La Parashà della settimana “Terumah” (תרומה) a cura di rav Shlomo Bekhor

La Parashà della settimana “Terumah” (תרומה) a cura di rav Shlomo Bekhor

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Shabbat Shalom, carissimi lettori. Ecco al consueto appuntamento con la Parashah della Settimana, a cura di rav Shlomo Bekhor. Quella di oggi è: Terumah (תרומה).
 
Si racconta la storia di un uomo che, nonostante vivesse in modeste condizioni, offriva spesso il proprio aiuto a poveri e forestieri invitandoli a recarsi nella sua casa, per mangiare un buon pasto. La sua generosità era davvero speciale in proporzione alla sua condizione economica.
 
Grazie a questi atti di bontà, egli fu benedetto con grandi ricchezze e presto si trovò ad abitare in una bellissima casa signorile.
Però, iniziò ad avvenire un cambiamento e lentamente i poveri non furono più ospiti benvenuti. Inizialmente fu un accenno, poi un invito ad andarsene, infine non li lasciava nemmeno più entrare nella sua bella casa, per paura che rovinassero i tappeti pregiati fatti a mano.
E quando i suoi “amici” poveri gli chiedevano aiuto, lui incurante gli rispondeva di lavorare di più e più duramente. Appena la notizia del suo cattivo comportamento si diffuse venne a trovarlo il suo saggio Rabbino.
 
Mentre parlavano nella grande casa, il Rabbino gli indicò un enorme specchio appeso al muro che dava sulla strada e, simulando ignoranza, disse: “Che strana finestra! Tutto ciò che vedo è me stesso! Dove sono tutte le persone in strada?”
L’uomo, ridendo, rispose: “Rabbi non è una finestra, è uno specchio.”
“Ma non capisco” disse il Rabbino, “è fatto di vetro, come una finestra?”
 
“Se fosse solo vetro si potrebbero vedere le persone che passano sulla strada. Ma questo è uno specchio, un vetro ricoperto da una lastra d’argento. Per questo vedi solo te stesso.”
“Aha!” disse il saggio Rabbino. “Ora capisco il problema. Quando aggiungi l’argento, tutto ciò che vedi è solo te stesso!”
 
Consiglio altamente di vedere il seguente video che narra molto bene questo racconto.

Lastra d’argento stravolgente.

Non c’è niente di male nel benessere materiale, fintanto che viene gestito nella maniera appropriata. La nostra lettura settimanale della Torà ci insegna che oggetti lussuosi e puramente fisici possono anche essere usati per servire Hashèm. Ogni cosa, se utilizzata nel modo corretto, può essere elevata e impiegata per scopi spirituali e santi.

Il Rebbe di Lubavitch una volta visitò un campeggio estivo dove vide un avviso che diceva: “Il denaro è la radice di ogni male”. Il Rebbe commentò che il cartello non era corretto; il denaro, come qualunque altra cosa, può essere usato per buoni o cattivi propositi. Dipende tutto dalla persona che ne fa uso. Il denaro non è la radice di ogni male.

Questo concetto è evidenziato nella parashà: “…essi erigeranno per Me un santuario e IO dimorerò in mezzo a loro”. La Torà non dice “in mezzo ad esso” ma “in mezzo a loro”.

Il midràsh spiega che D*o desidera dimorare in un luogo che si trovi in basso, nel mondo fisico, in ebraico “Dira betakhtonim”.
Questo si ottiene attraverso l’adempimento quotidiano delle mitzvòt che ci permettono di usare le cose materiali, in nostro possesso, per collegarci alla nostra sfera spirituale. In questo modo creiamo le condizioni affinché Dio possa dimorare “in loro”, ovvero in ognuno di noi. Solo così gli oggetti materiali ci “donano” la facoltà di condurre HaShem dentro di noi, ogni giorno della vita. Solo quando riusciamo a creare una “dimora” per Dio, dentro di noi, possiamo sperimentare una nuova dimensione e significato della nostra esistenza.

Ma come possiamo realizzare questo processo di rettificazione della materia?

La parashà di Terumà parla dell’oro, dell’argento e degli altri metalli preziosi che venivano usati, per vari scopi, nel Mishkan (Tabernacolo) e, in seguito, Santuario di Gerusalemme. Questa porzione, a prima vista, sembra porre un’enfasi eccessiva sulle sostanze fisiche e materiali. Ciò in apparente contrasto con le questioni spirituali che costituiscono l’essenza della Torà e dell’ebraismo.

Talenti Personali

La risposta la troviamo proprio nella parashà di questa settimana, Terumà che significa offerta o donazione. Questa parola la troviamo usata per tre volte in corrispondenza ai tre tipi di offerta: la terumà degli adanìm, per le incavature-base in argento del Mishkàn (Santuario) nel deserto mezzo shekel;
la terumà dei shekalìm, per cui ogni ebreo, al di sopra dei vent’anni, dava una moneta di mezzo shekel, come fondo per i sacrifici pubblici e come espiazione per il peccato del vitello d’oro;
per ultima, la terumà “generale”, un’offerta, che ogni uomo, donna e bambino facevano per realizzare i loro desideri per il Santuario, secondo i loro cuori. Erano inclusi il legno di cedro per i muri, stoffa e pellame per i tendaggi, oro, argento rame e altri materiali.

La prima offerta aveva il valore fisso di mezzo shèkel per gli adanìm (le incavature che formavano la base dell’intero Santuario). Anche se gli adanìm costituivano la parte più bassa del Santuario, tuttavia erano il fondamento su cui tutta la costruzione poggiava.

Questo può alludere al fatto che, allo stesso modo, ogni ebreo ha dentro di sé il desiderio di adempiere la Volontà Divina. Questo sentimento nasce da una “base” comune che è il livello dell’anima, la quale deriva dalla stessa Essenza e quindi è uguale per tutti.

Questa determinazione innata ad accettare il giogo divino, chiamato “Kabalat ol” è il motivo per cui questa offerta non tiene in considerazione il livello economico di ognuno, poiché tutti sono uguali e le nostre anime sono della stessa essenza. Questa percezione della vera realtà è la base, il fondamento di tutto ciò che “viene messo sopra” nelle nostre vite, proprio come gli adanìm/basi del Santuario.

La seconda offerta, quella di mezzo shèkel, simboleggia l’idea che è possibile ottenere tanto anche da soli, ma quando arriva il momento (e prima o poi arriva sempre..) occorre sapersi unire a qualcun altro, per andare avanti insieme e diventare una cosa sola. Solo mettendo assieme due mezzi shekèl è possibile ottenere una moneta intera.

Questa è l’unico modo per espiare il peccato del vitello d’oro. Peccato che si fonda sulla vanitosa pretesa di poter sostituire Mosè con un altro tramite: il vitello. Perciò la rettificazione di questo atto avviene solo attraverso un mezzo shekèl, che simboleggia l’umiltà.

La terza categoria era legata a ciò che “il cuore desiderava” dare, ossia qualsiasi genere di donazione al Santuario. Per fare ciò era necessario “trovare la chiave”, il campo più adatto nella quale ogni persona poteva contribuire meglio. Per questo la Torà ci dice che chi poteva dare oro, dava oro; chi poteva dare argento, dava argento e così via.

Il fatto che Hashem ha ordinato di separare la prima raccolta per le fondamenta da tutti gli altri oggetti del Tabernacolo è per insegnarci che tutti abbiamo nella nostra anima: la stessa essenza e il sentimento di unione infinita ad hashem e la medesima sottomissione al giogo divino.

D*o ci dà ricchezze materiali con lo scopo di trasformarle in ricchezze spirituali. Per fare ciò il nostro “dare” deve essere proporzionato alle nostre abilità e ai nostri talenti personali. La nostra essenza è uguale a quella di tutti gli altri, ma, in relazione ai nostri talenti specifici, ognuno di noi ha un indirizzo particolare che il cuore “desidera”. Ovviamente diamo il contributo migliore nell’area in cui primeggiamo. La Torà riconosce queste nostre forze personali e ci istruisce affinché possiamo utilizzarle al massimo.

lo scopo di tutta la Creazione del mondo si trova nella parashà di questa settimana:

Mi farete un santuario e risiederò dentro di voi. D*o desidera una dimora nel mondo materiale. Ognuno di noi ha il compito di crearla, collaborando con gli altri secondo le nostre abilità, talenti e inclinazioni. Non abbiamo bisogno di grandi ricchezze materiali, ma solo tanta buona volontà, per scoprire quale è il miglior “materiale” da donare alla casa di Dio.

Ogni Generazione Suo Compito

Seguendo una progressione storica e temporale ben definita, la nostra epoca è caratterizzata dal prevalere dell’agire umano, sulla speculazione intellettuale e sulla ricerca mistica. Questa particolare condizione, si basa sugli insegnamenti del santo maestro Ari Zal che paragona tutte le generazioni a un corpo. Le prime sono intelletuali poiché corrispondo alla testa. Infatti la prima generazione si chiama Dor Deà (generazione intelletuale), poiché aveva la manna e poteva dedicarsi solo allo studio. Mentre la nostra generazione è paragonata ai piedi, ovvero all’azione: oggi siamo più capaci di fare concretamente il bene che di raggiungere le profondità del pensiero o le vette elevate della preghiera.

Quando arriviamo alla settima porzione di Shemòt è il momento di riflettere sullo scopo della nostra esistenza e chiederci dove siamo e se stiamo ottimizzando le qualità della nostra generazione del tallone. Come scrive il Tanya il compito principale di queste generazioni è quello di fare opere di bene e benevolenza, al fine di trasformare questo mondo in una dimora per Dio e permettere così l’arrivo di Mashiakh, presto ai nostri giorni, Amen.

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Mi chiamo Fabrizio Tenerelli, sono un foto-giornalista iscritto all’Albo Professionisti della Liguria. Sono redattore del Settimanale La Riviera e del relativo quotidiano online; sono anche corrispondente dell’Agenzia Ansa dalla provincia di Imperia e corrispondente de Il Giornale (di Milano). Ho diretto per sette anni un quotidiano online locale. Durante la mia ultraventennale esperienza in campo giornalistico ho avuto modo di collaborare per quotidiani nazionali, tra cui: Il Giornale di Milano, Repubblica, Il Giorno, il Messaggero, Il Mattino e via dicendo. Ho anche collaborato, a livello fotografico, con diverse testate nazionali, tra cui: Corriere della Sera, settimanale “Oggi” e via dicendo e per televisioni, tra cui Rai e Mediaset. Ho anche collaborato con radio del panorama locale (Radio 103, per la quale ho svolto per anni i notiziario, curando la redazione) e nazionale, tra cui Radio24, per la quale ho svolto alcuni collegamenti per fatti di cronaca. Nel 2014, inoltre, sono stato in Israele, come free lance in territorio di guerra, durante l’operazione “Tzuk Eitan”. Negli ultimi tempi, mi interesso anche di web marketing, web design e sviluppo di siti in Wordpress, Seo e Sem.

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