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Le più grandi operazioni del Mossad: la cattura del criminale nazista Adolf Eichmann

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Carissimi lettori di Vivi Israele eccoci a una nuova puntata omaggio alle epiche avventure del Mossad, alcune delle quali passate alla storie; mentre altre resteranno per sempre segrete. In questo caso parliamo della cattura del criminale nazista Adolf Eichmann, all’epoca il ricercato numero uno. Anche questa volta prenderemo come spunto il libro “Mossad, le più grandi missioni del servizio segreto israeliano”, scritto Michael Bar-Zohar e Nissim Mishal.

Buona lettura

Tutto ha inizio nell’autunno del 1957, quando l’allora capo del Mossad, Isser Harel, riceve la telefonata di Fritz Bauer, il procuratore generale dell’Assia (Land in cui si trova la capitale finanziaria della Germania, Francoforte), noto cacciatore di criminali nazisti rinchiuso, nel 1933, in un campo di concentramento.

Quando Hitler salì al potere, riuscì successivamente a fuggire in Danimarca e in Svezia, scampando alla morte. Fu un ufficiale delle forze di sicurezza israeliane, Shaul Darom, a incontrare Bauer, a Francoforte. Tornato a Tel Aviv, Darom disse ad Harel che Fritz gli aveva confidato che Eichmann era ancora vivo e nascosto in Argentina. Bauer raccontò di aver ricevuto una lettera da un emigrante tedesco che viveva in Argentina, il quale aveva letto dell’infaticabile caccia ai criminali nazisti condotta da Bauer.

L’obersturmbannfuhrer Eichmann sovrintese alla messa in atto della soluzione finale. L’emigrante raccontò di quando l’attraente figlia Sylvia incontrò un giovane, che si presentò come Nick Eichmann. Bauer sapeva che Eichmann era fuggito dalla Germania e che sua moglie e i suoi tre figli erano rimasti in Austria, per poi emigrare in Argentina, dove la moglie si risposò.

Ma i servizi di sicurezza furono sempre convinti che in realtà si risposò con Eichmann, sotto falso nome. Bauer sapeva che era impossibile chiedere l’estradizione di Eichmann dall’Argentina e allora prese sempre più piede l’ipotesi del rapimento. Rientrato in Israele, Darom pose sulla scrivanie di Isser le coordinate del nascondiglio di Eichmann: Calle Chacabuco 4261, Olivos, Buenos Aires.

Ai primi di gennaio del 1958, un certo Emmanuele “Emma” Talmor – membro della squadra speciale del Mossaf – effettua un sopralluogo ad Olivos, riscontrando una situazione davvero pietosa. Da un tugurio, che corrispondeva all’abitazione di Eichmann, esce una donna del tutto trasandata e pensò subito che non poteva abitare lì quell’ex gerarca, che probabilmente aveva portato con sé grandi ricchezze.

Isser decise così di contattare quell’emigrante tedesco, Lothar Hermann, che nel frattempo si era spostato a Coronel Suarez, a circa quattrocento chilometri da Buenos Aires. Investì dell’incarico il capo del reparto investigativo della polizia di Tel Aviv, Efraim Hoffstetter, che sotto il nome di Karl Huppert, raggiunse Lothar: un uomo cieco, vestito con abiti modesti. Hermann racconta la propria storia, dice che era poliziotto e che i suoi genitori sono stati assassinati, mentre lui era stato spedito a Dachau. A quel punto compare la figlia Sylvia, che invece racconta il suo incontro col giovane Eichmann, che fino a un anno e mezzo fa viveva nel quartiere Olivos.

Afferma che sono usciti insieme tre o quattro volte, che lei non ha mai rivelato le proprie origini ebree; mentre Nick, al contrario, ha dimostrato odio verso gli ebrei, lamentandosi addirittura per il fatto che i tedeschi non fossero riusciti a portare a termine il progetto di annientamento di tutti gli ebrei Disse pure che il padre era stato un ufficiale della Wehrmacht. Hermann si rende disponibile ad accompagnare Hoffstetter a Buenos Aires per continuare le indagini su Eichmann.

Hoffstetter fornisce una serie di indizi necessari per identificare con assoluta certezza il criminale nazista: foto, nuovo nome, documenti e impronte digitali. Hoffstetter torna in Israele e Hermann, fiero delle proprie indagini (avvenute con l’aiuto della figlia) manda il rapporto al Mossad, ma Isser (a torto, come vedremo) decide di interrompere le indagini non considerando le informazioni raccolte attendibili.

Harel finì nel ciclone per quella scelta, tanto che Bauer un anno e mezzo più tardi si reco in Israele dal procuratore generale Haim Cohen per lamentarsi, ma nel contempo, durante un incontro con Harel, lo stesso Bauer svelò la soluzione dell’enigma: Eichmann viveva in Argentina e si faceva chiamare Ricardo Klement. Ecco risolto il mistero, Schmidt, ma Klement.

Isser propose, a quel punto, a Cohen e Bauer di affidare la direzione delle indagini a Zvi Aharoni, a capo dello Shabak. Nel febbraio 1960, Aharoni atterrà a Buenos Aires. Chiede a un amico ebreo di fare un sopralluogo in via Chacabuco, ma si scopre che i Klement non abitavano più lì. Il contatto, che si era finto fattorino e che doveva consegnare un pacco regalo a Ricardo, riesce alla fine a scoprire il nuovo indirizzo dei Klement, la cui famiglia si era spostata dall’altro capo della città, nel quartiere di San Fernando, per la precisione a “Calle Garibaldi”.

Per averlo tempesta di domande gli imbianchini che stavano rimettendo a posto la vecchia casa dei Klement e il fratello di Nick Eichmann. Aharoni si travestì da rappresentante di un’azienda americana che fabbrica macchine da cucire e si recò a casa della dirimpettaia, chiedendole se era disposta a vendergli l’abitazione e, naturalmente, chiedendo informazioni anche su quella di fronte.

Nel frattempo, scattò diverse immagini con la fotocamera nascosta nella valigetta, per riprendere la casa di Eichmann da varie angolazioni e successivamente tornò ancora in zona per altre foto. Scoprì che l’abitazione era intestata alla moglie Vera Liebl De Eichmann e riuscì a vedere il marito, soltanto il 21 marzo, giorno del loro anniversario di matrimonio.

Aveva labbra sottili, un grande naso ed era parzialmente calvo. Isser costituisce così un commando di 12 uomini, con alla guida due agenti di punta dello Shabak: Rafi Eitan e Zvi Malkin. Quest’ultimo era un grande improvvisatore tattico e cacciatore di spie. Era un commando molto variegato, con alcuni personaggi che, tra l’altro, erano stati nei campi di concentramento.

Isser, alla fine, si sentì dell’idea di dover assumere il commando della missione, vista la delicatezza e la necessità di prendere decisioni assai importanti, in tempi rapidi. Sul finire di aprile giunse in Argentina una squadra formata da quattro agenti, che fecero entrare clandestinamente un vero e proprio laboratorio mobile, con medicinali, materiale elettronico, ricetrasmittenti e via dicendo.

Di sera, videro arrivare con l’autobus 202 Ricardo Klement, che non si accorse di loro. Il 20 maggio 1960 l’Argentina festeggiava i centocinquanta anni di indipendenza. Dovevano arrivare per l’occasione delegazioni da tutto il mondo, quindi, anche da Israele, col ministro alla Pubblica istruzione, Abba Eban.

Venne organizzato un volo El-Al – un Britannia modello “Whispering Giant”, che partì l’11 maggio per Buenos Aires. Abba Eban non sapeva il vero motivo di quel volo così speciale. Intanto la squadra operativa si è riunita al completo in un appartamento di Buenos Aires.

Per mettersi in contatto avevano organizzato un singolare stratagemma: utilizzavano un elenco di circa trecento caffè cittadini e si spostavano da un caffè all’altro, secondo un percorso prestabilito. In questo modo, Gli operativi sapevano sempre dove trovare Isser, senza dare troppo nell’occhio. Furono preparativi febbrili. Bisognava attrezzare l’alloggio ad ospitare un prigioniero, ma bisognava anche avere un secondo rifugio, in caso di emergenza.

L’ora X per la sua cattura venne fissata alle 19.40 dell’11 maggio. Eichmann infatti rincasava sempre a quell’ora con l’autobus numero 203. Il piano prevedeva due auto: una con cofano aperto, parcheggiata sul ciglio della strada, in cui mettere Eichmann; un’altra a copertura e difesa subito dietro, con un medico a bordo, pronto a somministrare narcotici al prigioniero. L’11 maggio mattina inizia il conto alla rovescia.

I dodici operativi si camuffano con trucco, baffi finti e parrucche. E al loro posto arrivano altri dodici agenti. Tutti con documenti falsi. I primi, tra l’altro, con la foto del loro nuovo aspetto.

Sono in corso gli ultimi preparativi. Alle 16.30, l’ultima riunione alla “base”. Alle 18.30, partono le due auto destinate alla cattura. In una c’è anche il dottor Elian, munito di medicinali e sostanze soporifere. Sono le 19.30 e se Klement non si fosse fatto vivo entro le 20, gli agenti dovevano considerare annullata l’operazione. Rafi Eitan decise, tuttavia, di attendere le 20.30.

Sono, infatti, le 20.05. Un quarto autobus si ferma all’angolo di via Garibaldi, in un primo istante gli agenti israeliani non scorgono nessuno, poco dopo però scorgono una sagoma che si avvicina. E’ quella di Klement. Lo abbagliano, lui distoglie gli occhi, senza fermarsi, poi fa cenno di estrarre la torcia da una tasca, ma gli agenti temono che sia un’arma e lo immobilizzano, gli tappano la bocca, spingendolo nell’auto.

Lo legarono e gli infilarono un pezzo di stoffa in bocca. Lui non si mosse. “Fai un gesto e sei un uomo morto”, gli dissero in tedesco. Nel frattempo, cominciarono le ricerche di due cicatrici: una sotto l’ascella sinistra, l’altra sul lato destro dello stomaco. Una volte trovate, Eitan e l’agente Malkin si scambiarono una stretta di mano. Eichmann era in loro potere.

Alle 20.55, Eichmann entra alla base. Viene interrogato sulle sue generalità e costretto a rivelare il suo vero nome. Il giorno dopo la cattura un messaggero si fermò nei pressi di una casupola in legno nel kibbutz di Sdeh Boker e si recò nello studio di Ben Gurion e gli consegnò il telegramma di Isser. Intanto, Eichmann veniva sorvegliato ventiquattro ore su ventiquattro.

Malgrado il ribrezzo provato dagli agenti, tutti erano costantemente al suo servizio, dovevano seguirlo persino in bagno, per evitare che si suicidasse. Lui era docile e obbediva agli ordini. Raccontò presto come avvenne la propria fuga. Il fatto che con il collasso del Reich, nel maggio 1945, aveva assunto l’identità di un soldato semplice della Lutwaffe; successivamente si spacciò per un tenente della 22/ma Divisione di cavalleria.

Venne internato in un campo prigionieri e quando il suo nome emerse nel corso del processo di Norimberga, fuggì dal campo di prigionia, fuggendo successivamente in Argentina, transitando in Italia, tramite una delle vie di fuga predisposte per i criminali nazisti. Il 4 aprile 1952, Eichmann ottenne il rilascio di una carta di identità argentina a nome di Ricardo Klement. La moglie Vera Liebl e i suoi tre figli: Horst, Dieter e Klaus riuscirono attraverso la macchina burocratica segreta dei nazisti a scomparire e a raggiungere Adolf in Argentina.

Con la sua sparizione, l’11 maggio del 1960, tutti cominciarono a chiedersi dov’era finito Eichmann e presto si fece sempre più forte il sospetto che potesse essere stato rapito dagli israeliani. Partirono le ricerche. Per paura che la polizia potesse rintracciare il nascondiglio.

All’agente che lo aveva in custodia venne detto, in caso di irruzione, di ammanettarsi a lui e gettare via la chiave e rivelare pure di essere un agente israeliano che ha catturato il peggiore criminale nazista. Ad Eichmann, inoltre, venne fatto firmare un foglio con il quale si impegnava di sua spontanea volontà a essere trasferito in Israele per essere sottoposto a un processo.

E’ logico che una dichiarazione firmata in quella circostanza non poteva avere alcun valore. Il 18 maggio del 1960 dall’aeroporto di Lod, in Israele, parte la folta delegazione diretta in Argentina, per le celebrazioni del 150/mo anniversario dell’Indipendenza. E’ un velivolo “whispering Giant” della El-Al. A bordo tre assistenti di volo travestiti da agenti del Mossad. Tra loro c’era pure un uomo calvo e con i baffetti che non venne scelto per delle doti particolari, ma per la sua somiglianza ad Eichmann e i suoi documenti sarebbero serviti per imbarcare Eichmann.

Il 19 maggio, l’aereo atterra a Buenos Aires. Il 20 maggio Isser esce per l’ultima volta dal proprio hotel, chiama un taxi e si fa portare alla stazione ferroviaria, dove lascia i bagagli in un deposito. Poi, raggiunse l’aeroporto per sovrintendere alle operazioni. Ore 21: Eichmann, sotto falsa identità, viene camuffato da steward della El-Al; il medico gli inietta un narcotico che lo riduce in uno stato di semincoscienza.

Gli permette di restare in piedi e camminare, ma non di essere lucido. Il finto equipaggio della El-Al entra in aeroporto. Con gli altri agenti c’è pure Eichmann che viene sorretto per salire le scalette dell’aereo. Alle 23.45, il gruppo di agenti senza alcun intoppo ai controlli raggiunge i cancelli di imbarco e si avvia verso l’aereo. Alla mezzanotte tra il 20 e il 21 maggio, l’aereo prende il volo e Isser, finalmente può tirare un sospiro di sollievo. L’aereo atterrà all’aeroporto di Lod, il 22 maggio.

Il primo a ricevere la notizie da Harel, è Ben Gurion che non soddisfatto per le ripetute garanzie sulla sua identità, chiese di farlo riconoscere da due israeliani che avevano avuto occasione di conoscerlo in passato. La comunicazione di Ben Gurion alla Knesset non si fece attendere, una volta avuta l’ennesima garanzia.

Il processo ad Eichmann si apre l’11 aprile del 1961, alla presenza di centodieci sopravvissuti della Shoah, chiamati a testimoniare per l’accusa. Gideon Hausner fu il pubblico ministero a rappresentare di fronte al criminale nazista sei milioni delle sue vittime. Il 15 dicembre 1961 viene condannato a morte. Il ricorso in Appello venne respinto dalla Corte Suprema e gli venne negata la grazia. Il 31 maggio 1962, venne impiccato e il suo corpo successivamente cremato. Le sue ceneri vennero poi portate al largo e rovesciate in mare.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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