La Devekut ovvero l’Illuminazione nell’ebraismo e la differenza con la Unione Mistica

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fonte: http://www.evolveandascend.com/tag/jewish-mysticism/

Devekut

Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Oggi parliamo di un argomento particolarmente molto profondo. C’è un termine ebraico con il quale si vuole rendere il concetto di Illuminazione, riportato da innumerevoli dottrine religiose e filosofiche con nomi e significati diversi.

Si tratta della parola Devekut דְּבֵקוּת (detta anche debekuth, deveikuth o deveikus) che tradotta significa devozione. La radice verbale “dvk”, tuttavia, ricorre spesso in Devarim (Deuteronomio), ad esempio in: 4:4, 10:20, 11:22, 13:5, 30:20, col significato di “attaccarsi” o “aggrapparsi” a D*o.

Il Talmud chiede come possa l’uomo “attaccarsi o aggrapparsi a D*o”, essendo Lui (D*o) un fuoco che divora (Devarim 4:24). Poi, però, risponde dicendo che ciò avviene sposando la figlia di uno studioso o assistendo materialmente gli studiosi. Altrove si dice che ciò può avvenire imitando D*o, ed emulando i suoi attributi.

Sia la parola Devekut che il verbo davok hanno moti significati teologici e mistici nella letteratura kabbalistica. A volte vogliono dire nient’altro che “essere vicino a” o “attaccarsi a“. Tuttavia, il significato più comune di questo termine è “comunione con D*o”, che si realizza principalmente durante la preghiera o la meditazione prima della preghiera, usando la giusta Kavvanah (כַּוָּנָה) ovvero “intenzione”, nelle interpretazioni mistiche e nei significati dati alle parole della preghiera.

Solitamente la Devekut viene descritta come il gradino più alto in una scala spirituale, che viene raggiunto, dopo che il credente è riuscito a padroneggiare alcuni comportamenti come la paura e l’amore verso D*o. Senza questi, infatti, è impossibile raggiungere un stato superiore.

L’aspetto del mondo divino

secondo il concetto kabbalistico delle dieci Sefirot, verso le quali il mistico prega quando aspira a raggiungere lo stato della Devekut (una sorta di trance meditativo), è solitamente la Shekhinah che corrisponde alla decima e più bassa Sefirah (Malkhut, Regno), che è anche l’elemento femminile del mondo divino. Solitamente, i kabbalisti sottolineano chiaramente che la comunione raggiunta durante la preghiera è transitoria e incompleta per natura. Soltanto dopo la morte un uomo può sperare che la propria anima raggiunga un completo e permanente stato di Devekut con D*o e lo stato finale di beatitudine non sarà raggiunto fino alla redenzione, dopo la venuta del Messia, quando tutti i giusti ebrei vivranno insieme eternamente in uno stato di Devekut.

Questo, l’atteggiamento più conservativo, è espresso più volte nello Zohar e fu ampiamente accettato dagli scrittori della letteratura etica kabbalistica del XVI-XVIII secolo, a Safed e nell’Europa orientale. Molti kabbalisti, tuttavia, tentarono di formulare un concetto molto più ambizioso di comunione con D*o, che descrissero in molti differenti simboli, rivelando un’ampia gamma di atteggiamenti spirituali verso la relazione del mistico con i poteri divini.

Uno dei concetti

più ricorrenti nella letteratura kabbalistica è quello che la Devekut sia essa stessa una scala, che un uomo può salire, passando da una Sefirah all’altra, in modo da elevare la propria anima nella contemplazione mistica. Come le varie parti e parole di preghiera e le varie azioni che i comandamenti richiedono, corrispondono a parti e poteri diversi nei mondi divini, così l’anima sorge con le opere e le azioni verso la Sefirah a cui è destinata. Così il mistico può raggiungere la Devekut scalando le Sefirot superiori, partendo da Yesod (la nona), per proseguire con Tiferet (sesta), Din o Ghevurah (quinta) e Chesed (quarta) nella scala divina.

I cabalisti sono più cauti quando si tratta della relazione dell’uomo con le Sefirot più alte (Chokmah, Binah e Keter). Secondo alcune correnti, tuttavia, sembra che lo stato di devekut si possa raggiungere, in vita, anche con queste tre Sefirot e addirittura (a secondo di come si interpretano le parole di alcuni kabbalisti) con l’Ein Sof. L’anima sembra così distruggere tutti quei legami che la tengono legata al corpo, per unirsi con il più alto aspetto della divinità.

Tali espressioni radicali, tuttavia, sono molto rare, e il significato esatto di Devekut apre a diverse interpretazioni. Devekut, però, non è il termine ebraico corrispondente a quella che i cristiani definiscono Unione Mistica (Unio Mystica). C’è la tendenza, in alcuni scritti kabbalistici (e nello stesso Zohar) di puntare a un’unione così completa con D*o, anche se di solito i kabbalisti tendono a separare la devekut dall’unione completa, limitando la prima alle parti inferiori dei mondi divini e posticipando la seconda alla morte e alla fine dei giorni.

La foto di copertina da: evolveandascend
Fonte: JewishVirtualLibrary

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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