La Parashah della settimana: Pekudei, פְקוּדֵי “Questo è il computo”. A...

La Parashah della settimana: Pekudei, פְקוּדֵי “Questo è il computo”. A cura di rav Bekhor

249
0
SHARE

Parashah della settimana

Shabbat Shalom carissimi amici di Vivi Israele. Ecco a un nuovo appuntamento con la Parashah della Settimana, a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo. Ringraziamo anche Torah.it per darci la possibilità al seguente link di scaricare la settimanale porzione di Torah: in ebraico, con traduzione in italiano.

2 Adar II 5779 – 9 Marzo 2019
parasha di Pekudei
accensioni lumi per Milano: venerdi 18:01 pm
Shabbat finisce: 19:04

Anche Hashem vuole una casa

Le nazioni vanno in guerra per occuparle e le famiglie si indebitano anche per trent’anni, pur di acquistarne una. I Saggi del Talmud vanno oltre e dicono: “Un uomo che non ha una casa non è un uomo…”. Una casa è molto più di un semplice muro, con un tetto sopra, che protegge dalle piogge o che separa da “ospiti” indesiderati; una casa non è solo una cucina o un rifugio per dormire.

Anche le stazioni commerciali, i palazzi d’uffici, gli hotel e i ristoranti possono soddisfare queste esigenze e, forse in molti casi, anche meglio. Ma solo a casa una persona si sente veramente “a suo agio”. La casa è il luogo dove puoi fare delle “facce” davanti allo specchio, puoi indossare un vecchio maglione verde bucato sotto l’ascella e puoi mangiare sottaceti con burro di arachidi… e solo, perché ne hai voglia.

Anche Hashèm ha “desiderato una casa”, un luogo dove può essere completamente “Se Stesso”. I Maestri della Chassidùt si chiedono: “Perché Hashèm ha creato il mondo fisico? Cosa può aggiungere alla perfezione onnipotente di D*o la nostra vita fisica, con tutte le sue contraddizioni e limiti; la nostra esistenza piena di conflitti, cosa ha a che fare con la perfetta dimensione spirituale della creazione…? Essi hanno risposto con un Midràsh: “Hashèm creò il mondo materiale, perché voleva una casa: un luogo dove può fare certe cose, solo perché ne ha voglia”.

La prima casa di Hashèm era composta da sole due stanze in una costruzione di appena 14 metri per 4.5, ovvero 63 metri quadri, poco più di un monolocale Nell’Esodo al cap. 25 vengono descritti i materiali con cui era costruita: oro, argento, rame, lana di color blu, viola e rosso spento, lino, pelo di capra, pelli di animale e legno. Questi dettagli così specifici erano stati dati a Moshè sul monte Sinai. Essa risiedeva al centro dell’accampamento degli Israeliti nel deserto, ed era strutturata in modo che potesse essere smontata e rimontata quando viaggiavano da un luogo all’altro per quarant’anni, tra l’esodo dall’Egitto e il loro insediamento nella Terra Santa. Più tardi, fu costruita una versione più grande e permanente sul Monte del Tempio a Gerusalemme.

D*o disse all’uomo: “Ho creato la saggezza, la comprensione e la conoscenza e in queste creazioni dimora la Mia mente. Ho creato l’amore, la giustizia e la compassione e fra questi risiede il Mio carattere. Ho creato la bellezza, lo splendore e la maestà, e in questi investo la Mia personalità. Ma nessuno di questi attributi è la Mia casa. Per questo ho creato la materia fisica – la cosa meno divina che ho potuto ideare – così avrò una dimora dove non ho ruoli da interpretare e nemmeno idee da progettare: solo la mia volontà da adempiere”.

“Quando prenderai il tuo oro (simbolo degli eccessi materiali), il tuo argento (simbolo dell’imperturbabile ricchezza) e il tuo rame (i centesimi della tua tzedakà ai poveri) e li userai per creare una realtà conforme alla Mia Volontà, solo allora realizzerai la Mia casa nel mondo inferiore dove la divinità non è rivelata”.

Una dimora nel mondo inferiore

Ma come realizzare questo? Una bella storia chassidica forse può aiutarci a capire meglio. L’Admòr haZakèn, il primo Rebbe di Lubavich, autore del Santo Tanya e dello Shulchàn Arùch harav, era stato imprigionato dai nemici dell’Ebraismo. I soldati che vennero ad arrestarlo, lo fecero salire su una grande carrozza nera, che doveva condurlo alla prigione di Pietroburgo. Il Rebbe restò calmissimo. Sapeva che quella era solo una prova di Hashèm, e per Lui avrebbe dato volentieri anche la vita.

Il viaggio doveva durare più giorni, e quando fu venerdì, alcune ore prima dell’inizio dello Shabbàt, il Rebbe chiese all’ufficiale di fermare la carrozza, per non violare la santità del Sabato. Come immaginabile, la risposta fu fermamente negativa: “Figuriamoci se adesso un prigioniero comincia a dare ordini!”. Ma appena passati pochi metri, l’asse di una ruota si ruppe! L’ufficiale, per niente preoccupato, fece chiamare un uomo dal villaggio vicino, per ripararla. Ma appena ripresero il viaggio: uno dei cavalli cadde al suolo, morto! Fu comprato un altro cavallo nel villaggio. Questa volta, però, i cavalli non riuscirono a muovere la carrozza di un centimetro. A questo punto, l’ufficiale si rese conto che il suo prigioniero non era un uomo comune e gli chiese il permesso di passare lo shabbat nel villaggio vicino. Essendo ormai tardi, il Rebbe suggerì invece di accamparsi in un grande campo ai margini della strada.

Là, sotto un albero, il grande Zadìk trascorse il santo Shabbàt. Questo posto divenne mèta di preghiera per gli Ebrei di Nèvel, un paese non lontano da lì. Venne tramandato per tante generazioni, che la vecchia strada era fiancheggiata da file di vecchi alberi morti, ma nel punto dove si era fermato il Rebbe, cresceva un maestoso e frondoso albero

La sola vista di questo albero, dicevano, portava alla teshuvà (pentimento) il più incallito peccatore, che ritornava con tutto il cuore a servire Hashèm. Il Rebbe nonostante tutto e tutti, nel ruolo di prigioniero, non solo non si fece intimidire, ma riuscì addirittura a farsi ubbidire dai suoi stessi carcerieri. Come è scritto nei salmi “Se si segue la volontà di D*o, Hashèm realizzerà la nostra volontà…” (Salmi 145, 19). Nulla poteva frapporsi tra il Rebbe e una mitzvà.

Proprio nella parashà di questa settimana Pekudè, troviamo descritta la conclusione della costruzione del Tabernacolo: la casa di Hashèm. Questa porzione della Torà può esserci da guida per farci capire come e perché occorra impegnarsi nella costruzione di una dimora per Hashèm fuori e dentro di noi.

Tutto Nelle Nostre Mani

La parashà di Pekudè si conclude con gli sforzi di Moshe e del popolo ebraico per completare il Santuario con successo. Questo bel prototipo del Tempio fu costruito da tutti. Il capo artista, artigiano e architetto era Betzalèl, ma anche tutti gli altri aiutarono. La Torà menziona gli uomini e le donne che parteciparono a questo grandioso progetto, con speciale enfasi sulle capacità e le abilità artistiche delle donne; i Saggi aggiungono che anche i bambini vi presero parte. Proviamo a immaginare di poter guardare con gli occhi di ciascun individuo.

Ogni persona sentiva che prendendo parte alla costruzione del Santuario, qualsiasi fosse stato il suo contributo, prese parte alla costruzione dell’intera struttura. È anche vero che senza le centinaia di migliaia di persone che ne presero parte, il Santuario non sarebbe stato completato. Tuttavia, ogni persona sentiva di aver avuto successo – svolgendo il proprio compito, anche piccolo – nel portare l’intero Santuario a compimento.

I Saggi dicono che alla fine di tutto il lavoro, Moshè diede una benedizione: “Possa Hashèm garantire che la Presenza Divina dimori nell’opera delle vostre mani”. Il Santuario è chiamato “l’opera delle vostre mani”, intendendo sia l’intero popolo, sia a ogni singola persona. Quand’è che un individuo può sentirsi pienamente soddisfatto per il compimento di una piccola opera personale, come di una grandissima opera collettiva? Il Rebbe di Lubàvitch suggerisce: quando la partecipazione di una persona è al massimo delle sue capacità nell’adempiere la prospettiva Divina. Se dà il suo massimo, che sia tanto o sia poco, poi potrà sentire che l’intera struttura sacra è il prodotto dei suoi sforzi.

Questa idea sul ruolo dell’individuo non solo si applica alla costruzione del Santuario, migliaia di anni fa, ma in tutti i nostri sforzi collettivi di oggi. Abbiamo grandi missioni da compiere, Illuminare il mondo di monoteismo e spiritualità: portare il mondo alla fase successiva della storia, con l’arrivo di Mashìakh. Questo è un dovere che coinvolge tutti noi. Se seguiamo la logica applicata al Santuario, cioè se ognuno di noi dà il suo massimo, ognuno potrà sentire che il successo della collettività è raggiunto grazie al singolo lavoro di ognuno. È tutto nelle nostre mani.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

http://www.virtualyeshiva.it/2008/03/06/pekude-5768-perche-lesilio-dura-cosi-tanto/

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

www.virtualyeshiva.it/files/08_03_06_pikude5768_1775shekalim_onsetamoshe_esilioduramolto_4_5_milennio.mp3

Perché l’esilio dura così tanto?

Moshe dettaglia tutti i quantitativi dei materiali per la costruzione del Mishkàn e il loro utilizzo, ma non dice dei 1775 shekalim che mancano al conteggio.

SHARE
Previous articleLo sapevate perché esistono due mesi di Adar? La risposta è nel calendario ebraico
Next articleIsraele festeggia la Giornata del Design Italiano nel Mondo
Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY