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La Parashah della Settimana: Vayechi, וַיְחִי “E visse”. A cura di rav Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Vayechi, וַיְחִי “E visse” Bereshit (Genesi) 47.28-50.26 – a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo. Così come ringraziamo Torah.it, per darci l’opportunità di scaricare la settimanale porzione di Torah.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל

La luce di un muro di fuoco

Cosa c’è per cena?

A una cena organizzata all’aperto per una festività non ebraica, il piatto principale era il prosciutto cotto con patate dolci. Il rabbino Cohen, mentre passava di lì, uscendo dalla sinagoga, scosse con rammarico la testa, quando qualcuno provò a offrirgli quel piatto. Lo rimproverò scherzosamente padre Kelly, l’organizzatore di quell’evento: “Quando dimenticherai quella tua sciocca regola e mangerai prosciutto come tutti noi?”. Senza scomporsi neanche un capello, il rabbino Cohen rispose: “Al tuo ricevimento di nozze, padre Kelly”.

Infiniti strati di profondità

Uno degli elementi più affascinanti dello studio della Torà è come alcune parole criptiche e apparentemente irrilevanti contengono in sé una profondità straordinaria. Un vero e proprio specchio che riflette idee profonde del regno della filosofia e della psicologia. Un esempio di queste verità lo troviamo nella porzione della Torà di questa settimana. Quando la parashà Vayekhì, descrive l’addio di Giacobbe ai suoi figli, prima della sua dipartita da questo mondo: “E Giacobbe chiamò i suoi figli dicendo: radunatevi e vi dirò quel che vi accadrà alla fine dei giorni” (Genesi 49, 1).

Giacobbe poi continua a rivolgersi a ciascuno dei suoi figli, descrivendo il loro carattere, i loro difetti e punti di forza e il loro destino. Quando viene il turno di Giuseppe, queste sono le parole di Giacobbe: “Giuseppe è un figlio grazioso, un figlio grazioso allo sguardo; le ragazze scavalcano (i muri) per guardarlo. Lo amareggiarono e si fecero suoi nemici (i suoi fratelli); lo detestarono gli arcieri…”.

Cosa sta cercando di comunicare Giacobbe con queste parole? È credibile pensare che voglia semplicemente parlare della bellezza abbagliante di Giuseppe, sottolineando come è affascinante, soprattutto per le donne egiziane che addirittura scavalcano i muri per osservarlo? La domanda sorge spontanea! Questi sono concetti così rilevanti sul letto di morte di Giacobbe?

I limiti della santità

C’è una legge interessante nell’ebraismo, riguardante le offerte sacre nel Sacro Tempio di Gerusalemme. La maggior parte delle offerte di grano o di animali, sarebbe stata mangiata dai sacerdoti del servizio (Cohanìm) o dalle persone che hanno portato l’offerta, o da entrambi. Alcune offerte dovevano rimanere all’interno dei confini del Santo Tempio stesso, mentre altre potevano essere consumate all’interno delle mura della Città Vecchia di Gerusalemme. Ma a nessuna offerta fu mai permesso di uscire dalle mura di Gerusalemme, poiché ciò avrebbe profanato la sua santità e sarebbe diventata inutilizzabile.

Ora, il Primo Tempio fu eretto dal re Salomone nell’anno 2928 dalla Creazione (832 a.e.v.), esattamente 440 anni dopo che gli ebrei entrarono in terra di Israèl. Esso si trovava, parzialmente, nel territorio della tribù di Giuda (poiché l’intera Terra era divisa tra le dodici tribù di Israèl). Tuttavia, nei primi quattro secoli i sacrifici venivano offerti nel Mishkàn, il Tabernacolo: il Santuario portatile che serviva al popolo di Israèl nei suoi viaggi nel deserto. Dopo l’entrata del popolo di Israèl nella Terra Promessa, ai tempi di Giosuè, il Mishkàn fu eretto a Shilò, nel territorio di Giuseppe. Il Santuario di Shilò fu l’epicentro spirituale del popolo ebraico per 369 anni, fino alla sua distruzione da parte dei Filistei nel 2872 circa (888 e.v.)

Ora, c’era un affascinante contrasto tra il Mishkàn (Tabernacolo) di Shilò e il Tempio di Gerusalemme, per quanto riguarda le leggi sul consumo delle offerte. Mentre le offerte del Tempio potevano essere consumate solo all’interno delle mura di Gerusalemme, quelle del Tabernacolo di Shilò potevano essere consumate in qualsiasi luogo da cui si poteva vedere il Mishkàn.

Un luogo era adatto per il consumo dei santi sacrifici, anche se si trattava di una montagna a decine di miglia di distanza, purché si poteva vedere anche solo una parte del Tabernacolo di Shilò. È come se la santità di Shilò si estendesse a perdita d’occhio. Al contrario la santità del Tempio – una struttura in pietra concepita sin dall’inizio per essere una dimora per Hashèm più grande, imponente e stabile – si estendeva solo alle mura dell’antica città di Gerusalemme. Strano no?

L’occhio santo

Ma allora, quale è il vero significato di questa differenza, tra i due edifici? I Saggi del Talmud, spiegano il significato della parola “grazioso” nel versetto sopra citato, dove Giacobbe dice di Giuseppe: “… un figlio grazioso, un figlio grazioso allo sguardo…”.

La parola ebraica per “Grazioso”, Poràt, può anche essere tradotta come “fecondo o abbondante”. Le parole ebraiche per Sguardo (ossia occhio), Alè Ayin, possono anche essere tradotte “a causa dello sguardo o occhio”. In questo modo possiamo meglio decifrare le parole di Giacobbe a suo figlio: “Giuseppe è un figlio fecondo; un figlio fecondo, per via dello sguardo”.

Sempre nel Talmud è scritto che il rabbino Abbàhu afferma: la Torà dice che Giuseppe è un figlio fecondo a causa dell’occhio, ossia che ha un occhio che si rifiuta di nutrirsi o di godere di ciò che non gli appartiene e per questo merita di mangiare dai sacrifici tanto lontano quanto la vista lo permette.

Inoltre sia il versetto, sia il Talmùd si riferiscono all’episodio in cui Giuseppe si rifiutò di permettere ai suoi occhi di trarre spunto dalla bellezza e dalla seduzione della principessa egiziana, la moglie di Potifàr, che cercava disperatamente di tentarlo in comportamenti promiscui. Lei non apparteneva a lui, quindi Giuseppe distolse lo sguardo da lei. Qual è la ricompensa per questo tipo di autocontrollo?

La ricompensa è che otteniamo più di quello che dovevamo avere! Quando proteggiamo i nostri occhi da ciò che non ci appartiene, permettiamo ad essi di espandersi e conquistare tutto ciò che ci appartiene, ossia fino a dove arriva il nostro sguardo. Quindi, nel Tabernacolo di Shilò, stanziato appunto nel territorio di Giuseppe, si può godere dei sacrifici in tutto il territorio da cui l’occhio può vedere il Tabernacolo. Questo è stato un privilegio concesso solo per il tabernacolo di Shilò, un privilegio che non poteva vantare neanche il Tempio di Gerusalemme.

Basta uno sguardo per evitare un conflitto?

Il rabbino Yossef Ròsen, il grande genio del 20° secolo, conosciuto come il Rogatchòver Gaon, spiega brillantemente la continuazione delle parole di Giacobbe: “le ragazze scavalcano (i muri) per guardarlo”. Dal momento che in Shilò, territorio di Giuseppe, ciò che conta per il consumo dei sacrifici non è la posizione del Tempio o della città di Shilò, ma il fatto di poter vedere o meno il Tabernacolo, perciò le donne cercavano in tutti i modo di guardare Giuseppe. Questo simboleggia il fatto che un giorno le persone semplicemente guardando il Tabernacolo di Shilò, in rappresentanza di Giuseppe, avrebbero potuto mangiare i sacrifici anche se molto lontano.
Eppure c’è ancora qualcosa che non va! Qual è il legame tra Giuseppe che non guarda la moglie di Potifàr e il Tabernacolo di Shilò che ha il privilegio di conferire santità a grandi distanze in modo da poter mangiare le sue offerte sacre ovunque gli occhi vedano il Tabernacolo?

È una strana correlazione! Come ricompensa per aver custodito i suoi occhi in Egitto, centinaia di anni dopo, le persone potranno mangiare sacrifici dal Tabernacolo di Shilò in un territorio più vasto? Cosa c’entra questo con l’astenersi dalla moglie di Potifàr? Per comprendere meglio, dobbiamo continuare a esplorare le parole di Giacobbe a Giuseppe: “…Lo amareggiarono e si fecero suoi nemici (i suoi fratelli); lo detestarono gli arcieri”.

Ciò indica che la ricompensa di Giuseppe a Shilò, grazie al suo sguardo, è in qualche modo collegata al conflitto tra lui e i suoi fratelli. Cosa c’era alla base del conflitto nella prima famiglia di Israele? Potrebbe essere che un cappotto multicolore o l’aperto e manifesto affetto di suo padre possono generare conflitti e animosità così profondi? Perché i fratelli di Giuseppe hanno complottato per ucciderlo e lo detestavano così profondamente? Perché gettarlo in una fossa e poi venderlo come schiavo solo perché aveva fatto un sogno in cui si sarebbero inchinati a lui? È stato o no un piccolo conflitto tra fratelli?

Hashèm Sovrano di pochi o di tutti?

Giuseppe e Giuda (il quale rappresenta anche gli altri fratelli) incarnavano due divergenti visioni del mondo. Possedevano approcci diversi al significato dell’ebraismo, appena iniziato a germogliare, e sul posto del popolo ebraico nella società e nella storia. Questo conflitto, in una certa misura, persiste anche oggi nel mondo ebraico.

Giuda credeva che la santità potesse prosperare in solitudine. La famiglia ebrea deve rimanere isolata dietro un muro fisico o concettuale che lo separi dalle influenze esterne. I fratelli di Giuseppe erano pastori e non a caso, quando arrivarono in Egitto dissero al Faraone che questa era stata la loro occupazione per tutta la vita (Genesi 46, 32).

Hanno scelto questa vocazione perché hanno trovato la vita del pastore – una vita di solitudine, in comunione con la natura distante dal tumulto e dalle vanità della società – più favorevole alle loro ricerca di spiritualità. Potevano voltare le spalle agli affari mondani dell’uomo, contemplare la maestosità del Creatore e servirlo con una mente chiara e un cuore tranquillo.

Giuseppe, invece, credeva che l’ebraismo dovesse essere “universalista”, ossia che si dovesse fare carico della responsabilità di trasformare tutta la società umana. La santità non doveva essere relegata all’interno del mondo ebraico, ma doveva essere portata allo scoperto. Secondo Giuseppe non è sufficiente mantenere la propria fede e coscienza spirituale, ben salda e potente, in una sorta di “un bozzolo celeste”. Secondo Giuseppe occorre entrare nella società tradizionale e diventare “il grande distributore” di grano spirituale per la società.

Ora, il fatto che Giuseppe, nella sua qualità di viceré dell’Egitto, fosse stato il sovrano del paese e fu lui che vendette il grano a tutta la popolazione della terra, non era solo una descrizione del suo ruolo di Primo Ministro. Esso è l’essenza stessa della missione spirituale, come concepita e intesa da Giuseppe: una persona può nutrire, sostenere e ispirare il mondo intero. Giuseppe sottolineava la missione del popolo ebraico come “luce per le nazioni”.

Quanto sopra è intimamente legato a questo passaggio, apparentemente sorprendente, sempre in Genesi (44, 9), quando Giuseppe finalmente, una volta rivelata la sua identità ai fratelli, manda questo messaggio a suo padre Giacobbe: “Dio mi ha fatto diventare il signore in tutto l’Egitto”. Pensava davvero che questo potesse impressionare il suo vecchio santo padre? Come a dire: “Adesso dico a mio padre che sono diventato il primario dell’ospedale! Ma come! Giacobbe, l’uomo pio che abitava nelle tende, dedito a studiare la Torà, giorno e notte per elevarsi spiritualmente, non avrebbe forse apprezzato di più un messaggio sul progresso spirituale di suo figlio?!

Infatti c’è molto di più! I maestri chassidici presentano un’interpretazione profondamente commovente delle sue parole. Le quali dovrebbero essere tradotte in modo leggermente diverso: “Ho fatto di D*o il Signore in tutto l’Egitto!”. Grande differenza…no? Questa era la vera dichiarazione di Giuseppe. Una sintesi della sua missione nel mondo: non è sufficiente che D*o governi il cielo e la “piccola” enclave ebraica; la missione è quella di trasformare Hashèm in un sovrano di tutto l’Egitto!

La prova di Giuseppe

I fratelli avevano una visione diversa e per questo vedevano Giuseppe come una minaccia. Loro temevano che sotto il suo comando il popolo ebraico sarebbe stato corrotto e assimilato, anche prima che avesse avuto la possibilità di svilupparsi come nazione. Potevano tollerare Giuseppe come individuo, ma quando scoprirono che si vedeva come il re di Israèl e tutti si sarebbero prostrati dinnanzi a lui, per loro questo scenario significava la fine del popolo ebraico e dell’ebraismo. Quindi, Giuda temeva che la filosofia di Giuseppe avrebbe messo in pericolo il futuro del popolo ebraico. Ma come neutralizzare in modo sicuro questa minaccia?

Simone e Levi, che avevano già combattuto contro l’assimilazione e la cultura dell’immoralità – quando decimarono la città di Shekhèm dopo il rapimento e lo stupro della sorella Dina – progettarono semplicemente di uccidere Giuseppe. Tuttavia, Giuda obiettò dicendo: “Che guadagno avremmo se uccidessimo nostro fratello?” (Genesi 37, 26).

O per meglio dire, per Giuda, il vero pericolo non era Giuseppe, ma la sua mentalità. Quindi è come se avesse detto ai fratelli: “Anche se lo uccidiamo, la sua ideologia rimarrà”. Quindi Giuda pensò bene di mettere alla prova le idee di Giuseppe, vendendolo ai mercanti non ebrei. In questo modo Giuda pensava che sentendosi assimilato Giuseppe avrebbe cambiato idea e abbandonato la sua ideologia “rivoluzionaria”. E alla fine sarebbe ritornato pentito dai suoi fratelli e al loro stile di vita.

Una grande lezione sulle tentazioni

Non solo i fratelli hanno errato nel loro giudizio su Giuseppe e sulla santità della sua missione, ma due brani della Torà mettono in risalto, con una tremenda ironia, una sostanziale differenza nell’approccio tra la mondanità dei fratelli e quella di Giuseppe. Nella Torà infatti ci sono due storie contrappone nei capitoli 38 e 39 di Genesi:

a) Nella prima, Giuda, il “campione della solitudine ebraica”, incontra e intrattiene una fugace relazione con una donna che hai suoi occhi appare come una prostituta.

b) Mentre, nella seconda storia, Giuseppe, l’ebreo “universalista”, che serve come schiavo nella società egiziana, rifiuta la seduzione della moglie del suo padrone. Pagando questo rifiuto con la sua stessa libertà, finisce per trascorrere 12 anni in prigione perché non era pronto a vendere la sua anima e a compromettere la sua lealtà a D*o e al suo padrone.

Wow! Giuseppe la “pecora nera” della famiglia – quella accusata di tendenze “assimilazioniste” – emerge, invece come il più puro degli spiriti! Lui, più dei suoi fratelli, porta la fiamma della santità e della purezza anche nel luogo più moralmente depravato. Lui, più di chiunque altro, è permeato della coscienza di Hashèm, con la quale ha influenzato profondamente tutto il suo ambiente, il posto più impuro del mondo di allora l’Egitto!
Questo perché quando ci si allena per essere santi solo in un ambiente di santità, nel momento in cui si è esposti alle tentazioni “della strada”, si può perdere tutto in un istante. Invece, solo quando impariamo a rivelare e vedere Hashèm all’interno di ogni aspetto del mondo materiale, possiamo essere sicuri che, anche quando incontreremo delle tentazioni, queste non ci faranno vacillare.

Il tabernacolo di Shilò e il Tempio

In che modo questa distinzione è rappresentata nella storia ebraica? Le differenze ideologiche tra Giuseppe e Giuda si riflettono, infatti nel Tempio di Gerusalemme, situato nel territorio di Giuda, e il Tabernacolo di Shilò, situato nel territorio di Giuseppe.

Come scritto sopra, solo a Shilò le offerte potevano essere consumate fuori dalle mura della città, fintanto che il Tabernacolo era visibile. Invece, le offerte del Tempio a Gerusalemme potevano essere mangiate solo all’interno delle mura della città santa. I due luoghi, i due santuari e i due fratelli simboleggiano due fondamentali orientamenti diversi:

a) Per Giuda, la nostra funzione principale è quella di creare un’oasi di santità e trascendenza. La santità deve essere protetta e isolata in modo da non essere corrotta e distorta. Come nel Tempio di Gerusalemme, e come pretendeva l’ideologia di Giuda, occorre avere un muro per separare il santo dal mondano. Analogamente, infatti non si potevano mai portare i santi sacrifici fuori dalle mura di Gerusalemme, perché solo all’interno dei confini delle mura può prosperare la santità. Se porti i santi sacrifici fuori dalle sue mura, li contamini distruggendo la loro santità. Stessa cosa se porti l’ebraismo “fuori dal muro”, dal recinto di santità, lo contamini e lo distruggi.

b) Per Giuseppe, invece la missione primaria dell’ebraismo è diffondere la santità del Divino diffondendo il monoteismo nel mondo. Pertanto, la santità del Tabernacolo di Shilò – nella porzione di Giuseppe in Terra Santa – si diffondeva ben oltre ogni muro. Dovunque ci si trovi, finché si può aprire gli occhi e “vedere” Giuseppe, ossia finché si può osservare la santità del Tabernacolo di Shilò, si è in un luogo santo, dove si possono consumare i santi sacrifici.

Questo è il significato delle parole del Talmùd. Giuseppe potrebbe trovarsi in un abisso spirituale, nella casa di Potifàr, tentato dalla promiscuità. Tuttavia, questo non importa! La sua abilità unica era quella di “aprire gli occhi” e di percepire il Divino proprio lì con lui, rifiutando così la seduzione della moglie di Potifàr. Per questo dicono i saggi che Giuseppe, in quel frangente: “Ha visto l’immagine di suo padre Giacobbe nella finestra”. Nel dubbio della depravazione, è risuscito a percepire il volto del suo santo padre. Quindi, nel territorio di Giuseppe non è necessario trovarsi nell’ambiente del Tabernacolo per sperimentare la santità. Anche se si è lontani, finché si possono alzare gli occhi e “vedere la santità” (il Tabernacolo), finché si può trovare la presenza del Divino ovunque ci si trovi si è nella santità.

Aprire gli occhi

Ora possiamo davvero apprezzare le parole pronunciate da Giacobbe: “Giuseppe è un figlio grazioso, un figlio grazioso allo sguardo; le ragazze scavalcano (i muri) per guardarlo. Lo amareggiarono e si fecero suoi nemici (i suoi fratelli); lo detestarono gli arcieri”. Il potere di Giuseppe era di rivelare la santità in ogni realtà, ogni esperienza e ogni cultura. Ovunque si fosse, anche al di fuori delle mura, quando si “vedeva” quello che Giuseppe rappresenta, automaticamente ci si infondeva di santità. Per questo fu frainteso, disprezzato e ferito. La parola in ebraico per “arcieri” è “baalèi khitzìm”, che può anche essere tradotto come “padroni delle pareti” (mekhitzòt). Giuseppe fu disprezzato da coloro che credevano che la santità dovesse rimanere all’interno della “mekhitzà”, all’interno delle mura di Gerusalemme e non essere esternata.

Tutte strade “Del D*o vivente”

Quindi, chi aveva ragione in questa diatriba epocale? “Queste e quelle sono le parole del D*o vivente”, come il Talmud afferma descrivendo le varie opinioni dei saggi sull’interpretazione della Torà. Giuda aveva ragione quando si trattava di se stesso e dei suoi fratelli; ma anche Giuseppe aveva ragione quando si trattava della sua stessa vita.

A Giuseppe venne donato da suo padre un cappotto multicolore, che simboleggia la sua capacità unica di esporsi ai molti colori e sfumature della società umana e rivelare in essa l’unicità di D*o, che ha creato tutta l’umanità. Questo significa come Giuseppe può rivelare l’unità nella diversità. Tuttavia, il pericolo è che se non si possiede quel “dono multicolore” si rischia l’assimilazione o comunque il subire le influenze negative della società mondana.

Nel corso della nostra storia, seguiamo sia Giuda, sia Giuseppe: dobbiamo proteggere noi stessi e i nostri bambini dall’influenze dannose, senza rinunciare ai nostri sforzi per migliorare la società; non vogliamo essere assorbiti dalla cultura delle nazioni, ma anzi influenzarle invece che esserne influenzati. Non si deve andare nel mondo impreparati, quindi occorre dare la giusta educazione religiosa ai nostri figli donandogli una forte identità in modo che possano non solo resistere alle tentazioni, ma trasformale in occasioni di bene. E anche le persone mature o anziane hanno comunque il bisogno di luoghi santi e protetti per rigenerarsi spiritualmente ogni giorno. Ecco perché quando ci svegliamo la mattina trascorriamo del tempo in preghiera, meditazione, studio della Torà e solo dopo ci impegniamo nelle attività mondane.

Essere un Giuseppe grazie a Giuda

Pertanto cosa serve per essere un “buon Giuseppe?” Avere le basi di Giuda!
Le prime parole che recitiamo al mattino sono “Modé Anì”, “Ti ringrazio, Re vivente ed esistente…”. Questo perché la parola Modé ha la stessa radice di Yehudà (Giuda). E non solo! Le parole di apertura della preghiera del mattino sono “Hodù LaHashèm”, ringraziare Hashèm e appunto Yehudà, Giuda, significa grazie. Ogni mattina occorre quindi trascorrere del tempo dentro le “mura di Gerusalemme”, simbolicamente parlando: un’isola sacra e protetta di trascendenza, in modo da poter fortificare l’anima, rafforzare la coscienza e connettersi con D*o.

Tuttavia siamo anche allievi di Giuseppe! Quindi siamo responsabili non solo delle persone nella nostra comunità protetta, “dentro le mura”, ma anche di tutte quelle fuori. Anche di quelle che sono fisicamente e ideologicamente lontani dalle nostre mura protettive. Inoltre, siamo responsabili di portare la saggezza, la profondità e la maestosità morale della Torà nel mondo, così da permettere a tutte le nazioni di conoscere e osservare le sette leggi di Noè, in modo da creare una società più giusta e morale. Ma per riuscire in questo occorre indossare il “mantello colorato” di Giuseppe e uscire nel variegato mondo per ispirarlo a migliorare diffondendo il monoteismo.

Questo è vero anche nelle nostre vite personali. Non è sufficiente servire D*o entro le mura isolate di luoghi santi, poiché la santità deve diffondersi oltre le mura. Anche quando stiamo in ufficio, in viaggio d’affari o in vacanza, occorre essere in grado di aprire gli occhi e osservare la presenza di D*o — simboleggiato dalla casa di D*o a Shilò — proprio lì dove siamo per riuscire a trasformare la dura realtà in una cosa santa.
Dobbiamo vivere le parole di Giacobbe: “Giuseppe è un figlio grazioso, un figlio grazioso allo sguardo; le ragazze scavalcano (i muri) per guardarlo”. Giuseppe rappresenta quella qualità dentro di noi che permette a chiunque ci guardi di essere in grado di percepire la bellezza e la centralità di D*o nel mondo. Il modo in cui facciamo affari, il modo in cui camminiamo per strada, il modo in cui interagiamo con le persone, il modo in cui trattiamo i nostri venditori, il modo in cui viviamo le nostre vite quotidiane, può essere fonte di ispirazione per le persone a comportarsi in maniera più amorevole e avere condotte di vita più morali.

La fusione di Giuda e Giuseppe

La verità ultima è che Giuseppe e Giuda, nel loro nucleo più profondo, sono uno – e i due un giorno convergeranno, poiché nello schema ultimo delle cose, l’esterno e l’interno possono unirsi per rivelare l’armonia dell’intero cosmo, che riflette l’unicità del suo singolare Creatore. Ecco perché il profeta Zaccaria profetizza (2, 8-9) che un giorno: “Gerusalemme diventerà una città aperta (PRAZOT teshev Yerushalayim)”. Quando non sarà più necessario proteggere la santità di Gerusalemme perché il male sarà eliminato per sempre e allora la sua luce si diffonderà e pervaderà il mondo intero, con l’avvento di Mashìakh presto ai nostri giorni Amen.


Vayekhi

questo è il shiur video della lezione di giovedì sera di questa settimana della parashà di VAYEKHI fresca appena sfornata: insegnamenti atomici sul valore della parola:

www.virtualyeshiva.it/files/seminar/vayekhi5780_33anni_inchino.mp4

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3: ebraismo e femminismo sono incompatibili?

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

http://www.virtualyeshiva.it/files/10_12_14_vayekhi5771_efraim_menashe_vantaggio_esilio_rebbe.mp3

Le lezioni

Il video

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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