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La Parashah della Settimana: Acharei Mot, אַחֲרֵי מוֹת Dopo la morte. A cura di rav Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Acharei Mot, אַחֲרֵי מוֹת Dopo la morte – a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo; così come ringraziamo Torah.it per darci la possibilità di scaricare la porzione settimanale di Torah

29 Iyar 5779 – 04 Maggio 2019
Parasha di Akhare mot- Shabbat Mevarhin
Accensioni lumi Milano: venerdì ore 19.55. Shabbat finisce alle ore 21.10
Mamash Edizioni Ebraiche  |  Virtual Yeshiva

Questo Shabbat ci riporta alla solennità di Yom Kippur poiché quasi tutta la parashà che leggiamo è incentrata su tale giorno, il più santo dell’anno.Nel giorno di Kippur non beviamo, non mangiamo, non ci laviamo e non indossiamo scarpe di cuoio. Non è difficile sentirsi santi in questo giorno speciale, in cui molte cose sono così diverse dagli altri giorni.

Da notare che il titolo della parashà è Akharè significa “in seguito”. Un ebreo deve rendere tutta la sua vita “santa” e tutte le sue azioni coerenti con questa santità, non solo il giorno di Kippur ma anche dopo, durante qualsiasi altro giorno dell’anno, quando mangia, dorme ecc.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it sulla parashà. Sotto trovi il significato del conteggio dell’omer giorno 14°-15° di questa sera e domani sera. Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor AKHARE MOT Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà con il link a scaricare il file audio: http://www.virtualyeshiva.it/2005/05/05/kedoshim-5765-riconoscere-sempre-limportanza-di-hashem/ dal seguente link si può scaricare immediatamente senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/05_05_05_kedoshim5765.mp3
(chi volesse ricevere il link della lezione tramite whatsapp e scaricare sul cellulare può mandarmi la richiesta)

Riconoscere sempre l’importanza di Hashem

Ama il prossimo come te stesso, non attribuire due pesi e due misure, il quinto anno del raccolto.

La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2016/04/30/akhare-mot-kedoshim-5772-5-lezioni/

SEFIRAT HAOMER: 14° giorno14° giorno dell’Omer

2 settimane MALKHÙT in GHEVURÀ – REGALITÀ nella DISCIPLINA

29 di Nissan – venerdì sera 3 Maggio 14° giorno: questa sera abbiamo una spinta rinforzante per rettificare l’attributo della Regalità nella Disciplina.

Ghevurà è l’attributo dominante di questa settimana ed è la disciplina, la forza, il rigore e il giudizio.

Malkhùt – Regno è la capacità di coltivare la propria dignità e comprendere e rispettare quella degli altri. Inoltre Malkhùt è il dono della comunicazione: lo strumento che permette di interagire e organizzare tramite la parola. Come un re che comunica e comanda solo con la parola (senza spiegare razionalmente o emotivamente le sue scelte), perciò questo attributo è chiamato, Regalità.

Con Malkhùt in Ghevurà

impariamo che per avere una disciplina efficace (ghevurà) dobbiamo comunicare con la parola (malkhùt) rispettando la dignità nostra e altrui. La sola disciplina, se non è accompagnata da una comunicazione positiva e autorevole, rischia di essere poco costruttiva. Una persona, in questo modo, nel relazionarsi con il prossimo, non manifesterà una personale disciplina, fatta su misura secondo le proprie necessità, ma darà dei “comandi regali” per il bene oggettivo della comunità.  Una storia chassidica può aiutare a comprendere quello che non va fatto quando si ha il compito di disciplinare/educare qualcuno:durante una delle feste più gioiose, Simkhàt Torà, uno studente ballava e festeggiava con grandissimo entusiasmo assieme ai suoi compagni di Yeshivà. Uno dei suoi maestri, a un certo punto, lo chiama e gli dice che per quanto si era impegnato nello studio della santa Torà poteva anche smettere di danzare, poiché gioiva più di quanto aveva studiato.Il ragazzo si offese così tanto che abbandonò gli studi.Il Rimprovero (ghevurà) se annulla la dignità (malkhùt) del prossimo, rischia di fare solo dei danni.

Riflessione

nel lavoro riusciamo a essere disciplinati rispettando la dignità dei colleghi? Riusciamo a far rispettare le regole in famiglia o in un gruppo, attraverso una comunicazione equilibrata ed efficace?

Esercizio

nell’educare un figlio con delle regole (ghevurà) cerchiamo sempre di rafforzare la sua dignità e autostima (malkhùt). Il più grande Psicologo/Rabbino odierno Rav Abraham J. Twerski dice che la malattia del terzo millennio è la carenza di autostima per colpa della passività delle società che non sa più proporre regole positive ed utili ed è bombardata dai mass media e dai social network.

Amici per la pelle

Akharè Mot – Kedoshim (Vayikra 16-18, Vaykra 19-20)“Siate santi perché Santo sono Io, il Signore vostro D*o”.  (Vayikrà 19,1) La parashà di questa settimana comincia con il comandamento a tutto Israel di essere “santi”.

Rashi spiega che questa santità è, di fatto, un prerequisito per adempiere alla maggior parte dei comandamenti della Torà. Questo è il motivo per cui andava detto di fronte all’intera nazione. Subito dopo questo comandamento, la Torà procede dando una lista di diversi precetti – mitzvot da osservare.

Se esaminiamo con attenzione tali mitzvot, vediamo che esse sono riconducibili a due distinte categorie: comandamenti tra uomo e Ha-shem (verticali), come osservare le leggi concernenti lo Shabbat, e comandamenti tra uomo e uomo (orizzontali), come per esempio quello di non desiderare intensamente i beni del proprio vicino.

Molte persone, erroneamente, ritengono che la santità riguardi solo la relazione tra uomo e Hashem, dimenticandosi così delle altre relazioni che si costruiscono nella vita. Nell’ebraismo si ritiene che, poiché Hashem è Santo, tutte le nostre interazioni con Lui devono a loro volta avvenire con santità.

Tuttavia, proprio quando si giunge ai comandamenti tra uomo e uomo, si tende a pensare che la santità non sia più necessaria: gli uomini sembrano diventare così solo persone non perfette, non meritevoli della Santità. Di conseguenza spesso non ricevono quello che meritano.

La Torà ci insegna il motivo per il quale a noi tutti è comandato di essere santi: se ciascuno mantiene un livello di santità nella propria vita, allora ognuno deve trattare il proprio vicino come qualcuno di santo. Se le cose stanno così, allora come può una persona santa anche solo pensare di rubare, offendere, o maltrattare un altro?

Per questa ragione il verso della porzione settimanale ci insegna che “siamo santi” perché dobbiamo santificare la nostra vita materiale, il nostro corpo fisico, che altro non è se non l’involucro che ospita la Forza vitale Divina. Perciò bisogna rispettare gli uomini come si rispetta D*o e la sua Divina forza vitale che scorre in tutti.

La storia di due amici. Amare il nostro prossimo porta santità nel mondo, come spiegato nel seguente midrash. Due uomini erano legati da una profonda amicizia ma la vita li mise a dura prova. Vivevano infatti in due stati diversi, tra loro in conflitto. Il cui confine tra gli stati passava proprio nei due villaggi in cui abitavano e, a cause della guerre e delle vicissitudini quotidiane, i due amici si separarono per molti anni. Uno dei due decise un giorno di partire per andare a trovare l’amico, superando il confine pericoloso.

Ma le cose presero anche questa volta una brutta piega e presto, vista lo stato di guerra, cominciarono a spargersi nel paese di destinazione delle voci riguardo la missione dello straniero venuto in visita.

Presto egli venne arrestato con l’accusa di spionaggio e ritenuto colpevole venne condannato a morte dal re in persona. L’uomo supplicò allora il re di esaudire un suo ultimo desiderio: essendo uno stimato uomo d’affari nel suo paese, e, come tale, ben conosciuto, faceva spesso degli affari a credito, tramite una semplice stretta di mano. In tal modo aveva accumulato una piccola fortuna, ma, poiché la maggior parte del suo denaro veniva dato in prestito alle persone senza contratti, egli chiese al Re di consentirgli un ultimo viaggio a casa per mettere in ordine i propri affari e dire addio alla sua famiglia.

Diversamente, il re non lo stava semplicemente condannando a morte, ma condannava anche i suoi figli a una vita di povertà. Il re incredulo e perplesso gli chiese di fornirgli delle garanzie sul fatto che sarebbe tornato. L’uomo rispose di avere un buon amico in città che avrebbe preso volentieri il suo posto fino al ritorno. Fu condotto l’amico che accettò prontamente dicendo: “Dopo tutto, a cosa servono gli amici?”.

Il re incredulo del fatto che l’amico locale fosse pronto a morire per permettere al suo amico di tornare a casa, in terra nemica, allora decise di mettere alla prova i due e acconsenti alla partenza dell’uomo, per scoprire se sarebbe davvero tornato.

Giunto il giorno dell’esecuzione, tuttavia, l’uomo non aveva fatto ritorno, così il re diede ordine alle sue guardie di portare fuori l’amico e decapitarlo. Quando la lama stava per scendere sulla testa del pover uomo, si fece largo tra la folla l’amico: aveva fatto ritorno, fermamente pronto ad accettare il suo destino!

A questo punto ebbe inizio tra i due amici una insolita ed “accesa” discussione su chi dovesse essere giustiziato, poiché entrambi erano intenzionati a sacrificarsi l’uno per l’altro.

Il re osservò la discussione con grande stupore. Non riusciva a credere a quello che vedeva: non avrebbe mai immaginato che esistesse al mondo un’amicizia fraterna così vera e carica di rispetto e reciproca devozione.Poi si rivolse ai due amici per la pelle, dicend “Nessuno di voi due verrà ucciso, alla condizione che io diventi vostro amico! Se esiste un’amicizia così sincera e profonda anche io ne voglio fare parte.” Da questo racconto apprendiamo il significato del verso “Amerai il tuo prossimo come te stesso, io sono l’Eterno” (Vayikrà 19,18).

Il profondo messaggio ivi contenuto è che, se un uomo ama il suo prossimo sinceramente e di cuore, Hashem promette di amare entrambi ed essere costantemente loro socio, il terzo amico.I comandamenti che valgono tra l’uomo e il suo prossimo includono anche Ha-shem. Inoltre il valore numerico di amare – ahava è 13. Quando due si amano a vicenda allora ci sono due ahava ovvero 13+13=26. Sappiamo che il valore numerico del Tetragramma è 26 (yud 10 – hei 5 – vav 6 – hei 5). Quando due si amano sinceramente portano la luce divina nel mondo poiché creano l’energia che corrisponde al Tetragramma il valore 26.Quando agiamo con amore nei confronti del nostro prossimo, portiamo la Shekhinà (presenza divina) nel mondo.

Sefirat HaOmer: 15° giorno

Quindicesimo giorno dell’Omer, 2 settimane e 1 giorno

KHESSÈD in TIFÈRET – BONTÀ nella COMPASSIONE
1 di Iyar – Sabato sera 4 Maggio 

15° giorno: oggi iniziamo la terza settimana dell’omer che ci dona la carica per rettificare il terzo attributo di TifèretTifèret  Compassione, Bellezza mescola e armonizza l’amore libero di Khessèd con la disciplina di Ghevurà. Tifèret possiede questo potere poiché introduce una terza dimensione quella della verità che integra gli attributi dell’Amore e della Disciplina per formare la clemenza: la capacità di considerare i sentimenti degli altri, ascoltare e sentire i bisogni del prossimo.

La verità, infatti è accessibile e comprensibile solo attraverso un altruismo che supera l’ego e le predisposizioni naturali che permette di ottenere un quadro chiaro e obiettivo dei bisogni del prossimo. All’opposto i sentimenti dell’amore e della disciplina sono il risultato di una prospettiva soggettiva e quindi limitata. Solo introducendo la “verità” (tifèret) in noi, possiamo superare l’amore eccessivo e i giudizi troppo severi.

Tifèret ci consente di esprimere dei sentimenti nel modo più bilanciato. Non a caso questa sefirà è chiamata, bellezza, poiché in essa si mescolano, in maniera armonica, i diversi colori dei primi due attributi: amore e disciplina.L’equilibrio e l’armonia, infatti, sono qualità da sempre sinonime della bellezza, sia nella natura, sia nell’espressione dei sentimenti umani. Khèssed è l’attributo che ci dona il desiderio di dare al prossimo sempre, anche se non merita; la vitalità e la passione. 

Intercludere Khèssed in Tifèret significa nutrire la nostra compassione con il calore e vigore dell’amore. Senza i sentimenti di Khèssed la nostra compassione rischia di essere secca è appassita. Grazie al quindicesimo giorno dell’omer possiamo “riscaldare” la nostra compassione.  Una bella storia chassidica può aiutarci a comprendere meglio.

Si era all’inizio delle preghiere di Yom Kippùr, uno dei giorni più sacri nell’ebraismo, il rotolo della Torà era stato estratto dall’Arca, quando, all’improvviso, Yankel, completamente ubriaco, afferrò il rotolo e cominciò a ballare e cantare gioiosamente. I presenti vollero subito buttarlo fuori, ma Rabbi Levi Yitzhak di Berdìtshev, il grande Tzaddìk, li fermò e narrò a tutti la storia di Yankel: poche ore prima, egli era venuto a sapere che il gestore di una locanda era stato gettato in prigione, con tutta la sua famiglia, per non aver pagato diversi mesi di affitto: 300 rubli! Come aiutarlo? Yankel girò, bussando a tutte le porte, ma il risultato, dopo molta fatica, non fu che 50 rubli. La gente del villaggio era povera, non si poteva chiedere di più.

La soluzione doveva essere cercata altrove. Arrivato a una taverna frequentata da giocatori e malviventi, Yankel provò a chiedere aiuto anche lì. Uno di questi riempì un bicchiere di vodka, lo mise davanti a Yankel e lo invitò a berlo d’un fiato, in cambio di 10 rubli. Arrivare a Yom Kippùr ubriaco? Del resto, come lasciare che una famiglia intera passasse la festa in prigione!? Yankel bevve d’un colpo, e, dopo quello, altri molti bicchieri in cambio dell’intera somma che gli serviva: 250 rubli.

Il gestore della locanda venne così liberato, poi corse a ringraziare Yankel il quale era così ubriaco che non era nemmeno in grado di riconoscerlo, ma riuscì solo a chiedere di essere portato alla sinagoga!Yankel non solo comprese i reali bisogni del locandiere, ma grazie all’amore riuscì a rendere la sua misericordia così esuberante da risolvere una situazione apparentemente disperata. 

Riflessione

la mia compassione è nutrita di amore o assume la veste della pietà? È vicina agli altri o è distaccata? La mia compassione è ricca di calore ed entusiasmo, oppure è arida e priva di vitalità?

Esercizio

quando aiutiamo qualcuno non ci limitiamo solamente ad ascoltare le sue disavventure freddamente, ma cerchiamo di stabilire una calorosa empatia per i suoi problemi e difficoltà, senza guardare il cellulare per esempio.Bisogna dimostrare affetto nella compassione per renderla vera.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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