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La Parashah della settimana: Vayikra (E chiamò), a cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Ci troviamo nel pieno di una emergenza sanitaria, che temo durerà ancora a lungo. L’Italia dovrà avere pazienza, così come Israele e (più o meno) il resto del mondo. La speranza è che possa durare il meno possibile per l’alto numero di vittime, che interessa soprattutto il nostro Paese.

Nel dedicare a tutte loro un minuto di silenzio, eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Vayikra, וַיִּקְרָא “E chiamò” (Shemot, Levitico 1.1-5.26) – a cura di rav Shlomo Bekhor. Come sempre vi ricordò che potrete leggere la porzione settimanale di Torah, al seguente indirizzo, grazie a Torah.it.

3 Nissan 5780 – 28 Marzo 2020
Parashah di Vayikra
Accensioni dei lumi per Milano: venerdì ore 18.27
Shabbat finisce a Milano alle 19.31

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

Un uomo d’affari di grande successo incontra il suo nuovo genero. “Amo mia figlia e ora ti do il benvenuto in famiglia“, disse l’uomo. “Per mostrarti quanto ci prendiamo cura di te, ti faccio socio con il 50%, della mia attività. Tutto ciò che devi fare è andare in fabbrica ogni giorno e controllare l’attività“.

Il genero lo interruppe dicendo: “Ma io odio le fabbriche, non sopporto il rumore“.
Capisco!“, rispose il suocero. “Bene, allora lavorerai in ufficio e ne diventerai il responsabile”.

Odio i lavori d’ufficio“, disse il genero. “Non posso sopportare di rimanere bloccato dietro una scrivania tutto il giorno“.
Aspetta un minuto”, disse il suocero. “Ti ho appena fatto diventare comproprietario di un’attività per farti fare tanti soldi, ma tu cosa mi rispondi… che non ti piacciono le fabbriche e non vuoi lavorare in un ufficio. Che cosa dovrei fare di te?“.
Facile“, disse il giovane, “Dammi direttamente i soldi…“.

Da parte di te

La porzione della Torà di questa settimana, Vayikrà, regola le leggi dei sacrifici che costituivano una parte essenziale del servizio nel Tabernacolo e successivamente nel Tempio Santo di Gerusalemme. Sono passati quasi 2000 anni da quando il Tempio fu distrutto e i sacrifici animali terminarono, tuttavia il loro messaggio rimane senza tempo e pertinente, anche oggi.
(continua sotto)

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

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Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Vayikra
Lezione di vita di mia moglie Ghitti Bekhor alle donne durante il Corona Virus:

Donne in prima fila

Donne nella Torah: Rivka (Rebecca)

La Kabbalà negli scacchi

Quando nella vita incontriamo delle difficoltà non dobbiamo deprimerci, ma comprendere come esse siano un’opportunità per elevarci e per far collaborare anima e corpo!

Mega lezione di vita

Al seguente link la pagina web della lezione della nostra parashà in formato mp3:

VAYIKRA 5771 – LA KABBALÀ DEGLI SCACCHI

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:

www.virtualyeshiva.it/files/11_03_08_vayikra5771_anima_corpo_zoppo_cieco.mp3

Video

 


Andare oltre il SÉ

(continua da sopra)

E come spesso accade nello studio biblico, un apparente difetto grammaticale nasconde dimensioni psicologiche ed esistenziali inaspettate e stupefacenti.

Parla ai figli d’Israele (D*o dice a Mosè all’inizio di Vayikrà) e dì loro: un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a D*o; da una mucca, da un toro, e dalle pecore offrirai la tua offerta” (Vayikrà 1, 2).

La costruzione della frase sembra scorretta. Nella Torà avrebbe dovuto scrivere: “Un uomo tra voi che porterà un sacrificio a D*o“. Non: “Un uomo che sacrificherà tra di voi un sacrificio a Dio“.

Il rabbino Shneur Zalman di Liadi (1745-1812), il primo Rebbe di Chabad e uno dei grandi giganti del Talmud e della Khassidùt e mistica ebraica, offrì la seguente toccante interpretazione: la Torà sta tentando di insegnarci, attraverso questa frase grammaticalmente “imperfetta”, che il sacrificio più importante che D*o, ama non è quello che viene dagli animali o le offerte farinacee; ma piuttosto quello derivante dalla persona stessa: sacrificherà tra di voi.

La volontà divina ci chiede principalmente di offrire qualcosa di personalmente nostro. Il versetto, quindi, deve essere inteso in questo modo: “Un uomo che si sacrifica“, quando un individuo desidera di fare un sacrificio e avvicinarsi al Creatore, continua il verso, “in mezzo a te, un sacrificio a D*o“, lui o lei deve ricordare che il sacrificio primario deve essere portato da lui stesso: offrire un pezzo del proprio cuore e dell’anima ad Hashèm.

Un’Arte dimenticata

Il sacrificio, inteso come il coraggio di abbandonare qualcosa di veramente prezioso per un ideale o una persona al di fuori di se stessi, è diventato, soprattutto ai nostri giorni, veramente inconcepibile. Nella mente di molti è una sorta di ‘parolaccia’ che evoca un dogma o un abuso.

Il concetto di sacrificare qualcosa di sé è spesso visto come un ‘acerrimo nemico’ delle presunte virtù che sono diventate rilevanti per i nostri tempi: autoespressione, autoaffermazione e indipendenza emotiva. Il sacrificio, ci viene spesso esposto come una stampella per le vittime insicure e dipendenti che eclissano la loro disfunzione emotiva attraverso il “mito eroico” del sacrificio.

La base della psicologia moderna insegna che la felicità viene dal dare libertà e sfogo ai sentimenti interiori. Infatti, è importante combattere le forme di sacrificio che intaccano, e affermare le qualità della propria vita e la stima di sé. Il sacrificio che alimenta l’abuso e la tirannia non è una virtù. Una moglie maltrattata non dovrebbe tollerare il comportamento immorale del coniuge, come un dipendente maltrattato non dovrebbe tollerare il comportamento del proprio datore di lavoro in nome del sacrificio.

Dall’altra parte, nonostante la nostra ipersensibilità verso il perseguimento della libertà individuale e dell’autoaffermazione, il piano Superiore è di educare noi stessi e i nostri figli. Educazione che deve possedere la consapevolezza essenziale che vivere significa anche sacrificare qualcosa di noi stessi per la verità, per Dio, per un altro essere umano, per il matrimonio, per i nostri valori, per rendere il mondo un posto migliore.

Nella dialettica secolare contemporanea, nessuno ci chiama a sacrificare qualcosa di veramente valido per qualcuno o per qualsiasi altra cosa. Ci è stato insegnato a essere gentili e cordiali, tolleranti e rispettosi, a dare qualche euro a un senzatetto per strada ed essere sensibili ai sentimenti degli altri. Tutte cose belle, ma che non ci insegnano a fare i VERI SACRIFICI, quelli che sfidano i nostri piaceri e che ci costringono a uscire dalle nostre zone di comfort e che, inevitabilmente, richiedono impegni profondi e incrollabili.

Eppure quando non combattiamo per qualcosa, per qualsiasi cosa, come facciamo a sapere chi siamo veramente? Quando non sentiamo il bisogno di rinunciare a nulla, di noi stessi, in che modo possiamo acquisire la profondità, la dignità e la maturità che sono fondamentali per raggiungere un obiettivo con sacrificio?
Quando guardiamo dentro alle scuole, alle università, alle istituzioni educative e persino in molte yeshivòt o famiglie di oggi, ci chiediamo se riescono a tirare fuori e coltivare la nobiltà d’animo, l’idealismo dei nostri giovani? Chi sta dando loro qualcosa per cui possono combattere? Stanno riscoprendo le loro profondità interiori o piuttosto le loro qualità più superficiali?
Quando viviamo una vita che non ha alcun sacrificio, la nostra umanità diminuisce. Diventiamo, ogni giorno, più superficiali e timidi. L’intero libro di Vayikrà, che tratta dei sacrifici, è la via ebraica per affermare che vivere, significa vivere per qualcosa.

Un altare in lacrime

Nessuna area della società è stata così profondamente influenzata da questo vuoto come l’unità familiare. In un passato, non molto lontano, il legame familiare era considerato come un qualcosa per cui valeva la pena sacrificarsi. Oggi, invece, questa idea è facilmente scartata quando è in conflitto con le nostre comodità personali.

Le coppie, spesso, non sentono che il matrimonio è un’istituzione così ideale e sacra da dover fare dei veri sacrifici, perché funzioni e fiorisca. Spesso i giovani cercano “l’amore facile” e non quello solido e duraturo che nasce e cresce anche dalla nostra disponibilità al sacrificio. 1700 anni fa, il trattato del Talmud che disciplinava le leggi ebraiche per il divorzio fu trascritto.

I saggi dell’antichità hanno scelto di inserire nel libro queste parole: “Ogni volta che qualcuno divorzia dalla sua prima moglie, anche l’Altare del Santuario versa lacrime”.

Come afferma la Torà: “Tu hai causato che l’Altare di D*o sia coperto di lacrime, di pianto e di sospiri; così che Dio non si rivolge più alle offerte con buona volontà. E potresti chiedere: perché? Perché Dio ha reso testimonianza tra te e la moglie della tua giovinezza, che hai tradito, sebbene sia la tua compagna e la moglie della tua alleanza“.

Non si parla di tradimenti o simili, ma solo di divorzio, ma perché un divorzio provoca lacrime nell’Altare del tempio? Il Tempio Santo di Gerusalemme aveva molti arredi e recipienti, come il candelabro, il tavolo dei pani, e naturalmente l’Arca Santa in cima alla quale erano scolpiti i volti di un bambino e una bambina che si guardavano l’un l’altro, a simboleggiare il rapporto tra Dio e l’uomo. Perché era solo l’Altare che piangeva e non gli altri oggetti del Santuario?

La spiegazione potrebbe essere questa:

L’Altare era il luogo nel Tempio dove venivano offerti tutti i sacrifici quotidiani di grano, vino e animali. L’Altare rappresentava l’assioma profondo, ma spesso dimenticato, che la relazione con D*o esigeva sacrificio di sé e della propria ricchezza. Per secoli, l’Altare è stato testimone silenzioso della profondità e dignità che caratterizzavano le vite fatte d’impegno e sacrificio.

Giorno dopo giorno, l’Altare interiorizzava la verità assoluta: solo il sacrificio di sé conduce verso la realizzazione personale. Quando l’Altare “osserva” un matrimonio in cui l’uomo e la donna non hanno il coraggio di fare sacrifici l’uno per l’altro, piange, per la più grande delle opportunità perdute, per sempre.

Ci sono, naturalmente, delle eccezioni. A volte il divorzio è una tragica necessità. Quando gli abusi e le disfunzioni pervadono un matrimonio e non è possibile trovare alcun rimedio, la risposta giusta potrebbe essere il divorzio. Purtroppo, nella nostra epoca, molti divorzi avvengono, non a causa di una situazione impossibile, ma a causa della nostra riluttanza a trascendere il nostro ego, a sfidare le nostre paure e trascendere la nostra natura egoista.

Per questo è proprio l’altare a piangere. Questa semplice verità così ben nota all’Altare è stata dimenticata da molti. Abbiamo paura di fare sacrifici, poiché temiamo che ci privino della nostra illusoria felicità. La nostra autostima è così fragile che sentiamo disperatamente il bisogno di proteggerla da qualsiasi intrusione esterna per paura che svanisca?

Ma la felicità è un “Altare”. Più dai e più ricevi, non come la società moderna che vuole farci credere: più ricevi e più dai. L’anima è più in pace con se stessa quando si unisce profondamente con un’altra anima. Perciò quando rinunciamo a tutte le forme di sacrificio, ci priviamo del raggiungimento delle nostre potenzialità più profonde.

Strada lunga ma corta

La vita è fatta di tanti bivi. Come la famosa storia Talmudica di Rabbi Yehoshua che chiede a un bambino quale fosse la strada più corta per raggiungere la città. Il bimbo gli dice: la strada a sinistra è corta ma più lunga, mentre quella a destra è lunga ma più corta. Il grande maestro prende la via corta, ma viene bloccato da un muro di spine. Perciò torna indietro e chiede al ragazzino come mai gli aveva indicato che quella era la strada più corta? Questo gli risponde in effetti è più corta, ma anche più lunga, perché è molto difficile raggiungere la meta per via degli ostacoli.

Mentre l’altra strada è più lunga e bisogna scalare la montagna, ma si arriva sani e salvi alla meta. Perciò è una strada più lunga ma che è più corta. La nostra strada è fatta di continui bivi, la società ci spinge, sempre di più, verso le “scorciatoie” che in realtà sono strade bloccate che non portano a destinazione.
Questa parabola dovremmo inciderla nella nostra mente e ricordarci sempre che spesso la strada più lunga è quella più corta.

Ad esempio quando ci sacrifichiamo per la pace coniugale, non dobbiamo vedere questa cosa come una perdita di autostima e debolezza personale. Mettere da parte sé stessi per un “bene superiore”, come il matrimonio significa avere una forza dello spirito che ci fa ottenere l’armonia in casa. Mettere da parte il proprio ego che, la causa di tutti i problemi, è solo apparentemente la strada più lunga e faticosa, ma invece è la strada più corta per avere una vita equilibrata e serena.

La parashà di questa settimana ci invita a fare questa domanda: quando è stata l’ultima volta che ho fatto un vero sacrificio?

Un aneddoto del Rebbe può aiutarci a capire meglio

Una volta un ebreo osservante andò a chiedere aiuto e consiglio al Rebbe e gli disse: “Quando studio la Torà, prego o faccio le mitzvòt, soffro, perché non ho voglia e spesso sono distratto e penso ad altro”. Il Rebbe sorprendentemente gli rispose: “Beato te! A me invece piace studiare la Torà e fare le mitzvòt…!”.
L’uomo ovviamente rimase molto sorpreso di questa risposta.

Tuttavia il Rebbe, come sempre, gli ha e ci ha dato un insegnamento di vita importantissimo. Sacrificarsi per qualcosa, vincere il nostro “istinto al male” è un modo per servire Hashem, per offrire in sacrificio il nostro “animale interiore”, per elevare il male in bene. Attraverso lo studio della Torà le mitzvòt e più in generale adempiendo i precetti, acquisiamo quei buoni tratti del carattere che ci permettono di sottometterci a una volontà superiore, quella divina.

Questo può accadere solo attraverso l’offerta del nostro SÉ, fatto di tante grandi e piccole abitudini, vizi e piccoli egoismi. Quando l’uomo dimentica le regole del mondo e non si educa con le buone, allora va educato con le “cattive maniere” purtroppo. Ci troviamo in un periodo strano ma molto istruttivo dove impariamo a valorizzare la famiglia, a fare dei sforzi per stare insieme chiusi in casa e imparare che l’amore non bisogna cercarlo fuori casa e che bisogna sacrificarci per lasciare spazio alla famiglia.

Speriamo che questo periodo difficile sia “l’ultimo esame per la maturità” che ci manca per completare la rettificazione di questo mondo e permettere l’arrivo di Mashìakh presto ai nostri giorni, Amen.

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