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La Parashah della settimana: Tetzaveh, תְּצַוֶּה “Tu ordinerai”. A cura di rav Bekhor

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Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della settimana – Tetzaveh, תְּצַוֶּה “Tu ordinerai” – a cura di rav Shlomo Bekhor. Come d’abitudine, grazie a Torah.it, potrebbe scaricare qui la settimanale porzione di Torah: in ebraico con traduzione italiana.

Parashah della settimana

611 Adar 1° 5779 – 20 Febbraio 2019
Parashà di Tetzaveh accensioni lumi per Milano: venerdi 17.27

Shabbat finisce: 18.31 Mamash Edizioni Ebraiche  |  Virtual Yeshiva

Quando si danno dei rimproveri la scelta del momento è fondamentale. Se si dice a una persona qualcosa che lui/lei non è ancora pronta a sentire o non è nello stato d’animo giusto, si mancherà di avere quell’influenza positiva che si sarebbe potuta avere se si fosse atteso con pazienza.

Bisogna sempre essere consapevoli del proprio obiettivo quando si desidera correggere qualcuno e non parlare per sfogare la propria impulsività.

Ti riporto qui di seguito un commento alla Parashà di questa settimana che sviluppa ampiamente questo argomento con una fenomenale storia Talmudica. La prima parte è tratta dal Khumàsh Shemot di Mamash

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it sulla parashà. 
Un caloroso Shabbat Shalom

Tetzaveh: Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3: http://www.virtualyeshiva.it/2011/02/08/tetzavve-5771-attivare-la-gioia-molto-rumore-per-qualcosa/

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/11_02_08_tetzave5771_sommosacerdote_agirexsentire_rumore.mp3 per vedere il video della lezione direttamente, cliccare qui:
https://vimeo.com/19783980

L’attimo fuggente

La scelta del momento opportuno e delle parole di un rimprovero sono elementi chiave della sua riuscita. A proposito degli abiti che indossavano i Cohanim nel Santuario, che studiamo nella parashà di Tetzavè di questa settimana, troviamo una storia nel Talmùd (Shabbàt 31 a): un non ebreo una volta, passando dietro a un luogo di studio, sentì la voce di un insegnante che stava leggendo questi versetti relativi ai meravigliosi abiti del sommo sacerdote.

Egli chiese ad alcune persone, “Chi indossa simili indumenti?” “Il Cohèn Gadòl” gli risposero.

Il non ebreo si disse, “Andrò a convertirmi all’ebraismo per poter diventare Cohèn Gadòl”.

Egli fece allora ricorso a Shamai e gli disse, “Convertimi all’ebraismo a condizione che io diventi Cohèn Gadòl”.

Shamai considerò la sua richiesta molto insolente e lo cacciò via, poiché non ci si può convertire per un interesse. Allora si recò da Hillel con la medesima pretesa e questi acconsentì a convertirlo.

Hillel poi gli disse, “Affinché una persona sia nominata re deve essere ben informata riguardo ai precetti e alle regole che si applicano a un re. Prima di poter diventare Cohèn Gadòl tu devi studiare Torà”.

Quando la persona studiando giunse al versetto, “E lo straniero che compie il servizio sarà messo a morte”, egli chiese, “A chi si applica questo versetto?” Hillel rispose, “Questo si applica persino a Davìd, re di Israele”. Il convertito allora si disse, “Gli israeliti sono chiamati figli dell’Onnipotente e, in virtù di questo amore, Egli li definisce il Suo “primogenito”.

Nondimeno, se essi non appartengono alla famiglia sacerdotale, sono punibili con la morte se prestano i servizi riservati ai sacerdoti. Meno che meno io, che solo recentemente mi sono unito a Israèl, posso eseguire il servizio che era vietato anche a Davìd”.

Il convertito continuò a elogiare Hillel per la sua saggezza e pazienza.
Da qui apprendiamo un principio fondamentale riguardo alle irragionevoli richieste e alle domande degli altri. Alcune persone sentono che quando qualcuno commette un errore devono immediatamente correggerlo. Ma nel fare rimproveri la scelta del momento è fondamentale. Se si dice a una persona qualcosa che essa non è ancora pronta a sentire meglio non dirla. Salvo il caso di persone che non sono mai ricettive a niente e allora è un problema individuale e non di scelta di tempo.

Bisogna sempre essere consapevoli del proprio obiettivo quando si desidera correggere qualcuno. Quando si ha davvero in mente il bene dell’altra persona, non le si spiattella solamente il proprio biasimo nei suoi confronti. Piuttosto, ci si chiederà, “Qual è la via migliore per me per raggiungere questa persona? Come dovrei formulargli le mie osservazioni? Quando sarà maggiormente recettivo per sentire quello che ho da dire?”.

Si può facilmente rimproverare il destinatario delle proprie parole di opporre resistenza al rimprovero che gli viene mosso a fin di bene. Ma se si vuole davvero aiutare qualcuno a crescere, bisogna prestare più attenzione a come e dove si possano fare i propri suggerimenti.

Rabbi Ezra Atiye, rosh yeshivà di Porat Yosef, capiva bene le persone e sapeva su quali punti far leva al fine di influenzare qualcuno a migliorare la propria condotta. Una volta, il padre di uno dei suo studenti venne a mancare e il rosh yeshivà si recò a visitarlo durante il periodo di lutto. Il fratello di questo studente lavorava in un negozio che rimaneva aperto di Shabbàt e ciò lo portava a lavorare anche in quel giorno. Egli chiese a Rabbi Atiye: “Per portare il lutto non dovrei davvero radermi per trenta giorni? Ma il proprietario del negozio probabilmente non mi permetterà di portare la barba e potrei perdere il mio lavoro. Mi è permesso di radermi durante il periodo dei trenta giorni (shloshìm)?”.

Rabbi Atiye alzò la voce e gridò all’uomo che pose la domanda: “Non è abbastanza che hai venduto la tua religione e il tuo padre in cielo? Ora vuoi vendere anche tuo padre in terra? Quando ti radi durante il periodo di lutto, stai disonorando tuo padre“. Nell’udire ciò, l’uomo fu preso alla sprovvista e rispose, “Non venderò mio padre. Non mi raderò anche se dovessi perdere il mio lavoro per onorare mio padre”.

Rabbi Atiye allora si rivolse al suo studente e gli disse, “Non permettere a tuo fratello di dissacrare l’onore di tuo padre. Aiutalo a trovare un in prestito, affinché possa aprirsi un negozio suo. In questo modo potrà osservare lo Shabbàt e non venderà più né la sua religione né suo padre”.
Essi seguirono la sua raccomandazione e il fratello cominciò a rispettare lo Shabbàt.

Il grande amore

La porzione della Torà di questa settimana, Tetzavè, contiene una descrizione del Santuario che gli ebrei hanno consacrato a D*o nel deserto, così come gli oggetti sacri e gli abiti sacerdotali usati in esso. Questi includevano otto oggetti specifici che sarebbero stati indossati da Aharòn, il Sommo Sacerdote, nell’eseguire i riti sacrificali come rappresentante del popolo di Israèl. 

Come tutti gli strumenti del Santuario, le vesti sacerdotali non sono state selezionate arbitrariamente, ma sono state ordinate da D*o, come simboli della sua relazione e patto con il Suo popolo. Uno di queste è un sottile diadema d’oro indossato sulla fronte del Sommo Sacerdote lo tzitz. Nella Torà è scritto (Esodo 28, 36): “Farai un diadema d’oro puro e vi inciderai come per incisione di sigilli [le parole]: Sacro per Hashèm”.

Il Talmud insegna che la scrittura sul tzitz occupava due linee: le parole “sacro per” erano sulla linea inferiore, mentre Hashèm era nella riga superiore. La Torà prosegue dicendo che lo tzitz (Esodo 28,38): “Starà sulla fronte di Aharòn e così Aharòn si accollerà il peccato dei sacrifici che i figli di Israèl avranno consacrato e di tutte le loro offerte consacrate. Rimarrà sempre sulla fronte, affinché siano favoriti al cospetto di Hashèm”.

Così lo tzitz serviva a espiare l’iniquità e, indossandolo sempre sulla fronte, Aharòn trasse il favore di D*o su Israèl. Tuttavia quale è il significato nascosto di questo versetto? Quali insegnamenti possiamo trarne? La parola “tzitz” significa splendere, guardare, sbirciare e fiorire, come è scritto nel Salmo (132, 18) “yatzìtz nizrò” – la sua corona fiorirà/spenderà; o anche come è scritto nel Cantico dei Cantici (2, 9): “metzìtz min hakharakìm” – sbircia/splende attraverso le grate.

Nel contesto del Diadema ci si riferisce al grande amore per D*o che Aharòn doveva infondere nel popolo ebraico. Tuttavia una domanda sorge spontanea: come può un uomo instillare un sentimento come l’amore o il timore per D*o in un altro uomo? Non sono sentimenti frutto di un’evoluzione spirituale interiore, di una ricerca intima, una acquisizione personale? Parte della risposta è che in questo contesto la Torà parla di un particolare livello di amore per D*o. Ci sono due livelli (in generale) di amore per D*o: il primo scaturisce dalla contemplazione intellettuale della grandezza di D*o; questo non è molto diverso da qualsiasi altro amore che possiamo sviluppare.

Ad esempio, più uno contempla quanto siano meravigliosi i meccanismi della natura, e si comprende la biologia etc. più grande è l’apprezzamento e l’amore che si sviluppa per l’ambiente, l’ecologia e tutti gli esseri viventi. Oppure, per usare un altro esempio, più si comprende la storia, il governo e gli affari mondiali, maggiore sarà il patriottismo e l’amore per un paese libero e democratico.

Dal momento che possiamo consapevolmente riempire le nostre menti su questioni che suscitano questo tipo di amore per D*o – specialmente studiando la Torà – ci si aspetta che sviluppiamo il meglio delle nostre capacità. Vi è tuttavia un grado più elevato di amore per D*o, che va oltre la capacità umana. Un livello che è impossibile raggiungere senza l’assistenza divina. Essendo Hashèm l’unica vera esistenza, una persona che si relazione in maniera genuina con questa realtà, potrebbe sviluppare il desiderio di ritornare alla fonte di tutto.

Così da essere “riassorbito” (per così dire) nell’Io stesso di D*o. Anche se questo significa in realtà smettere di esistere come essere separato. L’onnipresenza e l’unità di D*o sono qualcosa che va al di là delle capacità di ogni mente umana. Tuttavia, le nostre anime, che sono esse stesse “parte” di D*o, possiedono un amore naturale, sebbene subliminale, per D*o che trascende la comprensione intellettuale: una funzione del desiderio intrinseco dell’anima di riunirsi con “suo padre”.

Trasformare questo potenziale in desiderio aperto per Hashèm, nel grado di amore (noto come ahavà rabbà – grande amore) implica la cessazione della propria esistenza separata e il riassorbimento in D*o. Questo grande amore è accennato nel testo del versetto dove viene ordinato l’amore per il Creatore (Deuteronomio 11, 13): “leahavà et Hashèm Elokekhèm – di amare Hashèm, il tuo D*o…”. Come nell’italiano anche in ebraico la parola “amore” è un nome o non un verbo (amare), nel versetto in questione, il contesto (“amare D*o …”) richiederebbe un verbo: leehòv – amare. Tuttavia, la parola usata è leahavà – amore, che tecnicamente è un nome.

La ragione di ciò è che la Torà ci suggerisce che non dobbiamo solo “amare” D*o (come un verbo) nello stesso modo in cui amiamo ogni altra cosa, nella quale noi stessi eseguiamo l’azione di “amare”. Piuttosto, esiste un grado di “amore” per Hashèm, che è un nome, ovvero un qualcosa che esiste di per sé, indipendente dalla nostra azione – che non possiamo raggiungere con l’azione umana ordinaria di “amare”.

Questo è il livello di “Grande Amore” – ahavà rabbà, di cui abbiamo l’assistenza celeste per ottenerlo.In questo modo la Torà sta suggerendo che se ci battiamo per raggiungere questo grado elevatissimo (amare D*o nella sua essenza) e facciamo tutto il nostro possibile per svegliare questo sentimento, possiamo meritare l’aiuto divino che ci porterà davvero ad averlo. È questo amore che si intende nel versetto del Cantico dei Cantici “metzìtz min hakharakim”, che può essere inteso nel senso che “brilla attraverso le fessure”. Il verso in precedenza dice “Lui [D*o] sta dietro il nostro muro” – poiché, dal momento che il Santuario di Yerushalàyim è stato distrutto, è come se una barriera, un “muro” ci separasse dal nostro Padre celeste (Talmud Berakhòt 32b).

Logicamente nulla può veramente ostacolare o essere una barriera per D*o, ma l’idea è che i nostri peccati ci impediscono di raggiungere D*o, non il contrario. Questo muro impedisce all’influenza spirituale, generata dalla “luce” di ahavà rabbà, il grande amore celeste di D*o, dal raggiungerci. Eppure, irrompe attraverso le fessure e come dice anche il versetto “sbircia/splende attraverso le grate”.

Una persona dovrebbe impegnarsi in un’accurata ricerca della propria anima e in un’autentica autovalutazione, anche brutale, delle proprie carenze spirituali e avere il cuore spezzato per i propri peccati e pentirsi con la massima sincerità. Questo cuore spezzato “irrompe” attraverso la barriera tra noi e D*o, aprendo le brecce – finestre e crepe – nel muro, e permette a ahavà rabbà di splendere sopra a tutto. 

Aharòn, il Sommo Sacerdote, il pastore responsabile di dotarci della capacità di questo amore infinito “ahavà rabbà”, indossava così il tzitz, simbolo dello scintillio di questa luce splendente: “… Aharòn si accollerà così il peccato dei sacrifici che i figli di Israèl… Rimarrà sempre sulla sua fronte, affinché siano favoriti al cospetto di Hashèm”.In questo modo Aharòn, nella sua elevatissima funzione spirituale, riusciva a mantenere, o meglio ad agevolare, un canale tra l’essenza di D*o e Israèl, nonostante i “limiti” di questi ultimi. 

Ora che il Santuario è distrutto e che i sacrifici sono stati sostituiti dalle preghiere, dallo studio della Torà e dalle mitzvòt noi abbiamo sempre l’opportunità di giungere al livello di grande amore, grazie ai nostri sforzi, in modo da richiamare un aiuto dall’alto. Questo ci permetterà di rivelare la luce infinita nelle nostre anime in questo mondo ed elevare la materia e anticipare nei nostri giorni, l’arrivo di Mashìakh e la rivelazione della Sua luce infinita in maniera rivelata, Amen. Tratto da un maamar dell’ Alter Rebbe, Rabbi Shneur Zalman di Liadi.

La foto in copertina è stata presa dal seguente link

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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