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La Parashah della Settimana: Khukat, חֻקַּת Una disposizione. A cura di rav Shlomo Bekhor

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Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Khukkàt, חֻקַּת Una disposizione – a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo. Al seguente LINK potrete scaricare la porzione settimanale di Torah, a cura di Torah.it

Parashah della Settimana

10 Tammuz 5779 – 13 Luglio 2019
parashah di: Khukat
Accensioni lumi per Milano: venerdi alle 20. Shabbat finisce alle 22.09
In memoria di rav Levi Hezkia ben Mashiach 
Mamash Edizioni Ebraiche  |  Virtual Yeshiva

Il Rav incantava gli allievi e tutta la comunità con le sue intuizioni e profonde metafore che coglieva nella Torà, alle sue parole in molti si “risvegliavano” dal torpore esistenziale che la routine quotidiana instilla nelle coscienze.

Il Rav, nonostante fosse uno splendido oratore, era una persona schiva e burbera, difficilmente si riusciva a intercettare il suo sguardo, era un uomo estremamente riservato. Un giorno, un allievo un po’ troppo audace si alzò in piedi durante una lezione e gli rivolse la seguente domanda:“Rav, per quale motivo lei è così schivo e non incline ad ascoltare gli altri, non le pare che ciò strida con le sue grandi capacità dialettiche?

Il Rav rispose molto serenamente:“Hashèm chiese a Mosè di parlare alla roccia affinché da essa sgorgasse acqua che dissetasse il popolo… la roccia rappresenta l’esteriorità di ognuno di noi, la parte più epidermica e materiale, è la nostra parte più dura e difficile, con i suoi “voglio”, “pretendo”, “desidero”; ma in ognuno di noi vi è anche dell’acqua fresca e pura, una parte sensibile e ricettiva: è la nostra anima, questa parte è celata dietro la scorza dura esteriore, dentro la roccia”.

“Quando le persone vengono da me, spesso si presentano sotto le loro sembianze esteriori, si mostrano come rocce dure e impenetrabili ed è per questo motivo che spesso non do loro ascolto. Spesso mi fanno perdere la pazienza e vorrei batterle con il mio bastone, ma ciò sarebbe controproducente, come insegna la Torà”.

“Allora mi limito a parlare alle dure rocce con parole di Torà, che come insegnano i maestri è “acqua”, nella speranza che “acqua attiri acqua”, ovvero che i miei discorsi facciano sgorgare l’anima dalla materia affinché il mondo intero si riempia della gloria di Hashèm”

L’allievo che aveva posto la domanda si mise di nuovo seduto e non aprì più bocca per molto tempo. Questo è il tema della seguente lezione online di virtual yeshivà che ti invito ad ascoltare.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor 

In anteprima la Parashah di Khukat dal nuovo libro
Per scaricare cliccare con il mouse destro dal seguente link:
www.virtualyeshiva.it/files/kodesh/khukat.pdf

per la haftarà:

www.virtualyeshiva.it/files/kodesh/Haftara_khukat.pdf

Si consiglia di stampare le pagine del pdf per poterlo studiare di Shabbat. 
(Ideale stampare 2 pagine in una foglio A4 fronte e retro per cui saranno solo 16 pagine). 
Al seguente link si trova la lezione sulla nostra parashà molto interessante in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/07/02/khukat-5769-perche-moshe-non-entra-in-terra-santa/
Dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web sulla Parashà di Khukat di psicologia nella Torà sul tuo portatile:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_07_02_khukat5769_punizionemoshe_zur_sela.mp3

Percé Mosè non entra in Terra Santa?

Hashem ci insegna un concetto di psicologia fenomenale.
Non sempre bisogna comunicare con durezza “picchiando”, ma alcune volte ci vuole, dipende da chi si ha davanti!

Panoramica della Parashà di Khukat

Parashà di Khukkàt prende il nome dal suo passaggio di apertura, che descrive il rito della purificazione dalla contaminazione di un morto, usando le ceneri di una mucca rossa.

Questo precetto è descritto come un khukkà – dogma divino senza alcuna spiegazione razionale.Dopo aver descritto il rito di purificazione, la parashà inizia la narrazione storica delle persone del popolo di Israèl durante gli ultimi anni nel deserto: cominciando dalla morte di Miriam e la mancanza di acqua, come conseguenza della sua morte; la vicenda della roccia percossa, che causa il decreto della morte di Moshè e Aharòn nel deserto.

Il confronto con Edòm, la morte di Aharòn, un secondo scontro con Amalèk, l’incidente che origina i serpenti, i miracoli sul fiume Zèred e le conquiste dei territori di Sikhòn, Ya’zhèr e Og, conducono il popolo ai margini della Terra Promessa.

Nella precedente parashà la Torà conclude la sua narrazione dei primi anni nel deserto, culminando nel decreto di Hashèm secondo cui la generazione dell’Esodo si sarebbe estinta nella arida landa, con le sue conseguenze. Dal momento che non c’è nulla di rilevante da dire sugli anni intermedi, è logico che la narrazione continui ora con gli eventi degli ultimi anni nel deserto. Ma perché le leggi del rito di purificazione della mucca rossa sono incastrate nel mezzo?

Queste leggi, come la maggior parte delle leggi della Torà, furono date durante i primi quaranta giorni di Moshè sul Monte Sinày, molto prima che il popolo iniziasse il suo viaggio nel deserto. Sarebbe logico che il posto giusto per queste leggi sia in qualche parte del libro del Levitico, insieme alle altre norme sulla contaminazione e purificazione.

Se vogliamo proprio porle nel libro dei Numeri, dovrebbero essere inserite nella narrazione dell’inaugurazione del Tabernacolo il primo di Nissàn anno 2449 – da qualche parte nella seconda metà di Nassò o nella prima metà di Beha’alotekhà, quando questo rito è stato eseguito per la prima volta il giorno successivo all’inaugurazione del Tabernacolo il due di Nissàn.Perché queste leggi sono collocate qui e come si collega con il nome Khukkàt che le descrive, agli eventi storici che costituiscono la maggior parte di questa parashà che non c’entrano con i dogmi?

La risposta a questo enigma si trova esaminando il significato del termine khukkà e il tema di fondo degli eventi nell’ultima parte della parashà. Come abbiamo visto in precedenza, khukkà è un dogma, una regola per la quale non viene fornita alcuna motivazione logica. A differenza degli altri due tipi di leggi nella Torà che hanno un senso logico, mishpatìm – ordinanze ed eduyòt – testimonianze, nel caso deikhukkìm, Hashèm non fa per niente appello al nostro senso della ragione nel chiederci di osservare queste regole.

Anzi per osservarle, dobbiamo invocare la nostra connessione sovrarazionale con D*o, il nostro impegno a seguire totalmente le Sue istruzioni, sia che parlino alla nostra logica umana o no. Questa idea è associata al significato fondamentale della parola khukkà, “cesellatura” o “incisione”. Una lettera cesellata in un blocco di pietra è parte integrante di quella pietra, non una seconda entità innestata su di essa, come è il caso di una lettera scritta a inchiostro su pergamena o carta.

La lettera incisa non può essere cancellata dalla pietra (almeno non senza consumare la pietra stessa), la connessione tra la lettera e la pietra è permanente, immutabile. Pertanto, l’incisione è la metafora perfetta per il livello del nostro rapporto con Hashèm, quando osserviamo le sue regole “irrazionali” di khukkà – incisione: esprimiamo la nostra connessione irrevocabile con Lui, che trascende e annulla qualsiasi considerazione di logica come nell’unione dell’incisione.

Gli eventi descritti alla fine della parashà esprimono questo stesso livello di relazione. Abbiamo visto in precedenza che D*o in origine aveva promesso ad Avrahàm i territori di dieci nazioni: sette nazioni canaanite che vivevano tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, e altre tre che vivevano dall’altra parte del Giordano. Gli Israeliti avrebbero dovuto conquistare prima la terra delle sette nazioni, quando vi fossero entrati, e lasciare la conquista della terra delle altre tre nazioni per l’era messianica.

Ma poiché Edòm e Moàv rifiutarono il loro passaggio, il popolo dovette entrare nella terra proprio attraverso questi territori che Hashèm aveva promesso che essi avrebbero ricevuto solo in futuro. Le circostanze hanno quindi permesso loro di conquistare vaste parti di queste terre ancor prima di entrare nelle terre delle sette nazioni canaanite per conquistarne i territori. L’ordine originariamente previsto è stato invertito, hanno cominciato a completare il futuro ancor prima di realizzare il presente.

E una volta conquistate queste terre, alcune persone hanno persino iniziato a stabilirvisi, aspirando a portare la promessa di Hashèm nella realtà immediata, nel suo senso più completo.Vediamo, quindi, che la nuova generazione, essendo cresciuta immersa nella Sua presenza e negli insegnamenti di D*o durante la formazione che hanno ricevuto nel deserto, era completamente imbevuta dell’idealismo della missione di Hashèm e aveva i suoi occhi puntati sul fine ultimo del suo destino Divino.

Questa nuova generazione aveva imparato dagli errori dei suoi predecessori, delle spie e dei ribelli e non aveva subordinato il suo rapporto con Hashèm all’approvazione dell’intelletto umano. La sua relazione con Dio era pura come lo era stata quella dei suoi genitori quando la Torà era stata donata per la prima volta e il Tabernacolo era stato eretto per la prima volta, e la missione e la promessa di Hashèm – nel suo significato più completo – era parte del loro essere come una lettera cesellata fa parte della pietra in cui è incisa.

Quindi la lezione della parashà di Khukkàt nel suo insieme, ci da la forza di elevarci a compiere la nostra missione divina incondizionatamente, visto che Hashèm fa parte della nostra essenza come rappresentato nel nome della parashà di Khukkàt: irrazionale, unito profondamente come un incisione.

Cercando di raggiungere il nostro obiettivo finale che è il livello di Khukkàt, Hashèm ci concederà l’opportunità di realizzare il nostro sogno e di portarci sulla soglia della Terra Promessa (come nella parashà), pronti per la redenzione finale, quando l’impurità della morte, eliminata dalla mucca rossa, sarà solo un ricordo e la promessa di Hashèm ad Avrahàm sarà soddisfatta nella sua interezza[1].(estratto dal nuovo libro della Torà Bemidbàr che ha bisogno di tanti soci per essere pubblicato)

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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  1. Nella fede giudaica, nell’ebraismo, non esiste il concetto di “dogma” proprio del cristianesimo e del cattolicesimo. Dogma è la “verginità di Maria”, per esempio, dove una donna partorisce un essere umano pur restando vergine! Nel caso della khukkà, non se ne comprende la motivazione e non mi sembra proprio la stessa cosa. Sostituire la parola “dogma” che non appartiene alla nostra cultura, con altro, non mi sembra operazione impossibile; grazie

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