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La Parashah della Settimana – Vayigash, וַיִּגַּשׁ “Appressatosi a lui” – a cura di rav Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci a un nuovo appuntamento con la Parashah della Settimana – Vayigash, וַיִּגַּשׁ “Appressatosi a lui”, Bereshit (Genesi) 44.18-47.27 – a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo. Così come ringraziamo Torah.it, per darci l’opportunità di scaricare la settimanale porzione di Torah.

Nuova lezione corta
Salute mentale = Salute Fisica

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di Yaakov ben Shelomo

Una luce dal buio

Travestimento. C’erano due mendicanti seduti fianco a fianco in una strada di Città del Messico. Uno era vestito come un cristiano, con una grande croce bene in vista alle sue spalle; l’altro era un ebreo chassidico con un cappotto nero e una lunga barba.

Le persone, passando accanto ai due mendicanti, prima guardavano entrambi, ma poi, quasi tutti, mettevano i soldi nel cappello di quello seduto vicino alla croce. Dopo ore di questo schema ripetitivo, un prete si avvicinò al mendicante ebreo chassidico e gli consigliò bonariamente: “Ma non capisci? Questo è un paese cattolico.

Le persone non ti daranno mai dei soldi, se ti siedi lì come un vero ebreo. Specialmente quando sei seduto vicino a un mendicante che è accanto a una croce. Anzi, probabilmente, gli danno i soldi solo per farti dispetto”.
Il mendicante chassidico, dopo aver ascoltato il prete, si rivolse al mendicante vestito da cristiano e gli disse: “Moshè… vedi è incredibile… questo prete cerca di insegnarci come condurre gli affari…!”.

Giuseppe si rivela ai fratelli

La storia di Giuseppe che si rivela ai suoi fratelli, dopo decenni di amara separazione, è senza dubbio una delle più drammatiche dell’intera Torà. Ventidue anni prima, quando Giuseppe aveva diciassette anni, i suoi fratelli lo disprezzavano a tal punto che, a causa della sua giovane età, lo rapirono, lo gettarono in una fossa e poi lo vendettero come schiavo a dei mercanti egiziani.

In Egitto trascorse dodici anni in prigione, diventando alla fine il viceré del paese che all’epoca era la superpotenza mondiale. Ora, più di due decenni dopo, il momento era finalmente maturo per la riconciliazione. “Giuseppe non poteva trattenere le sue emozioni”, riferisce la Torà nella porzione di questa settimana [Genesi 45, 1-7], tanto che fece uscire tutti i presenti dal suo cospetto. Una volta rimasto solo con i suoi fratelli si rivelò loro dicendogli, mentre piangeva a dirotto: “Per favore AVVICINATEVI… Io sono Giuseppe! Mio padre è ancora vivo?” I suoi fratelli erano così inorriditi da non poter rispondere… “SONO GIUSEPPE VOSTRO FRATELLO colui che AVETE VENDUTO all’EGITTO. E ora non rammaricatevi e non adiratevi per avermi venduto qui, poiché era per provvedere al vostro sostentamento che D*o mi ha mandato dinnanzi a voi… per farvi sopravvivere…”.

Uno strano incontro

Le emozioni non sono equazioni matematiche, esse sono la trama attraverso la quale viviamo la vita in tutta la sua maestosità e tragicità. Le emozioni scaturiscono da “regole” indipendenti e da un linguaggio particolare, distinti da quelli prestabiliti e strutturati della scienza. Per questo la particolare fraseologia utilizzata dalla Torà nel descrivere questo incontro, fortemente carico di emozioni, merita di essere analizzato meglio, poiché carico di insegnamenti e significati profondissimi, anche per la nostra vita quotidiana.

Come evidenziato da molti nostri Maestri, analizzando questo incontro quattro osservazioni sono “obbligatorie”:

1) Quando Giuseppe rivela la sua identità ai fratelli, dice: “Per favore avvicinatevi… Io sono Giuseppe!”. Nonostante siano soli con lui in una stanza, Giuseppe vuole che si avvicinino ancora di più. In questo momento ci aspettiamo che Giuseppe condivida con i suoi fratelli un segreto intimo. Ma questo, apparentemente, non accade.

2) Dopo che gli si avvicinano, Giuseppe disse: “Sono Giuseppe vostro fratello…”. Ma, perché? Appena un momento prima aveva già detto loro chi era…!

3) Oltretutto, la prima volta che Giuseppe si rivela non si definisce fratello; eppure quando si ripete di nuovo dice: “Sono Giuseppe vostro fratello…”. Perché questa omissione?

4) Infine, perché Giuseppe si sente in dovere di informarli che lo avevano venduto agli egiziani dicendo: “Colui che avete venduto all’Egitto”. Come se non fossero a conoscenza di ciò che avevano fatto al loro fratellino due decenni prima! Perché non poteva immediatamente iniziare la sua spiegazione sul perché non avevano bisogno di rimproverarsi per averlo venduto?

Il “Mistero” Di Giuseppe

Nella più lunga narrazione ininterrotta dell’intera Torà, che va dalla Genesi cap. 37 a 50, non c’è dubbio che l’eroe, il protagonista indiscusso, sia Giuseppe. La storia inizia e finisce con lui. Lo vediamo da bambino, orfano di sua madre e amato da suo padre; da adolescente sognatore, in odio ai suoi fratelli; come schiavo, poi carcerato in Egitto; quindi come la seconda persona più potente, dopo il faraone, nel più grande impero del mondo antico.

In ogni fase della Torà la narrazione ruota attorno a lui e al suo impatto sugli altri. Domina gli ultimi capitoli del libro della Genesi, gettando la sua ombra su tutti gli altri personaggi. In tutta la Torà non c’è nessuno che conosciamo intimamente come Giuseppe. La Torà sembra essere “infatuata” di Giuseppe, dei suoi viaggi e lotte più che con qualsiasi altra figura, forse anche più che con i due pilastri della fede ebraica, Abramo e Mosè. Quindi cosa nasconde la figura di Giuseppe? Cosa rappresenta in realtà?

L’anima non riconosciuta

La vita di Giuseppe incarna l’intero dramma e il paradosso dell’esistenza umana. Il Giuseppe esteriore non era uguale al Giuseppe interiore. Il suo comportamento esteriore non rese mai giustizia alla sua autentica grazia interiore: già da giovane, i suoi fratelli non potevano apprezzare la profondità e la nobiltà del suo personaggio.

Il Midràsh e la Torà descrivono Giuseppe, all’età di diciassette anni, come un “ragazzino” immaturo, insinuando che dedicava gran parte del suo tempo a cose vane, come curare il proprio aspetto fisico. Giuseppe appariva alla maggior parte delle persone intorno a lui come un “ragazzino” viziato e vanitoso.

Successivamente, quando Giuseppe si elevò fino a diventare il viceré dell’Egitto, divenne la quintessenza di uno statista carismatico, un giovane leader affascinante e potentissimo che ha in mano tutto l’Egitto, un diplomatico e politico esperto con grandi ambizioni.

Non era e non è facile rendersi conto che, in realtà, sotto queste “mutazioni” esteriori c’era un’anima intrisa di passione morale, uno spirito affine ai più alti principi della Torà. Per il “Giuseppe interiore” l’eredità monoteistica di Abramo, Isacco e Giacobbe rimase l’epicentro della sua vita; una sorta di cuore sopraffatto dall’amore verso D*o.

La singolare condizione di Giuseppe – che come detto sopra incarna il paradosso della condizione umana – è espressamente evidenziato in Genesi 42, 8: “Giuseppe riconobbe i suoi fratelli, ma loro non lo riconobbero”.
Il significato mistico di Giuseppe riconobbe i suoi fratelli è: Giuseppe identificò facilmente la santità all’interno dei suoi fratelli. Dopo tutto, hanno vissuto la maggior parte della loro vita come pastori spirituali, dediti quasi esclusivamente alla preghiera, meditazione e allo studio.

Ma loro non lo riconobbero: eppure a questi stessi fratelli mancava la capacità di discernere la ricchezza morale impressa nella profondità del cuore di Giuseppe. Attenzione! Non solo mancavano di questa capacità di fronte al potentissimo Giuseppe, il Viceré dell’Egitto, ma più “colpevolmente”, anche di fronte al giovane Giuseppe, quando viveva con loro in Israele. Anche in quell’ambiente i fratelli lo vedevano come un estraneo e addirittura come un pericolo per l’integrità della famiglia di Giacobbe. Pertanto, non stupisce che quando incontrarono Giuseppe negli abiti di un leader egiziano non riuscirono a scorgere, oltre la maschera di un politico esperto e potentissimo, il cuore di un Tzaddik!

Fuoco Sotto La Cenere

Questa doppia identità caratterizzò tutta l’esistenza di Giuseppe, ed era molto difficile da scorgere e solamente quando la moglie del suo padrone tentò di sedurlo, questa doppia identità diventò palese in un modo molto potente.

Questa bellissima, ricchissima e potentissima donna pensò che sarebbe stato facilissimo sedurre un giovane schiavo abbandonato, inducendolo a sacrificare la sua integrità morale per amore del piacere fisico. Ma quando arrivò il momento, quando Giuseppe fu messo di fronte alla prova, egli mostrò un coraggio eroico che lo portò a sottrarsi alla “grinfie” della “nobildonna”. Come risultato di quel santo gesto eroico, Giuseppe finì in prigione per 12 anni!

Il Midràsh paragona Giuseppe ad una fresca sorgente d’acqua nascosta nella profondità della terra, eclissata da strati di detriti di sabbia e ghiaia. In una metafora opposta che indica lo stesso concetto, la Cabalà paragona Giuseppe a un fuoco nascosto nella cenere. All’esterno, la cenere sembra nera, scura e fredda, ma quando ti esponi alla sua vera essenza, senti il calore, il fuoco e la passione che brucia!

Dietro Il Sipario

E poi venne il momento in cui Giuseppe si toglie la maschera! Lo Zohar svela una scena penetrante di ciò che è emerso nel momento in cui Giuseppe si è svelato ai suoi fratelli.

Quando Giuseppe dichiarò, “Io sono Giuseppe”, dice lo Zohar, i fratelli osservarono la luce divina che si irradiava dal suo volto; hanno assistito al maestoso bagliore che emanava dal suo cuore. Le parole “Io sono Giuseppe” non era semplicemente una rivelazione di CHI fosse, bensì di COSA fosse! Per la prima volta, Giuseppe permise ai suoi fratelli di vedere cosa fosse veramente. “Io sono Giuseppe!” deve anche essere inteso nel senso di “Guardatemi, solo così scoprirete realmente chi è Giuseppe”.

Quando Giuseppe gridò “Io sono Giuseppe”, dice il Midràsh, “il suo volto si infiammò come una fornace ardente”. La fiamma che bruciava nascosta per trentanove anni nella cenere, emerse in tutto il suo splendore abbagliante. Per la prima volta in tutta la loro vita, i fratelli di Giuseppe videro Giuseppe così come era realmente; entrarono in contatto con la più grande santità del mondo che emergeva dal volto di un viceré egiziano.

Perdita
“I suoi fratelli erano così inorriditi da non poter rispondere”, riferisce la Torà. Ciò che turbava i fratelli non era tanto un senso di paura o di colpa personale. Ciò che li terrorizzava, più di ogni altra cosa, era il senso di perdita che provavano per se stessi e per il mondo intero a seguito della vendita del fratello in Egitto.

“Se dopo aver trascorso 22 anni in una società moralmente depravata”, pensavano tra loro, “un anno come schiavo, dodici anni come prigioniero, nove anni come politico – Giuseppe conservava ancora tanta santità e passione così profonde, quanto più santo avrebbe potuto essere se avesse trascorso questi 22 anni nel seno del suo santo padre Giacobbe?!”.

“Che perdita per la storia dell’umanità hanno portato le nostre azioni!”, si tormentarono i fratelli. Il mettere a confronto l’attuale condizione di Giuseppe con quello che avrebbe potuto essere il suo potenziale, lasciò nei fratelli delle sentimenti di colpa enormi e di una perdita inconsolabile per ciò che percepivano come un’occasione mancata di proporzioni storiche.

Un Grossolano Errore

In quel preciso momento, quando i fratelli erano presi dai sensi di colpa per il “loro presunto errore”, Giuseppe gli disse: “Per favore, venite vicino a me”. Giuseppe voleva che si avvicinassero ancora di più e guardassero più profondamente nella luce divina che fuoriusciva dal suo volto. Quando i fratelli si avvicinarono a lui, riferisce la Torà, Giuseppe gli disse: “Sono Giuseppe vostro fratello – sono io che avete venduto in Egitto”.

Giuseppe non stava semplicemente ripetendo ciò che aveva detto loro in precedenza (“Io sono Giuseppe”), né li stava informando di un fatto di cui erano ben consapevoli (“Sono io che avete venduto in Egitto”), piuttosto Giuseppe stava rispondendo al loro senso di perdita irrevocabile.

Le parole “Sono Giuseppe vostro fratello – sono io che avete venduto in Egitto” nell’originale ebraico possono anche essere tradotte come: “Io sono Giuseppe vostro fratello – proprio perché mi avete venduto in Egitto!”. Ciò che Giuseppe stava affermando era il potente e movimentato messaggio secondo cui: “l’unica ragione per cui ho raggiunto altezze spirituali così enormi è perché ho trascorso gli ultimi 22 anni in Egitto (il paese più impuro al mondo) e non nel sacro ed idilliaco ambiente di Giacobbe!”.

Il Grande Catalizzatore

Il fantastico bagliore che emanava dalla sua presenza suggerì che Giuseppe non era lì nonostante i suoi due decenni trascorsi nella società egiziana, molto lontana dal paradiso celeste di suo padre. Al contrario, proprio le incredibili prove, tribolazioni e avversità che ha affrontato nella “giungla spirituale” egiziana sono esattamente ciò che ha scatenato il bagliore che i fratelli stavano attualmente vivendo.

Se Giuseppe avesse trascorso i due decenni in viaggio con suo padre, lungo la facile strada spirituale della Torà, avrebbe sicuramente raggiunto grandi altezze spirituali, intellettuali ed emotive. Ma questa luce poteva emergere solo dalla profondità dell’oscurità, dalla fossa della promiscuità egiziana. Ecco perché Giuseppe chiede ai suoi fratelli di avvicinarsi a lui, in modo che potessero vedere e apprezzare da vicino la sua luce unica che poteva emergere solo grazie a un’esperienza, dolorosa, quanto unica.

Questo è anche il motivo per cui Giuseppe menziona, per la seconda volta, l’elemento della fratellanza non solo a livello biologico. Perché Giuseppe stava provando non solo a dire loro chi era, ma a condividere la realtà della loro parentela, il fatto che lui, come loro, era profondamente connesso alle sue radici spirituali ebraiche

Se Solo…

Proprio come i fratelli, anche molti di noi vivono la nostra vita pensando “Se solo…”: se solo le mie circostanze sarebbero state diverse; se solo fossi nato in un diverso tipo di famiglia; se solo avessi una personalità migliore… L’eterna lezione di Giuseppe è che il viaggio individuale della nostra vita, in tutti i suoi alti e bassi, è ciò che alla fine ci permetterà di scoprire il nostro posto unico in questo mondo secondo la volontà di Hashèm.

Prove, successi, gioie, tribolazioni. Tutto serve a farci scoprire la santità che c’è in ognuno di noi, far brillare le nostre anime, per illuminare il mondo e agevolare la venuta di Mashìakh presto ai nostri giorni, Amen.

(Questo saggio si basa su scritti chassidici: vedi Sefat Emet Vayiggàsh. Likuté Sikhòt vol. 25 pagg. 255-257, edito da Y. Y. Jacobson)


Vayiggash:
Come vincere la tristezza

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2010/12/09/vayiggash-5771-come-vincere-la-tristezza/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
http://www.virtualyeshiva.it/files/10_12_08_vayigash5771_psicologia_felicita_vinovecchio_fave_lamenteleyakov.mp3

Per il video:

Per ascoltare le altre 5 lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2018/12/14/vayiggash-5773-5-lezioni/

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