La Parashà della settimana: Tazria (תַזְרִיעַ) e Metzora (מְּצֹרָע), più il 21°...

La Parashà della settimana: Tazria (תַזְרִיעַ) e Metzora (מְּצֹרָע), più il 21° e 22° giorno dell’Omer

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Shabbat Shalom a tutti, carissimi amici di Vivi Israele. Eccoci al consueto appuntamento con la parashah della settimana – Tazria (תַזְרִיעַ), “Prolificherà” e Metzora (מְּצֹרָע), “Il lebbroso” – a cura di rav Shlomo Bekhor, che ringraziamo.

Una volta un rabbino, camminando per strada, incontrò un suo vicino di casa medico, che gli diede un passaggio. Non appena il rabbino salì sulla vettura del medico, questi disse con grande orgoglio: “Sai, caro Rabbino, che io curo gratis i malati che non hanno possibilità economiche?“. E poi. “Anch’io faccio come te“, rispose il rabbino. “Forse aiuta delle persone gratis…“, pensò il medico, che non capiva.

Spesso regalo le medicine a chi non può permettersele“, disse nuovamente il medico.
Anch’io faccio come te” rispose il rabbino.
Forse regala libri…“, pensò il medico, che ancora non capiva.

Sai, quando qualcuno deve andare all’ospedale e non trova posto, io glielo procuro senza essere retribuito“, riprese il medico.
Anch’io faccio cosi‘” rispose il rabbino.

Il medico allora chiese al rabbino di spiegargli le sue risposte, poiché lui non era un dottore e come faceva a fare tutto ciò che il medico stava facendo.

Il rabbino spiegò: “Anch’io faccio come te: esalto sempre e solo le mie buone qualità e non mi preoccupo di migliorare me stesso.

Questo ci insegna la parashà di Tazria (תַזְרִיעַ), “Prolificherà” e Metzora (מְּצֹרָע), “Il lebbroso”, che leggiamo questo Shabbat. Si tratta di una persona che ha fatto maldicenza e perciò deve essere emarginato da tutta la comunità e deve rimanere da solo e solo, allora lui può capire che ha sbagliato e che deve pentirsi.

Una persona prima di guardare fuori deve sempre iniziare a guardare dentro ovvero sé stesso; soltanto quando si è soli si può investigare dentro di sé e comprendere realmente la propria anima, e questo è il primo passo per modificare i nostri comportamenti sbagliati.

Perciò quello che dice la maldicenza viene mandato fuori dall’accampamento e rimane solo: solo così smetterà di esaltare solo se stesso – come facciamo sempre – e potrà iniziare a guardare dentro.

In ogni momento soprattutto in quelli difficili e dolorosi, dobbiamo fermarci e fare un esame di coscienza, per comprendere davvero noi stessi e tentare di essere migliori senza sempre dare la colpa all’altro. Questo è il significato del periodo dell’Omer. Raffinare tutti i nostri attributi che sono 49.

La nostra anima ha 7 attributi e ognuno ha 7 sfaccettature per cui in totale sono 49. I 49 giorni tra Pesakh e Shavuòt sono una preparazione a rettificare tutti i nostri comportamenti per essere degni di ricevere la Torà a Shavuòt. 

SEFIRAT HAOMER

Ventunesimo giorno dell’Omer
3 settimane
MALKHÙT in TIFÈRET – REGALITÀ nella COMPASSIONE
6 di Iyar – Venerdì sera 20 Aprile

21° giorno: questa sera abbiamo il dono di perfezionare la Regalità nella Compassione, l’ultima sfaccettatura della sefirà di Tifèret: il pilastro centrale dei sentimenti. Con questo 21° attributo completiamo la costruzione del terzo piano del “palazzo”.

Tifèret è l’attributo che ci permette di provare compassione per i disagi del prossimo.

Malkhùt – Regalità è la comunicazione verbale, la capacità di coltivare la propria dignità e comprendere quella degli altri (come verrà spiegato nell’ultima settimana di Malkhùt).

L’interclusione di Malkhùt in Tifèret migliora la qualità della Compassione. Tramite la Regalità di Malkhùt possiamo valorizzare la nostra dignità e quella di chi riceve supporto e comprensione (tifèret).

Solo chi è in grado di provare rispetto per se stesso diventa un keli-recipiente per la compassione. Solo chi rispetta la propria può rispettare anche quella degli altri; solo chi possiede entrambi questi requisiti riesce a esercitare una compassione completa.

Un secondo aspetto del 21° giorno è il seguente: le persone oggetto della compassione altrui, ricevono sollievo solo se hanno la percezione e di essere ascoltati e aiutati da persone mature e adulte. Riuscire a offrire un’autorevole compassione, senza annullare la propria personalità, può aiutare efficacemente il prossimo!

Una storia può illuminarci nella comprensione:

Un giorno un grande Tzaddik, il Khafetz Khayim, andò a trovare per lo Shabbat un ebreo molto ricco, con una grande casa; famoso per la tavola del venerdì sera sempre piena di cibo, vino e di ogni ben di D*o.

L’uomo era oltremodo felice di avere come ospite il grande maestro e già pregustava, in cuor suo, il fantastico Kiddush che avrebbe celebrato. Quanti discorsi sulla santa Torà, quali incredibili aneddoti avrebbe rivelato lo Tzaddik.

Al calare della sera, la tavola era pronta e apparecchiata, gli uomini si sedettero e con loro vi era una donna, madre di due figli, addetta a servire la cena di Shabbat. Il grande Tzaddik, nello stupore generale, esordì dicendo: “Forza sbrighiamoci, facciamo in fretta!”. Iniziò il kiddush, in un attimo recitò le benedizioni sul vino e il pane, poi chiese che le portate fossero servite subito, presto e tutte insieme.

In pochi minuti la cena era finita. Il padrone di casa non si capacitava e chiese spiegazioni al grande maestro che gli rispose:

Il tuo grandioso Shabbat non può impedire a una madre di festeggiarlo con i suoi figli“.

A quel punto la donna che aiutava scoppiò a piangere, ringraziò lo Tzaddik e affermò: “Finalmente stasera posso tornare a casa e fare il Kiddush con i miei figli; ogni volta arrivo quando loro già sono a dormire“.

La Compassione (Tifèret) del grande Rav era perfetta, poiché piena di Dignità (Malkhùt) per se stesso e di conseguenza per il prossimo. Così riuscì a vedere, capire e fare quello di cui la donna aveva realmente bisogno. La compassione del “riccone” era contaminata dall’orgoglio che offuscava la sua Nobiltà (malkhùt) e quindi gli impediva di vedere quella dell’altro. Ciò non gli permetteva di dare valore ai bisogni di una povera donna che lo serviva.

Riflessione:
riesco a donare compassione, senza annullare me stesso, alla persona che riceve il mio sentimento di clemenza?

Esercizio:
quando la moglie chiama disperata per avere aiuto, mentre si è affaccendati nel lavoro o in qualche altra occupazione, perlomeno scusiamoci di non poterla aiutare. Parliamo a nostra moglie mostrando empatia e comprensione verso il suo problema (malkhùt). Se invece comunichiamo con un tono poco dignitoso allora la compassione (tifèret) è futile.

Ventiduesimo giorno dell’Omer
3 settimane e un giorno
KHESSÈD in NÈTZAKH – BONTÀ nella DETERMINAZIONE
7 di Iyar – Sabato sera 21 Aprile

22° giorno: da questa sera iniziamo la quarta settimana e saliamo al “quarto piano del palazzo”.

Per i prossimi sette giorni saremo focalizzati a raffinare i nostri sentimenti in Nètzakh. Questo attributo ci dona la Determinazione, Continuità e Costanza per portare a termine i nostri sogni e le nostre ambizioni. Una persona poco ambiziosa, venuta al mondo con un Nètzakh ridotto, è naturalmente predisposto, a evitare le grandi sfide. Nella quarta settimana dell’Omer, questa persona avrà la forza di sviluppare Nètzakh con tutte le sue sei facce.

Khèssed: è l’attributo dell’Amore – Bontà che nasce da un sentimento di sentirsi bene aiutando il prossimo. Questa espressione di se stessi tende a non considerare i bisogni dell’altro, poiché il desiderio di dare, sempre e comunque, spesso prevale sopra ogni altra considerazione.

L’interclusione di Khèssed in Nètzakh ci insegna a perfezionare la nostra Determinazione: ad esempio, per essere continuativi a concludere un arduo progetto di lavoro bisogna amarlo molto; oppure la fermezza a ottenere e realizzare un matrimonio che duri nel tempo, deve essere accompagnata da un profondo e veritiero sentimento di amore per la famiglia. Contrariamente un approccio neutrale o indifferente, verso le nostre ambizioni, non sviluppa una costanza efficace.

Un racconto della Torà (basato sul commento del Rebbe di Lubavitch) può farci comprendere meglio:

Pinkhàs, pieno di sacro zelo, fece retrocedere l’ira del Signore dai Figli d’Israele, uccidendo Zimrì, capo della tribù di Shimòn, che stava peccando. Per questo gesto Pinkhàs venne deriso e disprezzato dalle tribù. Esse ritennero, che Pinkhàs avesse compiuto un atto di crudeltà e per questo lo soprannominarono “ben Putì” (“figlio di Putì”: Putièl era uno dei nomi di Yitrò). Poiché Pinkhàs discendeva da Yitrò le tribù dicevano che era crudele come Yitrò suo nonno: come il nonno ingozzava con la forza i vitelli con cibo grasso, allo scopo di scannare delle grandi bestie (in onore di falsi dei), così, anche il nipote Pinkhàs si era comportato in modo crudele.

La Torà ricorda la genealogia di Pinkhàs: “Pinkhàs figlio di Elazàr, figlio del Sacerdote Aharòn”. Perché viene ricordata qui la genealogia di Pinkhàs? La Torà afferma, che Pinkhàs fece la cosa giusta. Egli fu zelante verso Hashem. Egli compì una buona azione, un atto di bontà e di misericordia. Per questo, la Torà ricorda la sua discendenza da Aharòn, il Sacerdote che amava e rincorreva la pace. Come Aharòn fu un uomo misericordioso, così lo fu anche suo nipote, Pinkhàs, quando uccise Zimrì, il peccatore. Amore che Pinkhàs aveva ereditato da suo nonno, Aharòn il Sacerdote!

Pinkhàs è l’unico che ha osato sfidare un capo tribù; il suo zelo (nètzakh) nel servire le proprie convinzioni e la volontà di Hashem; unite a un verace sentimento di amore (khèssed) per Hashem e il popolo ebraico, donarono a Pinkhàs la vita eterna e non morì mai.

Senza Bontà (khèssed) c’è il rischio che la determinazione e l’ambizione (nètzakh) derivino dal lato negativo della persona. Ad esempio, non tutti i rivoluzionari della storia (il migliore esempio della sefirà di Nètzakh) hanno agito solo per un ideale superiore ai propri interessi personali, molti erano mossi esclusivamente dall’ambizione.

Solo con la Bontà si enfatizza la purezza e la santità di un gesto anomalo. Quando insieme alla componente di Nètzakh si aggiunge Khèssed – Amore allora possiamo indirizzare la naturale predisposizione alla VITTORIA in senso positivo e fare delle rivoluzioni per il bene della società.

Riflessione:
La mia ambizione e la mia determinazione sono mosse da un sentimento di Amore?
Sono capace di impegnarmi in qualche cosa trascendendo i miei limiti, grazie all’Amore che provo per essa?

Esercizio:
La storia ci insegna che un grande uomo di successo non può raggiungere i suoi traguardi se mosso solamente dall’ambizione. Senza Khèssed ci mancherà l’entusiasmo e la passione per avere la Continuità (nètzakh) necessaria: BISOGNA AMARE IL PROGETTO CHE SI VUOLE REALIZZARE.
Nètzakh è come il motore di una macchina che ha bisogno dell’olio perché continui a funzionare. Senza l’ingrediente dell’Amore, per il proprio obiettivo, il “motore” (nètzakh) rischia di

VUOTO = IMPURITA’
Ci sono degli ideali nella Torà il cui significato purtroppo è frainteso da molti di noi: i concetti di “tumà” e”taharà“. Tradotte come pulito e sporco, puro e impuro – tumà e taharà – le leggi di niddà e di purezza nella famiglia – evocano spesso una reazione negativa.
 
È necessario chiarire che innanzitutto tumà e taharà sono concetti spirituali e non fisici. Le leggi di tumà, niddà e mikvè appartengono alla categoria di comandamenti della Torà noti come khukìm – decreti divini per i quali non viene data nessuna spiegazione. Essi non hanno una logica comprensibile, come le leggi per furto e omicidio, o quei comandamenti che servono a ricordarci eventi della nostra storia, come Pèssakh e Sukkòt.
 
Le leggi di tumà e taharà sono sovra-razionali, vanno oltre la ragione. Ed è proprio perché sono a un livello spirituale così elevato, un livello a cui l’intelletto non può arrivare, che influenzano ed elevano parte dell’anima, la scintilla che trascende l’intelletto umano. Anche se la ragione non può comprendere questi decreti divini nella logica, tuttavia dobbiamo cercare il loro significato più nascosto.
 
Secondo gli insegnamenti chassidici in sostanza la tumà, ossia l’impurità spirituale, può essere definita come “assenza di santità”. La santità è definita “vita” o “vitalità” la quale viene emanata direttamente dal Creatore.
 
Le forze del male, invece, secondo la Cabbalà e la Chassidùt, sono chiamate “sitrà akhrà” ossia “l’altra parte”. Esse infatti sono opposte alla santità e lontane dalla presenza divina. Esse nascono proprio dove la Divinità è più nascosta e meno “rivelata”.
 
In un luogo dove la Divinità è meno sentita naturalmente c’è più spazio per il Suo “opposto”. Perciò quello che può essere più impuro e negativo in una persona è l’affermazione di sé: respingendo la presenza di Ha-shem e creando un “vuoto”. Questo è chiamato “khillul Ha-shem”, ossia profanazione del nome di D*o. Infatti dissacrarlo significherebbe creare un “khalal=khilul” ossia un vuoto, uno spazio vuoto della Sua presenza.
 
La santità, invece, è sinonimo di “bittùl”, annullamento della propria volontà per fare la Volontà di D-o. Questo porta a pensare che nessuna esistenza ha una vita indipendente da D-o. Per questo motivo i nostri Saggi dicono che l’arroganza equivale all’idolatria. L’idolatria infatti esprime qualcosa che sostituisce il Creatore ed è indipendente da Lui.
Perciò vediamo che il vero significato delle parole “puro” e “impuro”, ossia la loro connotazione spirituale, è presenza o assenza di spiritualità.
 
A questo punto ci chiediamo: perché deve esistere la tumà e qual è il suo scopo nel mondo?
 
Nel libro di Ecclesiaste è scritto “L’Altissimo ha creato una cosa opposta all’altra” ossia “tutto ciò che esiste nel regno della santità ha la controparte nel regno dell’impurità”. Da una parte questi due regni opposti sono stati creati per dare a noi il libero arbitrio. Inoltre quando rifiutiamo il male e scegliamo il bene o quando trasformiamo il male in bene eleviamo non solo noi stessi ma anche il mondo intero, avvicinandolo così alla perfezione degli ultimi giorni.
 
Perciò lo scopo della tumà, “l’altra parte”, non è altro che la possibilità di elevarci più in alto. Infatti “ogni discesa ha come scopo una grande ascesa”, l’esempio più pratico per capire ciò è la discesa dell’anima nel corpo. Quando l’anima scende in questo mondo, distaccandosi dalla sua pura esistenza spirituale, si veste in un corpo materiale e deve lottare per prevalere sugli istinti del male. Lo scopo di questa discesa infatti è quello di riportare l’anima ad una purezza più elevata di quella che aveva prima di scendere in questo mondo e questo lo possiamo fare solo noi, con le nostre azioni nel mondo materiale. 
Ci auguriamo di elevare il mondo e di portarlo alla perfezione facendo Torà e mitzvòt affinché sarà pronto per ricevere la redenzione totale presto nei nostri giorni, amen.

fermarsi per mancanza della necessaria Determinazione.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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