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La Parashah della Settimana: Shemot, שְׁמוֹת “Nomi”. A cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat Shalom, carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Shemot, שְׁמוֹת Nomi (Esodo 1.1-6.1) – a cura di rav Shlomo Bekhor. Nell’augurare a tutti voi uno shabbat di pace (interiore), vi invito alla lettura e alla riflessione, ricordandovi che potrete scaricare QUI la porzione settimanale di Torah, grazie a Torah.it.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל

Questa è il video della nuova lezione corta di questa settimana della parashà di Shemot, fresca appena sfornata.

Redenzione totale o temporale?

http://www.virtualyeshiva.it/files/seminar/shemot_mianokhi.mp4

Il vero significato di libertà

È più facile portare Israèl fuori dall’Egitto, che portare l’Egitto fuori da Israèl!

Quando il presidente americano Dwight Eisenhower incontrò il primo ministro israeliano David Ben-Gurion, il primo disse: “È molto difficile essere il presidente di 170 milioni di persone”. Ben-Gurion rispose: “È più difficile essere il primo ministro di 2 milioni di primi ministri…”.

Oppure!

Due uomini ebrei nella Russia zarista venivano condotti all’aperto per essere fucilati. Uno era un umile sarto, l’altro un selvaggio anarchico. Mentre l’ufficiale zarista, incaricato del plotone di esecuzione, cercava di mettere una benda sugli occhi dell’anarchico oramai condannato, il giovane ebreo reagì, dicendo coraggiosamente ad alta voce: “Affronterò la morte guardandola in faccia!”. Il sarto, allarmato da tanto clamore, disse al giovane anarchico: “Per favore, cerca di non creare problemi!”.

Cosa Serve Per Crescere?

“Ci vuole un villaggio per crescere un bambino”, dice un vecchio detto, poiché nessun uomo è un’isola! Cresciamo tutti all’interno di una comunità da cui siamo modellati. Il nostro ambiente di fatto crea le nostre identità! Chi di noi non ricorda con affetto qualche personaggio particolare dell’infanzia da cui abbiamo imparato tanto? “L’eccentrico zio”, il “vicino un po’ pazzo”, “la santa nonna” o “l’insegnante severo”. Ognuno dei quali ha lasciato impressioni sulla nostra psiche e ha influenzato il nostro modo di affrontare il mondo che ci circonda.

Certamente “ci vuole un villaggio per crescere un bambino”, anche per chi conduce una vita ebraica. L’ebraismo è una religione fondata sulla famiglia e sulla comunità, con i suoi peculiari momenti e personaggi: la Pasqua ebraica con tutta la famiglia, il Bar Mitzvà di nostro figlio, l’umorismo tagliente del nostro rabbino o l’insegnante acuto e intelligente, il nostro amico sempre più “furbo di noi”. Tutto questo ci ha conferito l’interpretazione della nostra identità, assorbendo la cultura, l’eredità, la fede, la visione del mondo dall’ambiente dove siamo cresciuti. Non bisogna mai sottovalutare il potere e la capacità delle tradizioni. Quante nonne hanno trasmesso il loro amore e la loro saggezza alle generazioni successive?

Dove può crescere un redentore, profeta e guida?

Eppure, Mosè – la più grande guida politica e spirituale che sia mai esistita per il popolo ebraico, il più grande profeta e insegnante, l’interprete e il messaggero per eccellenza di Hashèm per rivelare la Torà nel mondo – è cresciuto senza avere accanto a sé genitori, una famiglia e un ambiente ebraico.

Mosè è cresciuto in un ambiente completamente immerso nella corrotta cultura egiziana di allora. Un ambiente più lontano e antitetico dei valori della Torà e dell’ebraismo era forse impossibile da trovare! Come se tutto questo non bastasse, ancora più incredibile è il fatto che Mosè è cresciuto nel palazzo del Faraone! Il monarca della superpotenza dell’epoca, il tiranno che ha cercato sistematicamente di sterminare il popolo ebraico. Come se in quest’era moderna un grande redentore e maestro di Israele fosse cresciuto e si manifestasse nella casa di uno Stalin o di un Hitler! Perché tutto questo? Quale è il significato, nascosto?

Come diventare un presidente

Certo tuti noi conosciamo i dettagli più importanti di come Moshè sia finito in una casa simile: Batyà, la figlia del faraone, andò a fare il bagno nel fiume Nilo e lì trovò una cesta con dentro un bambino. Recuperò il cestino, salvò il bambino e lo allevò come un figlio. L’immaginazione di Hashèm è “infinitamente fertile”, ma certamente avrebbe potuto organizzare il tutto senza “scomodare” la figlia del faraone, per accogliere il bambino. O non sarebbe stato ancora meglio che, in qualche modo, Mosè fosse rimasto tra la sua famiglia e il suo popolo, assorbendo l’energia e l’ideologia del popolo ebraico?

La Costituzione americana impone alcune restrizioni per coloro che possono essere ammessi all’Ufficio del Presidente degli Stati Uniti. Essa, in sostanza, stabilisce che nessuno al di fuori di un cittadino nato nel territorio degli Stati Uniti sia eleggibile come Presidente degli Usa!

C’è una logica ferrea in questa legge. Per essere un leader adeguato, occorre essere come una “pianticella cresciuta in casa”, ossia un leader deve essere cresciuto tra la gente, il popolo della nazione che vuole guidare, in modo da poter veramente comprendere “la gente”. Quindi torniamo alla nostra domanda iniziale: perché, proprio a Mosè, che cresce lontano dalle sofferenze del popolo, è “toccato in sorte” di redimere il popolo?

Le risposte di un povero ricco

La domanda è stata sollevata anche da uno dei più importanti studiosi ebrei del Medioevo, il rabbino Avrahàm Ibn Ezra, che visse nel XII secolo in Spagna. Era un saggio, un filosofo, un medico, un astronomo, un astrologo, un poeta, un linguista e un matematico. Ha scritto un commento sulla Torà che è studiato anche oggi.

Il rabbino Abraham Ibn Ezra è nato a Toledo, in Spagna, ma ha trascorso gran parte della sua vita girovagando da un paese all’altro, sempre irrequieto, alla ricerca di conoscenza, insegnando agli studenti e vivendo sempre in grande povertà. A tal punto che in uno dei suoi scritti afferma ironicamente che nella sua vita le stelle cambiano il loro corso naturale per portargli sfortuna, al punto che se avesse deciso di vendere candele il sole non sarebbe mai tramontato, e se avesse deciso di vendere sudari, le persone non sarebbero più morte.

Ma su quale idea, su quale pensiero il grande studioso fondava la sua non facile esistenza? “I pensieri di D*o sono profondi e misteriosi, chi può cogliere il Suo segreto? Solo D*o comprende i Suoi schemi”. Questo scritto è un vero e proprio esempio di “ebraismo 2.0”! La prima risposta che noi tutti spesso ci diamo è: “Non capiamo, perché accade questo?”. Perché Mosè dovette crescere nel seno del faraone? La risposta corretta sarebbe: “Non lo so! Poiché è un desiderio di Hashèm!”. Ma, ovviamente, non bisogna fermarsi qui! Ibn Ezrà continua a dare due potenti risposte speculative sul perché Dio abbia voluto questa trama:

Risposta N. 1: “Mantenere le distanze”

La prima risposta è un commento un po’ satirico sulla cultura ebraica che rimane valido fino a oggi. Se Mosè fosse cresciuto tra gli ebrei, non avrebbe mai ottenuto il rispetto e il timore reverenziale di cui aveva bisogno per condurli alla redenzione e modellarli in grandezza. Se Mosè fosse cresciuto in una scuola ebraica, Yeshivà, nella comunità, ci sarebbero sempre stato qualcuno che, dopo un suo discorso, sarebbe andato da lui a dirgli: “Ehi Mosè, ci mancano i giorni in cui giocavi a calcio con noi là fuori? Quando sei diventato così serio?”.

E quando sarebbe sceso dal Sinai con la Divina Torà, ci sarebbe sempre stata una nonna anziana, che gli avrebbe detto: “Ti ricordo come un bambino nella tua culla. Oh, non smettevi mai di piangere, ma eri così carino. Oggi sei un omone grande e grosso. Ma devo dirtelo, sei ancora così carino!”.

Quando si cresce con delle persone fin dall’infanzia, è difficile per loro accettare veramente l’autorità di un loro “ex compagno di giochi” anche se la meriterebbe pienamente. “Non è possibile essere un profeta nella tua città”, questa antica espressione è sempre valida e attuale.
Quindi, secondo questo punto di vista Hashèm ha fatto crescere Mosè lontano da suo popolo, poiché la distanza era necessaria affinché Mosè diventasse ciò di cui il popolo ebraico aveva veramente bisogno: un leader forte e autorevole.

Risposta N. 2: “Un atteggiamento maestoso”

Ora Ibn Ezra fornisce una seconda spiegazione: ossia, forse Dio ha fatto crescere Mosè nella casa della famiglia reale, in modo che la sua anima fosse abituata a un comportamento fiero, consapevole e regale. Senza lasciarsi intimidire, abbattere o demoralizzare dal fatto di vivere in una casa di schiavi. Mosè non esitò a uccidere un egiziano che commetteva un atto criminale contro un ebreo picchiandolo a morte, e non esitò ad affrontare dei pastori turbolenti per salvare delle ragazze a Midyàn, pur essendo allora un fuggiasco, una specie di profugo.

Questo, poiché la maledizione dell’esilio egiziano consisteva non solo nel lavoro fisico degli schiavi e nell’orribile oppressione, ma inculcò in Israèl una mentalità simile all’esilio. Molti, infatti hanno imparato a vedere la loro miseria come una realtà intrinseca e immutabile, una sorta di rassegnazione totale. Abusi e crudeltà ripetute, dopo tanti decenni, rischiano di abituare una persona all’oscurità e di farle smettere di percepire l’ingiusto e anomalo degrado della situazione in cui si trova.

Ecco perché il redentore di Israele doveva crescere nel palazzo egiziano, non tra il suo stesso popolo. Se Mosè fosse cresciuto tra gli schiavi ebrei, anche lui avrebbe potuto soffrire di una “mentalità da schiavo”, privandolo del coraggio di combattere l’ingiustizia e della capacità di plasmare una tribù schiava in un grande popolo capace di migliorare il mondo. Forse non avrebbe trovato in sé stesso la forza di sognare la libertà e di affrontare il più grande tiranno del tempo, il faraone, con un messaggio di libertà.

Essendo cresciuto in un ambiente reale, privo di catene fisiche e psicologiche, Mosè aveva un chiaro senso dell’orrenda ingiustizia e sentiva di poterla sovvertire in giustizia divina. Cresciuto in un’atmosfera di ampiezza, Mosè si sentiva come un principe, non uno schiavo.

Mosè vs ingiustizie

Ibn Ezra, continua facendo due profonde osservazioni circa due storie che la Torà riporta su Mosè prima che fosse scelto per diventare ufficialmente il leader e il redentore di Israele.

Il primo episodio è quello di Mosè, oramai un adulto intraprendente, che ha voluto vedere la schiavitù dei suoi fratelli. E quando ha visto un egiziano picchiare un ebreo Mosè uccise l’egizio, salvando così una vita innocente. Perché era l’unico che ha impedito all’egiziano di picchiare l’ebreo? Perché nessun altro ha ucciso l’egiziano? La risposta è legata a quanto detto sopra, perché uno schiavo tende ad arrendersi al suo pietoso destino e ai suoi carnefici.

Qual è la storia successiva nella Torà su Mosè? A causa del suo atto di aggressione, è costretto a fuggire a Midyàn. Ancora una volta si ritrova coinvolto in un altro conflitto. È testimone dei pastori locali che maltrattano un gruppo di ragazze che per prime erano in fila per attingere acqua da un pozzo. Si alza immediatamente in loro difesa, scacciando i pastori.
Mosè era uno sconosciuto, un fuggiasco che era appena arrivato in quel territorio. Chi gli ha chiesto di intervenire? Chi gli ha chiesto di essere coinvolto?

La risposta è che qualcuno che è cresciuto in una casa regale può avere il coraggio e l’assertività di farsi carico e amministrare la giustizia ovunque sia richiesto. Aveva la mentalità e la sicurezza di non permettere ai “bulli” di maltrattare una giovane donna innocente.

Molotov il fedelissimo!

C’è stato un periodo negli anni Quaranta del Novecento in cui Vyacheslav Molotov era ministro degli Esteri sovietico. Era un uomo scaltro e un duro negoziatore, ma lavorava per Joseph Stalin, che era il capo. Nel corso di un intricato negoziato con l’Occidente, Molotov prima disse come sempre: “Sì, compagno Stalin”, in tono tranquillo, poi di nuovo: “Sì, compagno Stalin” e poi, dopo una lunga attesa: “Certamente, compagno Stalin”.

Ma all’improvviso, e incredibilmente, il fedelissimo Molotov iniziò a pronunciare una serie di “No”: “No, compagno Stalin, no. Quello è no. Sicuramente no. Mille volte, no!”. Dopo un po’ si calmò e fu di nuovo: “Sì, compagno Stalin”.

Un giornalista occidentale che casualmente sentì gli echi di quella surreale conversazione approfittò subito per chiedere spiegazioni. Chiaramente, Molotov osò opporsi al dittatore su almeno un punto, e sarebbe stato sicuramente importante per l’Occidente sapere quale fosse quel punto.
Il giornalista si avvicinò a Molotov e disse nel modo più calmo possibile: “Segretario Molotov, non ho potuto fare a meno di sentirti dire a un certo punto: No, compagno Stalin”.

“Posso chiedere” disse il giornalista, con cautela, “Qual era l’argomento in discussione in quel momento?”. Rispose prontamente Molotov: “Certo che puoi! Il compagno Stalin, mi ha chiesto se c’era qualcosa che aveva detto, con cui non ero d’accordo”.

Siamo degli schiavi o dei re?

Molti di noi, dopo essere stati sottoposti a condizioni disfunzionali per un certo periodo, imparano in qualche modo a tollerare e accettarle come condizione innata della nostra vita. Questo può essere peggio della condizione stessa, poiché non garantisce alcuna via d’uscita.

Dobbiamo coltivare in noi stessi e nei nostri cari la sensazione di regalità. “La più grande tragedia”, ha detto il maestro chassidico Rabbi Aaron di Karlin, “è quando il principe crede di essere un contadino”, quando ti accontenti di poco perché pensi di essere destinato alla schiavitù. Non ti vedi come un principe, come un figlio di Dio, e quindi non hai la sensazione di poter riscrivere il tuo futuro e raggiungere il tuo potenziale finale.

Presidenti dormiglioni

Non è questa la storia di alcune delle nostre vite? Dormiamo durante la nostra “presidenza”, dormiamo nelle grandi possibilità, poiché dimentichiamo che ciascuna delle nostre anime è infinita, un “frammento dei Hashèm”. Invece di vivere una vita di grandezza, ci accontentiamo della mediocrità. Dimentichiamo che, sebbene non sempre siamo grandi, siamo collegati a una grandezza al di là di noi stessi. Siamo i figli e le figlie della famiglia reale e ci è stato dato il dono di portare la guarigione nel mondo di D*o.

Ci convinciamo che non possiamo essere più gentili, più compassionevoli, meno arrabbiati o più comprensivi. Ci convinciamo che i nostri matrimoni sono destinati a fallire e che i litigi in casa siano eterni. Pensiamo come schiavi: quello che era ieri sarà domani, e io sono sempre una vittima. Quando ti vedi vittima, diventi una vittima

È vero per noi come individui, come è stato per il popolo ebraico come collettività in Egitto, il mondo è imbarazzato dalle persone che sono imbarazzate con se stessi; il mondo rispetta e ammira le persone e i gruppi che rispettano se stessi e la loro identità.

Se ci convinciamo che possiamo diventare dei piccoli principi, contribuiamo a fare di questo mondo il luogo dove Hashèm avrà “il desiderio e il piacere” di rivelarsi apertamente e eternamente di essere riconosciuto da tutto come Il re eterno. Presto ai nostri giorni con l’arrivo di Mashiàkh.

Basato sugli insegnamenti del rabbino Abraham ben Meir Ibn Ezra (1089-1164) nacque a Toledo, in Spagna nel 1089, e morì il 4 di Shevat (24 gennaio) 1167. Fu uno dei più illustri studiosi di Torà del Medioevo.
Tratto da uno scritto di Y. Y. Jacobson


Shemot: perché Moshè non vuole vedere la rande rivelazione del cespuglio?

Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_01_07_shemot_moshe_cespupglio_guida_nonvederigore_vede_miracoli.mp3

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

http://www.virtualyeshiva.it/2020/01/12/shemot-5773-5-lezioni/

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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