La Parashah della Settimana: Bo, בֹּא, “Entra”/ a cura di rav Shlomo...

La Parashah della Settimana: Bo, בֹּא, “Entra”/ a cura di rav Shlomo Bekhor

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Shabbat Shalom, carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la Parashah della SettimanaBo, בֹּא, “Entra” – a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo. Così come ringraziamo Torah.it per darci (e darvi) la possibilità di scaricare la settimanale porzione di Torah, cliccando QUI

6 Shevat 5779 – 12 Gennaio 2019
parasha di BO accensioni lumi per milano venerdi 16:43 pm
Shabbat finisce: 17.45


Parashah della Settimana

Il decimo capitolo dell’Esodo, nella parashà di questa settimana (Bo) è scritto: “D*o disse a Mosè: Vieni dal Faraone, poiché IO ho indurito il suo cuore e il cuore dei suoi servi, per operare questi Miei segni fra loro…

Su questa frase vengono in mente, almeno, due domande ovvie:

1) Perché D*o dice a Mosè “Vieni dal Faraone”? Non sarebbe stato più appropriato dire “Vai dal faraone”?

2) La frase “Vieni dal Faraone, poiché IO ho indurito il suo cuore” è anch’essa difficile da comprendere. Qual sarebbe la sequenza logica? In che modo il fatto che “IO ho indurito il suo cuore” costituisce la ragione per “venire dal faraone”?

La Torà avrebbe dovuto dichiarare: “Vieni dal faraone e avvisalo”, del pericolo delle piaghe, ad esempio il fatto che D*o abbia indurito il cuore del faraone non è la ragione per “venire dal faraone”. La Torà, a quanto pare, avrebbe dovuto strutturare questa frase come aveva fatto in Esodo (7, 2-4), dove D*o dice a Mosè: “Dirai tutto ciò che ti comanderò e Aharòn parlerà con il Faraone. Quanto a Me, indurirò il cuore del faraone e [così] moltiplicherò i Miei segni…”.

Nota: per primo D*o (7, 2) dice a Mosè e Aharòn di parlare con il Faraone e di istruirlo a liberare gli ebrei; per secondo (7, 3), D*o aggiunge che indurirà il cuore del faraone. Mentre all’inizio della parashà di Bo il messaggio è molto diverso e controverso: “Vieni dal faraone poiché Io ho indurito il suo cuore”. Qual è il significato di questo? (continua sotto) 

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor   —– —– nuova lezione video parashà BO imperdibile AZZIME: CIBO DELLA LIBERTA’ youtube https://youtu.be/8L08jrnoJRIhttps://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10156794024030540

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Per informazioni: www.virtualyeshiva.it

BO Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/01/29/bo-5769-tefillin-segno-didentita/
Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_01_29_bo_tefilin_segno_regole.mp3

Tefillin: segno di identità

La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:http://www.virtualyeshiva.it/2019/01/06/bo-5775-5-lezioni/ 

Chabad Vs. Nietzsche

(continua da sopra)

Lo Zohar, il testo fondamentale della Cabalà (parte II, 34°), da una risposta scioccante alla domanda: poiché, Mosè, era terrorizzato all’idea di andare dal faraone. Addirittura, D*o dovette promettergli che sarebbe stato Lui stesso ad accompagnarlo in questo viaggio. Mosè era troppo spaventato per andare da solo: “vieni con me dal faraone” significa: verrò [solo] con Te [Hashèm] dal faraone. Questo richiede un chiarimento.

Mosè è stato dal Faraone molte volte prima, perché adesso è improvvisamente preso dalla paura? La risposta (allusa nello Zohar) è che nelle precedenti occasioni, Mosè incontrò il faraone in altri luoghi, come nelle sue escursioni mattutine nel Nilo. Questa volta, però, Mosè fu convocato per entrare nella camera più recondita del faraone, nel cuore del suo potere.

Per citare le parole mistiche dello Zohar: “D*o ha convocato Mosè in una camera all’interno di una camera, del serpente unico e potente. Ma Mosè aveva paura. Fino a questo punto, Mosè si era solo avvicinato ai fiumi che circondavano il serpente (faraone), e aveva paura di avvicinarsi al serpente stesso, perché Mosè vide le sue radici quanto fossero alte!

La metafora del “serpente” zoharico si basa su una descrizione del profeta Ezechiele (29, 3), Il quale definì il faraone come “il grande serpente che si siede in mezzo ai suoi ruscelli, che dice: ‘Il mio fiume è mio, e io ho creato me stesso’”. Il fatto di dover entrare nel centro del potere di questo “grande serpente” – una metafora dell’uomo con un mega-ego che crede fermamente che “Io ho creato me stesso” – terrorizzava perfino Mosè.

Come si può affrontare una persona che si considera un D*o, l’autorità esclusiva della propria vita, l’arbitro del bene e del male? Per questo, con la frase, “Vieni dal Faraone, poiché Io ho indurito il suo cuore”; D*o, in realtà, vuole spiegare a Moshè due concetti fondamentali: il primo è che “non stai andando da solo, ma vieni con me”; il secondo è che “la ragione vera per cui vieni veramente con Me è perché IO ho indurito il suo cuore”; o meglio dire: “la durezza del suo cuore è solo un riflesso di Me”. 

La Comprensione Di Nietzsche Dell’ebraismo

Tuttavia, per capire il messaggio di questa parashà, dobbiamo analizzare la posizione dell’ego all’interno della tradizione ebraica. La “saggezza convenzionale” dice che la religione ebraica e i suoi derivati, hanno dichiarato guerra all’auto-esaltazione e all’adorazione del sé. La religione è venuta per domare l’ego e per coltivare una vita di sacrificio e arrendevolezza. L’occupazione del proprio sé, dei suoi bisogni e desideri è egoista, brutale e priva l’uomo del “bene supremo”, la relazione con D*o! Fra tutti i filosofi, Friedrich Nietzsche (1844-1900), che scriveva in Germania nella seconda metà del diciannovesimo secolo, catturò questo sentimento con brutale acutezza.

Nietzsche si oppose tenacemente al pensiero ebraico, perché Israèl aveva dato alla luce il cristianesimo, che per lui rappresentava l’inversione di tutti gli istinti naturali. Secondo lui l’ebraismo descrive D*o come un giusto, una sorta di “non potere”. Un D*o compassionale, non spietato; D*o umile, senza disprezzo aristocratico. In sintesi, il D*o degli ebrei, a Nietzsche rappresentava tutte le cose che disprezzava: “la pietà, la gentilezza e l’aiuto, il cuore caldo, la pazienza, l’umiltà, la cordialità: porgi l’altra guancia”.

Al contrario, per il filosofo tedesco, la “vera etica” era l’esatto opposto: la “volontà di potenza”. In un suo scritto “La Genealogia della morale”, il filosofo tedesco afferma: “Qualsiasi cosa sia stata fatta per danneggiare i potenti e i grandi della terra, sembra banale in confronto a quello che hanno fatto gli ebrei: quel popolo sacerdotale che riuscì a vendicarsi dei loro nemici e oppressori, invertendo radicalmente tutti i loro valori, cioè con un atto di vendetta più spirituale.

“È stato l’ebreo che, con spaventosa coerenza, ha osato invertire il valore aristocratico buono / nobile / potente / bello / felice / favorito-degli-dei, e stabilire, con un odio furioso degli impotenti che: solo i poveri e i deboli, sono buoni; solo i sofferenti e i malati e i brutti sono veramente benedetti. Mentre voi nobili e potenti della terra sarete, per l’eternità, il male, il crudele, l’avaro, l’ateo, e quindi il maledetto e il dannato”.

“Furono gli ebrei a dare il via alla rivolta degli schiavi nei costumi; una rivolta di schiavi con due millenni di storia alle spalle, che abbiamo perso di vista oggi, semplicemente perché (questa filosofia ebraica) ha trionfato così completamente”.

Nell’altro suo libro “L’Anticristo”, Nietzsche scatenò la sua furia “tsunami”, contro il D*o che gli ebrei diedero al mondo e le “virtù schiave” che inventarono: “Il D*o come protettore degli ammalati, il D*o come un tessitore di ragnatele, il D*o come uno spirito – è uno dei concetti più corrotti che siano mai stati creati nel mondo… D*o è degenerato nella contraddizione della vita. Lui rappresenta la guerra sulla vita, sulla natura, sulla volontà di vivere! In lui il nulla è divinizzato e la volontà del nulla è resa santa.

“Gli ebrei sono le persone più straordinarie nella storia del mondo, perché quando si sono confrontati con la domanda, essere o non essere, hanno scelto, con una riflessione perfettamente ultraterrena, di essere ad ogni costo: questo prezzo ha comportato una radicale falsificazione di tutta la natura, di tutta la realtà, di tutto il mondo interiore, così come di quello esterno. Si sono messi contro tutte quelle condizioni in base alle quali, fino a quel momento, un popolo era stato in grado di vivere.

“Psicologicamente, gli ebrei sono un popolo dotato della più forte vitalità. Gli ebrei sono l’esatto opposto dei decadenti: sono semplicemente stati costretti ad apparire in quella veste, e con un grado di abilità che si avvicina al non plus ultra dell’istrionico genio, sono riusciti a mettersi alla testa di tutti i movimenti decadenti e così renderli qualcosa di più forte di qualsiasi partito che dicesse sinceramente Sì alla vita. La storia di Israele è inestimabile, una storia tipica di un tentativo di de-naturalizzare tutti i valori naturali”. 

La Contraddizione

Nietzsche era consapevole della contraddizione insita nella sua analisi degli ebrei. Da una parte “gli ebrei sono le persone più straordinarie nella storia del mondo”, professano un vigore straordinario, abilità e genialità, “la più forte vitalità”.

Eppure hanno scelto di usare la loro forza e abilità per abbracciare le virtù schiave della debolezza e sconfitta, piuttosto che le virtù principali del potere e del dominio. Per il loro potere e brillantezza, credeva Nietzsche, gli ebrei hanno usato che questi attributi distruttivi definiscano cos’è la civiltà. Ma come è successo? Perché un tale popolo, potenzialmente di successo, capace di influenzare il mondo con la sua “volontà di potenza”, abbraccia il sentiero della mediocrità e dell’estinzione? Perché una nazione con un IO sano, ricorre a un sistema morale che nega, piuttosto che afferma, la vita?

Perché un popolo capace di vivere al potere abbraccia un D*o invisibile che crede negli impotenti e che nega le leggi naturali della vita? Perché Israele non è diventata l’impero Romano, e ha scelto una morale di sottomissione piuttosto che di supremazia? Certo, Nietzsche era miope. Definisce il bene come ciò che potenzia il sentimento della vita. Se “vedere soffrire gli altri crea del bene, allora la violenza e la crudeltà possono ottenere il brevetto di moralità”.

Eppure, come hanno sottolineato alcuni studiosi, gli attacchi alla virtù sono molto attraenti, quando la virtù rimane ben stabilita, proprio come l’omaggio al potere, alla violenza e alla crudeltà; tutte “qualità” che possono sembrare divertenti o attraenti, solo fin quando non né soffriamo noi stessi. Nel 1887, questa “glorificazione della violenza”, la passione della vittoria e della crudeltà, potevano apparire intriganti e stimolanti; negli anni ‘30 del secolo successivo, quando i nazisti si appropriarono della retorica di Nietzsche, per giustificare le loro azioni omicide, era diventato impossibile leggere alcuni dei suoi brani, senza provare disgusto e indignazione.Non a caso, settant’anni dopo che Nietzsche scrisse della “Morte di Dio”, riferendosi alla fine della visione morale giudaica sul mondo, la sua stessa nazione, la Germania, iniziò a sterminare il popolo di Dio. 

Come Rispondere a Nietzsche

Nietzsche non si stancò mai di sottolineare che le esigenze della moralità tradizionale sono contrapposte alla vita. La risposta ebraica a questa affermazione fu: Sì! Proprio questo è il motivo per cui la moralità è così preziosa: perché riconosce che la fedeltà dell’uomo non è solo alla vita, ma soprattutto a ciò che nobilita la vita. Pertanto occorre riconoscere come l’istinto e il desiderio soggettivo non sono valori assoluti. La mancanza di cuore di Nietzsche ricorda il “cuore testardo” del Faraone, nell’apertura della porzione di questa settimana: BO.

Entrambi credevano che abbracciare la compassione e la sensibilità fosse sinonimo di debolezza. Entrambi credevano che lo scopo della vita fosse quello di diventare come un “barbaro”. Per Israèl, al contrario, la creazione è stata fatta da un D*o morale, che ha concepito il mondo con amore. Poiché D*o esiste, allora prevale la legge morale che inevitabilmente pone dei limiti al potere.Come è stato sottolineato in precedenza, anche la convinzione di Nietzsche che la moralità dovrebbe essere definita dalla natura, era profondamente discutibile.

Poteva contemplare una situazione in cui le forze della natura potevano essere frenate, ma solo quando l’arbitrio umano lo desiderava o lo voleva?Tuttavia rimane una domanda importante: che cosa fece il popolo ebraico con la “volontà di potenza” che secondo Nietzsche dirige la psiche dell’uomo? L’hanno ignorata, repressa o trascesa? Qual è stato il meccanismo emotivo e mentale che hanno impiegato per trasformarsi da “padroni” in “schiavi”? 

Preparazione del palco per il cambiamento

Il Talmud e la Cabalà, insegnano che ogni male storico è preceduto da una forza in grado di sconfiggerlo (Talmud Meghilà 13b). Prima che una malattia colpisca il pianeta, Hashèm previene la sua cura, ovvero il “palcoscenico” è già stato impostato per la sua futura trasformazione. La stessa logica si può applicare per quanto riguarda la potente accusa di Nietzsche contro gli ebrei: infatti, circa trentadue anni prima della nascita di Nietzsche, nel 1812, uno dei più grandi studiosi ebrei e giganti spirituali del suo tempo, scrisse un discorso mistico che avrebbe trasformato il panorama del pensiero ebraico e la sua prospettiva sulla relazione tra la volontà umana ed il potere.

Questo discorso sosteneva che nella sua interpretazione più profonda, il giudaismo accettava e non respingeva il concetto dell’Ubermensch, il “super uomo Nietzschiano”. Eppure mentre l’Ubermensch di Nietzsche rappresentava l’ideale di un essere abbastanza forte da creare i propri valori, abbastanza forte da vivere senza la consolazione della moralità tradizionale; l’Ubermensch ebraico, nella sua sfrenata voglia di potere e autoaffermazione, paradossalmente arrivò ad abbracciare il D*o della moralità, giustizia e compassione.

Per arrivare a questo il pensiero ebraico non deve schiacciare o negare il senso di individualità e vitalità per trovare Dio; al contrario, il vibrante ego “bruto ed egoista” li porta a D*o altrettanto – e forse anche di più – del richiamo alla trascendenza che viene dell’anima.Le circostanze che hanno portato alla stesura di questo discorso sono state straordinarie.

Era il dicembre del 1812, e l’autore stava scappando dall’esercito francese che stava avanzando rapidamente attraverso la Russia. Tragicamente, il freddo inverno russo reclamò la vita di questo santo uomo, che morì in una piccola città in Ucraina chiamata Piena. Due o tre giorni prima della sua scomparsa (il 24 di Tevet 5573, 27 dicembre 1812) scrisse questo discorso che può, senza esagerazione, essere descritto come uno dei più profondi nella storia della mistica ebraica.Quest’uomo era il rabbino Shneur Zalman di Liadi (1745-1812), una delle grandi personalità ebraiche dei suoi tempi e fondatore della scuola mistica di Chabad. Questo particolare discorso fu pubblicato postumo nella quarta sezione del suo famoso Tanya (Igrot Kodesh 20) e successivamente spiegato dai sei maestri Chabad che gli succedettero.

È interessante notare che il settimo leader di Chabad, il Rebbe di Lubavich che è il mio maestro e mentore, scelse di affrontare e spiegare questo tema durante il primo discorso chassidico da lui pronunciato, quando assunse la guida del movimento Chabad nel 1951 (Maamar Bati Leganì 5710). Ci si aspetterebbe che in un discorso scritto poco prima della sua morte, un leader religioso discuta sul significato del nostro mondo fisico, falso e temporaneo, dove Dio è eclissato e dove regna l’ego egoistico.

Sorprendentemente, però, e contrariamente alla nozione accettata circa la filosofia religiosa, l’autore attribuisce la più profonda divinità all’egocentrismo della natura umana e alla sua volontà di potenza. Non sono a conoscenza di un documento simile nel pensiero ebraico, che dia un tributo così profondo al mondo fisico dell’edonismo e dell’EGO. Forse questa è stata la futuristica risposta del grande maestro Rabbi Shneur Zalman al “nuovo mondo” che i filosofi esistenzialisti come Nietzsche e le forze dell’emancipazione stavano cercando di creare.

Il saggio del Rebbe tentò di presentare un aspetto profondo del pensiero ebraico che era fondamentale per poter prosperare nel nuovo ambiente della libertà individuale e dell’auto-espressione sfrenata. La nuova direzione dove il mondo si stava avviando. 

La Genesi Dell’ateismo

La domanda che turba il religioso è da dove noi, la razza umana, abbiamo ereditato la volontà così vigorosa di essere potenti. Da dove abbiamo sviluppato questo senso di ego che riesce addirittura a bandire D*o dalla nostra esistenza, fino a concepire noi stessi come l’asse di tutta la realtà?

Quello che lo scrittore ceco Milan Kundera chiamava: “l’insostenibile leggerezza dell’essere”. Per Rabbi Shneur Zalman di Liadi, per il quale la presenza vivente di D*o era reale, tanto quanto l’esistenza fisica stessa, se non più reale, questa era una domanda infuocata. Da dove origina un senso così potente di individualità solitaria e distinzione egoistica? Da dove provengono l’esistenza fisica, la sua brutale immanenza, la sua sostanziale indifferenza? In che modo l’essere umano completamente dipendente da D*o, acquisisce un senso di auto-contenimento che cerca di negare D*o?

Se tutta l’esistenza viene da D*o, come è nato l’ateismo? In che modo D*o crea un’immaginazione umana che nega la sua stessa sostanza e realtà?La risposta religiosa comune per questo è che l’ateismo è nato dall’occultamento di Dio nell’universo. Nella terminologia cabalistica questo occultamento è descritto come il “tzimtzum”, che significa “contrazione e restringimento” della luce infinita di Hashèm.

Atto che ha preceduto la creazione di un universo autonomo e in apparenza indipendente. Il Rebbe Shneur Zalman ha scritto tutt’altro, come suo ultimo contributo al mondo, su questa verità profonda. L’ateismo, egli afferma, non ha avuto origine nell’occultamento del divino, ma piuttosto nella rivelazione divina. La spiritualità umana e il nostro senso di dipendenza al Creatore, sono tutti e due radicati non nell’essenza divina, ma nella luce divina.

Quindi, proprio come la luce divina si sente dipendente e collegata alla sua fonte, anche il nostro lato spirituale si sente dipendente e legato alla coscienza cosmica. Al contrario, il senso fisico del sé umano, il crudo ego e volontà di potere, privo di qualsiasi riconoscimento di qualcosa al di fuori di se stesso, è un riflesso dell’essenza divina, del sé intimo di D*o. Pertanto, da una sensazione di autonomia, proprio come il suo progenitore.

L’ego umano, in altre parole, non è altro che la manifestazione “dell’ego divino”. L’Io umano rispecchia il divino IO. Proprio come il supremo divino IO non ha antecedente, nessuna forza precedente che giustifica la sua esistenza, nessuna legge preesistente per definirla o ridurla, così anche l’Io umano, sente che il proprio io rappresenta il massimo dell’esistenza, che i suoi desideri non richiedono alcuna giustificazione, le sue ambizioni non richiedono alcuna mitigazione e il suo potere deve regnare supremo. 

Il Grande Ego Ebraico

Quindi l’ego è malvagio? Questa componente fondamentale della nostra esistenza è un impianto alieno che deve essere sradicato e scartato nella nostra ricerca di bontà e verità? In ultima analisi, non lo è. L’ego, il senso di sé, con cui siamo nati, deriva anch’esso da D*o; è un riflesso dell’IO “divino”. Noi, che siamo stati creati nell’immagine di Dio, possediamo un riflesso del Suo “senso di sé”, nella forma del nostro concetto di sé, come il nucleo di tutta l’esistenza.

L’ego non è il male, ma il divorzio dell’ego dalla sua fonte è il male. Quando riconosciamo il nostro ego come riflesso dell’ego di “D*o”, diventa la vitalità trainante dei nostri sforzi, per rendere il mondo un posto migliore, più divino. D’altra parte, lo stesso ego, separato dai suoi ormeggi divini, genera il più mostruoso dei mali. Questo è ciò che Nietzsche non è riuscito a cogliere e anche noi, spesso, non riusciamo a capire. Il popolo ebraico non ha abbracciato le “virtù degli schiavi”, nonostante le loro caratteristiche e capacità simili a quelle dei maestri o “padroni”.

Al contrario, Israèl ha capito che il grande ego umano, per riuscire a essere fedele a se stesso, alla sua origine, deve riflettere la sua fonte più autentica: l’essena divina. Lo stesso Nietzsche ha sempre insistito sul fatto che la cosa più importante è che le persone siano sincere con se stesse. Gli ebrei capirono che per dare risalto alla “volontà di potenza” e per realizzarsi nel modo più profondo e migliore dovevano collegarsi al divino. Il nostro vigore deve essere diretto verso la costruzione di un mondo divino; la nostra ambizione deve essere imbrigliata verso l’espulsione della crudeltà, della sofferenza, per costruire una civiltà morale e amorevole.

Confrontando l’Ego del Faraone

Quando Dio comandò a Mosè di “Vieni dal faraone”, Mosè era già andato dal faraone per molti mesi. Ma aveva avuto a che fare con il faraone nelle sue varie manifestazioni: il faraone pagano, il faraone oppressore di Israele, il faraone sedicente dio ecc. Ora gli veniva detto di entrare nell’essenza del faraone; doveva trovarsi faccia a faccia con un mega-ego che non ha confini o vincoli; doveva toccare il potere crudo e infinito di un uomo che dichiara: “Io ho creato Me stesso”.

Tale potere; niente può contenerlo. È la massima espressione del male umano e fa paura perfino a Mosè il profeta di tutti i profeti.Perciò disse Hashèm a Mosè: “Vieni al Faraone, perché ho indurito il suo cuore”. Vale a dire: “Sono io che ho indurito il suo cuore”; la durezza del suo cuore – il mega ego sfrenato del faraone è davvero Me; anch’esso viene da Me e Mi rappresenta. Se hai il coraggio di guardare oltre la densa opacità dell’ego umano, troverai me, D*o.

“Vieni con Me”, dice D*o a Mosè, e insieme entreremo nel palazzo del grande serpente. Insieme penetreremo l’adorazione di sé, il cuore del male. Insieme scopriremo che non esiste né sostanza duratura, né realtà eterna, per l’ego del faraone e di Nietzsche; non è altro che l’appropriazione indebita del divino nell’uomo.Se questa verità è troppo terrificante per un essere umano, da affrontare da solo, vieni con Me, e io ti guiderò. Ti condurrò nella camera più interna dell’anima del faraone, finché ti troverai faccia a faccia con il suo nucleo, il segreto più gelosamente custodito del male: che in realtà non esiste.

Imparando questo grande segreto, i grandi poteri della storia non possono farci nulla. Con la consapevolezza di questa verità, saremo degni di raggiungere la libertà. La libertà diventerà una forza che invece di allontanarci dalla legge morale e dalla volontà divina, ci porterà più vicino a Dio. Poiché avremmo scoperto la verità che la nostra brama di espressione e potere individuale è soltanto la manifestazione della qualità più vicina a Dio di tutto il creato. Questo spiega la strana profezia che il Mashiach arriverà come “un povero che cavalca un asino” (Zaccaria 9, 9).

Il termine ebraico per asino, khamòr, è anche tradotto come “khòmer – materialismo brutale” (Likkuté Sikhòt vol. 31 pp. 19-22). Il Mashiach che “cavalca l’asino” simboleggia l’idea che Mashiach rivelerà al mondo che le forze brutali dietro al materialismo, nel loro posto più profondo, in realtà rivelano la verità di Dio più dello spirito stesso.Questo è lo scopo della creazione del mondo, della materia e dell’ego, per rivelare Hashèm in esse, e ancora di più per rivelare che sono l’espressione dell’IO divino.

Questo avverrà grazie al nostro lavoro durante l’esilio e trasformazione del buio in luce.Speriamo presto di vedere la verità della materia con l’imminente rivelazione di Mashiach presto nei nostri giorni. (Questo scritto è basato sul discorso chassidico “Bo El Parò” dell’anno 5672, 1912, del rabbino Sholom DovBer di Lubavitch, noto come il Rebbe Rashab. Nonché su vari discorsi del Rebbe di Lubàvitch; incluso il suo primo discorso, quando assunse la direzione del movimento Chabad nel 1951, tratto da un articolo di Y.Y. Jacobson.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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