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Siete davvero persone caritatevoli? Scopritelo con gli 8 gradi della Tzedaqah di Maimonide

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Shalom carissimi amici e lettori di Vivi Israele. Oggi parliamo di una mitzvah molto importante per l’ebraismo: la tzedaqah (צדקה) ovvero la carità (LEGGI QUI).

Ma lo faremo in maniera differente, anzi più specifica, spiegando quali sono gli Otto gradi della tzedaqah di Maimonide, in ebraico: ח׳׳ מדות צדקה של הרמב׳׳ם (Khet’’ middot tzedaqah shel ha-Rambam). Le lettera “ח” (khet oppure chet) nella ghematria corrisponde al numero 8.

I due apostrofi che la seguono, che non sono due “yod”, indicano che si vuole indicare il valore numero della lettera. RaMBaM, (הרמב”ם), invece, è l’acronimo di Rabbi Mosheh ben Maymon, altrimenti detto Maimonide.

Fatta questa premessa, cerchiamo di capire in cosa consiste questa scala della carità, che deriva dal commento di Maimonide alla Mishnah. Gli otto gradi enunciati dal Rambam non sono altro che gli altrettanti modi di donare, ordinati dal più basso al più alto a livello spirituale. E qui, chi è legato al mondo della materialità, facilmente potrebbe pensare a un dono materiale sotto forma di soldi o altro. Ma non è così. La vera carità va al di là dell’offerta di denaro. La generosità di spirito, infatti, rappresenta un livello ancora più alto. Donare il proprio tempo, le proprie energie, ma anche parole gentili o la più semplice considerazione, rappresenta una forma di carità ben più elevata.

Non sono, dunque, la moneta gettata nel piattino o il freddo assegno strappato per un ente o associazione, che caratterizzano la bontà d’animo. E’ quell’atto spontaneo con cui aiutiamo il prossimo, che ci rende caritatevoli nel vero senso della parola.

In questo caso, però, gli otto gradi della tzedaqah si possono applicare sia ai doni materiali che spirituali. Sia che voi doniate una moneta o parte del vostro tempo, ci sono dei principi da seguire. I gradi dipendono dall’atteggiamento del donatore e riguardano la cura con cui si evita di mettere in imbarazzo colui che riceve, senza quindi provocare nel bisognoso vergogna o mostrare risentimento, impazienza e altri atteggiamenti vessatori in chi dona.

1) Si dona con riluttanza e rimpiangendo di averlo fatto

Questo è il livello più basso. La donazione, in effetti, avviene ma con quale intenzione?

2) Si dona con generosità, ma meno del dovuto

Come potete notare, la disposizione in questo caso è migliore, ma il “braccino” è ancora corto.

3) Si dona quanto si deve, ma soltanto dopo averne ricevuto richiesta

Ci sono tante persone che hanno bisogno di comprensione come di denaro. Nel corso della nostra quotidianità ce ne accorgiamo, ma facciamo finta di niente e spesso aspettiamo il primo passo da chi ha bisogno, prima di renderci disponibili.

4) Si dona prima che venga chiesto

Qui si inizia ad invertire il trend. Donare prima che ci venga richiesto, quindi prima che il bisognoso entri in uno stato di imbarazzo, è segno di grande generosità

5) Si dona senza sapere a chi vada la donazione, anche se chi la riceve conosce l’entità del donatore.

Ad esempio, se doniamo a un ente che aiuta i bisognosi. L’ente, in questo caso, è un cancello che non ci permette di sapere chi c’è dietro, i nomi di quelle persone che beneficeranno del nostro contributo, ma loro probabilmente sapranno chi è il donatore.

6) Si dona senza far conoscere la propria identità

Questo è un modo ancora più elevato di far beneficienza. Niente proclami, dunque, finalizzati a ottenere meriti e onore, magari anche onorificenze; ma la donazione è fatta con l’obiettivo di aiutare e basta.

7) Si dona senza sapere chi sia il destinatario. Ci riceve la donazione non sa da chi l’ha ricevuta.

Beh, questo è un grado ancora superiore di animo

8) Si aiuta un’altra persona a sostentarsi con un dono, un prestito o aiutandola a trovare lavoro, permettendole così di diventare autosufficiente.

Questa è la forma più elevata e difficile. Non basta, infatti, mettere mano al portafoglio e lavarsi la coscienza. La volontà è di far in modo che quella persona non dipenda più dal buon cuore del prossimo, ma che possa camminare con le proprie gambe. Questa è, a mio giudizio, la vera tzedaqah che differenzia l’ebraismo da tante altre culture, che scambiano l’assistenzialismo con la carità.

Prima della distruzione del beit ha-miqdash, il Tempio di Gerusalemme, all’interno c’era un’apposita stanza in cui il donatore poteva lasciare denaro in segreto e con la stessa discrezione i bisognosi potevano attingervi.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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