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La concezione dell’aborto nella Torah e nel Talmud: quando e perché è possibile

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Aborto

Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Oggi vi palerò di un argomento particolarmente delicato, da qualsiasi parte lo giriate. Si tratta dell’aborto, che noi analizzeremo secondo l’interpretazione delle sacre scritture.

L’articolo, infatti, non vuole assolutamente avere un risvolto politico, ne tanto meno medico o morale. L’ebraismo, a differenza di altre culture, interpreta determinati argomenti in modo sillogistico, con un metodo molto più scientifico che religioso. Partiamo, dunque.

L’aborto nella Torah

Il primo riferimento all’aborto è in Bereshit (9:6), quando a Noè e ai suoi discendenti viene proibito di uccidere: “Chi sparge il sangue dell’uomo dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di D*o Egli ha fatto l’uomo“.

I saggi del Talmud sottolineano che la frase: “Chi sparge il sangue dell’uomo dall’uomo“, può essere interpretata anche come: “Chi sparge il sangue dell’uomo tra l’uomo“. Sulla base di questo assunto, per Rabbi Ishmael ne deriva che in circostanze ordinarie, l’uccisione di un feto è considerata un’offesa capitale per tutti i discendenti di Noè, ovvero per il genere umano.

Leggendo questo passo in modo isolato, qualcuno potrebbe concludere che l’aborto è paragonabile all’omicidio. Ma non è tutto così semplice.

In Shemòt 21:22-23 leggiamo

Quando alcuni uomini rissano e urtano una donna incinta, così da farla abortire, se non vi è altra disgrazia, si esigerà un’ammenda, secondo quanto imporrà il marito della donna, e il colpevole pagherà attraverso un arbitrato”.

23 “Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita”.

Quindi, ci deve essere una rissa, l’uomo deve colpire la donna in stato di gravidanza e lei deve abortire, ma non c’è una vittima. Certo, secondo quanto stabilito dai giudici, l’uomo che causi un aborto spontaneo dovrà essere sicuramente punito, quando il marito della donna che ha abortito lo richiederà.

Ma visto che la Torah obbliga solo a una compensazione monetaria e non prevede una pena capitale, sembra quasi che consideri il feto alla stregua di una proprietà e non di una vita umana. Ci sono vari modi per spiegare questa conclusione. Ad esempio, il fatto che nessuno sa, e può sapere, se quel feto era pienamente in vita o meno, prima dell’aborto. Non essendoci modo per accertarlo, pertanto ciò che esclude che possa essere emessa una pena capitale.

Vita, ma non vita

In quali circostanze allora l’aborto può essere permesso? Per alcuni, ad esempio: se la vita della gestante resta in pericolo, fintanto la gravidanza non sia terminata. La sua vita, dunque, ha la precedenza su quella del feto. I saggi della Mishnah (Ohalot 7:6) aggiungono – in parole povere – che se, però, spunta la maggioranza del feto (il feto è ormai formato), potremo non toccarlo, in quanto non si può mettere da parte una vita per un’altra vita.

Allora viene da chiedersi: è forse possibile sopprimere la vita di un nascituro per salvare la madre? Maimonide spiega che il feto segue la legge del rodef ovvero di colui che insegue un’altra persona con l’intento di ucciderla, la cui vita può essere presa, per salvare quella della potenziale vittima. E’, dunque, permesso abortire – sia chirurgicamente che a livello medico – fintanto il feto rappresenti una minaccia alla vita della madre.

Ma perché sacrificare la vita del feto per quella della madre e non il contrario? All’apparenza, il nascituro, sebbene possa essere considerato un essere vivente, non ha ancora una personalità paragonabile a quella della madre. Soltanto quando la sua testa ha iniziato a uscire dal canale uterino, si possono considerare entrambi sullo stesso piano.

Fino a che punto il feto può essere considerato un pericolo per la madre. Supponiamo che la madre stia sopportando un dolore fisico o emozionale a causa del feto. Che succede? Trattandosi di un’eventualità molto delicata e piena di sfumature, andrebbero consultati un medico e un rabbino qualificati, per capire come comportarsi.

Oltre a valutare il pericolo, il rabbino dovrà prendere in considerazione la durata della gestazione. Sebbene l’aborto sia generalmente vietato, anche prima che il feto sia considerato vitale (anche la perdita del seme è essa stessa considerata una trasgressione), a seconda dello stadio della gravidanza c’è un ampio dibattito sull’esatta natura del divieto.

Per alcuni, ad esempio, c’è differenza tra l’abortire nelle prime 72 ore (un gesto che può rientrare nella contraccezione), i primi quaranta giorni (prima della formazione degli arti e degli organi); i primi tre mesi e fino ai sette mesi (quando il feto viene considerato vitale).

Nel caso di una violenza, inoltre, molti ritengono possibile l’aborto attraverso l’assunzione di medicine nelle prime settantadue ore e alcuni si spingono più in là fino ai primi quaranta giorni.

Con una lampada accesa

Sappiamo che il feto non è considerato “vivo” alla pari di un neonato, ma non è neppure un ammasso di carne senza un’anima. Non a caso i saggi del Talmud raccontano che una lampada è accesa per il nascituro sopra la sua testa, e attraverso questa il bambino è collegato da una parte all’altra del mondo…

Non esiste giorno in cui una persona sperimenta maggiore beatitudine, di quelli trascorsi nel grembo materno. Mentre si trova nel grembo, infatti, è istruito sull’intera Torah, ma quando nasce, un angelo lo colpisce sulla bocca (secondo alcuni, sul naso), facendogli dimenticare la Torah. Anche se il Talmud non si riferisce necessariamente al feto fisico, ma piuttosto alla sua anima, questo passaggio ci fa capire che il feto, comunque, è qualcosa collegato all’anima.

In breve

1) In circostanze normali, è vietato prendere la vita di un nascituro, e può essere paragonabile a un assassinio (in relazione al livello di gravidanza e nascita)

2) Finché il nascituro resta un feto, non ha una personalità uguale alla madre, e pertanto può essere sacrificato per salvare la vita alla madre

3) In ogni caso, qualora l’aborto risulti necessario, è di primaria importanza consultare un esperto in halakhah e un medico al più presto.

Fonte: chabad.org

Foto: www.saatchiart.com

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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