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La Parashah della Settimana: Akharei Mot (אַחֲרֵי מוֹת) Dopo la morte. A cura di rav Bekhor

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Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Akharei Mot, אַחֲרֵי מוֹת “Dopo la morte” – a cura di rav Shlomo Bekhor. Vi ricordo, come sempre, che potrete scarica qui la settimanale porzione di Torah, grazie a Torah.it. 

8 Iyar 5780 – 2 maggio 2020
parashà di Akharei mot – Kedoshim
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 20:12 
Shabbat finisce, a Milano: alle ore 21.20

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

Questo Shabbat ci riporta alla solennità di Yom Kippur poiché quasi tutta la parashà che leggiamo, è incentrata su tale giorno, il più santo dell’anno. Nel giorno di Kippur non beviamo, non mangiamo, non ci laviamo e non indossiamo scarpe di cuoio. Non è difficile sentirsi santi in questo giorno speciale, in cui molte cose sono così diverse dagli altri giorni.

Da notare che il titolo della parashà è Akharè significa “in seguito”. Un ebreo deve rendere tutta la sua vita “santa” e tutte le sue azioni coerenti con questa santità, non solo il giorno di Kippur ma anche dopo, durante qualsiasi altro giorno dell’anno, quando mangia, dorme e via dicendo. 

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

Virtual Yeshiva: se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid: 600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà

Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Akharè mot – Kedoshim
Nuova lezione

Trovare il positivo in ogni circostanza
Storia del Rebbe da brividi

Il giorno dopo il domani
Quando si raggiunge la cima della montagna è ora di tornare casa!

Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

AKHARE MOT 5770 – IL GIORNO DOPO IL DOMANI!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:

http://www.virtualyeshiva.it/files/10_04_22_akhare5770_kippur_sanguesopra_sotto.mp3

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2020/04/30/akhare-mot-kedoshim-5772-5-lezioni/

Chi trova un amico, trova un tesoro

Akharè Mot – Kedoshim (Vayikrà 16-18, Vayikrà 19-20)
“Siate santi perché Santo sono Io, il Signore vostro Dio”. (Vayikrà 19,1)

La parashà di questa settimana comincia con il comandamento a tutto Israèl di essere “santi”. Rashi spiega che questa santità è, di fatto, un prerequisito per adempiere alla maggior parte dei comandamenti della Torà. Questo è il motivo per cui andava detto di fronte all’intera nazione.

Subito dopo questo comandamento, la Torà procede dando una lista di diversi precetti – mitzvot da osservare. Se esaminiamo con attenzione tali mitzvot, vediamo che esse sono riconducibili a due distinte categorie: comandamenti tra uomo e Hashèm (verticali), come osservare le leggi concernenti lo Shabbat, e comandamenti tra uomo e uomo (orizzontali), come per esempio quello di non desiderare intensamente i beni del proprio vicino.

Molte persone, erroneamente, ritengono che la santità riguardi solo la relazione tra uomo e Hashem, dimenticandosi così delle altre relazioni che si costruiscono nella vita. Nell’ebraismo si ritiene che, poiché Hashem è Santo, tutte le nostre interazioni con Lui devono a loro volta avvenire con santità.

Tuttavia, proprio quando si giunge ai comandamenti tra uomo e uomo, si tende a pensare che la santità non sia più necessaria: gli uomini sembrano diventare così solo persone non perfette, non meritevoli della Santità. Di conseguenza spesso non ricevono quello che meritano.

La Torà ci insegna il motivo per il quale a noi tutti è comandato di essere santi: se ciascuno mantiene un livello di santità nella propria vita, allora ognuno deve trattare il proprio vicino come qualcuno di santo. Se le cose stanno così, allora come può una persona santa anche solo pensare di rubare, offendere, o maltrattare un altro?

Per questa ragione il verso della porzione settimanale ci insegna che “siamo santi” perché dobbiamo santificare la nostra vita materiale, il nostro corpo fisico, che altro non è se non l’involucro che ospita la Forza vitale Divina. Perciò bisogna rispettare gli uomini come si rispetta Dio e la sua Divina forza vitale che scorre in tutti.

La storia di due amici

Amare il nostro prossimo porta santità nel mondo, come spiegato nel seguente midrash.

Due uomini erano legati da una profonda amicizia ma la vita li mise a dura prova. Vivevano infatti in due stati diversi, tra loro in conflitto. Il cui confine tra gli stati passava proprio nei due villaggi in cui abitavano e, a cause della guerre e delle vicissitudini quotidiane, i due amici si separarono per molti anni.

Uno dei due decise un giorno di partire per andare a trovare l’amico, superando il confine pericoloso. Ma le cose presero anche questa volta una brutta piega e presto, vista lo stato di guerra, cominciarono a spargersi nel paese di destinazione delle voci riguardo alla missione dello straniero venuto in visita. Presto egli venne arrestato con l’accusa di spionaggio e ritenuto colpevole venne condannato a morte dal re in persona.

L’uomo supplicò allora il re di esaudire un suo ultimo desiderio: essendo uno stimato uomo d’affari nel suo paese, e, come tale, ben conosciuto, faceva spesso degli affari a credito, tramite una semplice stretta di mano. In tal modo aveva accumulato una piccola fortuna, ma, poiché la maggior parte del suo denaro veniva dato in prestito alle persone senza contratti, egli chiese al Re di consentirgli un ultimo viaggio a casa per mettere in ordine i propri affari e dire addio alla sua famiglia. Diversamente, il re non lo stava semplicemente condannando a morte, ma condannava anche i suoi figli a una vita di povertà.

Il re incredulo e perplesso gli chiese di fornirgli delle garanzie sul fatto che sarebbe tornato. L’uomo rispose di avere un buon amico in città che avrebbe preso volentieri il suo posto fino al ritorno. Fu condotto l’amico che accettò prontamente dicendo: “Dopo tutto, a cosa servono gli amici?”

Il re incredulo del fatto che l’amico locale fosse pronto a morire per permettere al suo amico di tornare a casa, in terra nemica, allora decise di mettere alla prova i due e acconsentì alla partenza dell’uomo, per scoprire se fosse davvero tornato. Giunto il giorno dell’esecuzione, tuttavia, l’uomo non aveva fatto ritorno, così il re diede ordine alle sue guardie di portare fuori l’amico e decapitarlo. Quando la lama stava per scendere sulla testa del povero uomo, si fece largo tra la folla l’amico: aveva fatto ritorno, fermamente pronto ad accettare il suo destino.

A questo punto ebbe inizio tra i due amici una insolita ed “accesa” discussione su chi dovesse essere giustiziato, poiché entrambi erano intenzionati a sacrificarsi l’uno per l’altro. Il re osservò la discussione con grande stupore. Non riusciva a credere a quello che vedeva: non avrebbe mai immaginato che esistesse al mondo un’amicizia fraterna così vera e carica di rispetto e reciproca devozione. Poi si rivolse ai due amici per la pelle, dicendo “Nessuno di voi due verrà ucciso, alla condizione che io diventi vostro amico! Se esiste un’amicizia così sincera e profonda anche io ne voglio fare parte.”

Da questo racconto apprendiamo il significato del verso “Amerai il tuo prossimo come te stesso, io sono l’Eterno” (Vayikrà 19,18). Il profondo messaggio ivi contenuto è che, se un uomo ama il suo prossimo sinceramente e di cuore, Hashem promette di amare entrambi ed essere costantemente loro socio, il terzo amico.
I comandamenti che valgono tra l’uomo e il suo prossimo includono anche Hashèm.

Inoltre il valore numerico di amare – ahava è 13. Quando due si amano a vicenda allora ci sono due ahava ovvero 13+13=26. Sappiamo che il valore numerico del Tetragramma è 26 (yud 10 – hei 5 – vav 6 – hei 5). Quando due si amano sinceramente portano la luce divina nel mondo poiché creano l’energia che corrisponde al Tetragramma il valore 26.

Quando agiamo con amore nei confronti del nostro prossimo, portiamo la Shekhinà (presenza divina) nel mondo.

Giorno ventitré dell’Òmer
3 settimane e 2 giorni

Ghevurà in Nètzakh – Disciplina nella determinazione
8 di Iyar – Venerdì sera 1 Maggio

23° giorno: questa sera abbiamo la facoltà di rettificare il sentimento di Ghevurà in Nètzakh – Disciplina nella Determinazione.

Nètzakh è il sentimento che ci dà la forza di perseguire con continuità i nostri ideali e ambizioni, anche al costo di “combattere” per essi.

Ghevurà è l’attributo della potenza per disciplinare e fare ordine con rigore in noi stessi e nel mondo che ci circonda.

L’interclusione di Ghevurà in Nètzakh permette di essere tenaci e continuativi in maniera più equilibrata. Grazie alla disciplina di Ghevurà acquisiamo la capacità di saperci fermare, se siamo nella direzione errata. Ogni ambizione, se non bilanciata, rischia di trasformarsi da positiva a negativa. Con l’aggiunta del rigore di Ghevurà abbiamo la consapevolezza di comprendere che siamo fuori strada e che la determinazione ci farà allontanare ancora di più dalla meta della nostra vita.

Infatti, il motore dell’anima di Nètzakh è un’arma a doppio taglio: permette di raggiungere grandi risultati, ma se prende la direzione sbagliata diventa molto dannosa. Ad esempio i giovani, spesso pieni di energia, hanno bisogno dell’esperienza degli adulti per evitare che il loro grande spirito combattivo non venga usato in maniera nefasta. Possiamo dire che il 22° giorno è adatto soprattutto per gli adolescenti.

Un storia nei profeti, commentata dal Rebbe, può aiutarci a capire meglio:

L’haftarà, letta nello Shabbàt Zakhòr, racconta di come Re Shaùl, contravvenendo al volere Divino, ha risparmiato Agàg, il re di Amalèk, e “quel che vi era di meglio fra gli animali ovini e bovini”. Dio, adirato per la condotta di Shaùl, per bocca del profeta Shemuèl, affida il regno al Re Davìd.

Tuttavia, i nostri Saggi evidenziano come Shaùl, quando divenne re, era puro dai peccati come un bambino di un anno. È chiaro quindi che l’avere risparmiato Agàg e il meglio degli animali non poté essere semplicemente una palese forma di disobbedienza a D*o. Shaùl, infatti, riguardo alla sua condotta, disse: “Ho realizzato la parola del Signore” (Shemuèl I 15, 13).

In definitiva, Shaùl credeva di aver adempiuto la volontà di Dio: sacrificando un animale si trasforma l’oscurità, il buio della materia, nella luminosità dello spirito. Elevando proprio i buoi di Amalèk (che rappresenta l’origine di ogni male), Shaùl pensava che, in questo modo, avrebbe portato una grande illuminazione spirituale in questo mondo.

Pur essendo le sue azioni molto logiche, Shaùl mancò nella sua sottomissione al volere Divino. D*o aveva ordinato specificamente: “Distruggete tutto quello che è di Amalèk”.
Per questo il profeta Shemuèl disse a Shaùl: “Forse il Signore desidera SOLO sacrifici? Ascoltare è meglio che sacrificare, obbedire è più importante che offrire il grasso dei montoni”.

Quando si serve Dio solo secondo la propria logica e le proprie emozioni, si rischia di sbagliare, proprio come fece Shaùl. Lo Zohar afferma che il kabalàt ol (sottomissione ad Hashèm) è la via d’accesso ad ogni aspetto della santità. Senza kabalàt ol non è possibile essere un ricettacolo capace di ricevere e contenere il Divino, e da ciò può risultare ogni tipo di male.

Una persona dovrebbe servire D*o con la propria intelligenza, non perché è appagante e piacevole farlo, ma semplicemente perché è Dio che gli ha ordinato di servirlo, anche attraverso i precetti logici del nostro intelletto. Tuttavia, nel caso di Shaùl Dio gli stato chiesto di agire irrazionalmente, perché contro la “radice del male” impersonificata da Amalèk, non si può lasciare nessun residuo, poiché il male va sradicato totalmente.

Ogni re deve avere tanta determinazione per comandare, ma Shaùl ha perseguito testardamente ciò che credeva giusto (nètzakh) ma verso una direzione sbagliata, e non ebbe la forza (ghevurà) di bloccare la sua logica umana che interferiva con il piano divino e capire cosa veramente Hashèm voleva da lui.

Tramite il ventitreesimo giorno dell’Omer possiamo dare al nostro spirito combattivo un elemento fondamentale: l’EQUILIBRIO!

Riflessione:
quando sono immerso tenacemente in un progetto ho la capacità di ascoltare le critiche o vado avanti a oltranza come un fiume in piena?

Esercizio:
abbiamo individuato con fatica un investimento da fare per la famiglia, che riteniamo MOLTO appropriato. Tuttavia il coniuge si oppone motivatamente alla cosa, perché la ritiene troppo dispendiosa o eccessiva. Bisogna trovare la forza di placare la determinazione e di ascoltare le critiche e capire se sono costruttive o meno.

Giorno ventiquattro dell’Òmer
3 settimane e 3 giorni

Tiferet in Netzakh – Compassione nella determinazione
9 di Iyar – Shabbàt sera 2 Maggio

24°giorno: questa sera abbiamo la facoltà di “illuminare” la terza sfaccettatura di Nètzakh, Compassione nella Determinazione.

Nètzakh: è l’attributo della perseveranza, coerenza, tenacia e determinazione che ci permette di vincere le sfide e avere la costanza necessaria per realizzare i nostri sogni e ambizioni.

Tifèret: è l’attributo che ci rende sensibili ai disagi degli altri superando il nostro IO.

L’interclusione di Tifèret in Nètzakh evita il rischio di perseguire i nostri obiettivi in maniera egoistica oscurando l’esistenza del prossimo. Ad esempio grazie all’altruismo di Tifèret impariamo che per arrivare ai vertici di un’azienda non dobbiamo necessariamente pestare i piedi ai colleghi. Pertanto in questo giorno possiamo utilizzare la nostra determinazione al servizio dei problemi comuni e non per “ELIMINARE” gli ANTAGONISTI.

Una tenacia non compassionevole è come una macchina che non si ferma allo stop “investendo” i passanti.

Una storia può illuminarci a rettificare questo 24° attributo:
Moshe, un chassid Chabad, fu assunto nella filiale di una banca nel centro di Rio. L’amministratrice della banca, dove lavorava, non sembrò apprezzare il nuovo arrivato e da allora non perse occasione di fargli critiche taglienti sul suo “abbigliamento”.

Altri impiegati iniziarono a imitare il suo esempio, nella speranza di ingraziarsela e progredire così nelle loro carriere, anche se a spese di un loro collega. Moshe fece di tutto per non entrare in controversia con nessuno, sopportando di buon grado tutte quelle cattiverie. Con disappunto di molti, nelle sfere superiori fu deciso di nominare Moshe a capo del reparto grazie alle sue abilità nel lavoro.

Col passare dei giorni, Moshe non potendone più degli insulti ricevuti chiese aiuto al Rebbe con una lettera che infilò in uno dei volumi dell’Igròt Kodesh. Intanto la persecuzione dell’amministratrice e dei colleghi si intensificò, fino al giorno in cui, a sorpresa, ella annunciò le proprie dimissioni.
Per l’occasione, venne organizzata una festa d’addio.

Quando l’amministratrice entrò nella stanza, dove si teneva la festa, si diresse verso Moshe e gli chiese nervosamente di potergli parlare. L’amministratrice, seduta in silenzio con gli occhi pieni di lacrime, gli chiese scusa di tutto e gli disse che prima di dimettersi aveva fatto un sogno, dal quale non si era ancora calmata: “Ero al parco, quando all’improvviso un Ebreo, di bell’aspetto con una barba bianca e degli occhi saggi, mi parlò in tedesco e mi disse di non infastidire più nessun Ebreo”. Ecco il motivo delle mie dimissioni! Moshe rimase inchiodato al suo posto, era chiaro che lei aveva visto il Rebbe!

L’amministratrice e i colleghi di lavoro di Moshe impiegarono la loro determinazione (nètzakh) per denigrare un collega, senza la compassione (tifèret). Invece Moshe riuscì a far carriera poiché si impegnò assiduamente per il bene della banca (tifèret in nètzakh) e non per andare contro i colleghi/rivali.

Riflessione:
la mia Determinazione compromette la considerazione che ho del prossimo?

Esercizio:
con tenace volontà, dedichiamo tutto noi stessi per essere un padre e marito “modello”. Tuttavia siamo intolleranti verso qualsiasi cosa che si opponga ai nostri “progetti familiari”, nella scelta delle scuole per i figli, oppure di dove andare in vacanza…
Le esigenze dei figli e moglie quasi non vengono visti o considerati. Fermiamoci un attimo, prendiamoci un po’ di tempo per ascoltare con empatia i loro problemi e bisogni. Cerchiamo di sfruttare la carica dal Cielo che abbiamo nel 24° giorno per sviluppare una Tenacia Compassionevole.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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