La Parashah della Settimana: Vayakhel, וַיַּקְהֵל “Fece radunare”, a cura di...

La Parashah della Settimana: Vayakhel, וַיַּקְהֵל “Fece radunare”, a cura di rav Bekhor

264
0
SHARE

Parashah della Settimana

Shabbat Shalom, carissimi amici e lettori. Oggi – il giorno 24 del mese di Adar dell’anno 5779 – eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana – Vayakhel, וַיַּקְהֵל “Fece radunare” – a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo. Potrete scaricare QUI la settimanale porzione di Torah. Buona lettura.

25 Adar I 5779 – 02 Marzo 2019
Parashah di Vayakhel – Shabbat Shekalim – Shabbat Mevarchim
Accensioni lumi per Milano: venerdi 17.52
Shabbat finisce: 18.55

Mamash Edizioni Ebraiche  |  Virtual Yeshiva

Questa settimana c’è stata la premiazione degli Oscar a Los Angeles e questo mi ha ricordato una frase importante con grande insegnamento di vita, che avevo sentito esattamente tre anni alla premiazione degli Oscar che tutti i media avevano riportato più volte.

Quando avevano premiato l’attore Di Caprio con l’Oscar lui aveva detto: “L’anno 2015 è stato l’anno più caldo nella storia e il mondo si sta riscaldando sempre di più. Per girare il film vincente abbiamo dovuto andare al polo nord per via del caldo. Perciò non dobbiamo prendere per scontato questo mondo, dobbiamo rispettare l’ambiente. Così anche io non prendo per scontato questa serata e questo premio molto importante, perché niente è scontato nella vita”.

Queste parole mi hanno subito ricordato il Talmud (la Torà che D*o ci ha tramandato oralmente) che ci insegna che a ogni respiro che facciamo dobbiamo ringraziare Hashem. Come è scritto nell’ultimo verso dei Salmi: “Ogni anima loderà il Signore” la parola neshamà “anima” ha le stesse lettere e la stessa composizione della parola neshimà “respiro”.

Alcune persone si lamentano perché hanno solo la casa in città e al mare ma non ce l’hanno in montagna. Altre perché non hanno la barca. Così c’è un’infinita lista di ingrati che prendono tutto il mondo per scontato. Ma in realtà ad ogni respiro dobbiamo dire grazie. In altre parole dovremmo dire grazie a D*o ogni istante. Non a caso una delle basi dell’ebraismo è la riconoscenza e la gratitudine. Prima di tutto verso il Creatore che ci da tutto ciò che abbiamo e poi verso gli uomini che ci hanno aiutato.

Se si è a un bivio e bisogna scegliere chi aiutare con un’opera benevole, è giusta farla a chi ci aiuta o ci ha aiutato in passato in primis. Come dice il Maimonide che spesso noi siamo rispettosi con gli amici ma meno coi famigliari. Ma in realtà dovremmo essere ancora di più reverenti con le nostre mogli alle quali dobbiamo essere riconoscenti per tutto il bene che ci danno.

Alla fine tutto è scritto nella Torà. Il nostro dovere è prendere gli insegnamenti che ci ha dato il Padre Eterno e applicarli nella nostra vita.

Quando Hashem vede che apprezziamo quello che ci dà, allora ci dà tanto di più e ci dà la cosa più importante. La redenzione con Moshiakh zidkenu presto nei nostri giorni, Amen.

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it sulla parashà. 
Un caloroso Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor Vayakhel. Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà: http://www.virtualyeshiva.it/2011/03/02/vayakhel-pekude-5771-amore-non-platonico 

Dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/11_02_22_vayakhel5771_moshe_bezalel_luce_contenitore_animacorpo.mp3 

Per vedere il video della lezione direttamente, cliccare qui: https://vimeo.com/20341183

Opposti ma complementari

La differenza tra il visionario e l’esecutore e come far convivere questi due aspetti nella nostra vita. La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo. Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/02/24/vayakhel-5774-sei-lezioni/

I santuari dello spazio e del tempo

adattamento di un lungo e profondo Maamàr dell’Alter Rebbe, Rabbi Shneur Zalman di Liadi. Le porzioni della Torà di Terumà attraverso Vayakèl e Pekudè descrivono un tema comune che riguarda la costruzione del Tabernacolo e del suo contenuto. Tuttavia, un altro concetto importante è menzionato, anche se brevemente, nel contesto di questa serie di letture: l’osservanza dello Shabbàt.

È interessante notare che nella prima parte della serie, quando D*o raccontò a Moshè cosa voleva fare, gli spiegò come costruire gli arredi da usare nel Tabernacolo: l’Arca santa, la Menorà e via dicendo. Poi D*o descrive come costruire il Tabernacolo stesso, usando tende e pelli di animali per le pareti e il tetto; e solo allora Hashèm menziona l’importanza di osservare lo Shabbàt.

Tuttavia, questo ordine è invertito nella parashà, di questa settimana, Vayakhel, quando Moshè riferisce tutti gli ordini di D*o al popolo ebraico: prima dice loro dello Shabbàt, poi trasmette le istruzioni relative al Tabernacolo stesso, e infine, elenca gli arredi del Tabernacolo. Poiché nulla nella Torà è superfluo o casuale, perché c’è una simile inversione nell’ordine degli argomenti trattati, tra una parashà all’altra?

Per apprezzare la risposta

dobbiamo capire che gli arredi usati nel Tabernacolo e le coperture che formavano il suo guscio corrispondono rispettivamente alla Torà e alle mitzvòt. Questo è coerente con l’insegnamento del versetto (Esodo 25: 8), “Ed essi mi faranno un Santuario e dimorerò in loro”, in cui viene usata la parola “loro” invece di “esso”. In questo modo D*o indica chiaramente che dimora in ognuno di noi. Ora che il Santuario è distrutto, lo stesso risultato si ottiene attraverso lo studio della Torà e l’osservanza delle mitzvòt.

Con lo sfondo sopra delineato, una parziale risposta ci giunge dal versetto 3, 6 del libro di Malakhì: “Poiché Io sono il Signore, non sono cambiato”. Questo versetto è spesso citato nella letteratura chassidica per affermare come la creazione dell’universo e tutto ciò che contiene non ha prodotto alcun cambiamento in Hashèm: Egli ci appare come Creatore dell’universo, ma D*o come è in “Se stesso” – nella sua assenza – è assolutamente perfetto, uno e indivisibile; a questo livello, anche la creazione è un “non-evento” per Lui.

L’universo dipende da D*o

ma D*o “In sé..”, per così dire.., non “dipende”, né è affatto influenzato dall’universo. Proprio come D*o era l’unica “entità” che esisteva, occupando esclusivamente tutto lo spazio, prima che l’universo fosse creato, così ora, dopo che l’universo è stato creato, non è avvenuto nessun cambiamento nell’essenza di Hashèm.

Alla luce di questo, come possiamo comprendere l’apparente “esistenza indipendente” dell’universo? Specialmente in che modo D*o porta, non solo l’universo in generale, ma ogni singola cosa in particolare, ad esistere? Per focalizzare la domanda in qualche modo (poiché questo concetto nella sua interezza è uno dei più profondi misteri della Torà), come accade che D*o dirige la sua forza creativa nella creazione, eppure rimane, allo stesso tempo, assolutamente immutato? La risposta è che questo è ciò che si intende con la metafora cabalistica dell’Or En Sof, la “Luce senza fine”.

Ci sono una serie di ragioni per cui i mistici hanno usato la metafora della luce per descrivere l’influenza di D*o sull’universo, ma nel nostro contesto, il riferimento è al fatto che la luce deve essere distinta dalla sorgente della luce: cioè, il suo luminare.

Ad esempio, il sole esiste separato dalla luce solare che raggiunge la terra; il sole è il luminare e i raggi del sole sono la sua luce. Siamo abituati a pensare che il sole dà vita (non in senso spirituale, ovviamente) a tutto ciò che esiste sulla terra; se pensiamo a questo, tuttavia, diventa ovvio che il sole non lo fa “deliberatamente”, per così dire, ma semplicemente come risultato del suo naturale irradiare della luce e del calore. Quando l’energia del sole raggiunge la terra, ci fornisce sostentamento, ma tutto ciò non ha alcun effetto sul sole stesso. In effetti, se la luce del sole fosse nascosta dalle nuvole non potrebbe raggiungere la terra, ciò farebbe una grande differenza per noi, ma non per il sole, il quale continuerebbe a esistere allo stesso modo di sempre.

Tuttavia, anche se la luce si irradia dal sole come una cosa naturale, in un certo senso, può essere pensata come un’estensione del sole stesso. Infatti, se consideriamo la luce del sole al suo punto di origine nel globo del sole, non saremmo in grado di identificarla come un’entità separata: in quel punto solo il sole esiste. Non potremmo dire: “questo è sole e questa è luce solare”.

Tuttavia, da un’altra prospettiva, la luce che ci raggiunge non è affatto “il sole”, e qualsiasi cosa accada a essa non ha nulla a che fare con il sole stesso, che rimane completamente inalterato. Pertanto, è concettualmente possibile che qualcosa sia simultaneamente uno con la sua fonte e allo stesso tempo completamente separato dalla sua fonte, a seconda della prospettiva, come si dice una questione di “punti di vista”. Infatti, dalla “prospettiva” del sole, per così dire, la luce del sole è tutt’uno con il sole e non ha un’esistenza indipendente propria; dalla prospettiva umana e terrena – lontana dalla fonte – la luce del sole è abbastanza separata dal sole. La metafora della “luce” esprime questa idea di Hashèm.

Quindi quando affermiamo

che la creazione non ha comportato alcun cambiamento in D*o stesso, ci riferiamo a D*o come “Luminare”, per così dire, “come la fonte della luce” a cui non fa alcuna differenza cosa succede dopo che la “luce” si irradia verso l’esterno. In effetti, per il lume, non c’è una “luce” separata da esso. D’altra parte, l’affermazione che il mondo e ogni cosa in esso contenuta è sostenuta da Hashèm significa che la luminosità di D*o, La sua “luce” ha questo effetto, non il “Sé” di D*o, per così dire, la sua essenza.

Tuttavia, proprio come la luce del sole è essenzialmente, nella sua fonte, assolutamente una con il sole e senza un’esistenza indipendente; così anche la “luce senza fine” – Or En Sof in ebraico – è essenzialmente unita con Hashèm e non qualcosa di separato da Lui. Ora, la “luce” di D*o si identifica e può essere paragonata con l’attributo della sovranità. Un re è una persona fisica, ma non ha bisogno di essere presente fisicamente in tutto il suo regno per governare.

Invece, il re siede in uno splendido isolamento nella sua stanza del trono, ma il suo nome – la sua fama, la sua parola e i suoi ordini e decreti – si diffondono in lungo e in largo. I suoi desideri sono eseguiti “nel nome del re” e quando ad esempio si costruisce una nuova città, è al re che si attribuisce l’opera, anche se in realtà non ha mai alzato una pala.

Questo aspetto intangibile del re – che prescinde dalla sua persona, si estende per tutto il suo regno e attua la sua volontà – è ciò che si intende per “sovranità” o Malkhùt in ebraico (l’ultima Sefirà che rappresenta la terra e l’universo). Allo stesso modo la “luce senza fine” porta in esistenza l’universo e tutto ciò che è in esso, rimane comunque un tutt’uno con il “Sé”, l’essenza di Hashèm.

Tuttavia è importante rendersi conto, rispetto a questa e a tutte queste metafore, che è necessariamente imperfetto. Le nostre menti mortali non riescono a cogliere appieno il modo in cui la “luce” infinita di D*o è completamente unita a D*o stesso, o ad altri dettagli della metafora, tuttavia, contemplando queste cose mentre la Torà le spiega, possiamo almeno arrivare a qualsiasi comprensione di cui siamo capaci – ogni persona secondo le sue proprie capacità .

Per questo motivo

le nostre preghiere e la Torà contengono numerose lodi sulla sovranità di D*o. Per esempio (nella preghiera di Yishtabàkh) diciamo: “Sia lodato il tuo Nome per sempre, il nostro Re”, perché il “nome” di D*o – che, come menzionato sopra, è la Sua “regalità” è “per sempre”, cioè infinito (En Sof) , proprio come D*o stesso è infinito.

Ora, questo attributo del Malkhùt di D*o si manifesta in due aspetti. Poiché la “luce” di D*o è una rivelazione e un’estensione dell’essenza di D*o, la luce, come il Luminare, è infinita. Tuttavia, la creazione è finita, limitata e pertanto non può sopportare una rivelazione di tale potenza, senza semplicemente dissolversi nella spiritualità e perdere tutta la sua esistenza indipendente.

Per questo motivo, la maggior parte della luce non penetra e non afferra ogni singolo oggetto nella creazione, ma si limita a risplendere, in modo generale, trascendente, su tutta la creazione allo stesso modo. La luce del sole, per esempio, risplende su un magnifico palazzo esattamente nello stesso modo, e nella stessa misura, della capanna più bassa; sul re più potente come sul servo più umile.

Questo aspetto trascendente della luce senza fine e del Malkhùt o regalità di Hashèm, che non si riferisce, in modo “ravvicinato e personale”, a ciascuna particolare entità creata, si chiama Sovev Kol Almin, che tradotto significa che “Trascende tutti i mondi”. D’altra parte, senza una più attenta e dettagliata attenzione da parte di D*o, niente potrebbe assumere un’esistenza individuale. Questo perché è D*o che crea ogni cosa così com’è; niente esiste da solo. Affinché esistano cose diverse ci deve essere un modo per “personalizzare” la forza vitale creativa di D*o per ogni cosa creata in una misura appropriata – che quindi crea – quell’unico oggetto con le sue uniche caratteristiche. In qualche modo, in altre parole, per esistere ogni singolo oggetto dell’universo deve essere desiderato, pensato, formato, creato da Hashèm, nella sua forma specifica.

Tuttavia questo grado di rivelazione divina deve essere, necessariamente limitata, altrimenti gli elementi della creazione, come detto sopra, saranno completamente sopraffatti. Questo aspetto di Malkhùt, della luce di D*o, è indicato come Memalè Kol Almìn, quell’aspetto fortemente condensato e nascosto di Or En Sof che tradotto significa che “Riempie tutti i regni”.

Quanto sopra offre un’ulteriore comprensione

del motivo per cui nella Kaballah la forza vitale che si irradia da D*o stesso è chiamata “luce”: mentre risplende su vari oggetti, li illumina dall’esterno, ma non penetra all’interno. Così, la luce rivela la sua fonte senza adattarsi a ogni oggetto: la luce del sole è una vera rappresentazione del sole. Questo è analogo al livello noto come Sovèv Kol Almìn “Che trascende tutti i regni”.Tuttavia, la luce si adatta inevitabilmente anche a vari oggetti – come la luce del sole, ad esempio, è assorbita dal processo di fotosintesi per dare vita a una pianta.

In questo aspetto

la luce, non rivela direttamente e veramente la sua fonte, ma è più specificatamente identificabile come la vita di quella cosa particolare. Questo aspetto è analogo alla luce contratta che si adatta al livello della creatura ricevente chiamata: Memalè Kol Almìn – riempie tutti i regni”. Per cui nella luce infinita troviamo i due aspetti di trascendenza (Sovèv) e di adattamento (Memalè). Il livello trascendente di D*o, Sovèv Kol Almìn è come un “prerequisito” del livello Memalè, così come la luce del sole deve prima splendere su tutto come condizione indispensabile che precede, ad esempio l’assorbimento della luce nel processo di fotosintesi di una pianta (Memalè).

La quale può essere “riempita di luce” (Memalè) a condizione che la luce del sole risplende su tutta. Questo processo è accennato nel versetto dei Salmi 145: 1: “Io esalterò Te, mio Dio, il Re, e benedirò il tuo nome di generazione in generazione”. In prima lettura, questo non ha senso, perché come può un essere umano, e i quanto tale mortale.., benedire il Nome di D*o “generazione in generazione”.

Tuttavia, il significato è il seguente: in ebraico, l’espressione tradotta come “per sempre” è leolàm vaèd, può essere letto anche come “mondo” olàm. Inoltre, la parola “ed io benedirò”, vaavarkha, può significare anche “e io attirerò giù”. Dato che per il “Nome” di D*o si intende la “Sua sovranità” e rivelazione della Sua luce, l’ultima parte del verso può quindi essere intesa nel senso di “attirerò il Tuo Nome [cioè la Luce di D*o] in questo mondo fisico”.

Tuttavia, questo può succedere solo dopo “esalterò Te, mio D*o, il Re”: solo dopo che l’attributo di Hashèm della regalità si manifesta nel suo aspetto “esaltato” e trascendente, l’aspetto di Sovèv Kol Almìn di Hashèm, esso può essere “continuato” giù fino a che “riempie tutti i mondi”, cioè REGNARE su tutte le cose nella loro individualità nell’aspetto di Memalè Kol Almìn.

Ora, tutto quanto sopra si applica alla forza vitale che scaturisce da D*o per animare l’universo. Tuttavia, anche noi ricaviamo forza vitale da D*o nell’universo, attraverso il nostro studio della Torà e l’esecuzione delle mitzvòt. Anche questa spiritualità si conforma ai principi di cui sopra: prima si manifesta nel generale, modo trascendente di Sovèv Kol Almìn, per poi penetrare in noi specificamente – Memalè Kol Almìn. L’osservanza delle mitzvòt suscita la luce divina sotto forma di Sovèv, lo studio della Torà trascina la luce più bassa, ma che si adatta al livello del ricevente di Memalè.

Ecco perché le mitzvòt

sono associate a Sovèv: ci sono 248 mitzvòt positive ed è noto il principio della Torà che queste corrispondono ai 248 arti e organi che la Torà identifica nel corpo umano. Quindi le mitzvòt sono chiamate i “248 arti del Re [D*o]” (vedi Tikkuné Zohar 30), perché proprio come le membra di una persona – la mano per esempio – serve come veicolo per poter rivelare il potenziale dell’anima di fare un’azione fisica, tipo dare carità. Così tutte le 248 mitzvòt esprimono nel mondo una luce, energia derivata da D*o.

Le mitzvòt sono “contenitori”, “involucri”, “indumenti” per la vitalità divina. Questo è il motivo per cui le mitzvòt attirano su di noi un’espressione della sovranità di Hashèm (il suo attributo di Malkhùt) che trascendente la natura: come un vestito, ci circonda dall’esterno, ma non penetra all’interno, perché è dell’ordine di Sovèv Kol Almìn. C’è un’intuizione significativa qui che non dovrebbe essere trascurata: quando una persona afferra l’arto del suo amico – per esempio, lo tira per un braccio – lui o lei sta avvicinando l’intera persona dell’amico, non solo il suo braccio! Allo stesso modo, quando eseguiamo anche una singola mitzvà, non ci limitiamo semplicemente ad attaccarci ad una “parte” di D*o, ma attiriamo verso di noi “tutto” l’infinito.

Ora, le mitzvòt attirano su di noi la luce della rivelazione divina del livello di Sovèv, ma come detto sopra, questo è un livello, così sublime, che può solo “circondare – rivestire” una persona dall’esterno, ma non può penetrare dentro una individualità, poiché rischierebbe di annientarla. Lo studio della Torà, tuttavia, può fare questo. A differenza delle mitzvòt, che sono paragonate agli indumenti, la Torà può essere paragonata al nutrimento, poiché, come il cibo, entra effettivamente in una persona donandogli la vita dall’interno.

Questo è il significato mistico del versetto (Salmi 40: 9), “La Torà è nelle mie [stesse] viscere”. Tuttavia, prima di continuare a spiegare le specificità della funzione spirituale della Torà, occorre cercare di comprendere il motivo per cui lo Shabbàt, è stato spostato: sia nelle istruzioni di D*o a Moshè (in cui furono menzionate prima gli arredi del Tabernacolo, poi le sue coperture e poi lo Shabbàt); sia nella trasmissione di Moshè al popolo ebraico (in cui Moshe invertì l’ordine e menzionò per primo Shabbàt, poi le coperture del Tabernacolo, quindi i suoi arredi).

In un passaggio ampiamente noto, il Talmud (Betzà 16a) insegna che in ogni Shabbàt si riceve una “anima aggiuntiva”. Durante il sabato D*o ci garantisce dall’Alto un dono speciale: una forma di amore che trascende la comprensione intellettuale. È un amore che sorge, non dalle nostre menti, ma dalle nostre stesse anime. Il livello dell’essenza più intima dell’anima, conosciuta come Yekhidà.

In questo livello l’anima semplicemente e naturalmente ama D*o, con un amore al di là di tutto ciò che dipende dall’intelletto umano. Qualcosa di questo può essere visto nel modo in cui una persona occasionalmente “vuole” qualcosa, così profondamente da essere irrazionale. Il desiderio per la cosa deriva da un livello dell’anima della persona tanto profondo da trascendere l’intelletto, e per questa ragione, alla ricerca di quel desiderio, la persona può fare cose che sono totalmente contrarie alla ragione. Questo tipo di desiderio (ratzòn in ebraico) è chiamato ratzòn ha’elyòn – Desiderio di ordine superiore.

Il concetto di “anima aggiuntiva” che ci è stato concesso negli Shabbàt – la parte più interna della nostra anima – la Yekhidà – che normalmente non è percepibile nel nostro corpo terrestre, si esprime dentro di noi nella misura in cui sperimentiamo questo Grande Amore (ahavà rabbà) per D*o. Ed esso non è affatto proporzionato al nostro “lavoro” intellettuale. Una persona che focalizza la sua attenzione su un determinato compito trova le sue capacità concentrate su quel compito; la persona non può, per esempio, concentrarsi e sentire quello che qualcun altro sta dicendo, perché la loro mente e la loro facoltà di udire sono “legate” al momento. Quando si completa il compito, le facoltà sono “liberate”, causando una certa sensazione di liberazione e soddisfazione. In modo simile, Hashèm ha “concentrato” o “focalizzato” i suoi attributi creativi divini durante i sei giorni della settimana.

Il settimo giorno

tuttavia, “riposò”, il che non significa che D*o era stanco, fisicamente, ma piuttosto che il settimo giorno, Shabbàt, tutte le facoltà divine “investite” all’interno della creazione – comprendente l’intera forza vitale dell’universo – sono state liberate dal contenimento all’interno della creazione e sono state riportate alla loro fonte divina. Questo perché Shabbàt è associato al “piacere” divino ed ecco perché anche l’universo sperimenta un’elevazione collettiva spirituale nello Shabbàt.

Ciò si riflette nella nostra stessa esperienza: mentre una persona è impegnata in una mansione, non sperimenta il piacere derivante dal suo completamento. Solo dopo, quando le facoltà sono “risvegliate” al loro stato senza impedimenti, si ottiene un senso di piacere da ciò che si stava facendo. Allo stesso modo, nello Shabbàt, quando l’intero universo “si alza” in uno stato spirituale superiore, anche noi mortali sperimentiamo il Grande Amore di D*o.

Tuttavia, c’è un prerequisito per questo: dobbiamo prepararci in anticipo, dobbiamo renderci “recipienti adatti” per il contenere questa grande rivelazione. Il modo per farlo è sviluppando ratzòn ha-takhtòn – “desiderio di ordine inferiore” e l’amore per Hashèm che deriva dalla contemplazione intellettuale – durante la settimana.

Questa preparazione necessaria è accennata nel versetto nella nostra porzione della Torà (Esodo 35,2) in cui Mosè, prima di trasmettere i comandi di D*o, rispetto alle coperture del Tabernacolo, istruisce il popolo ebraico sullo Shabbàt. Dopo aver detto, “per sei giorni saranno fatti dei lavori”, Moshè dice che il settimo giorno è uno “Shabbàt di riposo per D*o”.

La frase “Shabbàt” di riposo è “Shabbàt Shabbatòn”, in ebraico, è fondamentalmente un raddoppiamento della stessa parola. Questo indica che “lavorando” per sviluppare l’amore per D*o, durante i sei giorni della settimana, raggiungiamo prima il livello – ratzòn ha-takhtòn, del primo “Shabbàt” – che funge da recipiente, per il secondo livello di “Shabbàt” – ratzòn ha’elyòn.

Per cui esiste una dimensione sabbatica nella settimana di livello più basso che ci permette di risvegliare la “volontà inferiore”: un preparativo per poter ricevere in regalo la rivelazione superiore del settimo giorno di Shabbàt Shabbatòn.

In breve, quindi, questo si ottiene ponendo le basi durante la settimana, il che rende possibile ratzòn ha’elyòn e il Grande Amore per D*o, sentita dall’essenza delle nostre anime (Yekhidà dell’anima), manifestarsi dentro di noi nello Shabbàt. Questa è il neshamà yeterà “anima aggiuntiva completa” che riceviamo solo di Shabbàt. La chiave per questo è la preghiera. Quando preghiamo durante la settimana, cerchiamo di suscitare un amore sincero per Hashèm.

Questo vero amore è ottenuto attraverso la preghiera che è un riflesso della santità dello Shabbàt, che brilla durante tutta la settimana. Anche la Torà ha l’effetto di trascinare ratzòn ha’elyòn giù nel livello di ratzòn ha-tachtòn. Le leggi della Torà sono espresse in termini di cose mondane: in determinate condizioni, una cosa può essere trattata con indulgenza e considerata kasher, ammissibile, oppure innocente, ecc., Mentre in altre circostanze può essere trattata in modo rigoroso.

Tutto questo è applicabile agli esseri umani e agli oggetti e alle relazioni con cui sono coinvolti. In termini mistici, tali leggi della Torà sono espressioni degli “attributi emotivi” di D*o (antropomorficamente parlando): le sentenze della Torà indulgenti e benevole derivano fondamentalmente dall’attributo di Khèssed, amore o gentilezza; le sentenze severe dall’attributo di Ghevurà, severità o moderazione; ecc.In definitiva, tuttavia, la Torà è radicata in un livello spirituale molto più elevato di questo. Perché l’intelletto stesso è subordinato alla “volontà” o al “desiderio” di una persona.

Non solo la volontà di una persona

può motivare il proprio intelletto a soffermarsi sulla cosa desiderata, ma, come discusso sopra nel contesto di ratzòn ha’elyòn, può completamente sopraffare la ragione e indurre una persona ad agire irrazionalmente nel perseguimento del proprio desiderio. Le mitzvòt della Torà e tutte le loro leggi specifiche, sono in realtà così per nessun altro motivo che quello che sono: la “volontà” (ratzòn) di Hashèm, semplice e semplice, e in questo senso, trascendono anche il livello sublime della Saggezza: Khokhmà. Quindi, così, come nello Shabbàt, la Torà realizza il disegno di ratzòn ha’elyòn – la volontà superna di D*o, che trascende l’intelletto – un’espressione all’interno di ratzòn ha-tachtòn – la condotta quotidiana dei nostri affari terreni in conformità con le mitzvòt e le loro leggi. La differenza è che non è possibile raggiungere questo effetto spirituale della Torà senza aver prima ottenuto il beneficio della “scala” della preghiera e dello Shabbàt.

Adesso, siamo “finalmente pronti” a capire la corrispondenza della Torà con gli arredi usati all’interno del Tabernacolo, cioè l’Arca Santa, lo Shulkhàn (il tavolo su cui era posto il “paniere di presentazione”) e la Menorà. Lo Shulkhàn e la Menorà si trovavano nell’Hekhàl del Tabernacolo; l’Arca Santa era situata nella camera interna, o “Santo dei Santi”, e conteneva le Tavole dei Dieci Comandamenti. In generale, possiamo dire che l’Arca rappresentava la Torà alla fonte, mentre la Menorà simboleggiava la Torà come espressione degli attributi di D*o, in primo luogo l’attributo di Khèssed Benevolenza. In entrambi i casi, il simbolismo degli arredi e della Torà è il fatto che essi penetrano anche nei dettagli di questo mondo, esprimendo la divinità di Hashèm fino in fondo, non semplicemente librandosi sopra come una “copertura” trascendente. Le luci della Menorà rappresentano anche questa idea.

Il simbolismo della luce

che brucia generalmente è la luce della Torà. Non a caso essa è descritta come “luce”, come afferma la Scrittura (Proverbi 6,23), “la Torà è luce”. Qui si intende il livello spirituale di Kèter, la fonte ultima della Torà, esso è identificato con il “piacere” o la “gioia” che ognuno di noi prova quando il proprio volto si illumina, quando si afferra un nuovo concetto o una nuova idea. Allo stesso modo, lo studio della Torà porta il “piacere” associato a Kèter giù per aprire rivelazioni all’interno dell’intelletto o della saggezza di una persona, illuminando il suo stesso volto con la “luce” della Torà.Lo Shulkhàn rappresenta anche questa penetrazione di ratzòn ha’elyon all’interno. Poiché sullo Shulkhàn stava il pane (vedi Esodo 25: 23-30), e la Torà è simboleggiata dal pane, come è scritto (Proverbi 9: 5), “Va ‘e mangia del mio pane”.

Come accennato in precedenza, proprio come il pane entra nel corpo e nutre una persona, così la Torà agisce come “cibo dell’anima” che penetra nel nucleo e nutre spiritualmente. Tutto ciò si distingue dall’effetto spirituale delle mitzvòt, che, come abbiamo detto, attira su una persona la “luce” trascendente di Sovèv Kol Almìn, che circonda come una copertura la persona. Luce così intensa che altrimenti rischierebbe di soffocare e annientare una persona e tutto il creato se dovesse giungere in basso e penetrare nelle cose create.Tuttavia, la Torà e le mitzvòt attingono ciascuno dal sublime livello spirituale di ratzòn ha’elyòn associato a Kèter, che, può essere diviso in quattro categorie: nel caso delle mitzvòt, che sono trascendenti, queste sono rappresentate dai sette materiali con cui era coperto il Tabernacolo; mentre nel caso della Torà, che penetra all’interno di una persona, sono rappresentati dai sette bracci della Menorà.

Riassumendo dato che i rivestimenti del Tabernacolo corrispondono alle mitzvòt; mentre i suoi arredi alla Torà; siamo finalmente in grado di capire, perché Shabbàt, perché l’ordine della sua presentazione, differisce tra il comando di Hashèm e la ripetizione di Mosè.Perché, mentre è vero che attraverso lo studio della Torà e le mitzvòt si trascina la spiritualità dal livello elevato di ratzòn ha’elyòn – in modo trascendente (makìf) attraverso mitzvòt e internamente (penimì) attraverso la Torà – siamo comunque di fronte con un problema apparentemente insormontabile. La Torà e la sua mitzvòt sono molto sante e pertanto sono “strumenti” potentissimi per lo scopo, ma noi siamo solo persone. Siamo creature, esseri umani, con corpi fisici e ogni sorta di “bagaglio” mondano; come possiamo mai sperare di “fare il lavoro” con degli strumenti spirituali così elevati e potenti che sono propri di D*o stesso?

La chiave sta nello Shabbàt. Perché, in quel giorno, l’energia spirituale investita da D*o in ogni aspetto della creazione – noi stessi inclusi – sale al suo livello spirituale originale (kèdem) in ratzòn ha’elyòn; questo succede automaticamente, che lo sappiamo o no. È semplicemente la via del mondo. La linea di fondo è che Shabbàt (come regalo di Hashèm per noi), semplicemente “accade”; non dobbiamo preoccuparci di “come” ci alzeremo così in alto, semplicemente lo facciamo.

Da lì, anche come spiegato sopra, siamo autorizzati a riportare qualcosa della santità e della spiritualità di Shabbàt “indietro” con noi nel resto della settimana, attraverso l’intermediazione della “scala” della preghiera. Perché abbiamo sperimentato Shabbàt, perché la nostro neshamà yeterà, che ama Hashèm in un modo che nessun mortale può, è stato “inserito” dentro di noi, ora possiamo raggiungerlo, salendo i gradini della preghiera e alzandoci su, grado per grado, livelli sempre più alti di amore per D*o, anche durante la settimana.

E possiamo portare questo con noi nei giorni della settimana in generale, non solo il tempo trascorso in preghiera. Una volta che lo facciamo, abbiamo quello che serve. Siamo in grado di attingere e trascinare il livello sublime di ratzòn ha’elyòn studiando la Torà e eseguendo le mitzvòt, fino al punto in cui questo livello sublime non solo circonda, ma ci penetra nel nostro mondo fisico.

Poiché Shabbàt è quindi un prerequisito per la nostra capacità di trarre il massimo beneficio dalla Torà e dalle mitzvòt, Moshè lo menzionò per primo nelle sue istruzioni agli ebrei. Questo ordine era appropriato dalla prospettiva di Moshè – cioè, dire agli ebrei cosa dovevano fare – perché, come osservato fin dall’inizio, la luce divina del livello di Sovèv Kol Almìn è un prerequisito per quello di Memalè Kol Almìn. D’altra parte, la “prospettiva” di Hashèm è esattamente l’opposto. Hashèm non ha bisogno di considerare come raggiungere i livelli elevati: è già lì (in realtà D*o è “ovunque”, i concetti di “alto” e “basso” sono tutti uguali per Hashèm. Il “problema” dalla prospettiva di D*o in senso metaforico, naturalmente, dal momento che D*o è onnipotente e non può avere “problemi”).

Per realizzare ciò, D*o ha nascosto la sua “luce” potentissima e sempre presente dalla percezione dell’universo creato. Come spiegato all’inizio, non c’è stato alcun cambiamento della creazione in D*o – o persino nella quantità della sua “luce”. Ma limitando la nostra capacità di percepirlo (come una persona che indossa occhiali da sole scuri, che non può vederlo in realtà è incredibilmente luminoso fuori), Hashèm ha permesso all’universo di nascere come un’entità apparentemente indipendente. Quindi, un piccolo riflesso della Luce Infinita di D*o potrebbe essere diretto nel mondo ed essere “contenuto” in esso senza “fusione” spirituale. Questa trasmissione limitata di D*o (in relazione alla quantità “effettiva” di luce divina) corrisponde ai vasi all’interno del Tabernacolo, poiché le navi “contengono” la luce.Nel comando di Hashèm a Moshè, quindi, gli arredi furono menzionati per primi, e solo dopo le coperture. Infine, D*o ha menzionato Shabbàt per ultimo: perché dalla “prospettiva” di Hashèm, Shabbàt è il livello dal quale, dopo che la creazione è stata completata, tutto ritorna al suo livello originale in ratzòn ha’elyòn, la volontà superna di D*o.

SHARE
Previous articleLa biografia di Nahman Bialik il “poeta nazionale” di Israele
Next articleBusiness ed etica: ecco quali regole rispettare secondo i valori dell’ebraismo
Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY