La Parashah della Settimana: V’Zot HaBerachah, וְזֹאת הַבְּרָכָה Ed ecco la benedizione....

La Parashah della Settimana: V’Zot HaBerachah, וְזֹאת הַבְּרָכָה Ed ecco la benedizione. A cura rav Bakhor

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La Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la rubrica della Parashah della Settimana: l’ultima di questo ciclo – V’Zot HaBerachah, וְזֹאת הַבְּרָכָה Ed ecco la benedizione – a cura di rav Shlomo Bekhor. Vi ricordo che potrete scaricare QUI la porzione settimanale di Torah

20 Tishrei  5780 – 19 Ottobre 2019
Shabbat Sukkot: accensioni lumi per Milano, venerdì ore 18.10
Shabbat finisce alle 19.15.
Lunedì e martedì: Shemini Atzeret e Simkhat Torah
Mamash Edizioni Ebraiche  |  Virtual Yeshiva

L’insegnamento dell’umiltà è una medicina molto importante che è vitale per una vita equilibrata e sana. L’uomo di natura si sente importante perché tocca a lui di portare il sostentamento e la “pagnotta” a casa. Questo successo che ha l’uomo può rischiare di darli la sensazione sbagliata di essere “D*o sulla terra”.

Questa è una malattia molto dannosa, visto che i più grandi disastri dell’umanità vengono da un eccesso di ego. È ampiamente documentato che i più grandi uomini d’affari sono caduti solo a causa della sensazione di sicurezza eccessiva nelle loro decisioni imprenditoriali senza un’accurata attenzione dei rischi.

Per questo Hashem

ha donato all’uomo la donna: la migliore medicina per curare il grande pericolo dell’ego. La moglie che ha una natura opposta porta un equilibrio al sentimento di onnipotenza dell’uomo. Per questo Dio in Genesi dice ad Adamo che gli darà un aiuto contro di lui. Andando contro il marito, l’uomo raggiunge il tikkun e il bilanciamento del suo orgoglio naturale. Se la moglie chiede di buttare la spazzatura alle 22.00 dopo una stressante giornata di lavoro e aver chiuso contratti milionari, non bisogna vedere questo come un’offesa alla grande fatica compiuta bensì come una medicina fondamentale per curare il potenziale ego che potrebbe formarsi per via del successo ottenuto (proprio come la sukkà).

Bisogna concepire

il dono della moglie che viene contro l’uomo come un aiuto. Solo allora la vita coniugale non è più una lotta di chi vince, ma si trasforma in una sukkà: un luogo e un’occasione di rettificazione. Come dice il Maimonide che l’unico sentimento che l’uomo ha in eccesso è l’orgoglio; per quanto lo si abbassi non è mai abbastanza. Sukkot è incompatibile con la rabbia che viene solo dall’ego. È scritto: La cosa principale è non arrabbiarsi.

Non a caso troviamo tante storie della festa di Sukkòt inerenti all’equilibrio della coppia e al contenimento dell’ego. La seguente storia può insegnarci tanto nel matrimonio e fino a che punto non bisogna arrabbiarsi:Il Chafetz Chaim, una delle colonne portanti dell’ebraismo della prima metà del secolo scorso, quando era vecchio sposò la sua seconda moglie. Mentre il Sukkot si avvicinava, il grande maestro costruì la sukkà nel posto dove veniva allestita regolarmente ogni anno.

Quando sua moglie

vide questo, gli disse: “penso che sarebbe stato meglio mettere la sukkà dall’altra parte del cortile”. Quando il grande zaddìk sentì questo, non disse una parola nonostante il suo lavoro e il suo tempo preziosissimo e l’abitudine di costruire la sukkà per decenni in quel posto, immediatamente smontò la sukkà e la ricostruì nel luogo indicato dalla moglie.

Dopo che la sukkà era nel nuovo posto, sua moglie uscì di nuovo, guardò attentamente, poi si rivolse a suo marito e disse: “in effetti ho sbagliato, il primo posto dove hai SEMPRE messo la sukkà era decisamente migliore”.
E ancora il Chafetz Chaim la smantellò e la mise in piedi nel primo luogo! Santa pazienza! Per mostrarci quanto è importante la “pace della casa”.
È meglio costruire e distruggere la sukkà più volte che arrabbiarsi, anche una sola volta! Il successo nella vita passa solo tramite la moglie che è la sukkà quotidiana che ci accompagna sempre e tramite l’unione della coppia! 

Per il post completo:
https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10156544410325540

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Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
SUKKOT
Al seguente link troverai la lezione della festa di questa settimana in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2008/10/17/sukkot-5769-la-festa-piu-ricca-dellanno/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della festa di questa settimana sul tuo mobile: 
http://www.virtualyeshiva.it/files//08_10_24_sukkot5769_ospiti_patriarchi_7giorni_khuppa_nuvole.mp3

Per ascoltare le altre 11 lezioni su SUKKOT cliccare al seguente link:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/10/13/lezioni-sukkot/

Due gruppi simili

ma opposti: Sheminì Atzeret e Shavuot. In questo speciale momento in cui stiamo per concludere le feste vorrei condividere un bel pensiero che spiega il collegamento di tutte le feste e il parallelismo tra loro. Le feste di Shalosh Regalim (in cui vi era l’obbligo di passarle a Yerushalàyim) sono divise in due gruppi Pèssach-Shavuot e Sukkòt-Sheminì Atzèret. Entrambi i gruppi hanno prima una rivelazione e poi una seconda festa per acquisire questa rivelazione.

Il primo gruppo capita nel mese di Nissan, ovvero il periodo delle rivelazioni miracolose dall’alto (dove non occorre una grande fatica da parte nostra).Il secondo gruppo capita nel mese di Tishré, che rappresenta la rivelazione naturale del divino, in maniera proporzionata al nostro lavoro di elevazione.Perciò, mentre tra le feste di Pèssakh e Shavuot trascorrono ben 7 settimane; l’intervallo di tempo tra Sukkòt e Sheminì Azeret è di soli 7 giorni. Perché non festeggiamo la Torah a Shavuot?

Simchàt Torà

segue immediatamente la festa di Sukkòt. Il nome biblico di Simchàt Torà è Sheminì Atzèret, che significa “Ottavo Giorno di Fermata”, poiché la sua funzione è quella di mantenere e assorbire le acquisizioni dei sette giorni di Sukkòt. Infatti “atzor”, da Sheminì Atzeret, vuole anche dire “assorbire e integrare”.

Ma perché celebrare Simchàt Torà, la festa dove si termina di leggere tutta Torà (il nostro manuale di vita), il giorno di Sheminì Atzèret e non il 6 di Sivan, giorno in cui Hashèm ci diede la Torà?Nella festa di Shavuòt noi risperimentiamo la rivelazione sul Sinai e ricordiamo il patto con Hashèm. Nonostante ciò riserviamo la “gioia” di aver ricevuto la Torà per il giorno di Sheminì Atzèret.

Una data che apparentemente non ha una connessione storica con il rapporto dell’ebreo con la Torà. Per capire meglio, occorre approfondire le somiglianze tra Sheminì Atzèret e Shavuòt: anche Shavuòt è chiamata Atzèret, poiché serve da veicolo di mantenimento e assorbimento della festa che la precede; inoltre Shavuòt è come l’ottavo giorno di “mantenimento” (festa che inizia nell’ottava settimana, dopo il ciclo di sette settimane del conteggio dell’Omer cominciato a Pèssakh), così Sheminì Atzèret segue i sette giorni di Sukkòt.

I due “Atzèret” quindi si oppongono l’un l’altro nel ciclo annuale. L’anno ebraico è come un cerchio con due poli opposti, due mesi “chiave”, Nissàn e Tishré considerati entrambi il primo mese (Nissàn) e il capo dell’anno (Tishré). Il 15 Nissàn è la data dell’Esodo e l’inizio dei sette giorni di Pèssakh. Sei mesi dopo, esattamente il 15 Tishré, inizia un’altra festa di sette giorni: Sukkòt. Entrambe si concludono con un Atzèret. Perciò il saggio del Talmud Rabbi Yehoshua ben Levi commentava: l’Atzèret della festa di Sukkòt avrebbe dovuto essere di cinquanta giorni dopo (sette settimane), come l’Atzèret di Pèssakh.

Perché allora Sheminì Atzèret è solo dopo sette giorni di Sukkòt? Per spiegarlo Rabbi Yehoshua racconta la seguente parabola:Un re aveva diverse figlie. Alcune di loro erano sposate in luoghi vicini e le altre in luoghi più lontani. Un giorno vennero tutte a trovare il re, loro padre. Egli disse: coloro che si sono sposate vicino a me hanno il tempo di andare e tornare; ma coloro che si sono sposate lontano non hanno il tempo di andare e tornare.

Poiché ora si trovano tutte qui, farò una festa in loro onore e mi rallegrerò con esse. Perciò Atzèret di Pèssakh, nel periodo estivo che è facile viaggiare Hashèm dice: “Essi hanno il tempo di andare e tornare senza difficoltà”. Ma Atzèret di Sukkòt, poiché iniziano le piogge, la polvere delle strade è fastidiosa e le strade secondarie sono difficili… Dio dice: “Non hanno il tempo di andare e tornare; poiché ora si trovano tutti qui, farò subito una festa e mi rallegrerò con essi…”.

Questo si può interpretare metaforicamente: Pèssakh è la festa dello tzaddìk/giusto che allude anche allo tzaddìk dentro di noi. A Pèssakh gustiamo la pura libertà di un nuovo popolo. Perciò Atzèret di Pèssakh arriva 50 giorni dopo. Poiché è primavera; le strade sono fresche e abbiamo tempo di andare e venire. Siamo liberi di percorrere metodicamente i 49 gradi dalla rivelazione di Pèssakh all’interiorizzazione di Shavuòt.

È un tragitto graduale che caratterizza la via che seguono i tzaddìkìm – giusti.Ma solo a Sukkòt celebriamo la nostra capacità di fare teshuvà: il nostro legame con Hashèm rappresentato dalle seconde Tavole della Legge. Alla riunione delle figlie del re che sono sposate, lontano dal padre, esse non hanno tempo di andare e tornare, poiché si passa dall’estate all’inverno e il percorso delle strade è pericoloso e difficile!

Siamo come viaggiatori

per la via della teshuvà e del ritorno sulla strada giusta, per cui le opportunità devono essere prese al volo e le vite possono cambiare da un momento all’altro in modo esplosivo. Così diventa rischioso aspettare il ciclo completo delle 7 settimane e ci accontentiamo dei 7 giorni.Perciò passiamo subito da Sukkòt a Simchàt Torà – per interiorizzare immediatamente la seconda edizione delle Tavole della Torà e il suo “mantenimento”, ci accontentiamo di un micro ciclo completo di una settimana, invece che di un macro ciclo completo di sette settimane. Gioiamo solo quando abbiamo assorbito la Torà con un percorso che inizia con la nostra fatica e il pentimento/Teshuvà, perché questo processo è totalmente nostro.

A differenza di Pèssakh che il processo inizia con la rivelazione miracolosa e non grazie al nostro sforzo.Questa sera iniziamo a celebrare Simchàt Torà ballando con un rotolo di Torà “chiuso” e avvolto.

Si inizia domenica sera e si continua con maggiore vigore ed entusiasmo per 48 ore. In realtà potremmo invece aprire la Torà, leggerla e studiarla. Ma celebrando questo giorno nella nostra maniera, ricordiamo che la Torà è proprietà ed eredità di ognuno di noi, indipendentemente dalla nostra abilità nel studiarla e nel capirla e che siamo tutti uguali nella nostra essenza.In questo modo infatti non mostriamo le differenze che ci distinguono nella conoscenza della Torà.

Tenendo il rotolo “chiuso” e celebrando la sua più profonda essenza, diventiamo tutt’uno con la Torà e Hashèm. Rallegrandoci tenendo i sacri rotoli tra le braccia e riempendo il tempio di canti e balli, anche la Torà stessa balla con noi. Anche la Torà vorrebbe ballare, ma mancando di un corpo fisico ha bisogno dell’ebreo che diventa “il corpo” danzante della Torà. Ricordiamoci quanto ci vuole bene il nostro padre in cielo e ci da la possibilità di assorbire profondamente la trasformazione della Teshuvà che abbiamo sviluppato questo mese così potremo mantenere tutto l’anno i cambiamenti e migliorie della nostra vita.

Ultima Parashà ma non di Shabbat

L’unica parashà che non viene letta di Shabbàt è Vezot Haberachà. Questa porzione di Torà viene letta di Simchàt Torà, giorno nel quale concludiamo la lettura della Torà. I Saggi stabiliscono: “Tutto dipende dalla conclusione”, Vezot Haberachà (“E questa è la benedizione”) è la conclusione della Torà. Poiché l’intenzione della Torà è quella di portare benedizioni al popolo come collettività e a ogni singolo individuo. A Simchàt Torà, il legame essenziale tra D*o e il popolo ebraico viene rivelato. Perciò leggiamo una porzione di Torà che mette a fuoco le benedizioni date a tutto il popolo e la lode delle loro qualità uniche. I commentatori spiegano che la parola “zot”, “questa è”, si riferisce a qualcosa di evidente e apparente, qualcosa che si può indicare con un dito dicendo: “eccola”.

Allo stesso modo, la frase

“E questa è la benedizione” implica che le benedizioni che la Torà trasmette al popolo saranno apertamente evidenti nell’anno a venire.Il giorno di Simchàt Torà non concludiamo semplicemente un ciclo di lettura della Torà, ma ne cominciamo uno nuovo.L’ultima lettera della Torà è una “lamed” e la prima è una “bet”, che insieme formano la parola “lev”, “cuore”.

Nel cuore della Torà c’è il popolo ebraico ed esso è il cuore stesso della Torà. Lo Zohar afferma: “Israèl, la Torà e il Santo Benedetto sono Uno”. La nostra osservanza della Torà ci lega a Dio e ci permette di liberare la scintilla di Divinità che possediamo nei nostri cuori. Così la Torà funge da strumento di benedizione, poiché permette all’ebreo di attirare la Misericordia Divina in questo mondo materiale.

La foto di copertina è tratta dal seguente LINK

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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