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Il concetto di vita dopo la morte nell’ebraismo secondo la dottrina rabbinica/ Prima Parte

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Carissimi lettori di Vivi Israele. Oggi vi parlo di un argomento dibattuto un po’ in tutte le religioni, quello della vita dopo la morte. Di seguito vi riporto il digest di un articolo pubblicato su Chabad.org, che spiega secondo la dottrina rabbinica il concetto di vita dopo la morte secondo l’ebraismo. Tralascerò appositamente i vari riferimenti talmudici, per evitare di appesantire troppo l’esposizione.

Partiamo. Uno dei principi fondamentali dell’ebraismo è che la vita non inizia con la nascita di una persona e non termina con la sua morte. In questo caso viene riportato il verso 12:7 delle Kohelet (Ecclesiaste), che recita: “e ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e lo spirito torni a D*o che lo ha dato”.

Il Lubavitcher Rebbe – secondo quanto riportato da Chabad.org – punta l’attenzione su una legge delle fisica più nota come prima “Prima Legge della Termodinamica”, secondo cui l’energia non si disperde o si distrugge, ma soltanto si trasforma. Ma se ciò è vero per l’energia fisica, vale ancora di più per un’entità spirituale come l’anima, la cui esistenza non ha limiti di spazio, tempo o altri indicatori dello stato fisico.

Una cosa è certa: l’energia spirituale nell’essere umano, che è sorgente della vista e dell’udito, dell’emozione e dell’intelletto, della volontà e della coscienza non cessa di esistere soltanto perchè il corpo fisico ha terminato le proprie funzioni.

E’ più logico che passi da una forma di esistenza (quella fisica attraverso il corpo), ad una superiore, quella spirituale. Considerato che ci sono numerose stazioni nel viaggio dell’anima, queste possono essere raggruppate in quattro fasi generali

1) La completa esistenza spirituale dell’anima, prima che entri nel corpo

2) La vita fisica

3) La vita dopo la vita nel Gan Eden (anche chiamato Paradiso)

4) Il mondo a venire (Olam Haba) che segue la resurrezione dei morti

Vedere o non vedere: la scelta del paradosso

E qui trattiamo il primo punto. Come ampiamente discusso negli insegnamenti chassidici, lo scopo ultimo dell’anima, in questo mondo fisico, è realizzato facendo di questo posto una “dimora per D*o”, attraverso la devozione religiosa nella vita di tutti i giorni che avviene con l’adempimento delle mitzvot.

Ma affinchè le nostre azioni, in questo mondo, abbiano un vero significato, devono essere il prodotto della nostra scelta. Se noi riuscissimo a sperimentare il potere e la bellezza della presenza divina, che portiamo nel mondo con le nostre mitzvot, saremo sempre in grado di scegliere ciò che è giusto, perdendo però la nostra autonomia (in questo caso si intende viene meno la possibilità di scelta, sapendo già ciò che è giusto). Quindi, diventeremo degli automi.

Questo stadio cruciale della nostra vita è così rappresentato da un pressoché totale blackout spirituale. E’ in un mondo in cui la realtà divina è nascosta, in cui il nostro scopo di vita non è ovvio; un mondo in cui “tutti i suoi affari sono rigorosi e cattivi e prevalgono gli uomini malvagi”, che le nostre azioni positive e divine diventano una nostra reale scelta e traguardo.

D’altro canto, com’è possibile, a queste condizioni, scoprire e realizzare la virtù, la bontà e la verità? Se l’anima si getta in un tale mondo senza D*o, tagliata fuori dalla conoscenza del divino, come potrà mai scoprire il percorso della verità?

Per questo l’anima è in uno stato di purezza spirituale, prima di scendere in questo mondo. Nella sua esistenza pre-fisica, l’anima è fortificata dalla divina saggezza e dalla conoscenza. Il Talmud (Niddah, 30b) insegna che quando un feto è nell’utero della madre, arriva un angelo che gli insegna la Torah, ma quando è ora di venire alla luce, l’angelo gli dà un colpetto sulla bocca, facendogli dimenticare tutto.

Il dubbio, a questo punto, sorge spontaneo. Ma perchè insegnare qualcosa, che poi dobbiamo dimenticare del tutto? Qui risiede il paradosso della scelta e della conoscenza: non possiamo vedere la verità e neppure conoscerla manifestamente, ma nel contempo la conosciamo, nella profondità di noi stessi. Profonda abbastanza da poterla ignorare, ma altrettanto profonda da poterla ugualmente svelare ovunque noi siamo e qualsiasi cosa diventiamo.

La reciproca esclusività di conquista e ricompensa

Passiamo alla fase numero 2: i test, i problemi e le tribolazioni della vita fisica e del pesante velo che oscura virtualmente tutta la conoscenza e la memoria della nostra sorgente divina.

Guardando ancora più a fondo riusciamo a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

In qualche modo sappiamo che la vita ha un significato, che siamo qui per realizzare un piano divino; in qualche modo conosciamo pure le differenze tra una azione buona e una cattiva. Conoscenza che non è altro che il tenue retaggio di un precedente stato spirituale, una sorta di inconscio collettivo per dirla alla Jung. Possiamo far finta di niente oppure no, la scelta è la nostra. Tutto ciò che è fisico, per definizione è finito. E infatti, è questo finito che nasconde l’infinità del divino.

L’altro concetto che ne deriva è che la vita fisica è finita nel tempo. Una volta che questa è finita, la nostra anima è libera dal suo involucro fisico. Quindi, non possiamo più raggiungere o realizzare qualcosa di pratico, ma ora, finalmente, possiamo osservare e ricevere soddisfazione da tutto ciò che abbiamo precedentemente realizzato. e adesso notate bene: le grandi conquiste si possono ottenere soltanto nella cecità spirituale del mondo fisico; mentre la soddisfazione si può raccogliere soltanto nel mondo spirituale.

E ora un esempio davvero fonte di grande saggezza, per illustrare questi concetti così difficili e la sensazione provata da noi sulla Terra, rispetto a un mondo del divenire. E’ un po’ come se noi trascorressimo un secolo, chi più chi meno, guardando alla televisione un’orchestra che interpreta una sinfonia, ma con il volume spento.

Notiamo i movimenti delle loro mani, del direttore d’orchestra, dei musicisti. Talvolta ci chiediamo: ma per quale motivo fanno vedere in televisione questi strani movimenti, senza senso? Talvolta, poi, capiamo che dietro quegli strani movimenti qualcuno sta suonando una grande musica, ma non sentiamo una singola nota. Soltanto, dopo cent’anni di silenzio, rivediamo lo stessa esibizione, ma stavolta con il volume acceso. L’orchestra siamo noi e la musica suonata, bene o male, è data dalle azioni della nostra vita.

Cosa sono il Paradiso e l’Inferno?

Sono i luoghi in cui l’anima riceve le sue ricompense o le sue punizioni, dopo la morte. Sì, l’ebraismo crede in ciò, e le fonti ebraiche (sempre secondo quanto sostenuto da Chabad.org) hanno ampiamente discusso questa tematica. Non a caso, si tratta di uno (l’undicesimo) dei principi di fede dell’ebraismo, enumerati da Maimonide.

Ma si tratta di un “paradiso” e un “inferno” ben diversi di quelli descritti nei testi cristiani medievali. Il Paradiso, dunque, non è certo un luogo di arpe e aureole; così come l’Inferno non è abitato da queste rosse creature armate di forca, dipinte sulle etichette della carne in scatola non kosher.

Dopo la morte, le anime tornano alla loro sorgente divina, assieme con tutto il benessere e la ricchezza che sono stati estratti dal mondo fisico, quest’ultimo utilizzato per buoni propositi, scopi significativi.

Ora le anime rivivono le proprie esperienze di vita terrena, ma su un altro piano e tutto ciò di buono che si è sperimentato durante la vita terrena, si trasforma in incredibile gioia e piacere. Il negativo, al contrario, in un incredibile dolore.

Ma attenzione questo binomio piacere e dolore, non va inteso nel senso classico del termine ovvero come la pena comminata a un criminale che si spedisce in prigione o come la ricompensa che si dà a un impiegato meritevole, con un avanzamento di carriera. E’ più che altro sperimentare la vera parte di noi stessi dalla quale eravamo protetti, durante la nostra vita fisica.

Insomma, sperimentiamo la vera importanza e gli effetti delle nostre azioni. Ricordate l’orchestra che suona?  Alzando il volume della TV, quindi passando dalla vita terrena a quella spirituale, sentiamo l’orchestra suonare. A seconda delle nostre azioni potremo così sentire una sinfonia piacevole oppure brutta, triste, angosciosa: tutto dipende da come abbiamo suonato nella nostra vita.

La verità colpisce, quindi fa male. Ma nel contempo purifica e guarisce. I dolori spirituali che si provano nel “Gehinnom” (Geenna: per dirla in breve, l’Inferno nell’ebraismo, ma torneremo su questo punto), affrontando la verità della propria vita purifica la nostra anima dalle macchie e dai difetti provocati dai nostri misfatti. Una volta liberati da questa ombra, questo guscio, di negatività, siamo pronti per godere appieno dell’incommensurabile bontà divina.

(Fine Prima Parte)

2 COMMENTS

  1. mitzvot Si intende le opere?
    Non crede che le figure dell inferno Cristiano e del paradiso siano espedienti di comunicazione banalizzate a scopo di catechesi al pari dell angelo che bacia la boccabocca del feto prima di nascere?
    Penso che dobbiamo usare le parole non farci usare.
    Condivido tutto ciò che ha detto e ritengo sia sensibilmente vicino a ciò che prova il mio cuore rispetto alla trascendenza. Il mio cuore è la mia anima in vita resa inconscia ma in grado di provare il ricordo emozionale di ciò che la parola asetticamente dice , voglio dire se usassimo il cuore forse non sentiremo le differenze dei gesti fatti ma solo della gioia soddisfazione di eseguirli.

    • Buongiorno, ascolti: nel momento in cui si parla di ebraismo, bisogna abbandonare tutto il resto. Così come, nel momento in cui si parla di Cattolicesimo, Cristianesimo etc… bisogna abbandonare ugualmente tutto il resto. Il rischio è di fare confusione. Per mitzvòt si intende il plurale di mitzvah, ci riferiamo ai 613 precetti dell’ebraismo. Si va sul mio magazine Vivi Israele, trova un servizio dedicato proprio alla spiegazione delle mitzvòt.

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