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La Parashah della settimana: Tzav “Comanda”. A cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della settimana

Shabbat Shalom, carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci a un nuovo appuntamento con la Parashah della settimana – Tzav, צַו “Comanda” (Vayikra, Levitico 6.1-8.36) – a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo, così come ringraziamo Torah.it per darci la possibilità di scaricare a questo link, la settimanale porzione di Torah. Vi ricordo pure che si sta avvicinando Pesach (9-16 aprile 2020). La situazione che stiamo vivendo in questo periodo, naturalmente rende più difficile l’osservanza della liturgia, ma è proprio questi momenti che bisogna dimostrare forza, coraggio e tenacia. 

10 Nissan 5780 – 04 Aprile 2020
Parashà di ZAV – Shabbat Hagadòl
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 18:37
Shabbat finisce a Milano: 19.41

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

La festività di Pèssakh ha tre diversi nomi che ne indicano il significato profondo. Nella Torà Scritta, essenzialmente nel Pentateuco, essa viene designata con l’espressione “Festa delle Azzime – Khag Hamatzòt“; nelle preghiere, invece, si chiama “Tempo della Nostra Libertà – Zman Kherutenu“, mentre nel linguaggio dei nostri saggi e in quello ormai diventato comune viene chiamata semplicemente Festa di Pèssakh, che tradotto significa anche saltare, passaggio.

Apparentemente si tratterebbe soltanto di sinonimi, ma la chassidùt spiega che in realtà le tre terminologie indicano le diverse fasi che i figli di Israèl attraversarono a partire dall’uscita dall’Egitto fino al dono della Torà.

I discendenti di Ya’akòv formavano già un popolo mentre si trovavano in Egitto, come ci insegna la Torà stessa (Devarìm 26, 5): un popolo grande, potente e numeroso. Ma fu solo dopo la liberazione da questa lunga schiavitù che iniziarono a rappresentare una realtà completamente diversa, ossia un popolo strettamente legato alla Torà, la cui essenza era la Torà stessa.

Tale legame era in realtà lo scopo della liberazione dalla schiavitù, come è scritto, quando Moshè farà uscire il popolo dall’Egitto, “servirete il Signore su questo monte” (Shemòt 3, 12). Grazie a questo il popolo ebraico si elevò notevolmente, cambiando al punto di non avere più nulla in comune con quello che era in passato.

Questa trasformazione così radicale, questo processo in cui il popolo ebraico acquisì la sua vera identità, fu caratterizzato da tre fasi successive, come viene spiegato nel commento seguente.

Shabbat hagadòl Shalom
Rav Shlomo Bekhor

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Pessakh: perché Mangiando le Azzime Diventiamo Liberi?

Nella porzione di questa settimana di BO troviamo l’uscita dalla schiavitù e il precetto di mangiare le Mazòt-azzime. Le azzime consumate durante l’esodo dall’Egitto non sono solo una questione di tempo di lievitazione, bensì fanno parte del messaggio spirituale di Pessakh: consolidare la nostra fede e renderci conto che è tutto controllato da Hashèm! Perché pane lievitato non si annulla secondo la classica regola che un sessantesimo è come se fosse nullo.

Per ascoltare le altre 17 lezioni su Pesakh:

http://www.virtualyeshiva.it/2019/04/17/pessakh-5773-17-lezioni/

(continua da sopra)

Per raggiungere il monte Sinày ci vollero sette settimane. Il popolo di Israèl partì infatti dall’Egitto il 15 del mese di nissàn (il primo giorno di Pèssakh) e solo il 6 di Sivàn, celebrato da allora come la festività di Shavuòt, si radunò ai piedi del Sinày per ricevere la Torà da Hashèm.

I cabalisti spiegano che questo lasso di tempo – ognuno dei quarantanove giorni che collegano Pèssakh a Shavuòt – ha visto il perfezionamento di una delle sefiròt (che corrispondono alle emanazioni attraverso le quali Dio interagisce con il mondo) di ogni membro del popolo. Questo processo di raffinamento spirituale portò il popolo ebraico più vicino a poter diventare il popolo scelto da Hashèm e al dono della Torà, il “messaggio di Dio” a tutta l’umanità.

Anche noi, ogni anno, ripercorriamo questo viaggio interiore di crescita e introspezione attraverso il “CONTEGGIO DELL’ÒMER”: “E conterete per voi all’indomani del giorno di festa solenne sette settimane” (Vayikrà 23, 15).

La Torà comanda che dal secondo giorno di Pèssakh, giorno in cui l’offerta di un manipolo (‘òmer) di orzo veniva portata al Bet Hamikdàsh, si inizi il conteggio dei 49 giorni, cioè sette settimane, fino alla vigilia della festa di Shavuòt, il cinquantesimo giorno.

A partire dalla seconda sera di Pèssakh, all’imbrunire (circa 30 minuti dopo il tramonto), contiamo così i giorni e le settimane: “Oggi è un giorno dell’òmer”; “Oggi sono due giorni dell’òmer”; “Oggi sono sette giorni dell’òmer, cioè una settimana” e avanti in questo modo, fino a completare 49 giorni e 7 settimane.

Shavuòt, la Festa delle Settimane, è il prodotto finale di questo conteggio che contiene un profondissimo messaggio valido anche oggi per tutti noi: i miracoli e le rivelazioni dell’Esodo si sono realizzate e si realizzano solo tramite un metodico processo di auto-perfezionamento degli attributi emotivi e dei sentimenti animaleschi di ognuno di noi, rappresentati dai 49 giorni.

Il comandamento del conteggio dell’òmer è, infatti, una delle prescrizioni più “curiose” della Torà. La radice ebraica della parola “mispàr” (numero) è vicina a quella della parola “sippùr” (racconto). Una raccolta di eventi diviene una storia quando c’è un inizio nel quale i personaggi vengono introdotti, un intermezzo in cui ha luogo una vicenda e una fine in cui c’è una conclusione.

Le nostre vite scorrono così velocemente che spesso perdiamo consapevolezza dell’impressionante potere delle nostre storie personali. La metamorfosi dell’oggi nel domani è così impercettibile che ci può far perdere facilmente la consapevolezza del suo “inizio e della sua fine”. Il comandamento di contare ci insegna invece a prestare attenzione e riapre il nostro cuore ad ascoltare storie: sia la storia della trasformazione di un popolo che a Pèssakh diviene libero fisicamente diventando una nazione e a Shavuòt acquista la libertà, anche in senso spirituale; sia la storia personale di ognuno di noi e della ricerca del nostro esodo e libertà spirituale.

Un popolo libero alla ricerca del tempo

Ogni mitzvà ha due aspetti – l’effettiva esecuzione della mitzvà e il suo contenuto spirituale. Oggi, non avendo il Bet Hamikdàsh, molte delle mitzvòt possono essere adempiute solo in senso spirituale. Tuttavia, anche quelle mitzvòt che possono essere adempiute nella pratica hanno ancora un’importante dimensione spirituale che dovrebbe venire esaminata e appresa con vigore. Prendiamo, come esempio, la mitzvà della Sefiràt Ha’òmer, il conteggio dell’òmer.

Qual è l’idea sottesa alla Sefiràt Ha’òmer in senso spirituale e soprattutto in termini chassidici? Come abbiamo detto, ogni giorno della Sefiràt Ha’òmer si recita una berakhà e poi si conta il giorno: “Oggi è un giorno dell’òmer”, “Oggi sono due giorni dell’òmer”, ecc.

Tutti sanno che nell’ebraismo non si usa pronunciare il Nome di Hashèm con leggerezza, perché è una cosa serissima.
Ogni singolo giorno, pertanto, si recita una benedizione con il Nome di Hashèm e poi si conta. Ma dove sta la grande impresa? Quando si conteggia il tempo non cambia nulla. Si possono contare i secondi da oggi fino a domani, ma ciò non renderà un’ora più lunga di sessanta minuti, né un giorno più lungo di ventiquattro ore. Inoltre sarebbe un altro giorno, anche se non si fosse recitata la berakhà o contato il giorno.

Quelli di noi che provengono dai paesi occidentalizzati, dove l’ozio è un “bene fondamentale”, sanno che le persone di tempo ne hanno in abbondanza. Sono sempre alla ricerca di come “rilassarsi” e a far “passare il tempo”. Ancor peggio, certamente tutti hanno sentito l’espressione “ammazzare il tempo”: far trascorrere i minuti o le ore poiché non si ha niente che valga la pena di fare… Questo concetto è tanto estraneo all’ebraismo e alla Torà quanto lo è la carne tarèf (non kashèr).

La Torà abbraccia il principio secondo cui Hashèm ha concesso a ogni ebreo un determinato numero di minuti, giorni e ore in cui vivere. Ognuno riceve l’esatto ammontare di tempo necessario per completare la propria missione. Non vi è un solo giorno in eccesso. Lo Zòhar afferma: “Ogni singolo giorno fa il suo lavoro”.

Cosa significa? Che ogni giorno, essendo un dono di Hashèm, deve mostrare una sorta di risultato. Inoltre ciò vale non solo per ogni giorno, ma anche per ogni ora. Ogni giorno e ogni ora hanno in sé una moltitudine di opportunità per la santificazione del Nome di Hashèm. L’intento della Sefirà – del conteggio dei giorni e della recita di una benedizione prima di contarli – è di renderci consapevoli di ciò che facciamo con il nostro tempo, e di quanto prezioso esso sia.

Anziani nei giorni

Prima di contare dovremmo pensare per un minuto: “Cosa stiamo per contare?” Cosa ho fatto durante le ultime ventiquattro ore che sia importante e per cui valga la pena di vivere? In riferimento a Avrahàm nostro patriarca è scritto: “Avrahàm era anziano, con tanti giorni” (Bereshìt 24, 1). Cosa vuol dire che portava con sé i giorni?

La chassidùt spiega che ogni singolo giorno della vita di Avrahàm era stato da lui sfruttato al meglio. Egli era in grado di riportare per ogni giorno vissuto cosa vi avesse conseguito, come se avesse avuto i suoi giorni in tasca: in quel giorno, trentasette anni fa, un martedì, ho fatto x, y, z, in quel giorno, novantaquattro anni fa, di mercoledì, ho fatto questo e quello… Ogni giorno era speciale, ogni giorno era pieno e ogni giorno era degno da ricordare. Inoltre, quando invecchiò, ogni singolo giorno mostrava in lui crescita e progresso, costruzione a partire dall’apice del risultato del giorno precedente.

Perciò ci sono tre nomi che rappresentano tre fasi di identità del popolo di Israèl:

Festa delle Matzòt, Tempo della liberazione (fisica), Pèssakh. Questi sono i tre periodi che fondano la identità ebraica:
A. Khag Hamatzòt: quando mangiavano le matzòt in Egitto un popolo era unito nella fede ma in uno stato di schiavitù.
B. Khag Hakherùt: poi la libertà fisica, la fine della schiavitù, il “Tempo della Liberazione”.
C. Pèssakh: infine che è il salto e la trasformazione tramite i 49 giorni dell’òmer dove non solo siamo usciti fisicamente dall’Egitto, ma anche ci siamo raffinati e rettificati spiritualmente.

Questo è il messaggio della Sefiràt Ha’òmer, secondo gli insegnamenti della chassidùt: grazie alla nostra rettificazione spirituale, anche attraverso il conteggio dell’òmer, possiamo determinare, adesso ai nostri giorni, l’arrivo di Mashìakh, Amen. Non perdiamo tempo, iniziamo già da questo Pèssakh!

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