Home Kabbalah Breve storia del misticismo ebraico e dei suoi personaggi più rappresentativi

Breve storia del misticismo ebraico e dei suoi personaggi più rappresentativi

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Carissimi lettori di Vivi Israele. Torniamo a esaminare un testo semplice: “Breve storia dell’ebraismo”, di Lavinia e Dan Cohn-Shebork.

Oggi affronteremo, in modo semplice, il capitolo dedicato al misticismo, in modo da realizzare un brevissimo panorama storico dei personaggi legati a quella che diventerà la Khabbalah. Ci sono figure più o meno importanti, ma anche (avremo occasione di constatare) controverse. Buona lettura.

Le dottrine mistiche sono state spesso mantenute segrete. Un midrash sulla Genesi racconta dell’uso di ripetere queste tradizioni nascoste, sussurrandole in un’orecchio, affinchè non fossero ascoltate da incolti.

Come quando Rabbi Simeon Ben Yehotzdaq chiede a Rabbi Samuel ben Nahman come fu creata la luce. Samuel rispose sussurrando. Secondo Rabbi Jehudah la conoscenza segreta doveva essere trasmessa soltanto a un uomo modesto, mite, calmo, non facile all’ira, senza sentimenti di vendetta e con uno stile di vita misurato. La prima forma assoluta di misticismo è quella della Merkavah (LEGGI QUI) ovvero del “carro”, collegata al primo capitolo del libro di Ezechiele, in cui viene descritto il carro di D*o. Attraverso la contemplazione ci si proponeva di diventare una sorta di “cavaliere della Merkavah“. Pochi individui, dotati di particolare santità, riuscivano nell’intento.

Le loro esperienza vennero descritte nella letteratura hekalotica dell’epoca dei geonim: dal VII all’XI secolo. C’è, poi, il misticismo della creazione, legato al significato nascosto del libro di Bereshit (Genesi). Il testo chiave, risalente al secondo secolo a.e.v è il Sefer Yetzirah (Libro della creazione), secondo cui l’universo è stato creato da trentadue sentieri, composti dalle dieci Sefirot e dalle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, che vengono suddivise in madri, doppie e singole.

  • Madri (3): Aleph, Mem e Shin (א,מ,ש) che rappresentano gli elementi aria, acqua e fuoco o nel microcosmo umano: petto (aria), ventre (acqua) e testa (fuoco).
  • Doppie (7): Bet, Gimel, Dalet, Kaf, Pe, Resh e Tav (ב,ג,ד,כ,פ,ר,ת), legate alle sette stelle del cielo, i sette giorni della settimana e i sette orifizi della percezione umana (due occhi, due orecchie, due narici e una bocca)
  • Singole (12): Lamed, Tzade, Nun, Samekh, Zayn, He, Khet, Yod, Ayin, Vav, Tet, Qof,  (ק,ט,ו,ע,י,ח,ה,ז,ס,נ,צ,ל) che corrispondono alle principali attività umane (vista, udito, odorato, parola, fame, appetito sessuale, movimento, rabbia, gioia, pensiero, sonno e lavoro), ai dodici segni zodiacali, dodici mesi dell’anno e altrettante parti del corpo.

Le Sefirot, discorso che affronteremo a parte, sono gli attributi divini che rendono D*o immanente nel suo universo, ma per il resto è trascendente.

Tra l’XI e il XII secolo avvengono le crociate: dopo essersi sparsa la voce di un “principe di Babilonia” accusato di aver distrutto il Santo Sepolcro e che gli ebrei lo incitavano a uccidere i cristiani. Il Papa dichiara così aperta la prima crociata (1096-1099) e iniziano i massacri di ebrei: Spira (1096), poi Worms, Magonza e via dicendo.

Migliaia di ebrei persero la vita. Nel 1146 un’altra sommossa antisemita. Papa Eugenio III e San Bernardo di Chiaravalle indicono una nuova crociata (1145-1149) e nel XIII secolo (1189-1192) c’è una terza crociata. In questo contesto vanno inquadrati i cosiddetti hasidei (anche chassidei) ashkenaz (tradotto, i pii tedeschi), gruppi di studiosi che si svilupparono tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo.

Nelle scuole tedesche le idee mistiche erano state discusse in segreto per diverse generazioni. Si diceva che i segreti fossero stati appresi dalle scuole babilonesi per essere conservati dal alcune famiglie. Tra i pii si ricorda Yehudah ben Samuel de-Hassid  che nella metà del XII secolo scrisse il Sefer Hassidim (Libro dei pii), un trattato di etica, che riguarda i rapporti con i non ebrei.

Per Rabbi Yehudah più è richiesto sforzo per un’azione giusta e più diviene meritorio; mentre il peccato dev’essere espiato con sofferenze auto-inflitte e ogni atto virtuoso comporta un certo grado di difficoltà. Per lui l’azione suprema è “kiddush ha-Shem” (martirio nel nome di D*o).

Dare la vita per D*o è la suprema conquista etica. Così Yehudah preparò gli ebrei alle persecuzioni cristiane. Gli hassidim affermano che D*o non può essere conosciuto, ma può soltanto essere colta la sua gloria, rivelata dai profeti attraverso una vita di devozione e disciplina.

Altra caratteristica degli hassidim era l’interesse per la magia. E scrissero diversi trattati basati sul nome segreto di D*o. Qui nasce la Ghematria (LEGGI QUI) disciplina mistica che associa a ciascuna lettera dell’alfabeto ebraico un valore numerico e che permetteva così di calcolare la somma dei valori delle lettere di determinate parole o passi biblici o preghiere.

Per quanto riguarda il misticismo ebraico, un posto d’onore spetta al sud della Francia, in particolare alla Provenza. del XII secolo. Il Sefer ha-Bahir (libro fulgido) propone una interpretazione differente delle Sefirot rispetto al Sefer Yetzirah, qui vengono viste come corone. Tra gli autori va ricordato sicuramente Isaac il Cieco (1160-1235) che usa l’espressione “En Sof” per riferirsi al divino infinito, che contiene in sé la perfezione assoluta.

Secondo lui scopo della contemplazione mistica è di salire la scala delle Sefirot per unirsi al pensiero divino. Coevo a Isaac il Cieco, nel sud della Francia opera un gruppo, chiamato “Iyyun” (עיון) che significa osservazione, contemplazione. Poi troviamo una scuola di Khabbalah, a Gerona, in Spagna, con la figura più autorevole che è Moshe ben Nahman (chiamato Nahmanide, 1197-1270) che difende il pensiero filosofico di Maimonide e punta l’attenzione sullo scopo rituale del sacrificio, per mezzo del quale la benedizione emana a poteri più alti.

A Saragozza opera Abraham Samuel ben Abulafia (1240-1271). Altro cabbalista spagnolo è Isaac ibn Latif (1220-1290) e poi c’è Isaac ha-Koen, secondo cui ci sarebbero dieci emanazioni demoniache parallele alle Sefirot divine. Il testo più autorevole resta lo Zohar, opera di Rabbi Mosè de Leon (1250-1305), che riprende gli insegnamenti della scuola di Gerona.

Scritto in aramaico, in forma di midrash alla Torah, definisce le Sefirot che emanano dalla testa di D*o come una fiamma. Quest’ultime vengono rappresentate come un albero o cerchi concentrici o ancora come uomo archetipale. Secondo lo Zohar: l’azione umana ha un effetto reale sul mondo superiore. Servendo D*o l’anima pia non solo si unirà al divino, ma emenderà (tikkun) la disarmonia del mondo, redimendolo.

Il XV secolo è il periodo in cui si iniziano a distinguere gli ebrei provenienti dai Paesi islamici e dalla Spagna, da quelli provenienti da Francia, Germania ed Europa orientale. I primi vengono chiamati sefarditi, gli altri ashkenaziti. Ognuno ha proprie usanze, tanto che quando Joseph Caro pubblica lo Shulkhan Arukh (tavola preparata), il monumentale codice di legge ebraica, Mosè Isserles, dovrà aggiungervi un’appendice “Mappah” (tovaglia) per renderlo accettabile alle comunità ashkenazite. Nato a Toledo, in Spagna, Caro si trasferì a Safed (LEGGI QUI) in Israele, che diviene un importante entro di studi cabalistici.

E’ questo il periodo di cabalisti del rango di Mosè Cordovero o Isaac Luria. Quest’ultimo, cresciuto in Egitto, pare che abbia trascorso sette anni a meditare sullo Zohar. Visse soltanto gli ultimi due anni a Safed e le sue dottrine si diffusero tra le comunità sefardite. Fu lui a parlare del concetto di Tzimtzum (LEGGI QUI), legato alla creazione del mondo. Con la luce che promana dalla testa di D*o e che prende la forma delle Sefirot.

Sarà sempre lui a parlare della Shevirat ha-kelim ovvero della rottura dei vasi di luci, in seguito al quale l’universo si divide nel regno del male e della luce. Anche il male ha origine dalla luce, i particolare da alcune scintille (scorie) trattenute al momento della rottura dei vasi. Il campo di battaglia tra il bene e il male è l’essere umano.

Secondo Luria, l’Adamo Biblico (Adam Kadmon), l’uomo primordiale, fallì nel tentativo di sconfiggere le forze del male, a mezzo della sua anima riempita di luce, e ciò provocò la rottura dei vasi. In questo scompiglio, il male divenne più forte e Luria riteneva che compito degli ebrei fosse quello di ricatturare le scintille divine fuggite, per trasformare la sfera terrena e riunirla finalmente con quella divina. Secondo Luria le azioni umane hanno un significato cosmico: una buona azione conduce al recupero di una scintilla divina; una malvagia causa un’ulteriore immersione nel male.

C’è, quindi, la controversa figura di Sabbetai (o Sabbatai o Shabbatay) Zevi (1626-1676), originario di Smirne, che si illuse di essere il Messia tanto atteso. Personaggio carismatico, era soggetto a grossi sbalzi d’umore: passava dalla depressione all’euforia, con brevi periodi di calma. Nato il giorno 9 di Av (LEGGI QUI) – giorno del lamento annuale per la distruzione del Tempio – vennero incoraggiate le sue illusioni. Siamo nel 1948: le comunità polacche e lituane devastate dai massacri del cosacco Chmielnicki spinsero gli ebrei a sperare nell’avvento di un redentore messianico. Espulso dai rabbini di Smirne, vagabondò tra Grecia e Turchia e dopo Gerusalemme, andò al Cairo dove sposò una superstite dei massacri. Ma fu il rabbino Nathan Benjamin Levi (1644-1680) a lanciare Zevi come il redentore da lungo atteso. Arrivò al punto di descrivere le sofferenze del presente, come le “doglie del Messia”.

La data di redenzione messianica venne fissata al 18 giugno 1666. Cominciarono le feste e i digiuni, in vista del grande evento, ma nel gennaio del 1666 Zevi venne arrestato dalle autorità turche. Condotto alla corte del Gran Visir gli fu offerta la scelta tra la morte e la conversione all’Islam. Scelse di diventare musulmano. Alla fine morì esiliato in Albania. I suoi seguaci si divisero. Alcuni arrivarono al punto di sostenere che fu il fantasma che si convertì all’islam, mentre il messia Sabbetai era salito al cielo. Alcuni suoi seguaci diedero vita a una setta, denominata dönmeh o dunmeh (apostati o convertiti) che mantenne una vita ebraica separata, opponendosi ai matrimoni coi musulmani e non accettando parte della Torah. A Istanbul sarebbe esistita una comunità dönmeh, fino a metà Novecento.

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