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La Parashà della settimana: Behar (בהר), più il 42° e 43° giorno dell’Omer

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Shabbati Shalom, carissimi lettori di Vivi Israele. Ecco al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana Behar (בהר), “Nel Monte”, a cura di rav Shlomo Bekhor

La nostra parashà ci parla della Shemittà: “Per sei anni pianterai i tuoi campi, poterai i tuoi vigneti e mieterai il raccolto, ma il settimo anno è uno Shabbàt…per la terra“.

Perchè Hashem ci comanda di fare uno sforzo extra in modo che la terra si possa riposare per un anno? Un giorno di riposo alla settimana, lo Shabbàt, non è sufficiente?

Lo Shabbàt e la Shemittà sembrano simili. Entrambi hanno in comune il “fermarsi” e il “riposarsi”. Durante la Shemittà e lo Shabbàt fermiamo il nostro piano ordinario di lavoro.

Quando un ebreo ferma il suo lavoro di Shabbàt, passa il suo tempo a pregare, studiare, cantare, mangiare e pensare al perché Hashem ha mandato la sua anima in basso in questo mondo.

Poiché in settimana siamo molto occupati con il lavoro, lo Shabbàt ci dà tempo extra per riflettere su cose diverse: Think Different. Ma quando Shabbàt finisce, siamo di nuovo occupati con le nostre attività quotidiane.

Perciò Hashem ci dà un anno intero nel quale non lavoriamo, spendiamo più tempo per la nostra famiglia, per la nostra anima e per lo studio della Torà, e per pensare alla missione che dobbiamo compiere in questo mondo.

SEFIRAT HAOMER

GIORNO 42°

Malkhùt di Yessòd – Nobiltà nell’Unione

6 settimane

27 di Iyar – venerdì sera, 11 Maggio

42° giorno: stasera concludiamo la sesta settimana e abbiamo l’opportunità di finire di “costruire” il sesto piano del nostro palazzo dei sentimenti: Malkhùt in Yessòd – Dignità nell’unione.

Yessòd permette di creare legami con altre persone e ci “costringe” a confrontarci con altri punti di vista.

Malkhùt dona la capacità di comunicare, organizzare e comandare. Tutte qualità che, necessariamente, si devono coniugare alla fiducia e dignità verso noi stessi e verso gli altri.

Intercludere Malkhùt in Yessòd significa creare un’unione profonda che nasce da un sentimento di completezza e nobiltà.
Un vero legame non può essere costruito solo con spirito di sacrificio, come se fosse un “dovere”. I partner non devono arrivare ad annullare le loro caratteristiche personali. Occorre creare un’unione di due metà e non la sottomissione di una sull’altra. Un rapporto per essere nobile deve fondarsi sulla stima reciproca.

A priori, inoltre, è necessario avere una propria identità e stima di se stessi per poter trovare e costruire un legame.

Un altro aspetto del 42° giorno è la comunicazione nell’unione. Una delle maggiori difficoltà nei rapporti personali è la mancanza di dialogo. Specificatamente i matrimoni (yessòd) sono i legami dove è più necessario colloquiare (malkhùt).

Una bellissima storia del Rebbe può aiutarci a capire: una ragazza americana con problemi di autostima non riusciva a trovare la sua anima gemella e ogni tentativo svaniva subito. Dopo essersi consultata con diversi psicologi arrivò dal Rebbe che le diede dei consigli: ritrovare fiducia in se e portare da mangiare alle sue compagne di studio durante i pasti, ovvero comportarsi a livello di azione in maniera socievole, anche se la sua natura era assai introversa.

Nonostante ella fosse dubbiosa dell’utilità, mise in atto il consiglio e presto si rese conto che anche i sentimenti iniziavano a venire fuori e questo le diede molta sicurezza. Dopo pochi mesi la ragazza trovò la sua dolce metà…

Negli anni sessanta la psicologia cognitiva (l’azione influisce sui sentimenti) non era molto diffusa. Gli psicologi pensavano che la ragazza avesse blocchi legati a traumi del passato, ma in realtà lei era solo chiusa in se stessa e aveva bisogno di avere più autostima e di valorizzare le persone che aveva attorno (malkhùt).

Occorre acquisire una propria regalità e un atteggiamento nobile (malkhùt) da offrire in un rapporto coniugale (yessòd). Solo così una relazione può diventare vera e dignitosa (malkhùt in yessòd).

Riflessione:
rispetto la dignità delle persone con cui creo un profondo legame? Quando mi relaziono con il prossimo ho la sensazione di essere inferiore?

Esercizio:
quando torniamo a casa la sera, anche se siamo stanchi, e abbiamo qualcosa che ci preoccupa parliamone con nostra moglie. Sicuramente lei saprà darci un consiglio disinteressato e giusto. Tramite il dialogo (malkhùt) e la stima che dimostriamo a nostra moglie otteniamo due straordinari risultati: completare noi stessi e migliorare l’unità coniugale (yessòd) che è la base della benedizione divina.

GIORNO 43°

Quarantatreesimo giorno dell’Omer
6 settimane e 1 giorno
KHÈSSED in MALKHÙT — BENEVOLENZA nella REGALITÀ
28 di Iyar – sabato sera 12 Maggio

43° giorno: stasera iniziamo l’ultima settimana e abbiamo l’opportunità di illuminare Khèssed in Malkhùt – Benevolenza nella Regalità.

Malkhùt è l’ultima delle sette Sefiròt e la sintesi delle sei precedenti. Malkhùt, nella molteplicità delle sue caratteristiche, è caratterizzata dalle qualità della comunicazione, organizzazione e comando. Tutte doti che, necessariamente, si devono coniugare alla valorizzazione della propria dignità (regalità) e di quella altrui.

Khèssed è l’attributo dell’amore che ci spinge a dare agli altri, sempre e comunque. Un sentimento appassionato che ci permette di amare oltre noi stessi.

Intercludere Khèssed in Malkhùt significa coniugare le capacità di leadership e di organizzazione con l’amore.
Un Malkhùt non equilibrato con Khèssed è privo di vitalità ed entusiasmo. Ad esempio chi comunica senza carisma non ottiene successo. Come è scritto: le parole che escono veramente dal cuore con sentimento caloroso (khessèd), entrano nel cuore di chi ascolta.

Una storia del Rebbe può illuminarci: in una città del Belgio un giovane Israeliano, lontano dai suoi genitori e dai suoi insegnanti, cercava di riempire il senso di vuoto che sentiva dentro.

Il giovane, che non sapeva niente di Ebraismo, fece conoscenza con una ragazza non Ebrea del posto. Tre anni dopo i due decisero di sposarsi. Poco prima del matrimonio, il ragazzo disse alla sua fidanzata che avrebbe voluto consultarsi con un rabbino.

Dopo alcuni tentativi il giovane parlò con rav Shabtai Slavatitzky (Anversa) che gli propose di andare dal Rebbe. Non molto tempo dopo, il giovane si trovò davanti al Rebbe per chiedere il suo consiglio.

Il Rebbe lo guardò amorevolmente e, con un grande sorriso, gli disse: “Ti invidio!” Prima che il giovane potesse aprire bocca, il Rebbe spiegò: “Quando un Ebreo è posto davanti a una prova e la sostiene, la prova si trasforma per lui in una scala, sulla quale egli può salire per arrivare a livelli più elevati! Io non ho avuto una prova come quella che hai tu. Una prova come questa è certo difficile, ma è importante cogliere il momento per salire!” Il Rebbe disse, poi, ‘brakhà vehazlakhà’ (benedizione e successo) e il giovane si ritrovò, un attimo dopo, fuori dall’edificio.
Egli era sconcertato. Cercò di fare mente locale su quello che aveva appena sentito e visto.

Il Rebbe gli aveva dato un’impressione fortissima di amore, gli aveva inspirato un’enorme forza e coraggio e gli aveva detto quello di cui aveva bisogno di sentire. A quel punto il giovane decise con fermezza di lasciare la sua ragazza.

Ogni parola (malkhùt) del Rebbe salva qualcuno, poiché sono parole accompagnate da un’immensa dolcezza e da un verace sentimento d’amore (khèssed). Il Rebbe riesce sempre a COMUNICARE il valore della DIGNITÀ al suo interlocutore. Per questo il Rebbe è un eccezionale leader (malkhùt), poiché riesce a guidare la nostra generazione con affetto e carisma (khèssed in malkhùt).

Riflessione:
quando do un consiglio a qualcuno lo faccio con passione e calore?

Esercizio:
nel rapporto con i figli tendiamo a essere autoritari. Spesso comunichiamo con ordini freddi, per paura che non ci rispettino. Proviamo a mostrare la parte amorevole di noi (khèssed) quando esercitiamo la nostra autorità di genitore (malkhùt). In questo modo riusciremo a dare ai nostri figli l’amore di cui hanno bisogno e, contemporaneamente, miglioreremo il nostro ruolo di padre (khèssed in malkhùt)

“SHALOM NELLA TERRA”

Nella seconda porzione settimanale di Torà, D-o dice: “Porterò pace in terra”.

Si racconta di due uomini che percorrevano la solita strada verso il tempio per pregare. Appena arrivarono al piccolo edificio, con sgomento, trovarono che il sentiero che conduceva alla porta era infangato e fradicio.

Il primo uomo, il cui nome era Shalòm, pensò: “Non ha senso se ci sporchiamo entrambi, uno di noi due dovrebbe salire sulle spalle dell’altro, in modo che uno possa rimanere pulito”.
L’amico, Israèl, accettò subito la splendida idea.

Rimase un solo problema da risolvere: chi sarebbe stato il fortunato a salire sull’altro? Insieme decisero che chi avrebbe portato una prova migliore, tratta da un verso biblico, si sarebbe seduto sulle spalle dell’altro.
Shalom disse: «È semplice. La Torà cita la frase Shalòm al Israèl, che letteralmente significa “Pace su Israele”, ma qui può significare “Shalòm sopra Israèl”, quindi salirò io sulle tue spalle».

Israèl si lamentò, riluttante, e Shalom salì sulle sue spalle.
Dopo alcuni passi, Israèl improvvisamente gettò Shalòm a terra, nel fango. «Dovrei salire io su di te: è scritto nella Torà ‘Venatatì shalòm bàaretz’ che letteralmente significa “porterò pace in terra”, ma qui può significare “metterò Shalòm a terra” quindi salirò io sulle tue spalle”. Così entrambi arrivarono al tempio, sudici, senza aver risolto la loro lite.

Uno costruisce, l’altro distrugge. Alla fine nessuno vince e ciascuno s’insozza nel tragitto.  Spesso ci troviamo nella stessa situazione: due parti in questione, ognuna delle quali cerca di imporsi sull’altra, spesso usando la Torà per rafforzare la propria posizione. “Te l’avevo detto di tenere la mano del bimbo e tu l’hai lasciato, per questo è caduto e si è fatto male” urla il marito alla moglie.

Questo comportamento serve solo a discolparsi e pulirsi la coscienza ma non è costruttivo. Quando un individuo è immerso nel suo io, non analizza le situazioni in maniera obiettiva e costruttiva, bensì cerca il modo di discolparsi, di sentirsi a posto, ecc. E così si cerca sempre di incolpare il prossimo per qualcosa che forse nemmeno noi siamo stati in grado di fare, dedicandoci a noi stessi anziché al problema.

Questa è soprattutto la lezione che impariamo dal periodo dell’Omer, in cui sono morti i 24.000 discepoli di Rabbì Akivà. Il Talmùd afferma che la causa della loro morte è stata quella di non rispettarsi a vicenda: nonostante il loro alto livello nello studio della Torà, i talmidìm erano così convinti ognuno della propria opinione che misero solo se stessi al centro di tutto.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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