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Ester, rivelazione nascosta: riflessioni sulla festa di Purim, a cura di rav Bekhor

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Purim

Purìm (sorteggi) è un termine persiano che indica l’estrazione a sorte, alla quale Hamàn si affidò per decidere il giorno in cui gli ebrei avrebbero dovuto morire.

Il versetto recita: questi giorni vennero chiamati Purìm, dal nome pur (Meghillà 9, 26). La parola pur non è ebraica e la Torà la traduce con goràl, sorte. Questo perché il malvagio Hamàn aveva fatto un sorteggio per stabilire in quale giorno realizzare il suo sogno di “Soluzione finale”.

La ricorrenza è però chiamata con il nome persiano, Purìm, e in questo si differenzia delle altre festività che, compresa Khanukkà (l’altra festività istituita in tempi rabbinici), hanno tutte nomi ebraici. Un altro elemento peculiare della Meghillà è che il nome di D*o che non viene menzionato nemmeno una volta.

L’essenza di una cosa è rivelata dal suo nome, e il nome di Estèr suggerisce di per sé l’occultamento; esso deriva, infatti, dalla radice verbale (seter) di lehastìr, che in ebraico significa nascondere. Nell’espressione Meghillà di Estèr è, d’altra parte, implicita anche la rivelazione, perché meghillà significa rivelazione. Tutto ciò suggerisce che la Meghillà e, di conseguenza la festa di Purìm, celino un significato nascosto, un “occultamento” del Volto Divino.

Il Talmùd insegna, infatti: “Dove il nome Estèr viene indicato nella Torà? Nel versetto Io nasconderò sicuramente il Mio volto” (Devarìm 31,18).
Sia nella festività che nel titolo del libro possiamo, pertanto, distinguere i due concetti opposti di occultamento e rivelazione. Da una parte, l’idea di occultamento si trova nel nome “Estèr “ e in Purìm, sorteggio in persiano connessa con il decreto contro gli ebrei; dall’altra la rivelazione (meghillà), è nella celebrazione della miracolosa salvezza ottenuta dal nostro popolo: Purìm supera infatti nella gioia tutte le altre festività, al punto che dobbiamo bere e inebriarci fino a non riconoscere più la differenza tra il “benedetto Mordekhày” e il “maledetto Hamàn“ (Meghillà 7b).

Spegnere il fuoco dalla radice

Per comprendere il significato profondo di queste apparenti contraddizioni, dobbiamo considerare che al tempo del decreto di Hamàn, il popolo ebraico aveva alla corte reale dei rappresentanti altamente onorati. Mordekhày si trovava alla porta del re (Estèr 2, 19) e, raccontano i Maestri, che era il consigliere di Akhashveròsh (Meghillà 13a), al quale aveva salvato la vita. Mentre Estèr era la regina amata dal re, presso il quale trovò gentilezza e favore (ibid. 2, 17).

Con queste premesse gli ebrei, venuti a conoscenza del decreto, avrebbero potuto avvalersi subito di tali rappresentanti, facendoli intercedere in loro favore. Nella Meghillà leggiamo, invece, che Mordekhày si stracciò gli abiti, si vestì di sacco con cenere e uscì in mezzo alla città (ibid. 4, 1), si volse al pentimento e fece pressione sul resto degli ebrei perché facessero altrettanto. Solo in seguito, chiese a Estèr di recarsi dal re per pregarlo e supplicarlo a favore del suo popolo (ibid. 4, 8).

Estèr si comportò nella stessa maniera: prima di recarsi dal re, ordinò a tutti gli ebrei: Digiunate per me. Non mangiate, né bevete per tre giorni, notte e giorno (ibid. 4, 16) e anche lei digiunò, insieme alle sue ancelle. Mordekhày ed Estèr sapevano che il decreto di Hamàn era una conseguenza del cedimento dell’osservanza dei precetti divini da parte del popolo ebraico (Ràmbam, Hilkhòt Taaniòt 1, 2-3). Di conseguenza, il loro primo atto fu esortare il popolo al pentimento e al digiuno. Il vero motivo della liberazione non ebbe origine, quindi, dalla decisione del re, ma dal digiuno e dal pentimento di Israèl.

Per superare i tempi avversi, molti credono che il primo passo, debba essere quello di lottare con ogni mezzo fisico e razionale. La Meghillà insegna , invece che l’atto iniziale deve essere quello di rafforzare il nostro legame con Hashèm, attraverso lo studio della Torà e l’osservanza delle mitzvòt. Solo in un secondo momento si possono cercare dei canali materiali attraverso i quali la salvezza divina ci potrà essere trasmessa.

Chi legge la Meghillà

nel senso inverso (cioè, all’indietro), costui non ha adempiuto al precetto. Secondo il Ba’al Shem Tov ciò si riferisce a una persona che legge la Meghillà pensando che la vicenda raccontata appartenga “solo al passato” (all’indietro), come un resoconto retrospettivo e che il miracolo di Purìm non possa avverarsi anche nel presente. L’ebreo non è legato alla legge naturale, non solo nella sua vita spirituale o nel suo comportamento verso il prossimo, ma anche per quanto riguarda le relazioni col mondo terreno: quando è obbligato a parlare un’altra lingua, quando vengono pubblicati decreti contro di lui e quando ha paura di scrivere il nome di Hashèm per timore che venga schernito o deturpato (Shulkhàn ‘Arùkh Orakh Khàim, cap. 156). Il miracolo di Purìm, avvenne quando gli ebrei erano in esilio, un popolo sparso e disseminato tra le nazioni (Estèr 3, 8). Anche in quella situazione, la liberazione non giunse attraverso cause naturali, bensì in seguito ai tre giorni di digiuno.

Nel nome Meghillà di Estèr, insieme al nome di Estèr (l’occultamento) si trova la parola meghillà (rivelazione). Nella sorte (Purìm) si trova un simbolo di imponderabilità, di soprannaturale. Quando Dio dice: Io nasconderò sicuramente il Mio volto, in realtà Egli vuole dire: Anche quando il Mio volto è nascosto, voi ancora potrete raggiungermi, perché Io sono al di là di tutti i nomi (Likkuté Torà Pinekhàs, 80b). E come dalla passata redenzione ci viene la forza e la speranza per la redenzione futura, così da Purìm sorgerà l’Era Messianica, quando l’occultamento si sarà tramutato in rivelazione e la notte sarà luminosa come il giorno (Tehillìm 139, 12; tratto da Meghillà di Estèr, Ed. Mamash, pp. 113-119)

Cosa centra Purìm con Woodstock?

Cinquant’anni fa, quando in America I giornali hanno riportato la notizia del raduno di Woodstock, la “contro-cultura” dei giovani ha assistito alla sua celebrazione. Ma le persone più anziane hanno visto in ciò qualcosa di profondamente immorale, di abuso di droghe e di moralmente inconcepibile.

La ribellione dei giovani degli anni ’60 ha avuto il suo culmine nell’evento di Woodstock, che è diventato un simbolo culturale. La musica e l’arte di Woodstock, nell’agosto del 1969, hanno attirato mezzo milione di persone nella campagna della Contea di Sullivan, New York. Per quattro giorni i “pellegrini” hanno scoperto quantità di droghe, amore libero, menti e cuori aperti a qualsiasi persona e qualsiasi cosa. La musica, iniziata venerdì pomeriggio del 15 agosto e continuata fino al pomeriggio di lunedì 18 agosto, ha attirato la generazione dei figli dei fiori, lasciando insegnanti e genitori profondamente colpiti e addolorati.

Perché un’intera generazione di giovani americani ha rigettato l’insegnamento dei propri genitori e dei propri nonni? È stata un’espressione di ingenuità e di futile innocenza? È stata semplicemente una radunata infernale, che ha legittimato delle tentazioni edonistiche? È stata solo una stupida festa?

Woodstock è stato solo un incontro di gente strafatta a un concerto rock, che pensava di cambiare il mondo? O è stato qualcosa di più? Il Rebbe di Lubàvitch, la più illustre guida ebraica del ventesimo secolo, sei mesi dopo l’evento, in occasione della spiegazione del significato della festa di Purìm (1970) ha collegato l’evento di Woodstock e ha visto qualcosa di molto più profondo ed esistenziale di un semplice incontro di giovani che volevano esprimere le loro passioni istintive. Una breve spiegazione è necessaria.

Significato dell’Ubriachezza 

Un passo del Talmud (la più importante raccolta di leggi e letteratura ebraica) dichiara che “A Purìm una persona è obbligata a bere fino a che non riconosce più la differenza fra “Maledetto Hamàn e ‘Benedetto Mordekhày’” (Talmud, Meghilà 7b). Per l’ebraismo, l’eccesso nel bere viene visto come qualcosa di negativo e distruttivo.

Nel libro della Genesi leggiamo di come l’ubriachezza di Noakh e di Lot abbiamo portato a conseguenze disastrose. Lo stesso vale anche oggi. Oggi nel mondo l’alcolismo ha rovinato vite e intere famiglie. Per le persone che sono cadute in questa rete, non può essere impiegata nessuna scusa religiosa per giustificare l’orribile demone dell’alcol e della droga che distrugge se stessi e le famiglie. Ma anche per coloro che vivono seguendo i modelli morali e spirituali del Talmud – astenendosi quindi da qualsiasi forma eccessiva di bere per tutto l’anno, per essere sempre completamente sobri e presenti a se stessi – la tradizione ebraica designa un giorno all’anno nel quale possiamo abbandonare le inibizioni razionali della mente per esprimere ciò che è racchiuso nell’inconscio della nostra anima.

Una persona che dedica tutto l’anno al controllo di sé per mantenere la propria identità spirituale ed emozionale, come vuole l’ebraismo, una volta l’anno ha il permesso di ubriacarsi con l’alcool. Ma quando il Talmud chiede che, in stato di ebbrezza, non si debba riconoscere la differenza fra “Maledetto Hamàn” e “Benedetto Mordekhày” ciò suona assolutamente bizzarro. Hamàn era uno spietato uomo di potere, egocentrico, che voleva sterminare ogni singolo ebreo dall’Impero Persiano. Era l’Hitler dei nostri giorni. Mordekhày, di contro, era un saggio, un vero leader, amava D*o, il suo popolo e l’intera umanità. È ovvio quindi che ogni essere umano non debba dimenticare di maledire Hamàn e benedire Mordekhày.

L’equiparazione fra i malvagi e i buoni, così attuale oggi, è grottesca e disgustosa: permette solo ai malvagi di proseguire nelle loro azioni. Ciò che è anche bizzarro è che noi dobbiamo gioire di questa dimenticanza propria della festa di Purìm, la festa nella quale celebriamo la liberazione degli ebrei dal cattivo Hamàn come risultato del coraggio spirituale e della guida politica di Mordekhày.

La vera festa di Purìm è la caduta di Hamàn e la salita di Mordekhày. Come, quindi, possiamo capire la richiesta del Talmud di non riconoscere “la differenza fra “maledetto Hamàn” e ‘benedetto Mordekhày quando questa distinzione è la vera essenza della festa! Ovviamente, noi possiamo capire queste parole del Talmud in maniera più profonda. Quella che segue è una delle mie preferite, proposta dal Rebbe di Lubàvitch durante il Purìm del 1970, sei mesi dopo Woodstock.

Frantumando Il Mito 

Questo è il significato della richiesta del Talmud: che a Purìm dobbiamo perdere la nostra conoscenza della distinzione tra il male di Hamàn e la bontà di Mordekhày. Non c’è dubbio che anche a Purìm dobbiamo sempre conoscere la differenza tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, tra amore e odio, tra una vita impegnata a costruire il mondo e una vita dedicata a distruggerla. Mai avremo il permesso di dimenticare la differenza tra uno stile di vita virtuoso a scapito di uno stile di vita immorale ed egoista.

Quello che il Talmud ci dice, però, è che per acquisire una profonda distinzione tra le due opposte correnti di pensiero, la distinzione superficiale tra i due percorsi di vita deve prima essere abbattuta. Solo dopo che noi siamo consapevoli che la differenza tra Hamàn e Mordekhày non è a un livello superficiale – poiché non siamo guidati a questa scelta semplicemente dai nostri istinti egoistici e vantaggi economici – solo allora siamo in grado di scoprire la vera differenza sostanziale tra i due mondi. E questo, ha concluso il Rebbe, è stata la reale vocazione dietro la ribellione dei giovani di Woodstock. Hanno voluto dissociarsi dalla comune distinzione superficiale tra “Hamàn” e “Mordekhày”, perché quella visione basata sulla sicurezza nella materia non dissetava la spiritualità che le loro anime sensibili desideravano.

La moralità deve dominare in nome di valori veri e profondi, non in nome di benefici narcisistici e futili. “Non prendetevela con i giovani, la colpa è degli educatori”, ha dichiarato il Rebbe. Perciò il Rebbe ci insegna che dopo la rivoluzione del 1968 abbiamo l’opportunità se non il dovere di insegnare ai giovani le vere distinzioni tra i due stili di vita: fondando la scala dei valori, considerando le esigenze spirituali dell’anima, e riaffermando che l’uomo è stato creato materiale ma solo per arrivare a superare e rettificare la materia.

Che in una vita impegnata per il bene, la morale e il servizio di D*o, l’anima si incontra nei suoi più profondi sogni e speranze.Sono passati quasi cinquant’anni. Woodstock oggi è quasi solo nostalgia. Eppure tanti giovani ancora si trovano nei campi fangosi della passione e del comportamento sfrenato. Forse anche loro reagiscono ai messaggi superficiali provenienti dai loro insegnanti e genitori? Purìm ci insegna che la natura non è altro che la maschera di D*o (perciò ci mascheriamo).

Anche se l’uomo pensa sempre che è merito suo, questa è solo un’illusione che dobbiamo superare. Questo è il messaggio principale di tutta la Meghillà di Estèr dove non compare un miracolo evidente bensì un miracolo nascosto nella natura, questo per insegnarci che la natura è solo il guanto della mano di D*o e non agisce da sola. Non a caso in questa festa abbiamo il dovere di ricordarci che i valori della vita non sono la carriera o il benessere, che sono solo un tramite. Ricordiamoci a Purìm, che per differenziare tra i bene e il male bisogna azzerare le false differenze per poter capire quelle essenziali.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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