La Parashah della Settimana: Chayei Sarah, חַיֵּי שָׂרָה Vite di Sara....

La Parashah della Settimana: Chayei Sarah, חַיֵּי שָׂרָה Vite di Sara. A cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi a ici e lettori di Vivi Israele. eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della settimana – Chayei Sarah, חַיֵּי שָׂרָה Vite di Sara (Bereshit, Genesi 23.1-25.18) – a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo. Così come ringraziamo il portale Torah.it per metterci a disposizione la porzione settimanale di Torah. A tutti voi auguro un luminoso Shabbat.

25 Mar-Kheshvan 5780 – 23 Novembre 2019
Parashah di Khaye Sarah – Shabbat Mevarkhim Kislev
Accensioni lumi per Milano: venerdì ore 16.29
Shabbat finisce alle ore 17.34 
Mamash Edizioni Ebraiche  |  Virtual Yeshiva

Nella porzione della Torà di questa settimana, Khayè Sarà (Bereshìt 24, 1), è scritto che “Avrahàm (Abramo) era anziano e avanzato nei giorni”. Questo passo della Genesi ci permette di capire come il nostro Patriarca ha usato ogni giorno della sua vita al meglio.

Analogamente, noi possiamo imparare come usare i nostri giorni al meglio e capire come essi ci preparano per la vita del Mondo a venire, o “Paradiso”. Viene insegnato (Mishnà Avòt 4:17), “[Anche] un momento di pentimento e buone azioni in questo mondo è superiore all’intera vita del Mondo a venire”. 

Eppure questo concetto sembra commentato in modo strano nell’importante testo Chassidico Ighèret Hakòdesh 29, dove si afferma, che – in relazione al Paradiso dove i giusti si crogiolano nel piacere dello splendore della Presenza Divina – la funzione del pentimento e delle buone azioni è che essi si trasformano in “indumenti spirituali” che consentono all’anima di resistere alla “radiosità della Divina Presenza” con la quale sarà premiata nel Mondo a venire. 

In effetti, lo Zohar

afferma – commentando la frase “…avanzato nei giorni” citata sopra” – “Nei “giorni” superni [spirituali] guai alla persona che manca nei “giorni” nel Mondo a Venire, perché quando avrà bisogno di vestirsi con quei “giorni”, il “giorno” che ha danneggiato [nella vita] mancherà a quell’indumento”. Queste affermazioni sembrano implicare che la cosa principale è il Mondo a Venire, poiché questo mondo serve solo come preparazione, come luogo per ottenere gli “strumenti” necessari, per così dire, per la vita in Paradiso.

In tal caso, qual è il significato dell’insegnamento che “anche un solo momento di pentimento e buone azioni in questo mondo è superiore all’intera vita del Mondo a Venire”?

(continua sotto)

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor 
 

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Nella Torà alcune lettere, vocali e melodie rappresentano un diverso mondo spirituale, dei tre mondi creati, ossia ognuna di esse rivela un differente aspetto della Torà: alcune dimensioni vengono rivelate solo nelle melodie, alter nelle lettere o nelle vocalizzazioni.

Tra le melodie-taamìm della Torà ne troviamo una molto strana, “in tutti i sensi”: lo Shalshèlet, una nota insolita, va su e giù, su e giù, come se non fosse in grado di passare alla nota successiva. La forma strana, il suono unico e – ancora più strano – in tutta la Torà questa nota compare solo quattro volte. Fu il grande commentatore rabbino Joseph Ibn Caspi (autore di 28 libri sulla filologia della Torà) del XVI secolo (nel suo commento a Bereshìt 19, 16) a capire bene il significato che essa trasmette, vale a dire uno stato psicologico di incertezza e indecisione. La notazione grafica di Shalshelet sembra una sequenza di lampi, un movimento a zig-zag, un segno che va ripetutamente avanti e indietro. Trasmette un movimento congelato – in cui il protagonista è lacerato dal conflitto interiore:  lo Shalshelet è la musica dell’ambivalenza.

Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:   http://www.virtualyeshiva.it/2008/11/20/kahye-sara-5769-come-trovare-lanima-gemella/

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:  http://www.virtualyeshiva.it/files/08_11_20_khayesara5769_matrimonio_quale_moglie_giusta.mp3

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:
http://www.virtualyeshiva.it/category/parashot/bereshit/khaie-sara

Una vita paradisiaca

(continua da sopra)

Per capire la risposta, dobbiamo prima discutere su cosa si intende per “radianza della Divina Presenza” con cui le anime si dilettano in Cielo e cosa si intende con l’insegnamento che il pentimento e le buone azioni in questo mondo si trasformano in “abiti” che consentono all’anima di resistere a tale splendore.Esiste, infatti, una differenza fondamentale nel grado di rivelazione del Divino tra questo mondo e il Mondo a Venire.

Non dovrebbe sorprenderci che la rivelazione di Hashèm sia palese nel Mondo a Venire. D’altra parte, la Sua presenza si fa sentire anche in questo mondo; in effetti Lui è la forza spirituale che porta in essere l’universo e senza il quale nulla potrebbe esistere. Tuttavia, la bontà Divina in questo mondo è completamente nascosta: si possono vedere gli effetti della presenza di Hashèm, non si può “vedere” la Sua presenza ed essenza in modo palese.

Per comprendere meglio la maniera in cui Hashèm anima questo mondo, essa può essere paragonata a come l’anima interagisce con il corpo. Tutte le funzioni del corpo sono “potenziate”, per così dire, dall’anima: se la mano si muove, se l’occhio vede, o la bocca parla e via dicendo; la capacità di fare ciò, è il risultato della vitalità dell’anima, che permea ogni organo e lo pervade delle sue abilità particolari. Tuttavia, è chiaro che l’anima stessa non è divisibile in organi. L’anima non ha “componente occhio, mano” e via dicendo; è un’entità puramente spirituale alla quale non si possono attribuire facoltà come la vista o la parola.

Forse si può paragonare, questo rapporto con quello che intercorre, ad esempio, tra una batteria e lo smartphone, dove ogni parte di tale dispositivo è costruita in modo da facilitare la sua particolare funzione: lo schermo, i tasti, i circuiti ecc. Comunque, nessuna di queste componenti potrebbe funzionare da sola! Tutte hanno bisogno di energia, della batteria! È da questa che l’energia fluisce in ogni parte e consente a ogni singola sezione di svolgere la funzione per la quale è stata costruita. Tuttavia non si può dire che la batteria stessa abbia una di queste funzioni.Questo è il motivo per cui la Torà dice (Isaia 6, 3): “Tutta la terra è piena (dello splendore) della sua gloria”.

La cosa importante da capire

in questo versetto è che ciò che riempie la terra non si può nemmeno dire che sia la gloria di Hashèm in sé, ma è solo un suo riflesso. Hashèm nella Sua essenza è così esaltato al di sopra della creazione che tutto ciò che gli essere creati possono percepire è “solo” un riflesso oscuro della sua gloria e nulla più.Questo è ciò che il Talmud intende con l’espressione (Meghillà 31a): “Nel Suo alto luogo in cui trovi la grandezza di Hashèm, lì trovi la Sua UMILTÀ”. La gente pensa che Hashèm sia “fantastico”, perché ha creato questo universo vasto e maestoso.

Questo è un errore fondamentale! La “grandezza” di Hashèm stesso è qualcosa che noi mortali siamo assolutamente inadeguati a comprendere. Certamente Hashèm è “grande” – sebbene in un modo al di là della nostra comprensione – ma la sua grandezza non deriva dall’aver creato l’universo. Questo sembra solo una “difficoltà” per noi, ma per D*o è letteralmente “niente”.

Invece, quando lodiamo Hashèm per aver creato l’universo, anche se abbiamo in mente tutto il meraviglioso splendore della creazione, ciò che stiamo veramente facendo è lodare D*o per essersi “abbassato”: si è reso “umile”, per così dire, nell’utilizzare anche solo una minima parte della sua forza creativa in ciò che, per Lui, è assolutamente insignificante. Non è la grandezza di Hashèm, ma “l’umiltà” di D*o, – il fatto che Egli si abbassa per il nostro bene – che è messo in evidenza dalla contemplazione anche degli più aspetti più impressionanti della creazione.

Pertanto la frase del Talmud, “Nel posto in cui trova la sua grandezza, lì trovi la Sua umiltà” non esprime altro che la Sua volontà di “abbassarsi” a quel livello: Il vero “Sé” di Hashèm, per così dire, semplicemente non è rivelato in questo mondo. 

D*o e il “Mondo Futuro”

Al contrario, nel mondo a venire, il piacere che le anime provano dal “crogiolarsi nel fulgore della Presenza Divina” deriva dal fatto di poter apertamente percepire, non Hashèm stesso, ovviamente, ma la luce che “irradiata” da Hashèm che dà vita a tutti e tutto. Ora, possiamo capire un ulteriore punto. Come è possibile che una anima – un’entità emanata – sia in grado di percepire e comprendere l’essenza stessa della Divinità? È vero, l’anima è “una parte di Hashèm in cielo”, ma lo è più per quanto riguarda l’origine e la fonte spirituale dell’anima, che quando l’anima abita un corpo, anche mentre si crogiola nella radiosità della Presenza Divina. 

La risposta la troviamo nello studio della Torà e nell’osservanza pratica delle mitzvòt (“buone azioni”) che in questo mondo consentono a una persona di mettersi in relazione con le rivelazioni spirituali del Mondo a venire.

Le mitzvòt

sono la volontà di Hashèm: abbiamo messo i Tefillìn, perché è la Sua volontà; facciamo beneficenza per lo stesso motivo e via dicendo. Ora, come spiegato altrove, Hashèm non ha un “corpo”, ovviamente, tuttavia, ci ha creati in modo tale che, attraverso la Torà possiamo arrivare a capire qualcosa di Lui. In particolare la “volontà”, l’aspetto più alto di una persona, trascende tutte le altre facoltà, anche quella elevata della “ragione”.

Una persona, infatti non ha bisogno di una ragione logica per desiderare qualcosa, poiché semplicemente la vuole. Qui si parla dei veri desideri innati (vivere, avere una casa, avere un coniuge, procreare) che sono al di sopra della logica e non hanno bisogno di essere spiegati o razionalizzati, come spiegato ampiamente nella chassidùt.

Quindi, quando si afferma che le mitzvòt sono la “volontà” di Hashèm, si intende che la loro fonte spirituale è l’aspetto più alto della bontà Divina. Tuttavia, paradossalmente, questa alta spiritualità si esprime in forma pratica, fisica: la mitzvà dei tefillìn, ad esempio, richiede della pelle bovina legata al braccio e alla testa; gli tzitzìt sono fatti di lana di pecora e così via… anche per le altre miztvòt. Questo paradosso rappresenta il fatto che le mitzvòt consentono di collegarsi con Hashèm stesso.

La “volontà” di D*o

la fonte delle mitzvòt – è la stessa cosa con Hashèm stesso, ed è inesprimibilmente superiore alla mera rivelazione della benignità chiamata “ziv Shekhinà”, la radiosità, o splendore, della Divina Presenza. Esprimendo la volontà di Hashèm nell’osservare le mitzvòt – in particolare quelle che comportano un’azione fisica – ci uniamo a Hashèm con un’unità meravigliosa e potente che non ha paragoni in nessun fenomeno terrestre, e molto di più, anche di quello che può essere sperimentato in cielo.

Nel Mondo a venire, le anime sono esposte solo alla radiosità della Presenza Divina, mentre in questo mondo abbiamo l’opportunità inestimabile di eseguire concretamente le mitzvòt e quindi essere legati e uniti al Sé di D*o. Questo spiega perché i nostri Saggi insegnano che: “Anche un momento di pentimento e buone azioni in questo mondo è superiore all’intera vita del Mondo a venire”. Tuttavia, in un altro senso, il Mondo a venire ha un vantaggio su questo mondo: qui, non possiamo avvertire la luce Divina con cui ci stiamo unendo attraverso la Torà e le mitzvòt; sarebbe impossibile resistere a essa.

Nel mondo a venire, invece, lo splendore della divinità è letteralmente percettibile, il che provoca la grande gioia delle anime quando si trovano in quel luogo santo. Ed è proprio il fatto che quelle anime hanno precedentemente trascorso del tempo in questo mondo, impegnate nell’osservanza della Torà e delle mitzvòt, che consente loro, sebbene entità emanate, di resistere a quella rivelazione. Perciò le mitzvòt formano una sorta di involucro, o indumento, attorno all’anima che gli consente di “sopravvivere” all’esposizione diretta alla bontà divina. 

Unirci a Hashèm

Ora, in un’altra prospettiva, viene insegnato che l’amore e il timore di Hashèm che hanno motivato una persona mentre eseguiva le mitzvòt sono come “ali” che servono per elevare e portare in cielo la cosa più importante: le mitzvòt stesse. Questo concetto possiamo comprenderlo alla luce di ciò che abbiamo detto sopra, vale a dire, che le mitzvòt ci uniscono letteralmente a Hashèm stesso.

Perché, come discusso sopra, il verso “Tutta la terra è piena della sua gloria” implica che solo la “gloria” di Hashèm, ma non D*o stesso, è racchiuso in questo mondo. Quindi, è altrettanto vero che non c’è certamente posto in Paradiso o in terra privo di Hashèm stesso. In effetti, accanto a Lui, non esiste nient’altro (anche il suo “splendore”). In modo simile si può parlare della “luce solare” solo quando brilla sulla terra, ma alla sua fonte – nel globo del sole – c’è una cosa sola: il sole, non la “luce del sole”.

Tuttavia, come spiegato sopra, gli esseri creati sono capaci di percepire, almeno, un riflesso della “gloria” di Hashèm, e questo è ciò che si intende dicendo che l’intero mondo è pieno di quel riflesso. Una persona ha la capacità di trascendere i limiti e i vincoli di questo mondo, nel senso che, conoscendo che l’Essenza stessa di Hashèm è ovunque (anche se non possiamo percepirla), possiamo desiderare ardentemente di unirci con quella essenza per non rimanere impantanati nella limitata percezione di D*o altrimenti a noi disponibile.

Quindi l’impulso per lo studio della Torà e l’osservanza delle mitzvòt sono le nostre “ali” che elevano il nostro servizio di Hashèm fino al punto in cui esso è eseguito – senza nessun motivo apparente – ma semplicemente per adempiere alla Sua volontà.

E questo, a sua volta, unisce la persona con Hashèm stesso. Da quanto sopra, emerge che lo studio della Torà e l’osservanza delle mitzvòt in questo mondo sono prerequisiti necessari affinché l’anima raggiunga il suo potenziale di illuminazione spirituale nel Mondo a Venire. Questo è ciò che si intende con l’affermazione che i “giorni” di questa vita formano le “vesti” di cui l’anima avrà bisogno in Cielo: ogni giorno, una persona ha un certo progresso spirituale da compiere, così che nel corso della sua vita, lui o lei avrà completamente “vestito” l’anima.

E questa è l’allusione dell’affermazione secondo cui Abramo era “avanzato nei giorni”, ossia ha sfruttato appieno i suoi giorni nel loro massimo potenziale spirituale, creando un abito completo per la sua anima. Che Hashèm, nella sua infinita bontà, ci consenta di realizzare le nostre massime potenzialità in tutti i giorni della nostra vita così da anticipare, presto ai nostri giorni, l’arrivo di Mashiàkh.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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