La Parashah della Settimana Mishpatim, מִּשְׁפָּטִים: “leggi”. A cura di rav Shlomo...

La Parashah della Settimana Mishpatim, מִּשְׁפָּטִים: “leggi”. A cura di rav Shlomo Bekhor

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Parashah della Settimana

Shabbat Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci a un nuovo appuntamento con la rubrica della Parashah della SettimanaMishpatim, מִּשְׁפָּטִים, Leggi – a cura di rav Shlomo Bekhor. Come sempre, grazie a Torah.it, potrete scaricare a questo LINK la settimanale porzione di Torah.

26 Shevat 5779 – 02 Febbraio 2019
parasha di Mishpatim – Shabbat Mevarhim
accensioni lumi per Milano: venerdi 17:11 pm
Shabbat finisce: 18.17 

Una certa vedova viveva in un appartamento in affitto. Una lite sorse tra lei e il proprietario dell’appartamento per un ammontare di cinquanta lire, che all’epoca era una consistente somma di denaro. La vedova sosteneva di non essere debitrice del denaro e rifiutava di pagare. Il proprietario dell’appartamento la condusse allora di fronte a un tribunale civile che stabilì che lei dovesse lasciare l’appartamento.

I poliziotti immediatamente costrinsero la vedova a uscire e gettarono tutti i suoi mobili in mezzo alla strada. Alcune persone dal “sangue caldo” provarono dispiacere per la vedova ed erano pronte a picchiare il proprietario dell’appartamento. Ma appena in tempo, qualcuno suggerì che si recassero a consultare il Rav Chazon Ish. Entrambe le parti concordarono di discutere la questione con lui e di seguire le sue direttive.

Le persone che accompagnavano la vedova erano furiose per la mancanza di compassione del proprietario e non nascosero la loro rabbia. Poi il proprietario fornì la sua versione della situazione. Egli rivendicava il fatto che lei gli dovesse il denaro e di non aver avuto altra scelta se non di fare quanto aveva fatto. Per lo stupore dei presenti, la risposta del Chazon Ish al proprietario fu, “Si tu hai ragione. Tu hai proprio ragione”.

Quelli che erano venuti con la vedova rimasero in silenzio, benché fossero sbalorditi del fatto che il Chazon Ish concordasse con il proprietario. Poi il Chazon Ish chiamò ognuna delle parti separatamente e le convinse a cedere in piccola parte per giungere a un compromesso. Egli disse che avrebbe trattenuto il denaro che la vedova doveva dare al proprietario e successivamente l’avrebbe consegnato a lui, non appena la vedova si fosse ritrasferita nell’appartamento.

Fece così, quindi convinse la vedova a pagare quindici lire, convincendola che il proprietario fosse disposto a rinunciare a trentacinque lire. Il Chazon Ish e il proprietario concordarono, invece di accettare quaranta lire che il proprietario pensava che la vedova avrebbe pagato. Nel frattempo, il Chazon Ish, che di per sè possedeva solo cinque lire, ne prese in prestito altre 20 che avrebbe restituito a poco a poco. Né il proprietario né la vedova si resero conto che il Chazon Ish stava pagando lui stesso il denaro di tasca propria.

Dopo che il proprietario e la vedova furono andati, il Chazon Ish mandò a chiamare quelli che erano venuti con la vedova e spiegò perché egli aveva finto di accordarsi con il proprietario: “Il proprietario ha un cuore debole e se la sua onestà fosse stata messa in discussione, questo avrebbe potuto ucciderlo. Sono stato costretto a far sembrare di essere d’accordo con lui. Anche se ha agito in modo errato, siamo comunque tenuti a salvargli la vita”.

(continua sotto)

 Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor: Nuova lezione video corta
Come Si Può Passare Da Matan Torà a Mishpatìm?


La vera crescita è grazie ai fallimenti

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10155945186510540
(commento imperdibile sulla parashà di Mishpatim dell’anno scorso)  Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!
500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

Mishpatim: Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2011/01/25/mishpatim-577-curare-la-radice-che-causa-il-male/

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
http://www.virtualyeshiva.it/files/11_02_19_mishpatim5771_4avotnezikim_cause_dei_mali.mp3

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà:

http://www.virtualyeshiva.it/2019/01/27/mishpatim-5773-5-lezioni/

Mors tua… Vita mea

(continua da sopra)

Per alcune persone è fonte di felicità constatare che una persona subisce una sconfitta o un danno, fatto da cui traggono una soddisfazione maggiore rispetto a quella ricavata da un successo personale. Ingannano se stessi e non sono coscientemente consapevoli dei loro veri sentimenti verso le persone. Riuscire veramente a provare gioia, per la buona sorte di un’altra persona richiede un lavoro molto impegnativo; è necessario dedicare tempo a riflessioni profonde per padroneggiare questo attributo.

La parashà di questa settimana, Mishpatìm si sofferma proprio su questo argomento come è scritto:“Videro il D*o di Israèl, sotto i cui piedi vi era qualcosa di simile a un mattone di zaffiro e dell’aspetto limpido come quello del cielo” (Shemòt 24, 10). 

Questo versetto nasconde molti significati e insegnamenti. Da un certo punto di vista, rappresenta una sorta di mancanza di rispetto dei limiti che D*o aveva posto al suo popolo. Israèl, infatti aveva spinto lo sguardo oltre il limite consentito e per questo avrebbe meritato la pena di morte. Un grande commentatore della Torà, Mizrakhi spiega che “guardarono”, va inteso nel senso che cercarono di percepire rivelazioni spirituali maggiori di quelle a loro permesse; Hashèm tuttavia non volle punirli subito, per non guastare la gioia del Dono della Torà. Hashem attese fino all’inaugurazione del Tabernacolo quando furono castigati Nadàv e Avihù, mentre i saggi sarebbero stati puniti, insieme agli altri colpevoli del popolo (Bemidbàr 11, 1 Rashì). 

Invece per “piedi” di D*o si intende ciò che viene a contatto con il suolo, allegoricamente rappresentano l’attributo di Hashèm che viene a contatto con i livelli inferiori.Altri commentatori pongono l’accento sul fatto che il popolo ebraico vide la base, del Trono Divino, ovvero i Suoi “piedi” (Onkelos e Rabbenu Sa’adyà Gaòn).

Il Trono di Hashèm è visto come fatto di zaffiro, e questa pietra è spesso metafora della saggezza o delle visioni in generale (Rabbenu Bekhayé). Non a caso mentre gli ebrei erano schiavi in Egitto, Hashèm teneva presso di sé un mattone di zaffiro per ricordare loro i mattoni che erano costretti a fare in esilio (Rashì).

Ora, invece, davanti a Lui c’era un aspetto limpido come quello del cielo – una luce e limpidezza simili al cielo, infatti il mattone in questione è quello da cui sarebbero state scolpite le Tavole della Legge. Rashì commenta che il mattone si trovava presso Hashèm durante la schiavitù degli ebrei in Egitto per ricordargli costantemente la loro sofferenza, dal momento che essi erano costretti a costruire facendo uso di mattoni.

“L’aspetto limpido come quello del cielo” simboleggia il fatto che quando vennero liberati vi era luce e gioia dinnanzi all’Onnipotente. Rabbi Yeruchem Levovitz afferma che, ogni qualvolta la Torà ci parla degli attributi di Hashèm, lo scopo è quello di insegnarci come dovremmo lottare per emularlo. Quando qualcuno soffre, non è sufficiente per noi solo cercare di percepire la sua sofferenza in astratto, piuttosto dovremmo sentire come se fosse un problema accaduto a noi stessi, e compiere delle azioni concrete che ci ricordino la sofferenza di quella persona.

Un altro insegnamento che possiamo trarre da questi versetti, diceva Rav Yeruchem, è che anche al tempo della redenzione e della gioia è importante ricordare la sofferenza passata che si è sperimentata, perciò durante il dono della Torà il popolo ebraico vide un mattone che è il simbolo della schiavitù subita.Ciò permette di aggiungere alla gioia un’intera dimensione. A molte persone piacerebbe semplicemente dimenticare tutta la loro sofferenza una volta che questa è terminata, ma il giusto approccio biblico è di ricordarla per poter apprezzare maggiormente le cose positive che ci capitano.

Un’altra lezione che possiamo trarre è che dovremmo compiere uno sforzo per sentire la gioia di un’altra persona, come l’Onnipotente sentì la gioia della redenzione del popolo ebraico. Vi sono molte persone che solo in apparenza agiscono come se provassero gioia per i successi degli altri. Ma interiormente dicono a se stesse: “Vorrei davvero che questa persona fallisse!”.Si dice che per un uomo di affari vi sono tre possibilità: quando è l’unico ad aver avuto successo nel business, mentre il suo amico ha perso tutto, egli sperimenta soddisfazione massima.Se entrambi, lui e l’amico, hanno avuto lo stesso successo o hanno subito la medesima perdita, egli soffrirà. Ma se avrà subito una perdita, mentre l’amico avrà acquisito un guadagno, questa sarà per lui la sofferenza più grande del mondo. 

Invece occorrerebbe riuscire non solo a non provare “soddisfazione o gioia” dalle sconfitte o difficoltà altrui, ma come il verso di Mishpatìm ci insegna dobbiamo trasformare il mondo, questo mondo materiale “i mattoni dell’Egitto”, in qualcosa di chiaro e luminoso “… i cui piedi vi era qualcosa di simile a un mattone di zaffiro e dell’aspetto limpido come quello del cielo”.Quindi cerchiamo addirittura di arrivare allo stato in cui sentiamo i dolori degli altri come nostri. In questo modo dovremmo arrivare a provare una grande gioia e “calore spirituale” nel vedere il successo del prossimo e la sua riuscita.Come questa bella storia chassidica può aiutarci a comprendere meglio: una volta, nella città di Mir, la yeshivà non aveva denaro sufficiente per comprare cibo agli studenti.

Rabbi Eliezer Yehudà Finkel, il rosh yeshivà, diede allora il suo soprabito di pelliccia ricevuto in occasione del matrimonio in cambio di finanziamenti per la yeshivà. “È un cappotto costoso, accertati di ottenere una somma consistente in cambio”, gli disse Rav Lazer Yudel. Inizialmente l’amministratore si rifiutò di accettare. Gli dissero che si era nel mezzo di un inverno molto freddo e che avrebbe potuto ammalarsi girando senza il suo soprabito. Ma Rabbi Finkel insistette che lo prendessero, dicendo: “Se gli studenti hanno fame, fa molto freddo per me anche se indosso un cappotto caldo. Tuttavia, se hanno abbastanza da mangiare, mi sento al caldo anche senza un soprabito”.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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