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Le dieci parole da conoscere per non arrivare impreparati alla festa di Purim

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Purim

Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Sulla storia di Purim (פורים) vi rimando a questo nostro link. In questo servizio, invece, voglio elencarvi le dieci parole più rappresentative di questa festa: una delle poche la cui allegria e insolenza, sembrano ribaltare l’aspetto religioso della tradizione.

  • Gragger: il termine yiddish indica un piccolo strumento utilizzato per far rumore. I gragger vengono utilizzati durante la lettura della megillah e quando il lettore pronuncia il nome di Hamman, tutti gli altri cercano di scacciare il male, fischiando e agitando il piccolo apparecchio generatore di rumore.
Un gragger
  • Hamantaschen: per gli hamantaschen, detti anche hamentaschen e via dicendo, vi rimando a questo link. Possiamo comunque dire che si tratta di un termine yiddish, che sta per le tasche di Hamman, meglio conosciute in ebraico come “oznay Haman” (le orecchie di Haman). Non sono altro che biscottini triangolari con un ripieno (di solito marmellata o semi di papaveri), che si mangiano in occasione di Purim.
Hamantaschen (biscotti)
  • Matanot l’evyonim (מתנות לאביונים): tradotto dall’ebraico significa “regali per i poveri) e riguarda il precetto di elargire doni ai poveri in occasione della festa di Purim.
  • Megillah (מגילה): è la traduzione ebraica di “rotolo” e in questo ci riferiamo alla meghillat Ester ovvero al Libro di Ester del Tanakh, che solitamente viene letto per due volte durante la festa di Purim. Se cliccate qui potrete scaricare la Megillah grazie al sito Torah.it.
  • Mishloah manot (משלוח מנות), la locuzione deriva dal verbo ebraico lishloakh (mandare, inviare) e dalla parola manah (porzione). Significa “invio di porzioni”. Si può pronunciare anche mishloach manos o, in yiddish: shalach manos (שלח־מנות). Non sono altro che dei cesti di Purim, pieni di cibo o bevande, che si recapitano a famiglie, amici e altri, nel giorno di Purim. La tradizione rispecchia quanto riportato nella Megillah, che ordina agli ebrei di donare piccoli pacchetti di cibo o regali agli amici nel giorno di Purim. 
  • Purim: è un termine ebraico che sta per “sorti” ed è anche il nome dell’omonima festa.
  • Seudah (סעודה): è il termine ebraico per banchetto. C’è un precetto, infatti, che riguarda il pasto festivo, o un seudat mitzvah, nel giorno di Purim. Vino e liquori sono tradizionalmente serviti durante il pasto festivo. 
  • Shpiel (talvolta pronunciato spiel). E’ un termine Yiddish che sta per “recita, opera” o “sketch, siparietto comico”. Un Purim shpiel è una presentazione umoristica e drammatica degli eventi raccontati nel Libro di Ester, spesso eseguiti alla vigilia di Purim.
  • Taanit Esther: dall’ebraico “digiuno di Ester”. Riguarda il digiuno che si osserva dall’alba al tramonto della vigilia di Purim, in memoria del digiuno che intrapresero la Regina Ester e gli ebrei di Shushan.
  • Tzedakah (צדקה): il termine che può voler anche dire “rettitudine” e “correttezza” è usato soprattutto col significato di “carità”. E’ una precetto fare la carità a chi ne ha bisogno, nel giorno di Purim.

Fonte: MyJewishLearning

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