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La Parashà della settimana “Mishpatim” (משפטים) a cura di rav Shlomo Bekhor

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Benvenuti al consueto appuntamento con la Parashà della Settimana – “Mishpatim” (משפטים) – a cura di rav Shlomo Bekhor.

La parashà di questa settimana, Mishpatìm, si occupa principalmente di leggi civili, dei danni derivanti da fatti illeciti, della disciplina dei rapporti patrimoniali e delle norme sulla custodia.

In questa porzione della Torà è disciplinata la seguente fattispecie (Shemòt 22, 6): “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio“.

In parole semplici, qui la Torà sta affermando che un ladro non deve solo risarcire la vittima per la perdita, ma deve anche subire una sanzione, che lo obbliga a pagare il doppio della somma o del valore del bene sottratto. Messa così la questione sembra semplice.

Tuttavia, un ben noto principio del pensiero ebraico è che ogni singolo passaggio della Torà contiene, oltre al suo significato letterale, anche interpretazioni psicologiche e spirituali nascoste.
La dimensione pratica di una mitzvà potrebbe non rilevare il suo messaggio mistico, mentre l’aspetto metafisico permane eternamente nei nostri cuori e nelle nostra psiche. Qual è l’interpretazione psicologica della suddetta legge?

La vera crescita è grazie ai fallimenti

“Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili”: questa frase può essere intesa come una metafora di come il Creatore del mondo affida all’uomo “denaro e beni” da salvaguardare.

Dio concede a ciascuno di noi un corpo, una mente, un’anima, una famiglia e una piccola parte delle risorse del suo mondo. Ci chiede di allevarli e proteggerli da una miriade di forze interne ed esterne che li minacciano.

Eppure, ognuno di noi possiede anche un ladro interiore che si propone di rubare questi doni e usarli secondo la propria volontà. Questo “ladro” rappresenta la “inclinazione al male” o yetzer harà, come è chiamato nel gergo talmudico.

Questa sorta di “istinto animalesco” esiste all’interno della psiche umana e cerca costantemente di controllare i nostri corpi, anime e vite abusando della loro identità, violando la loro integrità e derubandoli dalla loro appropriata linea di condotta.

Ad esempio, quando una forte brama istintiva ci costringe a bere o consumare qualcosa di dannoso, per il nostro corpo o spirito, il “ladro” interiore o “inclinazione distruttiva”, ha appena “rapito” e danneggiato parte delle nostre esistenze. Allo stesso modo, quando mentiamo, per convenienza, il “ladro” interiore, ancora una volta, è entrato e ha rubato le nostre “labbra” e “parole”, impiegandole per una funzione immorale, degradando così le nostre coscienze e anime. Ognuno di noi, in questo momento, potrebbe aggiungere decine di altri esempi.

Apatia e colpa

Potrebbero esserci, nel mondo, quei pochi santi che non mancano mai di salvaguardare il loro spazio sacro, poiché non cedono mai all’istinto.

Però la maggioranza della società è sottoposta a frequenti visite di questo “piccolo ladro” che, a poco a poco, conquista pezzi delle nostre vite. Di fronte a questo vero e proprio assalto, come ci comportiamo?

Alcune persone sentono che le loro battaglie contro il loro ladro interiore sono, alla fine, destinate al fallimento. Abbandonano la lotta e, poco a poco, permettono al ladro di prendere ciò che vuole, quando vuole.

Di conseguenza sviluppano una vita frivola e cinica piuttosto che un’esistenza profonda e dignitosa. Altri, all’estremo opposto, diventano profondamente scoraggiati e tristi.

I loro continui fallimenti gli instillano sentimenti di auto-disprezzo, mentre si crogiolano nella colpa e nella disperazione. L’ebraismo respinge entrambe queste nozioni, poiché conducono l’essere umano all’abisso: il primo porta la persona all’incuria di sé e il secondo attraverso la depressione (Vedi Tanya parte I inizio del cap 1 e la fine del cap 36).

La Maestà Del Ritorno

Quando l’uomo sa di avere dalla nascita dei caratteri negativi non ha ragione di cadere nelle depressione se non riesce a vincere il vizio dell’alcol, per esempio. Perché ognuno nasce con tendenze che lo possono portare a delle dipendenze, per cui non dobbiamo sorprenderci di queste soggezioni, perché sono lo scopo della nostra esistenza.

Questo è ciò che la Torà ci consiglia di fare nella perenne lotta con il cattivo istinto? “Se un uomo affiderà a un altro in custodia, denaro o utensili che verranno rubati dalla casa di quest’ultimo, se si troverà il ladro (questi) pagherà il doppio”.

Esci, suggerisce la Torà e trova il ladro! Quindi riceverai il doppio di ciò che possedevi in origine! Qui veniamo introdotti, in modo sottile, nella squisita dinamica conosciuta nel giudaismo come teshuvà o guarnigione psicologica e morale: invece di crogiolarci nelle nostre colpe e di rimanere nella disperazione; invece di arrenderci all’apatia e al cinismo; dobbiamo identificare e affrontare il nostro “ladro”.

In altre parole, dobbiamo scovare quelle forze, dentro le nostre vite, che continuano a derubarci. Dobbiamo reclamare la sovranità sui nostri comportamenti e modelli. Solo così il ladro ci restituirà il doppio dell’importo che ci ha preso.

Dal punto di vista psicologico questo significa che l’esperienza di cadere e rialzarsi ci permetterà di approfondire la nostra spiritualità e dignità in maniera doppia rispetto a quello che avrebbe potuto essere senza il furto.

Il Talmud (Yomà 86b) dice: “Grande è il pentimento, perché come risultato di ciò i peccati volontari si trasformano in virtù”. Anche se falliamo e permettiamo alla nostra vita di andare in rovina, possiamo sempre riuscire ad affrontare il ladro e riprenderci il controllo della “macchina sbandata” e riportarla in carreggiata.

La lotta e la vittoria contro il nostro “istinto al male” ci permette di acquisire una nuova visione di noi, una nuova consapevolezza delle nostre potenzialità più profonde e una determinazione che altrimenti non avremmo mai potuto riscoprire. Solo Impegnandoci nello straordinario sforzo della teshuvà – ritorno, il peccato stesso viene ridefinito come mitzvà.

Come può essere questo paradosso? Perché proprio il fallimento e la conseguente frustrazione generano una profonda e autentica passione e apprezzamento per il bene e per la santità interiore che ogni uomo nasconde (Tanya capitolo 7).

In altre parole è proprio la lontananza che stimola il desiderio di tornare alla “Propria vera casa”. Questo distacco ci fa apprezzare la nostra anima che è una parte di Dio ed è il più grande regalo che abbiamo, ma che dobbiamo saper rispettare.

Questo avviene solo a causa della lontananza che risveglia un’appassionata nostalgia. Perciò è proprio “l’istinto animalesco” che ci dà l’impulso per il ritorno e proprio come ogni animale questo istinto è molto più vigoroso di quanto ogni anima potrebbe essere.

Dopo il “furto” abbiamo l’opportunità di portare a casa il doppio, grazie al fatto di aver guadagnato la potenza dell’anima animale che è dentro ognuno di noi. Questa è la dinamica, spiegata nella porzione della Torà di questa settimana, che permette di trasformare il negativo in positivo.

La prossima volta che il ladro interiore dirotta la nostra vita morale, prendiamo la palla al balzo e capovolgiamo la caduta in un’opportunità, per riappropriarsi di noi stessi con una doppia dose di luce e purezza.

Albert Einstein dice: “Chi non ha sbagliato, non ha mai provato qualcosa di nuovo”.

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Questo saggio è basato su Or Hatorà Parshat Mishpatim vol. 4 p. 1050. Sefat Emet Parshas Mishpatim, nei discorsi dell’anno 5635 (1875). Or Hatorà fu scritto dal rabbino Menachem Mendel di Lubavitch, lo Tzemach Tzedek, terzo Lubavitcher Rebbe (1789-1866).

Foto tratta da karmieli.co.il

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