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Storia: 23 agosto 1929, il ricatto al rabbino e il massacro degli ebrei di Hebron

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Il massacro di Hebron

Per molti anni, la piccola comunità di 800 ebrei nell’antica città di Hebron visse in pace con le decine di migliaia di vicini arabi. Ma, nella notte del 23 agosto 1929, qualcosa cambiò.

La tensione che ribolliva in questo calderone di nazionalità traboccò dalla pentola e, per un periodo di tre giorni, Hebron si trasformò in una città in preda al terrore e agli omicidi, con i residenti arabi alla guida di un massacro furioso contro la sconcertata e impotente comunità ebraica.

Al termine del massacro il bilancio finale fu di 67 ebrei morti. Le loro case e sinagoghe vennero distrutte e i sopravvissuti furono trasferiti a Gerusalemme. All’indomani rimasero, per la prima volta, ben pochi ebrei nella città di Hebron.

L’estate del 1929

fu una delle più instabili in Palestina: col crescente arrivo di immigrati ebrei, mentre i mufti in agitazione, a Gerusalemme, scatenarono tensioni arabo-ebraiche. Proprio un giorno prima dell’inizio del massacro di Hebron, tre ebrei e tre arabi furono uccisi a Gerusalemme quando scoppiarono i combattimenti dopo un servizio di preghiera musulmano sul Monte del Tempio. Gli arabi diffusero false voci nelle proprie comunità, dicendo che gli ebrei stavano compiendo “omicidi su larga scala di arabi”.

Fino a quel momento Hebron era una città esteriormente pacifica, sebbene le tensioni si nascondessero sotto la superficie. La comunità ebraica sefardita (ebrei originari della Spagna, del Nord Africa e dei paesi arabi) di Hebron aveva vissuto tranquillamente con i suoi vicini arabi per secoli. Questi ebrei sefarditi parlavano arabo e avevano un legame culturale con gli arabi di Hebron.

Un po’ di storia

A metà del 1800, gli ebrei Ashkenazi (nativi europei) iniziarono a trasferirsi a Hebron e, nel 1925, fu aperta la Slobodka Yeshiva – ufficialmente. Gli studenti della Yeshiva vivevano separatamente sia dalla comunità ebraica sefardita che dalla popolazione araba. Questo isolamento alimentò l’opinione araba secondo cui questi “immigrati sionisti” erano sospetti. Tuttavia, uno studente, Dov Cohen, ricordò che la convivenza con i vicini arabi era “molto buona”. Ricordava le lunghe passeggiate dei ragazzi della yeshiva, a tarda notte, alla periferia della città, senza avere il minimo timore, malgrado ci fosse soltanto un poliziotto britannico a sorvegliare l’intera città.

L’attacco

Venerdì 23 agosto 1929, quella tranquillità andò persa. I giovani arabi iniziarono i disordini, lanciando pietre contro gli studenti della yeshiva, nel momento in cui passavano loro davanti. Quel pomeriggio, lo studente Shmuel Rosenholtz andò da solo alla yeshiva. Rivoltosi arabi irruppero nell’edificio e lo uccisero. Rosenholtz fu solo il primo di decine di ebrei ad essere uccisi.

Venerdì sera, il figlio del rabbino Ya’acov Slonim invitò tutti gli ebrei che temevano un peggioramento della situazione, a restare nelle proprie case con la famiglia. Il rabbino era molto apprezzato nella comunità e deteneva una pistola. Già alle 8 di sabato – giorno di Shabbat – gli arabi iniziarono a radunarsi in massa intorno alla comunità ebraica.

Arrivarono in bande, armati di mazze, coltelli e asce. Mentre donne e bambini lanciavano pietre, gli uomini saccheggiarono le case e distrussero le proprietà ebraiche. Con un solo ufficiale di polizia in tutta Hebron, gli arabi furono in grado di entrare nei cortili ebraici senza letteralmente opposizione.

Il ricatto e il tragico epilogo

Il rabbino Slonim, che aveva cercato di proteggere gli ebrei, fu avvicinato dai rivoltosi che offrirono un accordo ovvero quello di risparmiare al vita alla comunità sefardita, qualora avesse ceduto agli arabi gli studenti della yeshiva ashkenaziti. Il rabbino Slonim rifiutò di consegnare gli studenti e gli arabi lo uccisero sul posto. Alla fine del massacro, furono assassinati 12 ebrei sefarditi e 55 ebrei ashkenaziti.

Alcuni arabi cercarono di aiutare gli ebrei. Diciannove famiglie arabe, da quanto si apprende, salvarono dozzine, se non centinaia, di ebrei a Hebron. Zmira Mani scrisse di un arabo di nome Abu Id Zaitoun che assieme al fratello e al figlio salvò la propria famiglia. La famiglia Mani venne protetta dagli arabi con le spade. Venne, successivamente nascosta in una cantina insieme ad altri ebrei che erano stati salvati e alla fine trovò un poliziotto per scortarli sani e salvi alla stazione di polizia di Beit Romano.

L’assedio di Beit Romano

La stazione di polizia di Beit Romano si trasformò in un rifugio per gli ebrei, nella mattina di sabato 24 agosto. Dientò anche una Sinagoga di fortuna, quando gli ebrei ortodossi lì riuniti si misero a recitare le preghiere mattutine. Quando finirono di pregare, iniziarono a sentire rumori fuori dall’edificio. Migliaia di arabi discesero da Har Hebron, urlando in arabo “Uccidete gli ebrei!”.

In seguito cercarono pure di abbattere le porte della stazione. Per tre giorni, gli ebrei vennero assediati a Beit Romano dagli arabi infuriati. Ogni notte, dieci uomini vennero autorizzati a lasciare l’edificio per recarsi nell’antico cimitero ebraico di Hebron a celebrare un funerale per tutti gli ebrei assassinati durante il giorno.

Tre condanne a morte

La violenza in tutta la Palestina istigata dagli arabi provocò la morte di 133 ebrei e 110 arabi (la maggior parte uccisi dalle forze di sicurezza britanniche).

Tre giorni dopo il massacro, gli inglesi evacuarono i 484 sopravvissuti, inclusi 153 bambini, a Gerusalemme. Più di 200 arabi e 15 ebrei furono processati e condannati per il loro ruolo nei disordini nel 1929. Su 27 casi di condanna alla pena capitale che coinvolgono arabi, furono condotte solo tre delle condanne a morte, gli altri ricevettero “misericordia” e le loro condanne furono commutate in carcere a vita. Muhammad Jamjoum, Fuad Hijazi e Ataa Al-Zir furono messi a morte, il 17 giugno 1930, per una serie di omicidi, particolarmente brutali, commessi a Safed ed Hebron. Ogni anno l’Autorità Palestinese commemora l’esecuzione di questi “eroi”.

La foto è da Wikipedia

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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