Home La Parashà della settimana La Parashah della Settimana – Beshalach, בְּשַׁלַּח “Lasciò andare”. A cura di...

La Parashah della Settimana – Beshalach, בְּשַׁלַּח “Lasciò andare”. A cura di rav Shlomo Bekhor

585
0

Parashah della Settimana

Shabbat Shalom, carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Ecco al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Beshalakh, בְּשַׁלַּח “Lasciò andare” (Shemot, Esodo 13.17-17.16), a cura di rav Shlomo Bekhor e vi ricordo che, come sempre, potrete scaricare qui la settimanale porzione di Torah. A tutti voi, come sempre una buona lettura, nella speranza, che possa essere uno spunto in più di riflessione.

Rav Shlomo Bekhor

13 Shevat 5780 – 08 Febbraio 2020
parashà di Beshalakh
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 17:20
Shabbat finisce a Milano: ore 18.24

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo

Beshalakh, nuova lezione di vita

Tsunami: prova di fede
Solo le prove della vita ci portano tanto in alto

Mamash Edizioni Ebraiche | Virtual Yeshiva

Impariamo da questa parashà che le grandi sfide della vita sono gli unici trampolini che possono portarci tanto in alto. Nell’immediato le prove ci sembrano degli tsunami invincibili , come i giorni peggiori della vita, momenti da incubo che bisogna cancellare dalla nostra memoria. Ma quando capiamo che vincere queste sfide è la nostra missione più importante in questo mondo e che ci dà un’elevazione fortissima , senza paragoni , allora e solo allora la possiamo apprezzare.  Dopo aver superato questi tsunami della vita ci rendiamo conto che questi sono stati i più importanti momenti che ci hanno trasformato come nient’altro.

Non a  caso il grande psicologo Victor Frankl ha cambiato il mondo con i suoi insegnamenti: la vita deve avere un grande significato.  Senza lo scopo della propria esistenza la vita è spenta e diventa un peso insopportabile. Frankl ha scoperto tutto questo mentre passava l’inferno di Auschwitz , egli ha compreso che il modo per vincere le prove della vita e salvarsi dalle camere a gas era dare un valore alla propria esistenza!

(grazie al Rebbe di Lubavitch il prof. Frankl ha avuto la spinta di pubblicare i suoi grandi insegnamenti che hanno cambiato il mondo)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat ShalomRav Shlomo Bekhor
Virtual Yeshiva: se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!
600 Shiurim online divisi per argomenti. Non perdere l’appuntamento con la parashà mistica e psicologia nella Torà.

Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

I quattro gruppi del mare

Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/
2010/01/28/beshallakh-5770-i-quattro-gruppi-del-mare/


Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
http://www.virtualyeshiva.it/
files/10_01_28_beshalakh_4gruppi_buttarsimare.mp3


Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/
2020/02/01/beshallakh-e-yud-
shvat-5772-5-lezioni-precedenti/

Siamo superiori agli angeli

Mentre dorme, David sogna l’Angelo Gabriele che gli dice: “David, David, domani nel tuo paese scoppierà un’alluvione, ma Hashèm mi ha ordinato di salvarti. Ricorda quindi che ti salverò, non dimenticarlo. Sarai salvato!“.

Il giorno dopo, scoppia l’alluvione predetta dall’angelo e case, ponti, scuole, ospedali e via dicendo vengono distrutti. David si trova sperduto nell’acqua, attendendo l’aiuto dell’angelo. Ad un certo punto passa una barca, è Emanuele, un amico di David che vedendolo in pericolo gli urla: “Dai salta su David”, ma lui imperterrito gli risponde: “No, me la caverò!”.

Dopo dieci minuti passa un’altra barca, è Levi, un altro amico di David, che vedendolo in difficoltà gli grida: “Salta su dai forza!”, ma ancora una volta David risponde: “No, me la caverò, tranquillo”. Dopo un po’ passa un’altra barca e la scena si ripete. Alla fine, David muore e arrivato in paradiso vede l’angelo Gabriele e gli dice: “Mi hai mentito! Avevi detto che mi avresti salvato!”. L’angelo prontamente gli risponde: “Ma scusa oltre a mandarti tre barche cosa dovevo fare di più…?”

La spaccatura del mare, dopo l’uscita dall’Egitto, rappresenta un evento di assoluta importanza, poiché ha concluso il primo esodo della storia dell’umanità. Oltre a essere il primo evento nel suo genere, esso racchiude anche diversi insegnamenti di vita che sono come dei grandi tesori da portare con noi in ogni momento.

Finalmente dopo 210 anni di schiavitù pesantissima, dove il sangue degli ebrei scorreva come il fiume del Nilo in quantità mastodontiche, arriva il grande momento dell’uscita. Il 15 di nissan, dell’anno 2448 dalla creazione del mondo: la super potenza universale del momento non riesce più a soggiogare i suoi indispensabili schiavi per la realizzazione dei grandi progetti dell’Egitto. Un popolo intero viene liberato senza che nessun cane emettesse alcun suono, nonostante che tutti i cani fossero addestrati con stregonerie ad abbaiare nella direzione verso la quale uno schiavo cercava di scappare.

Il popolo di Israèl si ritrova davanti al mare con gli egiziani alle loro spalle che li vogliono riportare in Egitto. Gli egizi sono feriti nella loro dignità dopo che un popolo intero è scappato con i loro tesori presi in prestito…
Tutto questo succede poiché è tutto calcolato dal Creatore del mondo e gli egiziani dovevano morire affogati, proprio come loro uccidevano i neonati, facendoli affogare nel Nilo.

Il mare, però, non si apre e il popolo non sa cosa deve fare. Hashèm dice al popolo di entrare nel mare e solo quando loro entreranno, allora il mare si aprirà. Questo argomento racchiude ben cinque grandi insegnamenti di vita fondamentali in ogni momento.

1°. Buttiamoci prima noi

Spesso si sente dire: se trovo un bel lavoro mi ci butto! Se trovo la giusta donna mi sposo! Se mia moglie fosse più calma e comprensiva avrei pace in casa. Questi sono alcuni di tanti esempi di situazioni, che ci possono accadere in ogni momento. Illudersi che il mare si apre e solo dopo entrarci vuole dire che non abbiamo capito niente della vita.

Questo sarebbe come il gatto che si vuole mordere la coda che entra in un circolo vizioso: mentre si gira per prendere la coda, nello stesso istante, si sposta la coda di continuo. Se ci troviamo davanti a un mare e gli egiziani alle calcagna, vuole dire che abbiamo una delle tante sfide che dobbiamo superare, le prove ci vengono date per essere superate al fine di elevarci.

Gli angeli, a differenza degli uomini, non hanno prove e perciò non sono stimolati ad elevarsi, quindi non hanno mai delle difficoltà. Questo perché gli angeli non hanno il merito di avere il libero arbitrio, di poter scegliere tra bene e male, per loro superare una prova non ha nessun valore.
Come dice lo Zòhar questo è un mondo con valori al contrario (àlma deshìkra), anche la cosa più negativa può essere il più grande regalo, basta non fermarsi all’aspetto esterno.

2° Come uno tsunami

Ci si potrebbe chiedere: cosa ci vuole per entrare nel mare? Immaginiamo di fare un tuffo in una delle tante belle coste italiane nel mese di aprile. Cosa vi è di più piacevole? Se ci spostiamo nel sud di Israele molti fanno il bagno a Elat in aprile, nel mese in cui sono usciti dall’Egitto, Nissan. E allora, perché era così complicato entrare nel mare? Perché in quel giorno il mare era molto agitato, come uno tsunami. Faceva paura solo a vederlo. Questo perché la prova, per essere vera e darci un merito, deve essere al di sopra della nostra ragione.

Per questo nessuno osava mettere neanche un dito nel mare in quel giorno. Come diciamo nelle Massime dei Padri cap V, Mishnà 5: dieci volte Israèl mise Hashèm alla prova, di cui due volte sul mare quando dissero: se il mare si apre noi ci entriamo. Da questo impariamo che solo un mare agitato, come uno Tsunami, può darci dei meriti, ma solo quando superiamo la prova. Pertanto, se vediamo uno Tsunami nella vita non spaventiamoci, perché esiste solo per darci un merito.

3° Santa Pazienza

La struttura di quasi ogni prova nella Torà, come spesso accade anche nella vita, è che fino all’ultimo non si sblocca. Lo vediamo in una delle prove di Abramo quando arrivato ad un fiume che doveva superare solo quando l’acqua è arrivata alla bocca, solo allora il fiume è scomparso.
Anche per quei pochi che sono entrati nel mar Rosso, come Nakhshòn e i suoi fedeli, il mare non si è aperto subito ma solo dopo, quando stavano per affogare, allora si è aperto.

Se pensiamo che le prove si annullino appena le affrontiamo facciamo un grande errore. Bisogna avere pazienza e determinazione, occorre andare fino in fondo. Ad esempio: Se ci fossero delle discussioni con la futura anima gemella o dopo 25 anni di matrimonio, non vuole dire che non è la moglie giusta. I problemi ci arrivano solo affinché li superiamo in modo da poterci elevare e migliorare.

4° Decisione giusta nel momento sbagliato?

Dopo l’uscita dell’Egitto il popolo di Israèl si ritrova davanti al mare che dovevano attraversare. Par’ò radunò tutti i suoi cavalieri e il suo esercito e li raggiunse mentre erano accampati presso il mare nella località di Pi Hakhiròt.

I figli di Israèl videro gli egizi ed ebbero una grande paura e la loro reazione fu quella di dividersi in quattro gruppi (Shemòt 14, 14-15):
Il primo voleva buttarsi in mare, poiché preferiva annegare piuttosto che tornare in Egitto; il secondo gruppo pensava che sarebbe stato meglio tornare ad essere schiavi; il terzo voleva combattere; il quarto gruppo voleva invocare D*o.

Hashèm disse a Mosè: “Perché mi volgi il tuo grido? Dì ai figli di Israèl di mettersi in cammino” (Shemòt 14, 15). D*o dice al popolo, tramite Mosè, che il mare si aprirà solo se si metteranno in cammino. Le opinioni di 3 dei 4 gruppi (tranne ovviamente quella di chi voleva tornare in schiavitù), non erano di per sé sbagliate, ma erano inopportune ed inutili in quel momento.
In particolare ci si può chiedere cosa vi era di sbagliato nelle intenzioni del primo gruppo? In fondo apparentemente, ubbidivano all’ordine di Hashèm: “Dì ai figli di Israèl di mettersi in cammino”, quindi di andare verso il mare.
Al primo gruppo, quello che voleva buttarsi in mare in maniera disperata, quasi suicida, Mosè gli risponde: “State a guardare la salvezza che Hashèm opererà per voi oggi”.

Proprio nella risposta di Mosè noi possiamo trovare la giusta chiave di lettura di questo episodio della Torà. Il grave difetto delle intenzioni del primo gruppo, era che loro non volevano buttarsi in mare con forza e speranza in D*o, ma erano spinti a questo gesto dalla disperazione. Invece il mare si sarebbe aperto solo se il popolo di Israèl si fosse “messo in cammino” con fiducia e fede nel fatto che Hashèm avrebbe realizzato la sua promessa, li avrebbe salvati. Per questo Mosè gli dice di non buttarsi ma di “guardare la salvezza che Hashèm opererà per voi oggi”. Da questo episodio noi possiamo trarre un grande insegnamento nella vita di tutti i giorni: di fronte alle prove a cui siamo sottoposti agiamo, ma non con la forza della disperazione, bensì con la determinazione della forza della fiducia in D*o, nella Sua salvezza. Solo così il mare si aprirà.

5° Meglio riuscire per i nostri meriti

Dalla parashà di Beshalàkh possiamo trarre un altro grande insegnamento.
In Shemòt 14, 22 troviamo scritto: “I figli di Israèl entrarono nel mare, all’asciutto e l’acqua faceva loro da muro alla loro destra e alla loro sinistra”. La stessa frase la troviamo ripetuta poco più avanti nel verso 14, 29. È cosa nota che ogni singola parola della Torà ha un’enorme rilevanza, anche una sola parola in più o meno, ha un significato essenziale. In questo caso troviamo ripetuto un intero verso! Cosa ci vuole dire la Torà con questo fatto?

Una delle possibili interpretazioni ci viene data dal libro del Santo Zòhar che afferma come, in tutto il lungo periodo della schiavitù in Egitto, il popolo ebraico si era contaminato con innumerevoli peccati. Era caduto nei più bassi livelli dell’impurità, proprio come gli Egizi.

Da questo punto di vista ebrei ed egiziani erano identici, entrambi erano immeritevoli della misericordia di Hashèm. Continua lo Zòhar dicendo, quindi perché il mare si sarebbe dovuto aprire di fronte al popolo d’Israèl e chiudersi di fronte agli egizi? Quale erano le differenze tra i due popoli?
Per questo motivo D*o, per bocca di Mosè, ordina al popolo ebraico di “mettersi in cammino”, di entrare nel mare affinché questo si apra, proprio per dare al popolo ebraico, il merito di aver avuto fede in Hashèm.

Questo sarebbe stato l’atto su cui fondare l’intervento della misericordia divina. Proprio per questo motivo Mosè voleva che il primo gruppo si buttasse in mare, non perché mosso dalla disperazione, ma per fede in D*o, dalla certezza della sua salvezza.

Allora perché alla fine il mare si aprì, come riportato nei versi 22 e 29 del capitolo 14? Grazie al gesto di pochi: Nakhshòn e ai suoi seguaci che si buttarono in mare con fede e certezza nella promessa fatta da Hashèm. Solo allora il mare si aprì permettendo a tutto il popolo ebraico di raggiungere la salvezza.

Tuttavia lo Zòhar fa un’altra interessante osservazione, perché poi il mare non si richiuse al passaggio della maggioranza del popolo Israèl che non aveva creduto in D*o? La risposta, sempre secondo lo Zòhar, è che D*o si ricordò di Abramo dei suoi meriti e della promessa che D*o gli fece sulla sua discendenza che “Sarebbe stata numerose come le stelle del cielo”.

Da questa spiegazione troviamo il motivo della ripetizione dei due versi: in Esodo 14, 29, diversamente che nel paragrafo 22, è scritto: “I figli di Israèl entrarono nel mare, all’asciutto e l’acqua faceva loro da MURO alla loro destra e alla loro sinistra” la parola muro/Khomà della frase è scritto senza la ‘vav’. In questo modo si può leggere sia “muro”, sia come “rabbia”, quindi possiamo rileggere questa parte come: “I figli di Israèl entrarono nel mare, all’asciutto e l’acqua ERA ARRABBIATA alla loro destra e alla loro sinistra”. Questo poiché il mare era “arrabbiato” del fatto che si dovette aprire, non per i meriti del popolo ebraico, per i meriti di Abramo.

Da questa storia impariamo come, a volte, se D*o vuole, basta un piccolo gruppo di persone fedeli della volontà di Hashèm per salvare anche chi è carente nella fede. Il secondo insegnamento è che tutte le prove che subiamo nella vita, anche quelle più dure e difficili, sono in fondo solo un’opportunità che ci viene offerta da D*o per migliorarci, per elevare noi stessi e gli altri che ci circondano. Grazie allo sforzo che mettiamo nel capire su come e cosa dobbiamo fare per vincere la sfida che abbiamo d’innanzi.

In ricordo della recentissima ricorrenza del 10 di Shevàt dove abbiamo avuto il merito che il Rebbe di Lubàvitch ha accettato di guidare il movimento Chabad e illuminare il mondo con la sua saggezza, con la sua luce di amore e positività.

Questi sono alcuni degli insegnamenti che ho avuto l’onore di sentire da lui direttamente. Insegnamenti che sono come dei fari per tutta l’umanità.

In questi giorni è giusto mettere in atto le sue richieste e i suoi insegnamenti. Ad esempio assicurarsi che tutti gli ebrei mettano i Tefillìn ogni giorno. I gentili imparino e osservino tutti i 7 precetti Noakhidi, compresi quelli derivati che sono quasi 70. Se ognuno di noi, in questi giorni speciali, riuscisse a migliorare anche nel compimento di una sola azione, aggiungeremmo una luce in questo mondo e accelereremmo così la imminente rivelazione di Mashìakh, presto nei nostri giorni. Amen.
Rav Shlomo Bekhor YH

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here