, solo Dieci di queste vennero scolpite sulle Tavole? Nella Torà ci sono ben 613 comandamenti e i famosi Dieci sono inclusi in questo numero. Ognuno di essi ci offre l’opportunità di avvicinarci a D*o e una mitzvà non è meno importante di un’altra. Anche se credere nell’Onnipotenza Divina può sembrare superiore all’evitare di accendere una luce di Shabbàt, entrambi sono elementi necessari per compiere il volere Divino: il Signore desidera che noi osserviamo tutti i Suoi comandamenti e ciascuno di essi rappresenta il Suo volere eterno.

I Dieci Comandamenti, quindi, non sono più importanti degli altri. Come mai allora sul Monte Sinày ci furono dati solamente questi? I Dieci sono comandamenti generali e globali che contengono in sé gli altri 603; infatti, all’interno di essi è possibile trovare la radice di tutti gli altri.

Il comandamento dello Shabbàt, ad esempio, include i 39 lavori proibiti (melakhòt) e i loro derivati; “Non rubare” comprende le leggi relative al rapimento, all’inganno, agli imbrogli e altri ancora. L’insieme dei Dieci Comandamenti può essere condensato nei primi due; infatti, gli altri otto derivano tutti da Io sono il Signore tuo Dio e da Non avrai altri dei davanti a Me.

Questi due possono, a loro volta, essere concentrati nel primo comandamento, poiché il secondo deriva dal primo. Secondo la mistica, il primo comandamento può essere ridotto alla sua parola iniziale, Anokhì, Io; e questa può essere concentrata nella lettera àlef. Per questo quando un bambino impara la prima lettera dell’àlef-bet, sta di fatto imparando la Torà intera, racchiusa in una sola lettera.

Questo processo di riduzione è simile al DNA contenuto in una cellula che include le istruzioni per la composizione di un intero corpo. Ognuno di quei geni minuscoli e delicati fungono da mattoni per il nostro sistema corporeo; allo stesso modo, tutti i comandamenti che Dio ci ha dato sono codificati all’interno dei Dieci Comandamenti.

Quando verrà il Mashìakh ci saranno rivelati i segreti più profondi della Torà, riusciremo a capire il vero significato di ogni parola e di ogni mitzvà, lo studio sarà di una qualità talmente superiore a quello di oggi che i nostri saggi poterono affermare: La Torà studiata oggi è come un soffio rispetto a quella di Mashìakh.

Approfondimento

Due montagne segnano in modo significativo la storia ebraica: il Monte Sinày, sul quale ricevemmo la Legge e il Monte Morià, noto anche come il Monte del Tempio, simbolo del servizio divino dell’uomo. L’uno è nel deserto, l’altro è al centro della capitale d’Israèl, Yerushalàyim.

I saggi spiegano che la Torà fu data nel deserto, per insegnare che essa è accessibile a tutti, senza distinzioni sociali. Il deserto, una landa estesa e sconfinata, permette di attuare il concetto di messirùt nèfesh, il sacrificio di sé, un impegno impossibile da realizzare quando qualche limite ostacola le nostre capacità, oppure delle resistenze esterne o interiori ci frenano. Il Midràsh stabilisce: Colui che non fa di se stesso un deserto non é in grado di acquisire la Torà.

Riguardo ai dettagli delle Leggi, rabbi Yishmaèl dichiara che essi furono impartiti a Moshè nel Mishkàn, il Santuario costruito nel deserto. Rabbi Akivà ritiene, invece, che: I principi generali quanto i dettagli furono insegnati al Sinày. Per rabbi Yishmaèl, la messirùt nèfesh costituisce la qualità generale elementare della Torà, destinata a generare uno studio metodico e progressivo dei minimi particolari delle leggi, cioè un procedere per gradi, marcato da autocontrollo. Pertanto, essa funge da molla e da sfondo, ma lo studio deve essere regolato in base alle norme che si applicano a ogni opera sacra.

Rabbi Akivà sostiene che l’universalità della Torà deve invadere tutto il nostro essere e che la nostra dedizione allo suo apprendimento deve essere assoluta e incondizionata. Per Rabbi Akivà, insomma, la Torà è tutta deserto, un terreno aperto a un dono di sé infinito. Questi due approcci sono il prodotto della vita dei due personaggi.

Rabbi Yishmaèl nacque in una famiglia di maestri, era erudito da lungo tempo nonché Sommo Sacerdote. Rabbi Akivà era un bàal teshuvà (una persona che ritorna a Dio in età adulta), in passato un pastore ignorante e analfabeta. Essi sono rispettivamente l’esempio dello tzaddìk, il Giusto perfetto, che aderisce fedelmente a un programma elaboratissimo al fine di sviluppare il bene in sé e nel mondo e del bàal teshuvà che si estirpa dagli abissi dell’iniquità e si innalza alle sommità della completa realizzazione.

Come in tutte le divergenze d’opinioni riguardo ai Testi, anche qui vale il principio: Questa e quella sono parole del D*o vivente. I due approcci non si contrappongono, anzi, sono complementari e vanno congiunti unendo la perfezione rigorosa di rabbi Yishmaèl alla forza dirompente ed emotiva di rabbi Akivà.
(tratto da Likuté Sikhòt)

לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo
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Dono Torah: volontario o forzato?

La Torà è il bene assoluto, come l’aria che pur essendo indispensabile per la vita sulla terra è gratuita. Perché stranamente accade che le cose più essenziali alla vita costano poco o sono addirittura gratuite? Perché invece metalli o cose non indispensabili come l’oro costano spesso tantissimo?
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Un giorno di festa per l’eternità

La mattina del primo giorno della festa di Shavuòt, una madre va in camera da letto per svegliare suo figlio e gli dice che è giunta l’ora di prepararsi per andare in sinagoga, ma il figlio risponde con un perentorio: “Non vado.”
“Perché no?” gli chiede.
“Ti darò due buoni motivi”, dice il figlio: “Uno, non mi piace” e “due, non mi piace.”
Sua madre risponde: “Ti darò due buoni motivi per cui devi andare in sinagoga. “UNO, hai 54 anni”, e “due, sei il rabbino”.

Shavu’òt è una ricorrenza che di solito viene ricordata per il dono della Torà, per la sottomissione di Israèl (Naassè Venishmà-Faremo e Ascolteremo), per la festa delle primizie della frutta, per la nascita e la morte di Re David e per altri motivi ancora. Tuttavia c’è un’altra motivazione non meno importante e spesso dimenticata: la grandezza della donna!

Durante Shavu’òt, infatti, leggiamo la Meghillà di Ruth e ricordiamo la grandezza di questa donna così vicina all’ebraismo, che si convertì e dalla cui discendenza nascerà il Re David. Ecco quindi un’occasione per soffermarci a pensare all’importanza del ruolo della donna e al carico di responsabilità che la investe, dall’accudire la casa all’educazione dei bambini, essa è il pilastro della famiglia e quindi anche della nostra discendenza.

La festa di Shavu’òt cade il 6 di Sivàn (in diaspora anche il 7), al termine del conteggio dell’‘Òmer, un periodo di sette settimane, contate partendo dal primo giorno di Pèssakh. All’inizio di tale periodo, si faceva offerta al Santuario di Yerushalàyim di un òmer (unità di misura) del primo raccolto di orzo e, al termine delle sette settimane, di un òmer del primo raccolto di frumento.

La festa ha preso nome da queste “settimane”. Shavu’òt è detta anche “Zman Matàn Toratènu”, “Il tempo in cui ci è stata data la Torà”. Il nome della festa si riferisce alle sette settimane trascorse dall’uscita dall’Egitto fino al momento del Dono della Torà sul Monte Sinày. Milioni di uomini, donne e bambini, furono testimoni della rivelazione; il Midràsh insegna che le anime di tutte le generazioni, assistettero all’evento ai piedi del monte, udendo i Dieci Comandamenti dalla voce di D*o stesso.

Faremo e ascolteremo

Con le parole “Naassè venishmà”, “Faremo e ascolteremo”, il popolo ebraico accettò di osservare i Comandamenti di Dio anche prima di capirli, diventando così il simbolo della presenza di Hashèm nel mondo, esempio di comportamento etico e morale basato sulla legge di D*o.

La Torà è ben più di un libro sacro e il suo contenuto va al di là delle conoscenze e della saggezza. La Torà ci offre una serie di leggi divine, una guida universale applicata in tremila anni da tutti gli ebrei. Si compone di due parti, una scritta e una orale, entrambe date a Moshè sul Sinày.

La parte orale spiega e chiarisce quella scritta ed è stata trasmessa di generazione in generazione fino alla sua compilazione finale, il Talmùd. Questo, a sua volta, ci collega alla rivelazione sul Sinày e ci offre una guida per la vita di ogni giorno: ovunque e in ogni situazione la Torà, scritta e orale, ci fornisce gli strumenti per giudicare le nostre azioni.

Per rispettare il nostro patto, il primo giorno di Shavu’òt ci si reca al Bet haKnesset: uomini, donne, bambini e perfino neonati, tutti hanno l’obbligo di ascoltare attentamente i Dieci Comandamenti. per seguire la lettura dei Comandamenti. I saggi dicono che dobbiamo sempre vedere la Torà come se l’avessimo appena ricevuta; a Shavu’òt dobbiamo rinnovare l’impegno di studiarla e osservarla.

Shavu’òt, a differenza di Pèssakh e Sukkòt dura solo un giorno (due in diaspora), e non prevede precetti particolari. Il Rebbe di Lubàvitch spiega che questa non è da considerarsi una mancanza, ma una superiorità che essa ha sulle altre feste. Nelle altre celebrazioni, infatti, l’unione che abbiamo con Hashèm non è diretta, ma avviene tramite determinate azioni, legate alla matzà e alla sukkà.

L’unione che si ha a Shavu’òt, invece, non ha bisogno di tramite perché in essa si rivela l’essenza che unisce Israèl a Dio, che è al di sopra della dimensione temporale. Per questo dura un solo giorno e per questo non ha bisogno di precetti perché, quando l’ebreo riceve la Torà, l’unione con Hashèm è immediata in quanto il legame tra Israèl, la Torà e Hashèm è molto profondo. (Rebbe di Lubàvitch)
Inoltre Shavu’òt si usa decorare con fiori e piante sia le sinagoghe che le proprie case, in ricordo dell’improvvisa fioritura del Monte Sinày in onore del Dono della Torà. Uomini, donne e bambini hanno l’obbligo di recarsi al Bet haknèsset per la lettura dei Dieci Comandamenti.

Alimentazione

Infine durante la festa di Shavu’òt si usa preparare specialità a base di latte e derivati. In alcune comunità si consumano latticini solo in un pasto, in altre tale usanza è esteso ai due giorni. Una delle molte spiegazioni di questo costume è che quando gli ebrei ricevettero la Torà non erano ancora esperti delle leggi della shekhità (macellazione rituale) e quindi si astennero dal mangiare carne.

Inoltre, la Torà è tradizionalmente paragonata a tutto ciò che è dolce e per questo è associata anche ai latticini, che hanno un gusto dolce. Si può anche aggiungere un’interpretazione legata al valore numerico della parola “latte” (khalàv) che è di 40, come i giorni in cui Moshè è rimasto sul Sinày.

Oltre a ciò, dato che Shavu’òt è considerato il giorno della nascita del popolo ebraico, esso è paragonato a un neonato, che non potrebbe sopravvivere senza latte. In modo analogo i Benè Israèl adulti, dovrebbero, metaforicamente, nutrirsi solo di Torà, fonte di vita di ogni ebreo. Che in questo giorno possa Hashèm ricordarsi della sua promessa di redimere l’umanità e far giungere Mashìakh in modo completo ed evidente, Amen.

(Tratto dal libro Lekhàyim manuale delle feste Ed. Mamash, pp.365-370)
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Per ascoltare le 10 lezioni sulla parashà e su SHAVUOT:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/06/06/shavuot-bemidbar-5772-dieci-lezioni-precedenti/
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Ciclo otto atomiche lezioni sulla mitica Meghillat Ruth al seguente link:

http://www.virtualyeshiva.it/category/rut-2/

Seconda lezione:

Meghilla di Rut cap I – Seconda lezione – LOT YEHUDA BOAZ: TRE UOMINI UN ANIMA
Al seguente link la pagina web della lezione:
http://www.virtualyeshiva.it/2011/05/31/shavuot-5771-meghilla-di-rut-cap-i-seconda-lezione-lot-yehuda-boaz-tre-uomini-un-anima/

Al seguente link potrai scaricare la lezione:
http://www.virtualyeshiva.it/files/11_05_31_shavuot_rut5771_moav_lot_yehuda_boaz.mp3

Per il video:

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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