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Il business del kosher negli Stati Uniti: decine di certificazioni e simboli, ecco il perché

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Business del kosher

Carissimi amici e lettori. Ci sono molti, forse troppi, simboli – soprattutto negli Stati Uniti, dove è un cult – che indicano quando un prodotto è kosher, ovvero idoneo all’uso o al consumo secondo la legge ebraica. Ci sono sigle di ogni genere: da “OU“, alla scritta cRc dentro un triangolo; alla K inscritta dentro un triangolo e via dicendo. Decine di certificazioni, che ciascuno consumatore sceglie, a seconda delle proprie esigenze e inclinazioni. Ciascun simbolo – noto come Hechsher (pronuncia Hek-sher, che sta per hebrew kosher ovvero kosher ebraico) identifica il prodotto come conforme alla legge ebraica. I simboli cosiddetti “hecsher”, dunque, provengono da diverse organizzazioni ebraiche, così come da un rabbino differente.

Simboli ed etichette

Qualora doveste vedere su una confezione la scritta “OU” rappresentata da una “U” inscritta in un cerchio, sappiate che il prodotto è stato certificato come kosher dall’Unione Ortodossa. La scritta “cRc” proviene dal Consiglio rabbinico di Chicago. “Ksa” sta per Kosher Supervision of America, e così via. Puoi cercare tutti i simboli e le loro organizzazioni qui.

Probabilmente, il più noto e ampiamente disponibile in Nord America è quello dell’Unione ortodossa, che assomiglia a questo:

La scritta ebraica “kosher”, che appare su alcuni sigilli e certificati, si presenta così: כשר. Da sottolineare, inoltre, che la normativa kosher richiede di mantenere sempre separati carne e prodotti lattiero-caseari. Sui prodotti kosher, infatti, è sempre specificato, se si tratta di carne (quindi, prodotti fleishig), latticini (milchig o chalavi) o parve (che non contengono né carne né prodotti lattiero-caseari).

Gli alimenti certificati come kosher per Pesach/Passover mostrano un’etichetta separata con la scritta “kasher per Pesach” o “kasher l’Pesach“. A volte l’etichetta contiene soltanto le parole ebraiche (כשר לפסח). Non tutti i prodotti, comunque, richiedono una certificazione kosher separata per Pesach/Passover. Quando si acquista un prodotto kosher, è importante ricordare che: solo perché alcuni articoli prodotti da un’azienda sono kosher, non significa che tutti i prodotti di quell’azienda siano kosher.

Ora potrebbe sorgere spontanea una domanda: ma se i simboli che trovate sui prodotti sono stati certificati “kosher” da qualcuno, allora perché abbiamo bisogno di così tanti simboli? Bene, perché alcune persone si fidano solo di certe organizzazioni. Negli Stati Uniti arrivano a delle “aberrazioni” tali che: prima di portare un prodotto a casa di un amico, che segue la kasherut – specie in occasioni particolari come una festa o anche un lutto – è usanza informarsi su quale tipo di certificazione fa affidamento quella persona.

In definitiva, il motivo, per cui esistono diverse etichette, dipende molto dalle cosiddette clemenze halachiche ovvero da quelle eccezioni alla “halakhah” (la legge ebraica) che fanno alcuni rabbini. Non dimentichiamo che ci sono molte materie, anche in fatto di cibo kasher, he sono molto controverse e che dividono i rabbini.

Alcuni esempi: secondo Rabbi Asher Lopatin, presidente della “Yeshivat Chovevei Torah Rabbinical School“, citato da MyJewishLearning: mentre ci sono state alcune opinioni indulgenti nei secoli riguardo alla gelatina, l’attuale pratica ortodossa, almeno nella Diaspora, è di non accettare la gelatina da animali non kosher. Pertanto, le supervisioni che accettano le indulgenze della gelatina dagli animali non kosher non sono accettabili per gli standard della comunità (ortodossa). E una volta che troviamo un’organizzazione, che consente di consumare la gelatina da un animale non kasher, potrebbe creare non pochi contrasti”.

La materia della kasherut è non poco vincolante. Un esempio: scoprite che la baby sitter dei vostri bambini ha commesso una violazione, tipo dar da mangiare dei latticini assieme alla carne. E’ probabile che, per quanto brava possa essere a livello umano e professionale, voi non fidereste più di quella persona.

Rabbi Lopatin attraverso MyJewishLearning solleva altre preoccupazioni che una comunità potrebbe avere: ad esempio, il rabbino che dà la supervisione a un prodotto o ad una situazione, potrebbe essere un grande studioso, ma non avere le competenze per supervisionare un sistema complicato che richiede esperienza in macchinari e sistemi di elaborazione moderni. Il terzo problema è che a volte una supervisione non è vista in modo abbastanza rigoroso. Ci sono alcune supervisioni, infatti, che avvengono in assenza del mashgiach (in ebraico: משגיח, supervisore; plurale משגיחים, mashgichim) ovvero il responsabile della supervisione della struttura per la kasherut.

Ci sono anche altri fattori che fanno la differenza tra i simboli kosher. Uno di questi è il denaro. Affinché un prodotto sia certificato kosher, l’azienda deve pagare un rabbino o un’organizzazione kosher per entrare e supervisionare. Questa operazione può essere molto costosa ed è lecito ritenere che quando un’azienda decide quale organizzazione desidera introdurre per certificare il proprio prodotto, sceglierà una certificazione adatta al proprio budget.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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